Nichi V. a mani piene: “Prendo voti anche a destra”

L’ha detto. E, questa volta, ne ha fatti arrabbiare parecchi. A sinistra, a destra, al centro. “Io prendo voti a destra”. Un vanto. È qui, agli occhi di Nichi Vendola, ieri intervistato da Lucia Annunziata durante la trasmissione di Rai Tre, “In mezz’ora”, che si colloca il segreto del suo successo. Lui è il grimaldello. Il paese la porta. La maniglia quella saccoccia di voti trasversali che attingono qui ed attingono lì. Attingono dappertutto.

Il rivoluzionario gentile è una vecchia volpe della comunicazione. Sa di essere, mediaticamente più ancora che politicamente, il personaggio del momento. È per questo che gioca con le parole, miscela le strategie, riporta in auge tutto il messaggio che gli è confacente.
Una faina. Scaltro. Giacca grigia, camicia bianca, cravatta. Più formale, ma combattivo nell’identica maniera. Nikita il rosso scalda i motori, olia i circuiti. È già in palese assetto da guerra. Di fronte alla battagliera giornalista de La Stampa si presenta in modalità rullo compressore. Infervorato. Come lo era stato nel 2005. Come, a gennaio 2010, nella gremita e gelida Piazza del Ferrarese chiudendo la lunga campagna delle primarie.
Vendola conosce alla perfezione ciò che la gente si attende da lui: la rinuncia a volare basso. E, pertanto, spicca il volo. L’empireo è quello dei sogni, delle speranze, delle costruzioni, “della narrazione”. Svetta, plana, torna in alto. Gode dell’assist servitogli al primo minuto utile dalla conduttrice salernitana. Julian Assange. Gode sul serio. E lo dice: “Provo godimento fisico nei confronti della rivoluzione mossa da Wikileaks”. Democrazia che ha scardinato i poteri forti, freccetta a bersaglio sui mirini gommosi delle banche, delle burocrazie mondiali, delle ambasciate, dei potenti. Vendola empatizza con l’attivista australiano. Si sente molto simile a lui. metaforicamente, si vede come un Assange del palazzo di cemento della politica.

Fa da bomba, da kamikaze. Sventra spietatamente la partitocrazia della chiusura, le elite aristocratiche in giacchetta nera. Nel contempo si annovera nella schiera dei decisori e prova a smarcarsene. Sulla violenza di parte degli studenti, ad esempio: Roberto Saviano è “cattedra credibile”, Maurizio Gasparri latore di una strategia “argomentativa che annuncia il fascismo”

IL PD – Ma è quando entra in gioco il capofila dell’opposizione a Berlusconi che Nichi Vendola mostra tutti i suoi muscoli. Stuzzicato dall’Annunziata, rifila botte da orbi ad Enrico Letta che, via giornali, lo accusava di concussione berlusconiana contro Romano Prodi. E uno: “Attacco ad alzo zero da parte di chi manifesta una linea politica confusa ed un orizzonte inquietante e poco chiaro”. E due: “Se Letta dedicasse alla Gelmini la stessa forza che usa contro di me, avremmo affossato il decreto della Ministra”. E tre: “Quello di Letta è un teatrino lontano dalla realtà in un Italia che è un paese dal profilo ottocentesco”.
Sulle macerie del Partito Democratico Vendola passa e ripassa con tanto di scarpe chiodate. Strana, stranissima, però, è la strategia e la posizione che, di volta in volta, assume. Più di una volta, la conduttrice si lascia sfuggire un chissà quanto involontario “segretario del pd” riferito proprio al governatore rosso. Che non ribatte una sola volta. Sogni di svolta? Chissà. Fatto sta che gli affondi nei confronti del partito di Bersani sono molto duri. E vanno a segno. In primis in merito all’alleanza “con un terzo polo renitente” e alle lusinghe finiane (“Come si può pensare a progettare il nuovo centrosinistra con chi sta esplicitamente ammettendo di voler rifondare il centrodestra?”). Ma del Pd, Vendola si spinge a reclamare anche la base: “La base del Pd mi chiede Unità”

LE PRIMARIE – Vendola assalta il fortino democratico anche in merito alla gestione delle emergenze sociali. Parla di “autismo dei partiti che non sono in grado elaborare risposte all’altezza dilemmi società oggi”. E, soprattutto, discute di come tornare a metter al centro della discussione politica la gente. Ovvero, attraverso quel metodo democratico “che ho imparato dal Pd”: le primarie. È interessante costatare che è proprio alle primarie che Nikita il rosso dedica la maggior parte del suo discorso. Ed è alle primarie che riserva il lusso di coniare logismi e locuzioni tutte vendo liane. Sulla forma di scelta, Nichi Vendola si concentra fin quasi al lirismo, tanto che, a tratti, le primarie finiscono per essere: “la leva che solleverà questo mondo della politica”, ciò che “illumina la scena politica di una platea che si mantiene sovrana”, “il lievito che fa bene ad un centrosinistra in depressione”, che impedisce la riduzione ad un panorama in cui “il popolo è come in una curva sud mentre la politica la si fa in campo”.

È in questi passaggi conditi di un tocco di sbruffoneria che V. si avvicina a B. Sono questi i momenti in cui avoca a sé il possesso dell’appeal, un’autofascinazione calamitica cui è impossibile astrarsi. Quando V. spazia di campo in campo: un po’ Berlinguer, un po’ Allende, un po’ Sinistra e Libertà, un po’ leader Pd, un po’ Governatore, un po’ premier futuro. In pectore. Vendola diventa V. nella formula provocatoria. Nel “se sono quello che ha preso solo un milione di voti alle Europee, il Pd di cosa ha paura?”; nell’ “ho vinto le primarie con il 70% mentre la mia formazione, anche in Puglia, non va oltre il 10%”. Rivendica i suoi voti. Come B. è qui che il Governatore inciampa ponendosi come depositario di un consenso diffuso che non solo trascende Sel, ma travalica la sinistra, arrivando a quelle “famiglie che vanno in chiesa la domenica, le famiglie ipermoderate angosciate per il futuro dei figli”.

Il dado è tratto, il cammino è incominciato. Nichi è in marcia. Roma non è lontana.

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