Il mondo dopo Franco Marcone

Ancora 31 marzo. Il sedicesimo 31 marzo. Da quel 31 marzo del 1995, giorno dell’omicidio di Francesco Marcone sono accadute cose che lo stesso Franco non avrebbe mai voluto accadessero. Dopo quel 31 marzo, ovvero, non è accaduto niente. Perché la cosa che allibisce e stordisce di dolore è questa. Sapere che non sono bastati sedici inverni, sedici lunghissimi anni (benedetti e maledetti, gaudiosi ed infami) a smuovere un solo mattone dal castello inglorioso della criminalità foggiana.

Mattone, già. Mattone. La follia di una città megalomane che assimila estensione a potenza, ampliamento a fama, case a progresso e che rifiuta di rinchiudersi nel manicomio della Storia. E’ questo il problema. E’ questo il male. La lucida consapevolezza di questa malattia volontaria e ricercata. La piena coscienza di esser contagiati da un virus che impone la prepotenza sulla discussione, la menzogna sulla verità, l’approssimazione alla verifica.

E quando quella quella follia si tramuta in delirio di onnipotenza, producendo soldi, strizzandoli da terreni con destinazioni catastali evanescenti, pronte a cambiare sotto le folate verdi della brezza danarosa; quando da elucubrazioni mentali si passa a cupole maneggione capaci di determinare le sorti economiche di una città in espansione; quando, su questo sistema, si innesta un Marcone qualsiasi, anzi no, proprio quel Marcone di quel 31 marzo di quel 1996 che mette a rischio tutta la costruzione e, con essa, la combriccola allegra di imprenditori, giudici, poliziotti, massoni, burocrati e giornalisti che rischia di rimanere schiacciata dal crollo (ironia della sorte, i mattoni…), allora succede che partono due pistolettate. Alle spalle, per non rischiare.

Dopo quella sera, Foggia non sarebbe più dovuta essere la stessa. Non sarebbe più dovuta essere la stessa sostanzialmente perché avrebbe dovuto iniziare a porsi una domanda, forse due. La prima: perché? La seconda: chi?

Avrebbe cioè dovuto ritrovare quell’umanità bambina che induce un fanciullo a porre al genitore questi due quesiti su ogni cosa. Perché Marcone è morto? Chi ha voluto Marcone morto?

C’è chi lo sa già, ma non lo vede. O fa finta di non vederlo. Perché la verità è lì, immobile di fronte all’eterna emergenza abitativa. Di fronte alle case sfitte, mai vendute; 29 mila appartamenti ancora in costruzione, e migliaia già costruiti, mentre la parte povera è sempre chiusa in container a Campo degli Ulivi e Arpinova, scusa pronta ad ogni evenienza d’appalto. Ed allora a chi giova alzare altro cemento nel mezzo del grano? Di chi sono i terreni su cui si costruisce? Quando li hanno comprati quei terreni?

La verità. Chiara, che è sempre nel lì di cui sopra: di fronte ai palazzinari che hanno saltato tutte le celebrazioni in onore di Franco, forse intimoriti dagli occhi della parte migliore della città; di fronte ai sindaci palazzinari o imprenditori, bottegai miserrimi di interessi elitari; di fronte alla proposta avanzata, nel 2010, ad Eliseo Zanasi di candidarsi a guida della città capoluogo. E, poi, di fronte alle indagini insabbiate o ostacolate; di fronte alle mancanze più elementari di inquirenti che non verificano nemmeno lo stretto necessario all’indomani dell’omicidio di Franco.

Forse non serve cercare le colpe. Ma soltanto appurare quale sistema sia circoscritto alla morte di Franco. Che è anche quella di Panunzio. Foggia dovrebbe riunirsi attorno a questi esempi, piuttosto che vivere di vecchi rimpianti pallonari buoni ad illudere per qualche decina di minuti per poi rigettarla, Foggia, sedotta ed abbandonata, nella tragedia del quotidiano. Foggia dovrebbe fare quello che non ha mai fatto: alzare la voce. Per pretendere, per chiedere, per rivendicare. Per sapere perché, sedici anni dopo quel 31 marzo, i protagonisti di quella vicenda sono ancora lì, sani e salvi, imbottiti di onore e di stima. Oltre che di soldi.

Quegli stessi che domani non metteranno naso fuori dalle loro torri d’avorio. Certi di averla fatta franca e che le celebrazioni siano un gioco sorridente di socialità, per godere della primavera sopraggiunta. Sappiano solo una cosa: non è così.

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Noi non ci si arrende mai

LEGGI IL PEZZO SU: http://www.statoquotidiano.it/20/01/2011/contro-la-criminalita-organizzata-legalita-libera-tutti/40664/

Nell’Italia dello psiconano

Tappe. La storia d’Italia, è come il famigerato Giro ciclistico. Ovvero, composto di piccoli grandi tratti di strada. Roma ed il Medioevo. Rinascimento ed età tridentina. Risorgimento e Resistenza. Prima e seconda Repubblica. Contrapposizioni, fini che si scontrano e si incontrano, si sovrappongono e continuano l’uno l’altro.

E, poi, c’è il 1994. C’è quell’età di spartitraffico, quel dio pagano della dedizione al potere, quell’assuefazione alla non politica. C’è il 1994, la rivoluzione tradita, il liberalismo mai realizzato, l’avvento della novità. Il berlusconismo. Come dire, la vittoria del nuovo che nuovo non è. La conquista dell’imprenditoria alla politica, la disfatta delle ideologie. Post comunisti e post fascisti costretti a mandar giù nell’esofago la polvere della sconfitta. Da quel momento in poi, da quel 1994 in poi, si è vinto e si è perso solamente in relazione a Berlusconi. I suoi alleati (quindi non fazioni indipendenti, non formazioni realizzate e complete, non schieramenti autosufficienti, ma “suoi”) ed i suoi sfidanti. Berluscones ed anti berluscones. Barriere e steccati personali, conflitti di interessi, pasaran e no pasaran. Parole e strategie passate al setaccio della visione aziendalistica del cavaliere di Arcore. Il suo corpo è diventato il corpo della politica. Il suo verbo il verbo della politica. Il suo campo, il campo della politica. Ha defascistizzato i missini, ha disintossicato Bossi restituendolo al Parlamento, ha moderato la sinistra sbavandola in uno scomposto di socialismo craxiano e godereccio e centralismo tangentizio democristiano.

Nel berlusconismo è insito l’occhio stesso del potere. Un Barnum letale di malaffare e cattiva politica. Ignoto nella sua genesi, mistificatore della tradizione ma alla tradizione vincolato (il richiamo a Sturzo e De Gasperi, l’anticomunismo…), il sistema del Cavaliere si ciba alla tavola dell’incerto. Già perché in quei giorni del 1994 in cui Berlusconi arrivava al potere accadevano cose realmente strane. Si dice turche, ma si scrive somale.

“1994”, testo dei giornalisti Luigi GrimaldiLuciano Scalettari, edito da Chiarelettere, affronta questi coni d’ombra, tentando di intoroiettarvi un fascio di luce potente e risolutore. Un libro che non intende ipotizzare, ma indagare; che non intende giudicare, ma creare i presupposti affinché tutti siano nella condizione di poterlo fare liberamente. Un libro che parte da punti saldi. Punti che, impattando con la coscienza di italiani, provocano brividi di freddo e di paura nell’immaginario nazionale. Eppure sono soltanto nomi: Mauro Rostagno, Somalia; Moby Prince, contrabbando; Vicenzo Li Causi, Urano, Gladio, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin. E sono solo nomi. Nomi come pareti di una sala nel cui mezzo volteggiano e pogano stentorei e potentissimi danzatori, scuotendola dalle fondamenta. Ed anche questi ballerini hanno i loro nomi. Si chiamano massoneria, servizi segreti deviati, Centro Scorpione (che è come dire, uno dei figlioletti di Gladio), mafia, P2, fascisti, politici di varia risma e provenienza.

Grimaldi e Scalettari mettono insieme tutte queste cose, persone, fatti ed eventi. Scartabellano sentenze, ripercorrono strade ed inchieste giornalistiche, s’appellano ai ricordi. Soprattutto cercano connessioni. L’ultima pista dell’inviata di Rai tre che si incrocia, cronologicamente, con i movimenti occulti, con la trattativa Stato – mafia, con la ripresa, in grande, del progetto Urano (smaltimento di rifiuti tossici nel Corno d’Africa), con la cooperazione sballata, con la nascita di Forza Italia e, soprattutto, con l’esordio di Berlusconi a Palazzo Chigi.

Mettono a nudo quanti, di questo momento storico, hanno costituito parte attiva. Svelano l’insvelabile. Qualcosa che c’è, che si sa essere immane, ma della cui portata non si è perfettamente consapevoli. Qualcosa talmente immane da richiedere l’emersione di altre verità scomode, ma comunque meno scomode. Un gioco delle scatole cinesi, una struttura a matrioska intricata. Qualcosa di talmente immane da causare innaffi a pioggia, nuove vittime e nuovi carnefici.

“1994” è il libro adatto per quanti si sentono rassicurati nel crogiolarsi sotto le calde ali delle istituzioni repubblicane, per quanti continuano a confondere la legalità con un’ideologia politica sfibrata; per tutti quanti credono che lo spettacolo parlamentare prescinda la morale; per tutti quanti hanno scelto di accodarsi alla fila della creduloneria trovando snervante l’attesa per lo sportello della verità; per tutti quanti, infine, non temono di guardare indietro e scoprire, nel volto dell’Italia, gonfiori e tumefazioni.

Luigi Grimaldi – Luciano Scalettari, “1994″, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Chiarificatore

La recensione è tratta dal numero 16 della rubrica “Macondo”. Potete leggere l’altra recensione, la classifica dei libri più venduti e i consigli ai link: http://www.statoquotidiano.it/08/01/2011/macondo-la-citta-dei-libri-15/39974/ e al nuovo blog http://macondolibri.wordpress.com/
LINK CASA EDITRICE CHIARELETTERE: http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68529/nellitalia_di_silvio

Mafia si, mafia no, mafia ni

Carolina Lussana

QUESTO UNO STRALCIO DELL’INTERVENTO DELLA SENATRICE LEGHISTA CAROLINA LUSSANA. ARGOMENTO: IL CONTRASTRO DEL GOVERNO BERLUSCONI, E DELLA LEGA IN MANIERA INDIRETTA, ALLE MAFIE

“I dati relativi all’andamento della criminalità, con un sensibile calo della delittuosità generale e i successi riportati nel contrasto alla criminalità organizzata, sono dati che parlano chiaro. Altri e di diverso colore politico sono stati i Governi che hanno portato avanti la trattativa fra Stato e mafia (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania e Popolo della Libertà).
Questo è stato il Governo che più di tutti ha portato avanti la lotta contro le mafie: 661 operazioni di polizia giudiziaria, 6.754 mafiosi arrestati, 28, su un elenco di 30, latitanti di massima pericolosità arrestati, quasi 15 miliardi di euro il valore dei beni sequestrati alle mafie, 3 miliardi di euro confiscati e il codice unico antimafia, che ha fatto finalmente diventare legge le proposte di due eroi dell’antimafia come Falcone e Borsellino (Applausi dei deputati del gruppo Lega Nord Padania). Questa è la legalità dei fatti e non delle parole(Applausi dei deputati dei gruppi Lega Nord Padania e Popolo della Libertà)”.

Gianfranco Miglio

QUESTE, INVECE, LE PAROLE DEL CD IDEOLOGO DELLA LEGA NORD, SODALIZIO DI APPARTENENZA DELLA LUSSANA, GIANFRANCO MIGLIO. TANTO PER CONTRIBUIRE A RENDERE GIUSTIZIA AI FATTI, MIGLIO E’ QUEL TALE SANTIFICATO CUI LA LEGALITARIA LEGA NORD, IN QUEL DI ADRO, HA DEDICATO UNA SCUOLA ELEMENTARE E CHE HA IMBOTTITO DI SIMBOLI ALPINI

“Che cos’è la mafia? Potere personale spinto al delitto. Bisogna partire dal concetto che alcune manifestazion tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”


Bolzano, la corrotta. 30 mila euro per un lavoro

BARTOLOMEO VANZETTI: “LEI SIGNOR VANZETTI E’ VENUTO QUI NEL PAESE DI BENGODI PER ARRICCHIRE. LA FRASE MI FA RIDERE. IO NON HO MAI PENSATO DI ARRICCHIRE. NON E’ QUESTA LA RAGIONE PER CUI STO SOFFRENDO […] STO SOFFRENDO PERCHE’ SONO ITALIANO

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Bolzano. Via Museo. Partendo dal Museo che accoglie le spoglie mortali (e lucrose) della mummia del Simulaun. Otzi, e procedendo verso la centralissima Piazza delle Erbe, sede del caratteristico mercato, è un continuum di negozi. Serrande alzate 24 ore su 24. Da queste parti la criminalità è ridotta al lumicino ed i giornali danno evidenza massima agli accadimenti cronachistici proprio in assenza di una ripetitività cadenzata. C’è, di tanto in tanto, qualche episodio isolato. Il barlume della follia che prende il sopravvento sulla placidità vitale. Spesso episodi di gelosia consumati all’interno delle singole famiglie.

Quando incominciano i primi freddi – ovvero di questi tempi – da Via Museo si vedono anche le cime innevate delle Dolomiti. Il Natale si avvicina. I turisti aumentano di settimana in settimana. È un amalgama di lingue ed idiomi. Inglese, francese, spagnolo, tedesco.

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NICOLA SACCO: “LEI PARLA DI DOLLARI E CENT. E FIGURIAMOCI, PARELEREBBE DI MILIONI DI DOLLARI! […] IO SONO 13 ANNI CHE LAVORO E VIVO IN QUESTO PAESE LIBERO, COME MI AVEVANO DETTO CHE ERA. HO LAVORATO COME UN CANE MA NON HO AVUTO LA SODDISFAZIONE DI METTERE DA PARTE NU TERRIS, UN DOLARO FALSO. QUA DENTRO STATE A DIRE: PASSAPORTO, PASSAPORTO. MA IO AL REGIO CONSOLATO C’ERO ANDATO PER AVERE IL FOGLIO DI VIA PER ESSERE RIMPATRIATO. PERCHè NON TENEVO NEANCHE I SOLDI PER IL VIAGGIO. E IO, DOPO 13 ANNI ME NE TORNAVO AL MIO PAESE SENZA NEMMENO UN SOLDO. TALE E QUALE A COME ERO PARTITO

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Non ci credete, a tutto questo. Non credete che le cose siano così facili come sembrano. Lo sfavillante mondo del consumo abbaglia. Occorre andare un po’ più in là. Con lo sguardo, con la mente, con la ragione. Ma anche fare un salto nella subcultura di un Paese che, da queste parti, è poco sentito, ma che vive con forza nelle malfamate abitudini. Bolzano non dà l’apparenza, ma è un preciso spaccato dell’Italia democristiana e berlusconiana. È il tronfio rimbombare del potere.

Non credeteci a chi vi dice che qui è tutto semplice. Sì, c’è lavoro. Sì c’è ricchezza. Ma se guardi nelle auto di lusso, scorgi solo qualche politico. O qualche tedesco.

Tutta colpa delle montagne. Danno l’idea della pulizia. Ed invece sono solo un fatamorgana. E delle biciclette. Chi non vivrebbe in un posto verde? Parchi e bici, bici e parchi? Poco smog e nessuno che tenta di forzare le transenne nelle domeniche ecologiche?

Guardateli questi onesti e bravi cittadini. Questi politici incorruttibili impegnati nella lotta contro il crimine, contro l’immondizia, contro chi vuol fare della terra il loco delle sozzure.

Guardateli nelle loro giacche e nelle facce pulite, arroccati dietro cognomi che fanno paura soltanto a pronunciarli.

Guardateli questi solerti imprenditori. I produttori per eccellenza. Eroi senza macchia e senza peccato di un capitalismo dal volto umano, un paterno sistema economico che non ha artigli. Forse qualche unghia smangiucchiata che punge appena.

Decidete voi se ridere o piangere. Decidete voi se qui, i soldi, hanno un odore diverso. Decidete voi se i guanti in lattice usati per intascarli danno un’immagine di candore o di maggior colpevolezza. Decidete voi se la politica che chiede soldi per lavorare è soltanto un canovaccio tutto sommato giustificabile o una lumaca che lascia bava dappertutto. Decidete voi se le lumache vi piacciano o meno. Decide se è giusto che un influente esponente politico – mi dispiace dirlo, compagni – di centrosinistra, chieda denaro, tanto denaro, tantissimo denaro, in cambio di un lavoro. 30 mila euro per la precisione. Decidete voi come chiamare questo sistema di sabotaggio del lavoro, questo stupro dell’articolo 1 della Costituzione, questa uccisione a doppio di chi, sulle montagne, già ha perso la vita una volta per difendere i diritti dei più. Decidete voi se vi piace il nome “mazzetta”. O forse “tangente”. O meglio “io gratto la schiena a te e tu la gratti a me”. 30 mila euro, dico. E decidete se nell’Italia del Superenalotto, delle scarselle multimilionarie in palio recitando a memoria sei numeri, sono una bazzecola.

Decidete cosa sia giusto e cosa sia sbagliato nell’Italia del 2010, ma fate in fretta perché mi pare tanto che qualcuno voglia fotterci. E questo qualcuno non sia soltanto Silvio. Lui si è fatto una sega, forse, ma lo sperma ha ingravidato il mondo della politica, imitandolo. Sono tutti come lui.

Decidete se un disoccupato, licenziato, maltrattato, di 29 anni ha meno diritti (e perché) di un uomo di potere. Decidete se un ragazzo che ha lavorato per 4 anni non percependo che un massimo di 796 euro netti sia più colpevole di un parassita. ed ora ne prende meno di 100. In attesa di risvolti.

Decidete, anzi, decidiamo da che parte stare. E facciamolo adesso. Ed agiamo di conseguenza, anche mettendo su le barricate se necessario.

Il memoriale antimafia, la condanna a morte di Giovanni Panunzio. Il ricordo, 18 anni dopo

Giovanni Panunzio, vittima della mafia e del fango democristiano e socialista

Celebrerà don Luigi Ciotti. Per una  giornata, non il Presidente di Libera, ma un sacerdote come tanti. Come tutti. Sarà la sua voce a dir messa per Giovanni Panunzio, la vittima del silenzio, nella chiesa di san Giovanni Battista, sabato pomeriggio, alle sette.
18 anni dopo, Giovanni Panunzio, la sua memoria, il suo sacrificio, il suo nome, tornano a rivivere. 18 anni di rimbombi. Quei colpi di pistola che echeggiano ancora in Via Napoli, dove il costruttore foggiano cadde, freddato da quattro colpi, alle 22.40 del 6 novembre 1992. “O forse più”, dubitavano le cronache del tempo. Era a bordo della sua utilitaria, quando i killer in moto gli si avvicinarono, crivellandolo di colpi. Spari alle spalle, spari ai polsi, spari in gola. Panunzio che si accascia sul volante, la corsa agli Ospedali Riuniti, il decesso, la fragilità di una città che, in quel mentre, si scoprì in preda alla paura. Il sindaco Salvatore Chirolli che, al consiglio riunito nella discussione del piano regolatore urbano, annunciò che “hanno sparato ad un costruttore”. Era lo stesso consiglio comunale che Panunzio stava seguendo, prima di andar via, verso casa. Una falla del sistema di sicurezza. Già, perché il muratore diventato costruttore, era sorvegliato, sì, ma “saltuariamente”. Granulosità di un sistema volutamente ignaro. Scortato, è vero, ma soltanto via radio. Ovvero, Panunzio era semplicemente tenuto a comunicare i suoi spostamenti alle forze dell’ordine, man mano che li effettuava. Ma nessuno, quella sera, si mise sulle sue tracce. Una crepa, un passaggio di informazioni che non ci sarebbe dovuto essere. Forse una connessione tra poteri teoricamente contrapposti, l’omicidio.

LA RABBIA E IL SILENZIO – Seguì la rabbia dei costruttori (“Avete fatto uccidere un costruttore” gridò un collega di Panunzio in seduta a Palazzo di Città), le accuse alla politica (Mons. Giuseppe Casale: “uomini che stanno diventando servi di questa piovra economica”), poi il silenzio della città, i dubbi degli inquirenti su chi avesse avvisato chi sull’abbandono del consiglio da parte di Panunzio, l’oblio di una comunità spaventata che si ammutina alla verità per servire la pusillanime inclinazione alla preservazione individuale. Nessun testimone oculare. Né prima, né dopo. Nessuno ha visto, nessuno ha colto, nessuno ha sentito. Furono i tempi che Foggia capì quanto fosse conveniente smarrire la vista e l’udito.

PANUNZIO E L’EDILIZIA FOGGIANA – Scorsero rapidi quegli ultimi giorni del 1992. Due mesi che dettero avvio ad un’onda lunga, lunghissima, che imposero un nuovo orizzonte sociale sulla città. Un cielo lattiginoso ed appesantito, la cappa del racket. Giovanni Panunzio, tutti sapevano, era stato l’autore di un memoriale che aveva portato all’arresto di 14 mafiosi. Giovanni Panunzio, mentre moriva, portava con sé tutti i suoi no, argentini, pronunciati verso gli estorsori. Due miliardi, gli avevano chiesto. Giovanni Panunzio, e questa fu la distorsione, se l’era andata a cercare.
Tanto più perché, da qualche anno, il clima attorno al mondo dell’edilizia foggiana si era fatto rovente. Eliseo Zanasi, ferito nell’aprile del 1989, si era salvato per il rotto della cuffia; Salvatore Spezzati, colpito al volto dalle pistolettate, esattamente un anno dopo, aveva combattuto fra la vita e la morte, riuscendo a vincere la sua sfida personale. Un ripetersi secondo una ritualità quasi macabra. Un anno dopo l’altro. Fino all’evento che cadde sulla città con il fragore di un boato. Un masso che divenne una frana rapidamente. 14 settembre 1990, Foggia centro, un cantiere. Nicola Ciuffreda, altro costruttore che non aveva accettato di pagare il pizzo, era stato freddato in pieno giorno.

IL MEMORIALE – Forse conosceva il suo destino, ma Giovanni Panunzio era deciso a non farla passare liscia a chi, da anni, continuava a pressarlo. E con i quali, va detto, tentò anche di scendere a patti. Ecco la scelta del memoriale, la voglia di fare qualcosa. Attaccare per difendersi. Sperando che la giustizia facesse giusto un attimo prima delle pallottole dei sicari. Due anni prima di morire, già c’era stata una spedizione contro di lui. Ma la pistola dei boia si era inceppata. E Panunzio scampato.
Oppure non la rinuncia a pagare, ma fu proprio quel memoriale, con le sue conseguenze, a decidere la sua condanna a morte, in contumacia, nel parallelo tribunale dello stato mafioso di Foggia? Panunzio aveva incrinato le maglie dell’omertà, rotto la barriera di silenzio colpevole, aperto uno squarcio nel muro di gomma.
Dal memoriale si giunse presto al processo. E, dal processo, al blitz antimafia. Con la città battuta a tappeto, arrivarono gli arresti. Finirono dietro le sbarre in 14, con l’accusa di associazione di stampo mafioso finalizzata all’estorsione. Nomi di spicco della Società: Antonio Bernardo, Pasquale e Salvatore Campaniello, Raffaele Carella e suo padre Mario, Salvatore Chierabella, Leonardo Corvino (quello con cui l’imprenditore aveva tentato di mediare), Aniello Palmieri, Leonardo Piserchia, Francesco Selicato, Giuseppe Spiritoso. E poi Michele Delli Carri, Vincenzo Pellegrino e Antonio Vinciguerra, scarcerati pochi giorni dopo l’arresto per insufficienza d’indizi.

GLI UOMINI DELLA PAURA – Tutti “uomini della paura”. Tutti criminali che aveva fatto mettere dentro lui, Giovanni il muratore, Giovanni il costruttore, Giovanni il “ribelle”. Che, per un anno, visse come in un incubo. Fino a quegli spari, fino a quegli echi che hanno squarciato il velo del tempo per arrivare fino a noi.

LEGGI SU http://www.statoquotidiano.it/03/11/2010/don-luigi-ciotti-ricorda-panunzio-il-costruttore-ribelle/36778/

La memoria in cammino

RENATO GUTTUSO, Portella della Ginestra

QUINDICI città capoluogo più due paesi simbolo come Portella della GinestraGattatico. Due modelli di Resistenza, due forme di opposizione diversa al potere che rende servi. Due storie fatte di uomini e donne, lontane geograficamente ma parallele idealmente. Braccianti di qui, nella Sicilia del profondo Sud, sette fratelli antifascisti lì, massacrati dalla brutalità di un nazifascismo ferito dall’onta della sconfitta.

Da ieri ad oggi, dalle antiche resistenze alle nuove, per non dimenticare che il volgere della storia ha portato con sé non solo glorie, ma tanto dolore, sangue e polvere prima ancora dello splendore dei troni. Nasce così, e seguendo questo registro si dipanerà per cinque mesi, la Carovana delle Memorie. Artefici principali, attori protagonisti, i giovani, ma anche uomini e donne indomabili di fronte allo sfacelo valoriale. D’altronde, impossibile a credere che la società abbia avuto la sua genesi nei reality, che la discussione abbia preso le mosse dai talk show, che i talenti e le conoscenze siano racchiusi unicamente negli schermi e spacciati impietosamente via tubo catodico.
Alle spalle del progetto, un sodalizio inedito composto dalla rete di associazioni Libera, l’Istituto Cervi, l’Unione degli Studenti e il Coordinamento Universitario Link.

Si parte il 25 novembre, si diceva, da Portella della Ginestra. Ovvero dove si consumò il primo eccidio dell’Italia liberata. Portella della Ginestra è, in effetti, l’esempio calzante dello spirito della manifestazione. È la perfetta sincronia delle anime organizzatrici, il sunto valoriale dell’opposizione alle mafie (incarnata da Libera) ed alle vecchie dittature (rappresentato in primis dall’Istituto Cervi). Fu qui, in terra di Sicilia, che braccianti e sindacalisti furono uccisi, il primo maggio del 1947, dalla concussione lurida e vigliacca fra stato di polizia scelbiano (Scelba era divenuto ministro degli interni appena tre mesi prima, il 2 febbraio) e controllo tentacolare mafioso.
Arrivo, nel giorno della Liberazione, il 25 aprile, data dal forte significato simbolico – e non solo – a Gattatico, cuore dell’Emilia reggiana. Il ricordo è tutto per i sette fratelli Cervi. In mezzo, un itinerario che toccherà Torino, Milano, Napoli, Roma, Bari, Lecce, Campobasso, Avellino, Genova, Trieste, Cosenza, Salerno, Padova e Reggio Calabria. L’idea principale è quella di animare delle assemblee studentesche e portare questo tema nelle scuole e nelle università come antidoto all’oblio. Il tutto, permettendo, per mezzo di una collaborazione diffusa e capillare, la confluenza sui luoghi stabiliti, del maggior numero di persone, provenienti anche da province diverse.
Restano a parte, invece, Foggia e la Capitanata, pure nel sessantesimo anniversario, caduto esattamente nel marzo di quest’anno, dell’insurrezione di San Severo che lasciò sull’asfalto il comunista Michele Di Nunzio, 33 anni.

 

Nella tana del CECATO

Interno locale boss Mastrangelo 
 

Cerignola – “ABBIAMO sottratto la terra al giogo delle mafie; e, alle mafie (proprio mentre lo scorso 26 settembre 2010 i carabinieri del reparto operativo di Foggia, con i Ros di Bari e i militari della Stazione dei Cc di Monte Sant’Angelo catturavano il super latitante Franco Li Bergolis Arresto Li Bergolis), abbiamo sottratto il suo ruolo di deus ex machina, al sua pretesa di comandare, nel bene e nel male, le sorti dei lavoratori e del lavoro. Questo significa lottare tenacemente, credendo che, insieme, con gli sforzi di ciascuno, si possa migliorare questa terra. L’esempio di località Scarafone a Cerignola, quella che un tempo era considerata la peggiore delle cittadine della provincia, deve illuminare e far sperare che un’altra Capitanata è possibile”. Mimmo Di Gioia, referente provinciale della rete di associazioni contro le mafie, Libera, quando s’infiamma, è un fiume in piena. Mimmo ha anni di esperienza politica alle spalle, un curriculum di lotta all’illegalità diffusa grande così. Già ne ha passate più d’una, di tribolazione. Telefono intercettato, minacce. Una lunga militanza prima in Democrazia Proletaria, poi nei Verdi, infine l’approccio a Sinistra ecologia e Libertà. È con lui che ci siamo recati in contrada Scarafone, sabato 18, in occasione della vendemmia in quei terreni (quattro ettari e mezzo di viti) sottratti a Giuseppe Mastrangelo, alias “il cecato” uno dei boss più influenti della criminalità organizzata cerignolana.

PROFILO DI UN BOSS – LE TERRE CONFISCATE ALLA MAFIA – Coinvolto nell’Operazione Cartagine per omicidio, droga, associazione mafiosa ed estorsione, Mastrangelo è stato condannato a tre ergastoli. “Può tornare a nascere altre due volte”, ci scherza su Pietro Fragrasso, cooperativa Pietra di scarto. Una di quella che si occupa della gestione dei terreni. Oltre a quei terreni, una casa. Due piani, apparentemente anonima. Un cancello in ferro a chiuderne l’ingresso. Viti ed ulivi del basso Tavoliere a far da recinzione, da protezione naturale. Ora, reticolati e chiusure servono meno. Il terreno, dal 2008, è della comunità. Precisamente, appartiene al Comune di Cerignola. Prima la giunta guidata Matteo Valentino, ora quella di Antonio Giannatempo, hanno fatto di tutto per recuperare alla città questo pezzo usurpato. Ma nessuno, per lo meno a livello apparente, ci mette cappelli su. Attorno all’ingresso della dimora, da due anni, ci sono i sigilli della Polizia Municipale. Entrarvi è realmente difficile. Oltre che impedito. A terra, mucchi di vetri rotti. Verosimilmente, si tratta di quelli delle finestre. L’interno è una caterva di detriti, sanitari rotti, roba precipitosamente accumulata ed altrettanto precipitosamente abbandonata. Ma distrutta con certosina precisione. E metodica barbarie. Già, perché la sottrazione dei beni materiali, nuoce gravemente allo stato di salute delle mafie. Meno potenti e più fragili, senza cassa. Perciò, nello sfogo del momento, gli ex inquilini si son dati allo sfregio. Rompere per rendere inservibile, lasciando in piedi unicamente l’inutile. All’interno, comunque, ci sono ben visibili ancora i segni di una lontana frequentazione. Non è stato facile il lavoro degli esecutori giudiziari. Non è facile, ancora a distanza di due anni, capire effettivamente come recuperare uno spazio ben diviso ma malmesso.

GLI INTERNI: IMMAGINE DI GESU’ CRISTE E MADONNINE DEVOTE – A piano terra, quello che fu il soggiorno porta le ferite dell’ira. Restano ancora gli arredi. Un camino con qualche disegno fuliginoso, archi in mattoni a vista color del cotto, un divano ormai di sbieco. Mentre il pavimento è un ricettacolo, anche qui, di carte da gioco lacere, vecchi addobbi natalizi, ciarpame ammassato, gettato alla rinfusa in attimi che lasciano presupporre scompiglio. Accanto, superato un arco, un ambiente piccolo, verosimilmente la cucina. Non resta nulla di quello che fu l’arredamento originario. Soltanto, mestamente, un vassoio appoggiato su di un piano. Sopra, una bottiglia ancora aperta di menta e due bicchieri. Per un fotografo, una golosità, questo quadretto. Appena dietro, infatti, si apre una finestra, dalla quale è possibile vedere i grandi alberi dell’esterno. Tanta esplosione di vita all’esterno, tanta mortificazione all’interno.

Alle spalle del divano, nel soggiorno, una scalinata in ferro battuto porta al piano superiore. Siamo in quella che fu la zona notte della casa di campagna di Mastrangelo. Ogni passo sulla rampa è un groppo in gola. I muri, bianchissimi, scarni e senza vita. Non ci sono segni di quadri appesi. Le ragnatele nascondono gli angoli del soffitto. Terminata la rampa, un piccolo ambiente su cui si aprono tre porte. Una prima, esattamente di fronte, con un bagno tutto distrutto. Lapidario il commento di Di Gioia: “Nemmeno questo hanno risparmiato. Un classico”. In effetti la distruzione, a seguito di una confisca può derivare da due fattori. In primis, dalla necessità di riportare alla luce e disseppellire da nascondigli ad hoc, materiale che non si vuole caschi nelle mani degli inquirenti. In secondo luogo, per arrecare un ulteriore danni a tutti quanti suppliranno alla mancanza del vecchio proprietario.

NEL FUTURO: “PER NON ESSERE RICORDATI COME CITTADINI DELLA PEGGIORE DELLE PROVINCE POSSIBILI” – Subito avanti a noi, unici ad essere entrati nella casa, la troupe di Libera.it, televisione on line dell’associazione. C’è silenzio e nessuno si avventura sin lì. Oltre al bagno, water rotto a martellate e bidet rovesciato, due stanze. Una prima, ad ambiente quadrato. Un materasso in terra, due finestre ad inondarla di luce, un misero alberello di Natale che più che dare idea della festa, mette tristezza. E rabbia. Ancora una volta, la scena è la stessa. Le braccia della criminalità calate a frammentare l’ordine in una sommatoria di piccoli caos. Anche qui, carte da gioco, una bottiglia di birra vuota in un angolo, addobbi e suppellettili varie. Anche qui, nessun arredo vacuo. Anche qui, una lontana eco di vita. Ma solo lontana. La seconda stanza, invece, doveva essere la principale. Al centro, in risalto, un lettone matrimoniale che non c’è più ha lasciato il posto al nulla. La porta, ostruita nell’aprirsi da un cassettone. Tutti i tiretti, vuoti, sono aperti. Nel primo, un santino di Gesù Cristo a metà. Un’immagine sbiadita. L’idea, quella che concorre a creare qualche brivido alla schiena, è quella del covo dei grandissimi ricercati della criminalità organizzata, falsi devoti seppelliti di santini ed immagini di santi, Madonne e Figli di Dio immolato. Chissà, qualcuno, si chiede, uscendo dalla casa, se sarà misericordioso anche con i pluriergastolani.

pubblicato su http://www.statoquotidiano.it/03/10/2010/cerano-una-volta-i-boss/35287/

Meno male che Silvio c’è. Ovvero storia di giornali e slot machine

Per gettare nel tritacarne il suo più acerrimo nemico che, ironia della sorte, è stato anche il suo più acerrimo amico – vale a dire l’eterno delfino, Camerata Gianfranco Fini – Silvietto l’ha fatta proprio grossa. Ha fatto creare ad hoc, con la complicità del governo amico di Santa Lucia, una sperduta isola tropicale affondata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, un documento in cui, di fatto, veniva dimostrato che la casa in questione appartiene all’altro Gianfranco. Tulliani, per la precisione, fratello della compagna del ras bolognese. Roba da sganasciarsi dalle risate. Anche nel rompersi i maroni l’un con l’altro, a sinistra siamo dei dilettanti in confronto alla guerriglia delle carte bollate internazionali. Già, perchè mica è tutto. Per far ciò, il satrapo di Arcore si è attorniato dei suoi ciambellani obbedienti. Approfittando della sua posizione politica, ha fatto leva su Guardia di Finanza e Servizi Segreti; mentre, vestendo i panni (stretti per tutti quanti di statura normale) di editore, ha mandato emissari gentili di Panorama e Il Giornale. Subito supportato da Libero. ma è qui che nasce il capolavoro silviotico. Per esser sicuro della riuscita dell’impresa su Santa Lucia (provate a pronunciarne il nome senza sbagliare, avanti!), ha fatto ricorso alla spalla forte di un suo stesso parlamentare, l’ex an Amedeo Laboccetta. Un personaggio strano ed inquietante. Insieme, membro della commissione antimafia e sordido processato, indagato a napoli per turbativa d’asta ed associazione a delinquere, acceso sostenitore dell’epurazione anti – Fini la cui componente ha definito “stalinista” (termine su cui ci sarebbe molto ma molto da eccepire). Come sia o come non sia, quest’omuncolo è entrato nel proscenio berlusconiano grazie all’amicizia che lo lega con Francesco Corallo, conoscitore e Deus ex machina delle cose caraibiche.

Amedeo Laboccetta

Per raccontare la storia di Corallo, prendo in prestito le parole di Giuseppe D’Avanzo: “Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola (4 ergastoli), Francesco Corallo è nei Caraibi l’imperatore di Saint Maarten, dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l’Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali”. Una cosa grossa, insomma. Mica fuffa. Come siano finiti nelle mani del figlio di un plurinquisito residente ai caraibi (e quindi una buona gamma di segreti da celare e soldi da riciclare) gli affari delle slot machine di Stato, è spiegabile soltanto con la buon vecchia filosofia dello stalliere a casa Berlusconi. Vale a dire, un eroismo di facciata frutto della sfida allo Stato.

Appresso. Una volta ottenute le informazioni, i missi berluschini le girano in Italia al peggior scribacchino del web, Roberto D’Agostino, fautore e responsabile di quell’obbrobrio chiamato “dagospia”. E’ la mossa che deve mettere a riparo i giornali del premier per l’attacco forte. L’avanguardia. Il Giornale e Libero pubblicano la notizia riprendendola da Dagospia. Che, a sua volta, dichiara di averla, chissà come, pescata in qualche recondito angolo della rete, in un giornale di Santa Lucia (?!?). Il cane si è morso la coda. nessun colpevole, insomma. Delitto perfetto.

Peccato che il cav non abbia fatto i conti, in questo gioco, con la realtà. Le carte sono palesemente false. Tempo un giorno e il muro di gomma erto dall’oscillante governo caraibico viene a cadere. A “Il Fatto quotidiano”, fa spallucce come una marachella e solenizza: “Non siamo stati noi”. Tutto un gioco: c’amo provato, no? Non siamo in democrazia, in fondo?

URLIAMOLO: “CHE VIVA ROSARIO LIVATINO”

“Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. Rosario Livatino, quando vent’anni fa veniva ucciso dalla mafia, aveva 38 anni. Nando dalla Chiesa, in un libro, l’ha definito “il giudice ragazzino”, riprendendo le identiche parole, usate qualche tempo prima, con sdegno, da Francesco Cossiga. Carol Woytila, un “martire per la giustizia”. Paolo Borsellino lo anteponeva, nel pantheon della legalità, ad ogni magistrato; lo esaltava come l’icona antitetica rispetto al malaffare, in quegli anni rappresentato da una politica imberbe, collusa ed a tratti addirittura confusa con la malavita organizzata. Era, quella, l’epoca melmosa del cambio di sistema, della “normalizzazione” democratica: scosse di assestamento che, dopo il terremoto degli anni di piombo, del 1977, del 1985, erano celate con boati di rumore assordanti. Era il tempo in cui tutti ammettevano gli errori delle rispettive ideologie, finendo per fare il gioco dei vuoti di pensiero, della massificazione iper liberista. Eldorado per la malavita. Un turbine volontario per lasciare che la polvere delle stragi di Stato venisse tacitamente occultata sotto il tappeto lercio della ragion di Stato. Ed amen.

Una figura come quella di Rosario Livatino dovrebbe gloriare l’intera nazione. Più forti, invece, sono in questi giorni gli atti di un sindaco vichingo che schiaffeggia lo Stato brandendo stelle delle Alpi; più forte la scomparsa di una comica malconcia; nettamente più forti gli echi del gossip politico. Per non parlare delle celebrazioni urticanti e delle fanfare fanfaroniche messe su per festeggiare l’anniversario di una nazione che nazione non lo è mai stata, così indaffarata nei suoi particolarismi. Voci, suoni, rumori che già mettono a tacere solo l’ultimo degli “sgarri” perpetuato dallo Stato nello Stato ai danni di chi, con le azioni concrete e non eclatanti, sceglie di non stare al gioco. Già si è spenta la luce su Angelo Vassallo, un cognome che ne tradisce la vocazione, relegato in bieche, periferiche ed insulse commemorazioni funebri, quando, al contrario, ci sarebbe da far festa al solo pronunciarne il nome.

Ecco, i nomi. Ne scriveva Michele Serra su La Repubblica proprio qualche giorno dopo l’uccisione del Sindaco di Pollica: i nomi sono importanti, il concetto. Non cambieranno il mondo, certo. Ma il loro perpetuarsi terrà in vita le idee di chi quel nome lo aveva ricevuto come un dono naturale. Ed allora, vent’anni dopo, forse converrebbe tornare a scandirlo il nome di Rosario Livatino. Ricordandolo come l’iniziatore di Tangentopoli in Sicilia, il “ragazzino” capace di scompaginare un sistema consolidato ed incancrenito, come colui che, primo fra tutti, capì che per colpire le mafie, tutte le mafie, c’è da svuotarne le casse. Tranciarne connessioni politiche e finanziamenti.

Che viva, allora Livatino. Rosario Livatino. Che viva in quella caparbia volontà intrisa di sogni e fede di confiscare i beni a chi usava la terra – bella e maledetta come tutta la terra del mondo, così amica e così pretenziosa di cure specie dove l’acqua scarseggia – per riproduzione di tutti i mali del mondo. Come forma di predominanza dell’uomo sull’uomo. Peggio, del ricco sul non abbiente. Non era un politico, Rosario Livatino. Ma la sua idea era quanto di più politicamente efficace ci fosse.

http://www.statoquotidiano.it/22/09/2010/il-ragazzino-contro-il-sistema/34742/

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