Diabolicamente, Twain

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado

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∞ Centodieci volte Wilde ∞

Centodieci anni dopo, quasi a ribadire il concetto che non è mai tardi per la buona letteratura. Centodieci anni dopo, dunque. Il tempo necessario, in dobloni cronologici, per percorrere le impervie zone della storia per giungere all’oggi dall’anno del Signore 1900. Quello della morte di Oscar Wilde.

Come atto supremo della celebrazione dello scrittore irlandese, la casa editrice Piano B, ha, alla fine dell’anno scorso, dato alle stampe “La disciplina del dandy“. Tre saggi brevi più tre appendici contenenti una rassegna di pillole wildiane.
Una scorsa, ed è come se la patina del tempo non avesse mai intaccato la potenza delle opinioni dello scrittore irlandese. I panorami sono quelli in veloce evoluzione del tardo Ottocento, quando il progresso entrava prepotente sulla scena senza chieder permesso, solo invocando e pretendendo spazio. Scienza, tecnica, fabbrica, lavoro. Socialità dettata dal suono delle sirene. Intimità e relazione ridotte a brandelli, ammassate nell’angolo dell’inutile. Evoluzione della rivoluzione industriale. Involuzione della rivoluzione industriale.
Nel tempo della corsa, Wilde non cessa di ammirare con occhio attento i capitomboli sociali che condizionano l’intero sistema mondo, che alterano l’individuo fino a drenarne il talento, che arrecano danni irreparabili al diritto individuale e collettivo, che picconano l’autonomia. Alla ribalta s’impongono le nuove povertà. Che sono, in fondo, le vecchie povertà inasprite ed incattivite dall’esasperazione del concetto della proprietà privata. È la società degli steccati, dei cancelli dei recinti, quella che “il dandy” racconta.

Dal contesto si astrae. Ed il suo occhio è parte dello sguardo privilegiato di colui il quale ha scelto di non dar conto a quelle barriere indotte. Eccolo criticare amenamente l’american style nascente, esordio di una malattia megalomane poi esplosa a distanza di tre, quattro decenni. Rimbrottare contro “le smisurate dimensioni di ogni cosa” attraverso cui gli Stati Uniti provano “ad intimidirvi, a costringervi a credere nella [loro] forza”. Ammonire quanti cadono nelle reti della fretta, della necessità incombente, nelle fitte maglie della scadenza.

È in questo tempo privo della poesia (“Se Romeo e Giulietta fossero stati continuamente in preda all’ansia […] Shakespeare non avrebbe potuto darci quelle incantevoli scene dal balcone), spogliato miseramente della Fantasia che tutto trasforma al solo evocarla, che l’Arte si svilisce. Si svilisce fino a correre il rischio di smarrirsi compressa sotto il macigno della materialità.

Oscar Wilde esprime imbarazzo, disagio, dolore. Tanto che, quello contenuto in “Impressioni dall’America”, “La decadenza della menzogna” e “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, per chi è in grado di leggerlo al di sotto della posa ironica, è un argentino atto di confessione. Wilde prende di peso pensieri, teorizzazioni, emozioni, parole e le scaglia bellamente nel campo percettivo del lettore. Un gioco ginnico sfrigolante, creato apposta per pungolare e per non soccombere alla stasi della scienza, del definito, dell’immobile. È un urlo alla ribellione, una presa di posizione tanto aperta quanto sincera per mondi all’apparenza contrapposti: per il povero e per l’arte, per lo sfruttato e por l’intellettuale, per l’operaio e per il giovane.
È un Wilde inedito ma non troppo, cha scaglia le convinzioni politiche senza mai nasconderle dietro paraventi di perbenismo. Una lezione dal passato per il presente. E per il futuro.

Oscar Wilde, “La disciplina del dandy”, Piano B 2010

Giudizio: 3.5 / 5 – Dogma

Scalare la vita a forza di pedalate (Recensione de “Ubu in bicicletta”, Alfred Jarry, Piano B 2009)

“Un prolungamento minerale del nostro sistema osseo”. Alfred Jarry applica la filosofia della bicicletta ad ogni aspetto della vita umana. Una filosofia, appunto. Ovvero, un modo di essere, di pensare. Per farla breve, un’ideologia. La continuazione in altra lega, che sia acciaio o titanio, dell’energia, della forza fisica e dei quella morale, del respiro, dell’esistenza. Uno svago per abbandonarsi placidamente agli ozi naturali della Francia ottocentesca e sistema metrico per la misurazione degli eventi storico – religiosi. Perché tutto è sintetizzabile in quella porzione di moto a due ruote e sellino che è la bici.

“Ubu in bicicletta” (Piano B Edizioni) è una raccolta di undici racconti dal sapore agrodolce. Stipiti di antiche leggende e ataviche credenze, sgabuzzini di un mondo lontano ed ingiallito. È un album di foto d’epoca, un viaggio nel tempo condotto a forza di pedalate. Salite e discese, falsipiani e pianure. Leggendo Jarry, si entra nel suo mondo, ci si trova talora vestiti di abiti scuri, altre volte sudati come al culmine di un’impresa. Scalandone le pagine, con i racconti come traguardi volanti, non si smette di stupirsi, di assuefarsi ad un libro breve, rapido, fulgente, veloce. Un libro che dà allucinazioni, che sorprende e che mai annoia, che pretende concentrazione ed insieme impone svagatezza. Burlesco, più che altro. Al limite dell’allucinazione.

E se anche il racconto della Passione è trasponi bile nella figurazione di una scalata, racchiudibile nelle copertine di una piccola grande metafora ciclistica della vita e della morte, allora Jarry non può che essere annoverato nella schiera dei geni. Gesù corridore e la croce la sua bicicletta legnosa, Pilato starter, la Veronica fotografa, Simone di Cirene gregario, Maria spettatrice: ognuno parte di un grande tutto. Un tocco di scrittura folle ed esaltante, ironico e felicemente ricercato.

Tanto singolare quanto leggibile. E tanto leggibile quanto rapido. Da leggere e rileggere.

ALFRED JARRY, “UBU IN BICICLETTA”, PIANO B EDIZIONI 2009

Giudizio: 4 / 5

(appuntamento numero 2 della rubrica di STATO QUOTIDIANO “Palloni di carta” http://www.statoquotidiano.it/01/12/2010/palloni-di-carta-2/38164/#comment-3903)

LINK SUL SITO DELLA PIANO B http://www.pianobedizioni.com/rassegnastampa.aspx

“Storie di pugni”. Jack London si dà allo sport

Jack London, "Storie di pugni", Piano B edizioni 2010

“Questa gara tra uomini con guantoni imbottiti non è qualcosa di superficiale, una moda del momento o di una generazione (…) È qualcosa di profondo come la nostra coscienza ed è radicato in ogni fibra del nostro essere. È cresciuto come è cresciuta la nostra lingua. È un’istruttiva passione di razza (…) È il richiamo della scimmia e della tigre dentro di noi, credetemi. Questo istinto è chiuso in noi come un uomo in carcere. Non possiamo scinderlo da noi (…) Ci piacciono le sfide: è la nostra natura”.

Una natura da combattimento, da lotta, da ring. Una ritualità antica come il desiderio di vittoria, come la voglia di non soccombere. La boxe, quell’insieme di attimi in cui uno di più può risultare fatale. Lo sport delle regole e della forza, muscoli aperti al vento, scoperti di fronte ad altri muscoli, compattati in un muro fibroso di resistenza fisica, morale, intellettiva. Uomo contro uomo, un fronteggiarsi di ideali, di esigenze, di vissuti. Storie dentro e fuori il quadrato che si contrastano e si confondono nel sangue e nelle gocce di sudore, negli spasmi di dolore e nell’annebbiamento encefalico.

Sporca e tosta, la boxe è la vita che entra nell’agonismo. Ci hanno provato in tanti raccontarla. Jack London c’è riuscito. La Piano B, casa editrice toscana, ha messo insieme quattro sue storie: racconti e testimonianze giornalistiche. Un amalgama di reale e di creatività; un intrecciarsi pulsante di ribellione e arresa, un avvicendarsi rutilante di forze e debolezze.

“Storie di pugni” è mal di bicipiti, è un montante nello stomaco, un dolore nel cervello. “Storie di pugni” è la sintesi dei colpi presi in pieno volto, è il sangue che vola sul tappeto, il setto nasale che si maciulla sotto la pressione dei guantoni. “Storie di pugni” è una letteratura che non va in clinch, cui non occorre appoggiarsi su altro che su sé stessa, che non chiede pause al tempo, ma sul tempo si impone con il suo vomitare crudo e secco. Con il suo linguaggio sporco, i suoi scenari impregnati di fumo.

Ed il Jack London che vi si scorge è lo scrittore delle tematiche forti, un documentatore sociale più efficace di una video camera, più incisivo di una lama nella carne. Il London di “Storie di pugni” è il pungolo costante della coscienza. Nei primi tre racconti cozzano dicotomie tutte afferibili all’incedere della storia umana: politica contro affare, vita contro morte, fame contro gloria. Finanche, amore contro amore. “Il messicano”, “Una bistecca”, “Il gioco”, sono tre enzimi che innescano l’inevitabile reazione emozionale. Uno stantuffo sentimentale, con le emozioni che incedono di pari passo con quelli dei protagonisti.

Pietre grezze, mai affinate. Lavorate al massimo del minino.
L’inedito “Il match del secolo” è il colpo finale. Si tratta di un lungo reportage, dieci giorni di investigazione intima e nel contempo riflessione sportiva dell’autore, condotto da London nel 1910, anno in cui venne inviato dal New York Herald per seguire lo scontro fra il pugile nero Jack Johnson ed il bianco James Jeffries. Il match del secolo, appunto. In teoria destinato a fare epoca, in pratica una formalità per l’imbattibile Johnson. L’opposizione fra due mondi discostati, razze umane che si giocavano il primato nell’unica maniera incisiva: combattendo.
Gemma.

JACK LONDON, STORIE DI PUGNI, PIANO B 2010
Giudizio: 4 / 5

LEGGI SU http://www.statoquotidiano.it/24/11/2010/palloni-di-carta/37775/

LINK SUL SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.pianobedizioni.com/rassegnastampa.aspx

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