Foggia, ecco come nasce un’emergenza (con Video)

[Stato Quotidiano, 20 ottobre 2011]

Ore 10. Cassonetti in Via De Petra dopo il passaggio di un side loader (St)

Foggia – UN side loader enorme s’avvicina che sono le 9.53 ai quattro cassonetti ubicati alla convergenza tra Via De Petra e Piazza Achille Donato Giannini. Alle loro spalle, uno dei muri di recinzione del campo Coni, una piazzetta in asfalto, un abbozzo di parchetto caduto in digrazia, senz’alberi nè ciuffi verdi. E non è questione di stagione. I quattro contenitori della spazzatura, vecchi, sfasciati e bruciati in più d’una occasione, traboccano. Sono circondati di stracci, valige, borse, scarpe. Tutta roba resa lercia dalla presenza indiscreta di residui di cibo, banchetto buono per cani e ratti.

In città, tutti evitano con discrezione di parlare di nuova emergenza. Dall’amministrazione alla Cgil si fa il giro delle reponsabilità, patata bollente che scoppierà dai troppi colpi subiti. L’ipotesi più accreditata è che la maledizione dipenda dalla saturazione delle discariche e dall’estinguimento dei fondi.

Ed invece, quel che accade a Foggia parla un linguaggio diverso, già ampiamente documentato, ad esempio, dalle inchieste pubblicate dal giornalista de l’Attacco Francesco Bellizzi (poi minacciato proprio per aver addossato buona parte delle responsabilità ai dipendenti della municipalizzata). E che si ripete quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini. In Via De Petra succede che, svuotati due cassonetti, il camion vada via, lasciando in terra la maggior parte del lavoro (ma questa è opera che compete alle squadre manuali, invisibili) e altri due recipienti così come sono: pieni. Va via il camion, che sposta anche di qualche metro la collocazione dei cassonetti, onde evitare ulteriori storture della struttura, restano invece due ragazzi, un maschio ed una femmina. Con le mani affondate nella spazzatura hanno fatto compagnia al mezzo dell’Amica per buona parte del tempo. La macchina con le quattro frecce, loro alla ricerca di vestiti. Sono giunti con una macchina bianca, di fabbricazione tedesca e targa bulgara.

C’è da pensare che, più che i mezzi ed il carburante, alla politica servano delle mani che raccolgano quanto resta in giacenza sull’asfalto, a nutrire l’emergenza e a fagocitare gli ultimi scampoli di pulizia di un capoluogo in scacco della sporcizia. Come a conferma, dall’altra parte della strada, circa tre-quattrocento metri più avanti, dove Via De Petra s’interseca con via Luigi Einaudi (è una zona di cui abbiamo parlato spesso e che accoglie lo scheletro di un parco giochi trasformato in ectoplasmatica presenza) in uno spiazzo adibito a parcheggio a pochi passi dalla sede dell’Aci di Foggia, due side loader si incrociano. Gli autisti parcheggiano, scendano dalle rispettive cabine, si parlano in maniera concitata per qualche lunghissimo istante. Sbraitano. Ma è come se nessuno notasse che, a due metri da loro, due cassonetti strabordano di spazzatura. Quando risalgono, uno scappa in un senso ed uno nell’altro, mentre i cassonetti rimangono pieni ed intatti. Neppure dieci secondi dopo, due residenti di Via Luigi Imperati s’accostano, danno una rapida occhiata a quei mezzi i dissolvenza e scagliano con fare nervoso altre buste in terra. Proviamo, occultando la nostra identità, a brontolare, li riprendiamo. Loro rispondono per le rime e lamentano che non ci sono altre soluzioni. E indicano le sagome meccaniche dei mezzi che non ci sono più.

1. I DUE SIDE LOADER DI AMICA SI INCROCIANO IN UNO SPIAZZO DI VIA DE PETRA

CONFESERCENTI:”AUTOGESTIONE DEI RIFIUTI” – La loro è un’accusa silenziosa ma inappellabile, che fa seguito, senza clamore, a quelle lanciate, in questi giorni, da svariate associazioni cittadine. Tutte indignate e tutte identicamente convinte che l’errore sia a monte, nel sistema di gestione, nell’incapacità di chi raccoglie e di chi smaltisce, nella pochezza di un piano incosistente, piuttosto che nella mancanza di disciplina dei singoli. Proprio oggi, Carlo Simone, presidente provinciale di Confesercenti, ha lanciato un nuovo disperato appello a fare presto per scongiurare il deterioramento di una situazione ormai

2. I CASSONETTI DOPO IL PASSAGGIO DEI SIDE LOADER. NON LI HA SVUOTATI NESSUNO

al limite. La proposta dell’associazione dei negozianti è a metà strada tra proposizione e provocazione. Simone lancia infatti l’idea d’una “autogestione dei rifiuti”. Che fa il paio con l’ammissione d’inettitudine della municipalizzata di Corso del Mezzogiorno.

UN UNICO AMMASSO DI MONDEZZA – Dar torto a commercianti e popolazione è praticamente impossibile. Foggia è un unico ammasso di mondezza. E la sassaiola di martedì contro un camion dei pompieri chiamato a domare le fiamme che ardevano uno dei cassonetti della città è la prova provata di come il vandalismo abbia ceduto il passo all’organizzazione di una protesta urlata e scomposta. E mentre la politica si lancia in attestati di stima, è sufficiente un giro per le periferie per capire quanto, invece, il fenomeno sia ampio. Via Trinitapoli è un continuum di rifiuti bruciati ed un odore che colpisce dritto nei sensi. Ci vuole uno stomaco di ferro ed una grande resistenza per avvicinarsi ai cassonetti più distanti dal centro abitato. Una signora sulla sessantina, superata la lingua d’asfalto che divide il cancello del suo locale dal contenitore della spazzatura, lotta con i mucchi di piatti e di scarpe risparmiati dai roghi. In mano, un cassettino di plastica ricolmo di scarti alimentari. Ci guarda intimorita mentre scattiamo un paio di foto. Biascica qualche protesta, poi ritorna dentro.

RIONE MARTUCCI – Il panorama non cambia, anzi finisce col peggiorare, spostandoci in direzione Rione Martucci. Nel quartiere al di qua del passaggio a livello, c’è gente che sostiene di non vedere miglioramenti da almeno una settimana. “Siamo abbandonati a noi stessi”, grida in dialetto un uomo minaccioso solo all’apparenza. “Prima erano tutti qua a fare comizi, ma oggi sono tutti chiusi nelle loro stanze. E chi li ha visti più?” sbotta sua moglie che è un’insegnante in pensione. Abitano nel Rione da una vita, “da quando esiste, da quando era solo una campagna disordinata ma pulita”. La pulizia, ora, manca, ma sul disordine è cambiato poco. A confine con un campo con affaccio Poligrafico, due cassonetti restituiscono alla città mobilia varia ed eventuale, dai comodini ai tavoli. Tutto il resto del quartiere, dalle zone storiche, a quelle di nuova costruzione, è il sunto dell’abbandono. Mucchi di spazzatura giacciono miseramente dietro cancelli in ferro che richiamano alla mente promesse infinite di cantieri mai realizzati.

Villaggio artigiani (con tanto di sigle sui cartoni)

VILLAGGIO ARTIGIANI: “OBBLIGATI ALL’INDISCIPLINA” – A circa un chilometro, Villaggio Artigiani. Per un tratto della cronologia di quest’emergenza rifiuti, la zona produttiva del capoluogo ha rappresentato il punto più basso e pericoloso. Nemmeno un paio di mesi fa fu rinvenuta farina di sangue dell’Asl di Barletta. Da quel momento, sarebbe dovuto scattare il controllo serrato di istituzioni e magistratura. Invece, si è fatto a gara a chi la sparava più grossa, se le minoranze politiche o le maggiornaze governative. Con il risultato che le urla hanno a loro volta seppellito il problema, occultandolo. O, addirittura, retrocedendolo nella scala delle priorità programmatiche. Tutto, mentre Istat, Legambiente, Ispra, Svimez continuano a narrare racconti di sofferenza. Un città senza lavoro, esposta all’infiltrazione della mala, atterrita dai vandalismi che sono pane quotidiano, con un tasso di differenziata ridotto al lumicino e cervelli in fuga come non mai. “Una città dove, da 30 anni, a guadagnare sono i soli costruttori”, sentenzia Mimmo Di Gioia, Libera Foggia. Dall’imbocco della zona artigiana, fino alle casermette, dalle carceri sino alle traverse che sboccano su Via Manfredonia, è un inno alla crisi-spazzatura. Da quasi un anno, le piccole imprese invocano un piano raccolta speciale. D’altra parte, anche se in aumento, gli appartamenti sono minoranza. Ecco perché le buste non sono molte. Quel che abbonda nei cassonetti sono materiali speciali, a volte, specialissimi. Si trova traccia di bidoni in latta con fondi sporchi di oli e solventi, una marea di cartellette contenenti fatturazioni (c’è anche sovrimpresso il nome del destinatario, caso mai si volesse intervenire con certezza sanzionatoria), pezzi in plastica, alluminio ed in metallo, spesso molto ingombranti. “Prima l’Amica, poi il sindaco ci avevano assicurato che avrebbero provveduto – si lamenta un meccanico – E invece, guardati intorno”. Confessa la sua propria indisciplina, ma solo perché “da queste parti non abiamo alternative all’indisciplina”. A detta sua, “non vogliono risolvere il problema”.

CEP E MACCHIA GIALLA – Spostandosi verso la periferia Sud, lo scenario non muta. Cep e Macchia Gialla sono allo stremo, con la peggiorazione dello sverso dei cantieri che, in barba alle leggi, si adeguano a gettare il materiale di risulta all’interno del tratturo Foggia-Incoronata. Diversi cassonetti sono vuoti, ma tutt’intorno è una geremiade di sacchi e scarpe e carte e stendibancheria e vecchi zaini e ante e mobili. I vestiti sono gettati alla rinfusa. “Sono le nuove bancarelle del mercato”, si rattrista Tonino Soldo, Legambiente Foggia. Infatti, tra un bidone e l’altro, vanno aumentando le auto con targhe bulgare e

Benvenuti a Foggia, Viale degli Aviatori (St)

rumene che percorrono a velocità limitata le lingue d’asfalto ed i ragazzi africani che, da primo mattino, spingono, goffi, carrozzine caricate con bustoni gialli pieni di ogni cosa. “Quelle della mia misura le uso. Alcune le regalo ai miei amici. Altre ancora provo a venderle o a scambiarle per fare qualche soldo e poter mangiare”, ci racconta in francese un ragazzo congolese non dopo un piccola resistenza e la garanzia che non l’avremmo fotografato. Frigoriferi a frotte invece, stazionano in tutte le strade d’uscita della città. A poca distanza dall’Ipercoop, ad esempio, ce ne sono ben tre, accantonati nei pressi di un solo cassonetto. Un ragazzo, all’apparenza bulgaro o rumeno, lo sta martellando per staccarne un’anta. Chiediamo a cosa serva, ci guarda strano e fa per alzarsi. Gli s’avvicina un cane, scaccia anche lui e, placido, il quadrupede va a banchettare fra la spazzatura. Per chi arriva, Foggia comincia da qui. Per chi vi esce, vi finisce.

p.ferrante@statoquotidiano.it
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VIDEO, LA CITTA’ RICOPERTA DI RIFIUTI@RR

Isole ecologiche, queste sconosciute

(In)Terra... nera (Ph: Roberta Paraggio, St)

Foggia – OCCORRE una mattinata in auto per spaccare tutta Foggia. Nel ventre del capoluogo, si annidano, oggi, trenta isole ecologiche. Teoricamente, una delle strade percorribili per la risoluzione del problema della spazzatura emersa. Ma, al momento, soltanto una grana in più per Amica. La controllata del Comune di Foggia, le cui difficoltà vanno acuendosi con l’evolversi delle vicende giudiziarie, non ha né soldi né mezzi per fronteggiare la sperimentazione delle isole ecologiche interrate. Una sperimentazione nata nel 2006, anno in cui il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, accompagnato in pompa magna da assessori e dirigenti comunali, diede lo start definitivo al progetto che, a ben leggere, doveva essere il fiore all’occhiello della giunta di centrosinistra. La tecnologia Gemini 3, la più sicura ed ecologica in produzione un lustro fa, avrebbe garantito l’assorbimento del materiale di una città che nel 2006 si attestava ad una differenziazione del 7% appena.

DAL 7 AL 9% – Come sappiamo, in cinque anni è cambiato poco o nulla. Nel 2011, il centro più grande del Tavoliere è fermo al palo. La differenziata, l’anno scorso, si è arenata al 9%, uno dei risultati peggiori in Italia e la cittadinanza è in preda ad un furore da rifiuto che non aiuta alla risoluzione del problema. Manca la preparazione, manca l’educazione, manca soprattutto un piano tale da consentire ad una popolazione di 150 mila anime di conferire nei luoghi, nei modi e nei tempi giusti.

2.5 MILIONI – Per la creazione delle trenta isole ecologiche, Corso Garibaldi, grazie al concorso della Regione Puglia ed alla ricezione di fondi dell’Unione Europea, investì 2.5 milioni di euro. Mica spiccioli. La stessa somma promessa dalla giunta vendoliana, oggi, per far funzionare una corretta raccolta porta a porta (ma i soldi, al momento, non si sono ancora visti). Ovvero, quel sistema che l’isola ecologica si prefiggeva di superare.

“IL SISTEMA PIU’ MODERNO DEL MONDO” – Quel finanziamento a pioggia cadde proprio nel cuore del più arido dei deserti. Le tessere, necessarie per il funzionamento delle macchine, si persero. Prima erano troppo poche, poi divennero troppe, infine si configurarono come introvabili. La comunicazione istituzionale fu carente ed estremamente riduttiva. “Il più moderno sistema di raccolta differenziata dei rifiuti presente a livello mondiale”, come lo definì Amica attraverso il suo portale web e gli opuscoli distribuiti – quelli sì – a migliaia, si impantanò in un fango appiccicaticcio.

La differenziata delle isole ecologiche (R.P, St)

LE PRIME DENUNCE – Non passa infatti neppure un anno che, alla fine di luglio del 2007, la prima protesta scuote il ventre ambientalista. Wwf e Legambiente, di fronte al cattivo funzionamento della distribuzione delle card, insorgono. Prendono carta e penna e redigono una lettera al curaro contro Amica e l’amministrazione: “I cittadini – scrissero – non hanno mai compreso a cosa servissero questi cilindri d’ acciaio apparsi all’ improvviso come funghi nelle vie cittadine. Molti li hanno studiati invano per lungo tempo e qualcuno, avendo intuito che in qualche modo fossero inerenti ai rifiuti, ha cominciato a riempirli di cartacce, cicche o altri simili scarti. Un’ altra triste storia dunque di spreco di denaro pubblico”.

SMEMORY CARD – Già, le card. Nei famigerati depliant illustrativi, l’Assessorato all’ambiente del Comune di Foggia, non solo ne alludeva alla presenza, ma specificava, con chiaro riferimento, la loro imprescindibilità rispetto al funzionamento dell’intero sistema. “Queste unità – si leggeva – verranno utilizzate dal cittadino, per il conferimento dei rifiuti da differenziare, mediante l’ impiego di una personale memory card. Scopo della card è quello di seguire il conferimento di carta, cartone, vetro e plastica di ogni singolo utente attraverso una serie di dati di volta in volta immagazzinati dalla card e di riconoscere all’ utente diligente un premio per conferimenti di questo tipo, inteso come riduzione percentuale (da stabilirsi) della quota annuale sul rispettivi tributi ovvero, in alternativa, al quartiere/circoscrizione più meritevole un benefit spendibile, per esempio, sotto forma di acquisto di beni d’ arredo o di quant’ altro utile per la collettività”. Insomma, una strategia bella e conclusa, con tanto di premialità. Forse, il limite stette in questa utopia priva di fondamento. A sei mesi dalla denuncia di Tonino Soldo ed Enzo Cripezi, che a Foggia sbarca Striscia la Notizia. Gli inviati Fabio e Mingo documentarono tutto e lo proiettarono agli occhi di milioni di Italiani. Di fronte alle telecamere di Canale 5, Elio Aimola, padre padrone di Amica, promise interventi nell’immediato tanto che ai primi di gennaio 2008, alle sei circoscrizioni foggiane (oggi ridotte a tre), vennero ripartire 7500 card. Ancora una volta fu molto fumo e niente arrosto. Pochissimi foggiani scelsero di recarsi nelle sedi delle circoscrizioni. Soprattutto, non tutte le famiglie trovarono la card e si videro ripetutamente respinte. Malgrado ciò, la municipalizzata non ce la fece a gestire il servizio. E nel 2010, nel cuore dell’emergenza rifiuti, si ebbe il primo incendio di isola ecologica. Ad essere incenerito fu il cilindro di Via dell’Arcangelo Michele, in zona Macchia Gialla, non distante dalla chiesa di San Pietro e a pochi metri da un parco strapieno di bambini.

LE ISOLE – E, nel più classico dei giochi al massacro, passata appena l’emergenza urlata della scorsa primavera, Foggia oggi continua a non poter usufruire di questi depositi. Stando alle cifre fornite a Stato Quotidiano dal gabinetto del Sindaco e provenienti da Amica, delle 30 isole, sarebbero non ripristinabili o da ripristinare soltanto sei. Le restanti 24, dunque, in teoria sarebbero usufruibili. Ed invece, niente di più lontano dalla realtà.

L'isola incendiata in Via dell'Arcangelo Michele (R.P, St)

PRIMA CIRCOSCRIZIONE – Annovera sei isole ecologiche interrate, di cui una (in Via Ciano, nei pressi di Via Iconavetere) appartenente all’ex prima e le restanti 5 facenti parte della vecchia sesta circoscrizione urbana del capoluogo due in Via Giuseppe La Torre, una in Viale Giotto, via Petrucci, Piazza Aldo Moro). Ufficialmente, sarebbero funzionanti, non destinate a lavori di manutenzione straordinaria, né manomesse in alcuni modo. E l’impressione, in effetti, è quella. Ovvero, lo stato – per lo meno l’impatto estetico – è tutto sommato discreto. Chiaramente, è ancora troppo poco. Non c’è, per esempio, un criterio preciso che ha permesso l’ubicazione di due distinte isole interrate nella periferica Via Giuseppe La Torre, periferia foggiana di nuova costruzione, costipata fra Via Rovelli e Via Lucera. I due cilindri, abbandonati nel cuore della selvaggia estate foggiana, sono spenti. I led che indicano la capienza non danno segnali di vita. Soltanto, lampeggia sul corpus metallico una luce rossa. Ovvero: rifiuti in smaltimento, attendere. In verità, sono andate in tilt come due flipper sballottati da un giocatore nerboruto. Tanto che, trovandosi a passare, una residente conferma che, alla faccia dei proclami e di due presentazioni ufficiali, non c’è memoria, nel quartiere, del funzionamento di queste “diavolerie”. Cambia panorama, ma non la sostanza. Muovendoci nei limites della circoscrizione numero uno, sono inattive e senza speranza alcuna le isole interrate di Via Ciano, Via Petrucci (estremo lembo di Candelaro) e Viale Giotto. Sono pulite ma senza alcun cenno di attività. Al contrario, c’è sporcizia in Piazza Aldo Moro. Nel più centrale degli spazi di conferimento differenziato, infatti, diverse buste sono ammonticchiate alla base, creando un colpo d’occhio tutt’altro che piacevole. In zona, in una città che torna a ripopolarsi, bambini in bicicletta, tate a spasso con i carrozzini, badanti in accompagnamento e ragazzetti di quartieri alle prime sigarette segrete. Tutti, insomma, ma nessuno che denunci. Al contrario, i pochi cassonetti sono pieni ed emanano cattivo odore.

L'isola ecologica di Piazza Padre Pio (R.P, St)

SECONDA CIRCOSCRIZIONE – Ma se Sparta piange, Atene non ride. La seconda circoscrizione, che assomma i territori che furono, in parte, delle vecchia 2 e della totalità della 3, ha problemi anche peggiori. Otto isole, due (fonte: Amica) da ripristinare, una sommersa dalla spazzatura ed un paio con tanto di cartelli di ammonimento redatti dalle popolazioni imbufalite. Discrete (ma, chiaramente, non funzionanti), quelle di Via Gino Acquaviva, Via Caracciolo (Chiesa di san Giuseppe Artigiano), Via Manerba (zona Macchia Gialla), Via Giustino Fortunato (zona stadio) e Via D’Addedda. Va molto peggio, invece, a quelle più centrali. Concentrate nell’arco di poche centinaia di metri, i tre “atolli della mondezza” di Viale Michelangelo, Piazza de Gasperi e Piazza Padre Pio, sono il risultato di una evidente stratificazione di un’inciviltà del sacchetto selvaggio che ha pochi eguali. Nel primo caso, l’isola ecologica è a pochi passi dalla sede della Biblioteca Provinciale. Da sempre giace in condizioni di abbandono. Ci sono periodi dell’anno, confessano a Stato un paio di residenti, in cui le buste invadono il marciapiede e il perimetro di una fu (ma molto molto fu) aiuola verde attualmente ridotta a zero. Spento il led di segnalazione, nessuna luce lampeggiante, il cattivo odore si avverte senza pietà, in spregio al fatto che dovrebbe trattarsi di materiale inodore. Giusto lì accanto, una fiorera in pietra è divenuta un naturale cestino. Viva la creatività. Selve di lattine di bibite gassate fanno capolino, adagiate su un terriccio multicromatico di buste in plastica e bottiglie in vetro di birra e vino. In Piazza De Gasperi, le buste sono adagiate, in piccola misura, a terra. A scoraggiare gli sporcatori, un tragicomico avvertimento in prima persona. “Chiedo la cortesia a tutti coloro che abitano in zona di non lasciare sacchetti con plastica, vetro e carta a terra nella zona dell’isola ecologica: sporcheremo inutilmente perché non saranno riciclati ma finiranno in ogni caso nella spazzatura indifferenziata. Sforziamoci noi di mantenere pulito questo spazio dal momento che chi lo dovrebbe fare non lo fa”. Scoramento che, invece, non è riuscito ad un secondo foggiano, anch’egli predicante dalle pagine di un A4, in piazza Padre Pio. La spazzatura attanaglia l’isola e sfora nei giardini retrostanti, vola con il soffiare del vento. Bottiglie in vetro, tante, plastica ovunque, anche solido urbano. L’aria è irrespirabile, il tanfo è tanto. “Amica non ha più gli occhi per piangere, la differenziata facciamola noi”, ammonisce il messaggio, strappato in parte senza aver trovato adepti.

TERZA CIRCOSCRIZIONE – La sterminata terza zona urbana (riunisce le ex numero 4 e 5 per intero), periferica, accalorata, abbandonata finanche, è puntellata di isole ecologiche. Sedici in tutto, secondo Amica, solo tre da ripristinare ed una impossibile da recuperare. È quella, già menzionata, di Via dell’Arcangelo Michele. Data alle fiamme un anno fa (era il settembre del 2010), è ancora oggi arsa e fuori servizio. Potrebbe essere considerata il simbolo vivo (morto?) e pulsante del fallimento di una strategia ben pensata ma malissimamente impostata. È un epitaffio alla memoria di tutti i fallimenti della Foggia recente. Da un lato, di una politica incapace di progettare e controllare; dall’altro, di una cittadinanza che, avulsa dal concetto di diritto, non ha trovato appieno il bandolo della matassa del vivere sano e collettivo. Bruciacchiati sono anche il cartello del Comune indicante l’ubicazione dell’isola e tre cassonetti destinati alla raccolta del solido urbano. Spostandosi di poco, la situazione non muta. Come in un gioco matematico di combinazioni di fattori in cui, uno dei due, sarà sempre zero. Ed allora l’area di Via Fares è un deposito di buste e finanche di vestiario e scarpe, sebbene possano essere utili e sebbene, nei pressi, in vista, c’è un cassonetto giallo di quelli della Caritas. Quella di Via Berlinguer (forse la strada più sporca dell’intera città, con la sua mini discarica personalizzata di elettrodomestici e ceramiche da bagno) è ridotta in stato pietoso, con i cilindri che sono stati addirittura forzati. Il led non è funzionante, addirittura dalla centralina sono stati strappati i collegamenti. Spostandosi verso Est, è un continuum di led spenti, lucine impazzite, tilt evidenti. Nessuna isola è stata mai svuotata. In Via Saragat (non distante dallo Zaccheria), accanto all’isola due bottiglie di whiskey ed una siringa. Il cerchio si chiude in Via Martiri di Via Fani, isola numero trenta cui giungiamo. Come un segno del destino, accanto ci sono due uomini. Uno cura il verde, un altro maneggia una scopa. Chiediamo lumi sulle isole. Attorno al bidone vi sono diverse buste che giacciono. Dice che non gli compete, con fare risoluto. Nel frattempo, alle nostre spalle, transita un camion di Amica. Tira dritto. Da queste parti si attende l’emergenza. Poi, eventualmente, si vedrà come fare.

da Stato Quotidiano, 5 settembre 2011

E allora uno due tre, quattro passi…

Foggia, 28 giugno 2011

In fondo a destra…


(Foggia, aprile 2011)

Dicevano che era colpa degli immigrati… Ed invece la metafora foggiana sono i cassonetti bruciati

I cassonetti in Via Montegrappa

Basta una notte di illegittima follia, come tante nel capoluogo, ma più forte, più estrema, più eclatante, per sfregiare il volto di una città per più giorni. Basta un pizzico di euforia, una stilla di entusiasmo, un tappo di spumante che salta più in alto del necessario ed ecco sciogliersi la maschera lenitiva di una comunità apparentemente pacifica.

Da una settimana giacciono nei quartieri limitrofi alla stazione ferroviaria. Quello praticamente commutato in una sorta di cimitero a cielo aperto. Morti ammazzati e morti incidentati, occasionali corto circuiti del software capitalista e globalizzato. Ma, questa volta, non si tratta di cadaveri, di morti violenti o accidentali. Questa volta parliamo dei cassonetti della spazzatura.

Associazione forse spiritosa, ma da quelle scatole di plastica si può dedurre molto della società che ne usufruisce. Molto del grado di evoluzione civica e civile, nell’età del rifiuto perenne ed emergenziale, passa per la compostezza (o meno) del deposito del sacchetto. Dove c’è ordine, solitamente, c’è un senso civico ed un rispetto della collettività maggiore a fronte di un contesto in cui, indifferenziatamente, le buste finiscono un po’ dove il genio fantasioso del momento detta. Plastica nel vetro, vetro nella carta, carta nell’organico (che, per inciso, a Foggia neppure esiste come categoria a se stante), organico, di solito, a terra, insieme a divani, televisori, cartoni di varia risma e cromia.

E, come se tutto ciò non bastasse, come se il panorama determinato da una raccolta singhiozzante non fosse ancora abbastanza e l’odore che, a targhe alterne, circola nell’autostrada dell’aria foggiana procedendo a zaffate, solo un contorno folkloristico, ci si mette anche il fuoco. Che a volte purifica, altre volte meno.

Già, perché l’emergenza-botti echeggiava di bocca in bocca in quel di Napoli e più su, nelle stanze delle leve romane. E poi, per non essere da meno della città del sole, finisce che anche a Foggia ci si ritrovi con i roghi di fine anno. Falò mondezzari poco gloriosi e men che mai piaceoli all’olfatto. Invasioni fastidiose per gli occhi e forse non ancora troppo per la morale.

In Via Montegrappa, 50 metri dalla sede della Sita e 30 dall’ex sede dell’Inam, i cassonetti della spazzatura bruciati sono ben tre. Di immondizia nessuna traccia. Raccolta, Eppure il nero che ne ottenebra il giallino naturale rimembra alla memoria che anche da queste parti l’esagerazione è d’obbligo e che, in ogni caso, meglio non sostituire il vecchio cassonetto con il nuovo. Implicito: non ne vale la pena. Fatto sta che ormai il contenitore dell’indifferenziata è tutto sformato e lascia una fastidiosa traccia di fuligine sulle mani. Non viene da toccarlo e chi deposita i sacchetti se ne tiene a distanza di sicurezza. Allunga la gamba, corpo indietro e lancio dritto dentro.

Eppure è come se al peggio non ci fosse mai fine. Basta spostarsi di poco, lungo un percorso di miccette esplose, cartacce svolazzanti e bengala usati. Giusto nel cuore della Foggia interculturale, tra bazar cinesi e suq pachistani, odore di kebab e salse orientali, nel tratto di strada in cui Via Podgora impatta contro Via Piave (siamo ancora nel cuore del quartiere della stazione ma ad un tiro di schioppo dalla Villa Comunale), lo spettacolo attanaglia lo stomaco. Qui i cassonetti arsi sono due, di quelli verdi in plastica. Piatto facile per i denti acuminati e bollenti dei botti festosi.

Via Podgora angolo Via Piave

Come candele, si sono squagliati, consumati, accovacciati molto poco poeticamente su stessi. Tutto il contenuto di buste (ormai rotte, a loro volta sciolte dal calore) si è riversato in strada. Il marciapiede alle spalle, è inservibile. Una parte della carreggiata per le auto è invasa dagli scarti umani. Sono giorni che nessuno interviene.

Chiediamo ai negozianti. Qualcuno glissa, nessuno vuole apparire. Ma tutti lamentano la situazione. Molti di loro, nella sera di Capodanno, sono stati aperti. “I nostri clienti sono quasi tutti italiani – ammette uno di loro a Stato”. Eppure “questa parte è dimenticata e continuano a considerarci la causa di questa sporcizia”. La mentalità dominante, in effetti, circola frequente tra i foggiani. Il tam tam atavico dell’ “hanno fatto chiudere tutti i negozi italiani”. Ma la realtà storica parla di soldi versati in contanti agli ex gestori. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice.

Fatto sta che, quel che era una delle zone maggiormente curate e più considerate del capoluogo, pur mantenendo, anche se in forme diverse, la connotazione di centro economico (non si vendono più giocattoli ma bigiotteria, non più computer ma accorciacapelli, non più pizza e panini ma kebab) oggi è letteramente abbandonata a se stessa. Come fosse un’entità a parte.

I cassonetti bruciati, da giorni in terra con tutta la sporcizia ne sono la metafora più eclatante. Una metafora che, questi nuovi commercianti venuti da lontano, subiscono.

in prima-Stato Quotidiano. Link: http://www.statoquotidiano.it/06/01/2011/cassonetti-arsi-da-una-settimana-e-mai-rimossi-metafora-di-una-citta/39915/

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