Maurizio Crozza 18 – Ballarò 20 settembre 2011

Un busto per lo zio fascista

A Guido Letta, zio di Gianni, sottosegretario ed intimo compagno di merende del capo-Barnum Silvio Berlusconi, la Provincia de L’Aquila ed il comune di Aielli (danneggiato dal virulento terremoto che ha distrutto il capoluogo) hanno dedicato una piazza ed un un busto. In una teca di vetro dalla forma circonferenziale, giusto al di sopra della targa d’intestazione dello spazio urbano, incassato nelle mura esterne di un palazzo, spunta il busto del fu gerarca fascista e potestà rigoroso. Chiaramente, quei fondi fanno parte della “Cassa abruzzese” destinata dal Munifico premier alle zone colpite dal sisma. Un atto politico forte, quello delle istituzioni locali. talmente tanto mirato, da richiedere le “porta chiuse”. Infatti, mentre Anpi ed associazioni attendevano la comunicazione ufficiale della cerimonia (per protestare contro la rimembranza funebre di un ex camicia nera), il sindaco Benedetto Di Censo, il senatore Filippo Piccone, il presidente della provincia dell’Aquila Antonio Del Corvo, l’assessore ai lavori pubblici della regione Abruzzo, Angelo Di Paolo hanno attuato un blitz commemorativo niente male.

Fa ridere immaginare i frenetici preparativi, le linee roventi, i cellulari che organizzano il taglio del nastro. Neppure Guareschi sarebbe riuscito ad immaginare tanto, d’altronde: un senatore della Repubblica e le più alte cariche amministrative locali impegnate nella commemorazione silente in un paese della microprovincia italica.

Tanto per capire chi fosse questo benedetto potestà, val la pena chiudere riportando le parole che l’allora vegeto e solerte fascista scriveva nel luglio del 1939, in una missiva riservata indirizzata a “Fascisti Podestà e Commissari Prefettizi” circa l’applicazione delle Leggi razziali, emanate l’anno precedente dal regime mussoliniano.

“L’applicazione rigorosa delle leggi razziali, come era nelle direttive del Gran Consiglio, conduce ad una inevitabile conseguenza: separare quanto è possibile gli italiani dall’esiguo gruppo di appartenenti alla razza ebraica, che, se anche in parte discriminati, restano pur sempre soggetti ad un regime di restrizione e limitazione dei diritti civili e politici. Occorre pertanto favorire nei modi più idonei e opportuni questo processo di lenta ma inesorabile separazione anche materiale. Su queste direttive richiamo la vostra personale attenzione e vi prego di farmi conoscere le iniziative, che d’intesa coi Fasci, prenderete al riguardo e i risultati ottenuti”

Chercez la femme, mon ami

Abbiamo perso (sfogo di/da sinistra)



E no vabbé, diamine, questo no! Vivaddio, ma giudicare l’avversario politico perché ha violato la no fly zone che attornia un sovrano, un re, un monarca, questo non ci sta proprio. La battaglia politica plastificata e cieca, incappucciata sotto il passamontagna della casualità, arriva a tanto? A schierarsi contro perché il proprio contro ha penetrato l’intagibilità di un potente? Diamine, no. Nel giorno della festa della Repubblica, poi. E’ il punto apicale di un’opposizione ipotetica, che ha lasciato che la lotta politica abdicasse, abituata com’è a vivacchiare di piccoli occasioni. La sinistra, il centrosinistra, molti dei giornali di parte sono oggi sostenitori del protocollo liberale, del galateo ossessivo che condanna le classi inferiori ad una obbedienza guercia. Si è bestializzata nel tentativo di divorare belve incarognite, già spolpate dal tempo.

Ha provato a nutrirsi del sangue lasciato in terra da Tangentopoli, a soddisfare la bramosia ingorda della gola inghittendo quintali di carte, giustizialismo ad oltranza, sposando le teorie forcaiole che sono sempre le stesse che hanno bastonato il movimento bracciantile, caricato gli operai, azzerato la lotta di classe, ad aggrapparsi alla speranza delle gambe di una ragazzina marocchina, sfruttata volontariamente e volontariamente parte del circuito del suo stesso sfruttamento. Ha tentato di fagocitare, nella sua lotta mediatica, starlet e puttanoni, ha intessuto le lodi degli avversari più lerci per averne in cambio uno straccio di dialogo. Ha modulato le teorie, le idee, i valori sulla base di una crociata desertificata dei contenuti. I processi, le mignotte, le esternazioni. Tutto utile alla causa. Tutto, ma non le armi della politica. La sinistra, con la concussione di un sindacato venduto e corrotto, Camere del Lavoro ridotte a Uffici del Lavoro, ha chiamato in ballo la piazza a suo piacimento. Le ha detto cosa fare, dove, come e perché. Le ha imposto il limes delle autorizzazioni, ha sterilizzato la valenza di uno sciopero con la becera minaccia della precettazione.

La sinistra liberalizzatrice, filoebraica, oppressiva, prostituita ed asservita ai peggiori anacronismi, al femminismo giustificatore della svendita della dignità, al sessantottinismo d’outlet, più Fonzie che Che Guevara, che beve Coca Cola e trangugia patatine San Carlo. Stop, fine, alt. E’ il capolinea. Non c’è nulla da fare. Amarezza, tanta. Di quella fra le peggiori. Capisci di aver perso una battaglia politica nel momento in cui quello che hai difeso pur conoscendone i limiti e che fuori, all’esterno, viene considerato poco meno che un eroe, non è che uno degli ingranaggi, per giunta tra i più lubrificati, dell’intero sistema.

Abbiamo perso tutti. A sinistra abbiamo deciso di perdere nel momento in cui abbiamo affidato la redazione della nostra dignità a cannabinoidi occupanti di piazze più simili ai campeggiatori delle Baleari che alle schiere popolari dei diritti lesi. Abbiamo perso quando abbiamo accettato la sfida del berlusconismo, credendo di aver invertito una tendenza, in realtà, non facendo altro che perpetuarla. Solo con termini diversi. Abbiamo perso quando le prime femministe hanno pronunciato l’attributo “mia”, sancendo la fine di una dimensione collettiva della lotta che, quella sì, era corpo degno di salvaguardia. Abbiamo perso quando abbiamo accettato di metter in cantina i buoni maestri per adottarne di nuovi. Abbiamo perso quando abbiamo propinato ai nostri figli “Harry Potter” invece di incitarli ad una sana giornata di pallone in strada. Abbiamo perso quando abbiamo creduto in una cultura esclusiva, chiusa nelle cabina di regia, nei palazzi di città borghesi. Abbiamo perso quando, nei Settanta, negli Ottanta, abbiamo fatto del cinema e della letteratura la nostra unica ragione di comunicare, mentre don Milani ci rinfacciava il modello giusto, studenti con in mano i contratti di lavoro, cervelli pensanti in vece delle nuove generazioni pecoresche. Abbiamo regalato la scena ai Fellini, ai Pasolini, ai Feltrinelli, credendo che la propulsione fosse il chiudere il sipario sul proletariato gretto. Abbiamo preferito il diritto del dandy debosciato a quello di milioni di famiglie, per il timore di sembrare vecchi. Abbiamo perso nelle alleanze strategiche, nell’accettazione di un leader democristiano e potentissimo (Prodi), abbiamo perso quando abbiamo creduto di essere i migliori e, per questo infrangibili. Abbiamo perso nell’abbandonare i circoli, le sezioni, il presidio del territorio. Abbiamo perso quando abbiamo sbiadito il potere dei sogni nell’appannamento di una sbornia da Tavernello. Abbiamo perso quando abbiamo accettato la difesa d’ufficio dei tipi da stadio a quella dei tipi da fabbrica. Abbiamo perso delegando tutto all’associazionismo, al movimentismo. Abbiamo perso quando abbiamo creduto di poter fare la rivoluzione soltanto con quattro studenti e tre striscioni. Abbiamo perso scambiando capobranchi per leader, Vendola per Allende, Bersani per Togliatti. Abbiamo perso quando ci chiamavano “radicali” e, anzicché vantarci ci siano offesi. Abbiamo dimenticato che “radicale” vuol dire “con radici”. Abbiamo perso facendo in modo che fossero divelte e piantate altrove. Ci siamo fatti invasare in una serra, convinti che sì, la terra è terra e che, in fondo, meglio la garanzia di chi ci dà l’acqua ogni giorno che la prospettiva di un’estate senza pioggia. La sinistra dei cagnolini addomesticata ai piedi del signore, ci siamo bonsaizzati, merce da collezione e malleabile. Abbiamo perso quando abbiamo perso il coraggio di un’idea diversa ma comune, la capacità di proporre.

Amaramente, abbiamo perso quando credevamo di avere vinto. Ovvero, quando, credendoci vincenti, abbiamo difeso i vincitori. Come i re, per esempio…

Silvio che non sa più prevedere l’insondabile

Tenetelo che cade...

BERLUSCONI avrebbe dovuto dar retta a Gertrude Stein. La scrittrice modernista statunitense scriveva: “Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”. Ecco, avesse seguito questa strada, il Cavaliere avrebbe, probabilmente, salvato capra e cavoli. Perché – lo ha riconosciutoLuca Ricolfi nell’editoriale di sabato su La Stampa – sarebbe venuto da sé che, se voti per le amministrative, il tuo partito è dato in calo e tu stesso non brilli come un tempo di luce tua; se poi che il tuo migliore alleato si sbraccia per nettare i tuoi errori piuttosto che usare lo sbianchetto per rimuoverli, allora non conviene che pontificare che “un sindaco è un sindaco è un sindaco è un sindaco”. Ed invece Berlusconi ha deciso di giocarsi tutto. Di vincere tutto, amministrazioni e stima politica, o di perdere tutto. Ed a rivelarsi è stata la seconda delle due.

IL PARTITO-NON PARTITO – Ancora di più, ha perso il partito-non partito del Premier. Quell’entità nata ed affidata alle mammelle del capo. Ma che il capo stesso ha troppo badato ad ingozzare. Al punto da generarne una struttura ipertrofica ma solo in apparenza completa, anarcoide nei contenuti e, cosa peggiore, anarcoide nell’organizzazione sui territori. Un partito, quello del Cavaliere, che ha sempre creduto di poter contare sull’intervento salvifico, sul ruolo delpater familiae, sulla dichiarazione finale col botto, sulla politica urlata. Nel momento in cui ha dovuto fare i conti con la politica pura, ovvero, quando attorno al Pdl è stato creato il vuoto, si è resa evidente l’assenza della dotazione politica di base. Un gesto eclatante può risolvere un’elezione e, nell’anomalia Italia, può veicolarti un’intera epoca ventennale, ma non crea il presupposto perché ciò che lo sottende si radichi nella gente, e neppure nei tanti scimmiottatori del capo animatore. La fisima dei giudici comunisti, il refrain della persecuzione, la paranoia indotta del diverso. Tutta roba che si neutralizza con il neutralizzarsi del suo propugnatore ed unico beneficiario.

L’EROSIONE – Nel Pdl nessuno l’ha capito. E se l’hanno capito non sono intervenuti per arrestare la picchiata verso l’abisso. Già, perché le motivazioni della sconfitta di Berlusconi non sono da leggere soltanto nelle intemperanze contro l’avversario. Ma trovano epicentro nel logoramento materiale della fiducia del suo stesso bacino elettorale. Un’erosione inarrestabile, goccia d’acqua dopo goccia d’acqua. Che ha indebolito in premier ed azzerato quella formazione di lacché posti al suo seguito.

INDISCIPLINA – In questi ballottaggi, non è un caso, ha vinto l’indisciplina. Del popolo di centrodestra, ancora una volta dimostratosi allergico al ritorno ravvicinato alle urne (strategia che, probabilmente, sarà funzionale al Governo sulla questione referendaria ma che, intanto, si è riverberata negativamente nell’immediato); del terzo polo, che il Cavaliere dava come naturale terza gamba del centrodestra e che, al contrario ha spernacchiato il Pdl; degli elettori di centrosinistra, specie i giovani di De Magistris e di Pisapia, che sono della stessa pasta di quelli di Nichi Vendola e che son sordi alle accuse di estremismo ed anzi, dal radicalismo della speranza sono attratti. Ed è così che il Premier si è trovato al centro harakiri casuale. Lui, miccia vagante degli anni Novanta, elemento impazzito ed a tratti antipolitico, come Di Pietro (che, non a caso corteggiò un bel po’) nei toni e nei modi, ma agli antipodi sui contenuti, è caduto sull’imprevedibilità, sul non te l’aspettavi, sull’insondabile.

MILANO E NAPOLI – S’è imposto il contrappasso dei numeri, l’infantile gioco dello “specchio riflesso”. E così, anche dove i “suoi” guadagnavano quanto auspicato, gli “altri” riuscivano a fare di più. Fino a bissare e triplicare i consensi suppletivi. Lo dicono le cifre di Milano, dove, mentre laLetizia Moratti metteva in cascina 24 mila voti in più rispetto al primo turno, il Giuliano Pisapiane rubava 50 mila alla sua avversaria. Lo dicono addirittura impietosamente le cifre di Napoli. Gianni Lettieri, colui per il quale il premier ha messo la faccia nell’ultimo giorno di campagna elettorale, ha addirittura sgonfiato il suo portato elettorale di quasi 40 mila voti nel mentre Luigi De Magistrisfunzionava da Folletto, incamerando preferenze addirittura superiori alla somma di quelle ottenute, quindici giorni fa, da lui stesso, Pasquino e Morcone messe insieme.

CAPITANATA – Spostando il baricentro laddove la parlantina berlusconica ha meno presa, la Capitanata, ai ballottaggi, ha categoricamente opposto un muro all’avanzata del Popolo delle Libertà. Tre dei quattro comuni impegnati con la scadenza amministrativa hanno cambiato bandiera. Orta Nova, in quanto Peppino Moscarella, pidiellino con qualche tentazione futurista (ed oggi la domanda sarebbe spontanea: ma se fosse stato candidato con Fli, avrebbe vinto?) non è riuscito neppure a guadagnarsi l’accesso a questo dentro o fuori. Dopo 15 anni, nella città dei cinque reali siti la tendenza s’inverte. Dietro la vittoria di Iaia Calvio – successo insperato per un altro partito allo sbando come il Pd – ci sono senz’ombra di dubbio le trappole argute che, causa vendetta, Peppino il feudatario ha teso al suo amico-nemico Porcelli. Iaia ha incrementato il suo bottino preferenziale di 1500 schede. Schede indubbiamente lasciatele in dono dalla premiata coppia Lannes – Di Giovine, ma non solo. Impossibile non constatare che, dei 2281 voti di Moscarella, soltanto un centinaio si sono sciolti nel recipiente Porcelliware. La cinghia di trasmissione è stata volutamente inceppata dall’ex sindaco, poco restio a favorire i “congiurati” come li ha definitiGianvito Casarella, pidiellino cerignolano, nel corpo di una nota.

Passaggio che, con esiti opposti, ha dato il massimo di sé a Sannicandro. Al duo terzo Polo – pd, è riuscita la spallata finale a Nino Marinacci, già convinto di avere in tasca, se non tutta, almeno una buona fetta della torta della vittoria. Ed invece, a fronte d’un incremento praticamente nullo dell’ex sindaco, su Vincenzo Monte sono confluiti tutti i voti del perdente Squeo che, nei passati giorni, aveva, contemporaneamente, annunciato la non volontà d’accettazione d’incarichi amministrativi e chiamato i suoi elettori a serrare le fila contro il pericolo rappresentato, appunto, dall’ex consigliere provinciale.

Sconfitto a San Marco (che era, per il Pdl, una gara praticamente inutile) l’unico sollievo arriva da San Giovanni Rotondo, dove la litigiosità della sinistra, l’indecisione socialista sullo schieramento in cui trovar cadrega, e la voglia di tentare qualcosa di nuovo, premiano Luigi Pompilio che, sul fil di lana, ha la meglio sul cattolico del Pd Franco Bertani. Non è detto che, per il Pdl, sia una buona notizia. San Giovanni è terreno insidioso, ed i numeri, ad oggi, sono quel che sono. Senza contare il fatto che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe a breve aprirsi una fase di ricambio interno, con tanto di liti, scossoni e separazioni. Gabriele Mazzone è pronto ad andare via. Lui, 85 anni, il doppio di De Magistis, curriculum democristiano mai pentito, serrato nelle stanze dei bottoni, ha in mano le chiavi del partito. Il segreto della sconfitta è tutto qui.

Maurizio Crozza 10 – Ballarò, 26 aprile 2011

Maurizio Crozza 9 – Ballarò 19 aprile 2011

C’ho da fare per un po’. Il premier ha il calendario occupato….

Direttamente dalla cucina di Arcore, il calendario fornito a Silvio dal suo macellaio. In rosso giusto due paia di impegni…

FEBBRAIO 2011

MARZO 2011


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APRILE 2011


Maurizio Crozza – 1 (Ballarò 25 gennaio 2010)

Nell’Italia dello psiconano

Tappe. La storia d’Italia, è come il famigerato Giro ciclistico. Ovvero, composto di piccoli grandi tratti di strada. Roma ed il Medioevo. Rinascimento ed età tridentina. Risorgimento e Resistenza. Prima e seconda Repubblica. Contrapposizioni, fini che si scontrano e si incontrano, si sovrappongono e continuano l’uno l’altro.

E, poi, c’è il 1994. C’è quell’età di spartitraffico, quel dio pagano della dedizione al potere, quell’assuefazione alla non politica. C’è il 1994, la rivoluzione tradita, il liberalismo mai realizzato, l’avvento della novità. Il berlusconismo. Come dire, la vittoria del nuovo che nuovo non è. La conquista dell’imprenditoria alla politica, la disfatta delle ideologie. Post comunisti e post fascisti costretti a mandar giù nell’esofago la polvere della sconfitta. Da quel momento in poi, da quel 1994 in poi, si è vinto e si è perso solamente in relazione a Berlusconi. I suoi alleati (quindi non fazioni indipendenti, non formazioni realizzate e complete, non schieramenti autosufficienti, ma “suoi”) ed i suoi sfidanti. Berluscones ed anti berluscones. Barriere e steccati personali, conflitti di interessi, pasaran e no pasaran. Parole e strategie passate al setaccio della visione aziendalistica del cavaliere di Arcore. Il suo corpo è diventato il corpo della politica. Il suo verbo il verbo della politica. Il suo campo, il campo della politica. Ha defascistizzato i missini, ha disintossicato Bossi restituendolo al Parlamento, ha moderato la sinistra sbavandola in uno scomposto di socialismo craxiano e godereccio e centralismo tangentizio democristiano.

Nel berlusconismo è insito l’occhio stesso del potere. Un Barnum letale di malaffare e cattiva politica. Ignoto nella sua genesi, mistificatore della tradizione ma alla tradizione vincolato (il richiamo a Sturzo e De Gasperi, l’anticomunismo…), il sistema del Cavaliere si ciba alla tavola dell’incerto. Già perché in quei giorni del 1994 in cui Berlusconi arrivava al potere accadevano cose realmente strane. Si dice turche, ma si scrive somale.

“1994”, testo dei giornalisti Luigi GrimaldiLuciano Scalettari, edito da Chiarelettere, affronta questi coni d’ombra, tentando di intoroiettarvi un fascio di luce potente e risolutore. Un libro che non intende ipotizzare, ma indagare; che non intende giudicare, ma creare i presupposti affinché tutti siano nella condizione di poterlo fare liberamente. Un libro che parte da punti saldi. Punti che, impattando con la coscienza di italiani, provocano brividi di freddo e di paura nell’immaginario nazionale. Eppure sono soltanto nomi: Mauro Rostagno, Somalia; Moby Prince, contrabbando; Vicenzo Li Causi, Urano, Gladio, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin. E sono solo nomi. Nomi come pareti di una sala nel cui mezzo volteggiano e pogano stentorei e potentissimi danzatori, scuotendola dalle fondamenta. Ed anche questi ballerini hanno i loro nomi. Si chiamano massoneria, servizi segreti deviati, Centro Scorpione (che è come dire, uno dei figlioletti di Gladio), mafia, P2, fascisti, politici di varia risma e provenienza.

Grimaldi e Scalettari mettono insieme tutte queste cose, persone, fatti ed eventi. Scartabellano sentenze, ripercorrono strade ed inchieste giornalistiche, s’appellano ai ricordi. Soprattutto cercano connessioni. L’ultima pista dell’inviata di Rai tre che si incrocia, cronologicamente, con i movimenti occulti, con la trattativa Stato – mafia, con la ripresa, in grande, del progetto Urano (smaltimento di rifiuti tossici nel Corno d’Africa), con la cooperazione sballata, con la nascita di Forza Italia e, soprattutto, con l’esordio di Berlusconi a Palazzo Chigi.

Mettono a nudo quanti, di questo momento storico, hanno costituito parte attiva. Svelano l’insvelabile. Qualcosa che c’è, che si sa essere immane, ma della cui portata non si è perfettamente consapevoli. Qualcosa talmente immane da richiedere l’emersione di altre verità scomode, ma comunque meno scomode. Un gioco delle scatole cinesi, una struttura a matrioska intricata. Qualcosa di talmente immane da causare innaffi a pioggia, nuove vittime e nuovi carnefici.

“1994” è il libro adatto per quanti si sentono rassicurati nel crogiolarsi sotto le calde ali delle istituzioni repubblicane, per quanti continuano a confondere la legalità con un’ideologia politica sfibrata; per tutti quanti credono che lo spettacolo parlamentare prescinda la morale; per tutti quanti hanno scelto di accodarsi alla fila della creduloneria trovando snervante l’attesa per lo sportello della verità; per tutti quanti, infine, non temono di guardare indietro e scoprire, nel volto dell’Italia, gonfiori e tumefazioni.

Luigi Grimaldi – Luciano Scalettari, “1994″, Chiarelettere 2010
Giudizio: 3.5 / 5 – Chiarificatore

La recensione è tratta dal numero 16 della rubrica “Macondo”. Potete leggere l’altra recensione, la classifica dei libri più venduti e i consigli ai link: http://www.statoquotidiano.it/08/01/2011/macondo-la-citta-dei-libri-15/39974/ e al nuovo blog http://macondolibri.wordpress.com/
LINK CASA EDITRICE CHIARELETTERE: http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68529/nellitalia_di_silvio

Nichi V. a mani piene: “Prendo voti anche a destra”

L’ha detto. E, questa volta, ne ha fatti arrabbiare parecchi. A sinistra, a destra, al centro. “Io prendo voti a destra”. Un vanto. È qui, agli occhi di Nichi Vendola, ieri intervistato da Lucia Annunziata durante la trasmissione di Rai Tre, “In mezz’ora”, che si colloca il segreto del suo successo. Lui è il grimaldello. Il paese la porta. La maniglia quella saccoccia di voti trasversali che attingono qui ed attingono lì. Attingono dappertutto.

Il rivoluzionario gentile è una vecchia volpe della comunicazione. Sa di essere, mediaticamente più ancora che politicamente, il personaggio del momento. È per questo che gioca con le parole, miscela le strategie, riporta in auge tutto il messaggio che gli è confacente.
Una faina. Scaltro. Giacca grigia, camicia bianca, cravatta. Più formale, ma combattivo nell’identica maniera. Nikita il rosso scalda i motori, olia i circuiti. È già in palese assetto da guerra. Di fronte alla battagliera giornalista de La Stampa si presenta in modalità rullo compressore. Infervorato. Come lo era stato nel 2005. Come, a gennaio 2010, nella gremita e gelida Piazza del Ferrarese chiudendo la lunga campagna delle primarie.
Vendola conosce alla perfezione ciò che la gente si attende da lui: la rinuncia a volare basso. E, pertanto, spicca il volo. L’empireo è quello dei sogni, delle speranze, delle costruzioni, “della narrazione”. Svetta, plana, torna in alto. Gode dell’assist servitogli al primo minuto utile dalla conduttrice salernitana. Julian Assange. Gode sul serio. E lo dice: “Provo godimento fisico nei confronti della rivoluzione mossa da Wikileaks”. Democrazia che ha scardinato i poteri forti, freccetta a bersaglio sui mirini gommosi delle banche, delle burocrazie mondiali, delle ambasciate, dei potenti. Vendola empatizza con l’attivista australiano. Si sente molto simile a lui. metaforicamente, si vede come un Assange del palazzo di cemento della politica.

Fa da bomba, da kamikaze. Sventra spietatamente la partitocrazia della chiusura, le elite aristocratiche in giacchetta nera. Nel contempo si annovera nella schiera dei decisori e prova a smarcarsene. Sulla violenza di parte degli studenti, ad esempio: Roberto Saviano è “cattedra credibile”, Maurizio Gasparri latore di una strategia “argomentativa che annuncia il fascismo”

IL PD – Ma è quando entra in gioco il capofila dell’opposizione a Berlusconi che Nichi Vendola mostra tutti i suoi muscoli. Stuzzicato dall’Annunziata, rifila botte da orbi ad Enrico Letta che, via giornali, lo accusava di concussione berlusconiana contro Romano Prodi. E uno: “Attacco ad alzo zero da parte di chi manifesta una linea politica confusa ed un orizzonte inquietante e poco chiaro”. E due: “Se Letta dedicasse alla Gelmini la stessa forza che usa contro di me, avremmo affossato il decreto della Ministra”. E tre: “Quello di Letta è un teatrino lontano dalla realtà in un Italia che è un paese dal profilo ottocentesco”.
Sulle macerie del Partito Democratico Vendola passa e ripassa con tanto di scarpe chiodate. Strana, stranissima, però, è la strategia e la posizione che, di volta in volta, assume. Più di una volta, la conduttrice si lascia sfuggire un chissà quanto involontario “segretario del pd” riferito proprio al governatore rosso. Che non ribatte una sola volta. Sogni di svolta? Chissà. Fatto sta che gli affondi nei confronti del partito di Bersani sono molto duri. E vanno a segno. In primis in merito all’alleanza “con un terzo polo renitente” e alle lusinghe finiane (“Come si può pensare a progettare il nuovo centrosinistra con chi sta esplicitamente ammettendo di voler rifondare il centrodestra?”). Ma del Pd, Vendola si spinge a reclamare anche la base: “La base del Pd mi chiede Unità”

LE PRIMARIE – Vendola assalta il fortino democratico anche in merito alla gestione delle emergenze sociali. Parla di “autismo dei partiti che non sono in grado elaborare risposte all’altezza dilemmi società oggi”. E, soprattutto, discute di come tornare a metter al centro della discussione politica la gente. Ovvero, attraverso quel metodo democratico “che ho imparato dal Pd”: le primarie. È interessante costatare che è proprio alle primarie che Nikita il rosso dedica la maggior parte del suo discorso. Ed è alle primarie che riserva il lusso di coniare logismi e locuzioni tutte vendo liane. Sulla forma di scelta, Nichi Vendola si concentra fin quasi al lirismo, tanto che, a tratti, le primarie finiscono per essere: “la leva che solleverà questo mondo della politica”, ciò che “illumina la scena politica di una platea che si mantiene sovrana”, “il lievito che fa bene ad un centrosinistra in depressione”, che impedisce la riduzione ad un panorama in cui “il popolo è come in una curva sud mentre la politica la si fa in campo”.

È in questi passaggi conditi di un tocco di sbruffoneria che V. si avvicina a B. Sono questi i momenti in cui avoca a sé il possesso dell’appeal, un’autofascinazione calamitica cui è impossibile astrarsi. Quando V. spazia di campo in campo: un po’ Berlinguer, un po’ Allende, un po’ Sinistra e Libertà, un po’ leader Pd, un po’ Governatore, un po’ premier futuro. In pectore. Vendola diventa V. nella formula provocatoria. Nel “se sono quello che ha preso solo un milione di voti alle Europee, il Pd di cosa ha paura?”; nell’ “ho vinto le primarie con il 70% mentre la mia formazione, anche in Puglia, non va oltre il 10%”. Rivendica i suoi voti. Come B. è qui che il Governatore inciampa ponendosi come depositario di un consenso diffuso che non solo trascende Sel, ma travalica la sinistra, arrivando a quelle “famiglie che vanno in chiesa la domenica, le famiglie ipermoderate angosciate per il futuro dei figli”.

Il dado è tratto, il cammino è incominciato. Nichi è in marcia. Roma non è lontana.

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