Scempio olimpionico comunale. Reportage dalla piscina abbandonata

La gradinata della piscina (Piero Ferrante, St)

Foggia – A VOLERCI ridere su (ma anche a ben guardare), si potrebbe dire che l’unica caratteristica vagamente olimpionica della piscina in endless progress di Via Galliani sia la lordura. Senza pari. Come il degrado che l’avvolge. Un mostro periferico e dimenticato, nato, negli anni Novanta, per stupire, rimasto invece monco e chiosato alla maniera foggian style, con una lastra di oblio e tanti saluti. A bloccare i lavori fu il ritrovamento di alcune testimonianze archeologiche e l’imposizione dei vincoli da parte della Soprintendenza.

SCUSE – Soffocata fra il boschetto della Villa Comunale ed il teatro Mediterraneo – altro bell’esempio di spreco edilizio di cui parleremo nei prossimi giorni -, la struttura è composta di un vascone all’aperto con annesse tribune ed una serie di locali oggi al limite della riconoscibilità. Ufficialmente, è uno dei mille luoghi “state alla larga” del capoluogo dauno. Connotazione ufficiosa ma di comodo, tanto utile a chi ne ha fatto un dormitorio, quanto alle impalpabili amministrazioni comunali (da Paolo Agostinacchio in poi, giù fino all’attuale Governatura Mongelli).

Il water (Ph: amici della Domenica)

SILENZIO DI TOMBA – Sulla piscina è calato un silenzio di tomba praticamente ancor prima della conclusione dei lavori. Alcuni foggiani credono sia la parte non riuscita del “Mediterraneo”, i più giovani ne ignorano l’esistenza, qualcuno crede addirittura sia stata abbattuta. La verità è che, se l’avesse vista, Paolo Rumiz, giornalista di viaggio de La Repubblica, ne avrebbe fatto l’immagine simbolo della sua inchiesta estiva: “Le case degli spiriti”.

IL RISCHIO DI ENTRARCI – Anche se non ci sono spiriti in Via Galliani. Solo, qualche disperato che ne ha fatto una casa. E, prima ancora, qualcuno che ne ha estirpato la funzionalità, tramutandola in una sorta di cartone vuoto. Il risultato è un luogo desolato e desolante, sventrato, pugnalato al cuore da chi ne avrebbe potuto e dovuto usufruire. Un luogo tutt’altro che inaccessibile, va detto. Basta spingere con il minimo delle forze il portone grigio e giallo che affaccia sulla biglietteria del Teatro all’aperto limitrofo, squallido anche nella cromia, per accedere ad un universo muto. Un silenzio che incute più d’un timore. Attorno, nell’arco di almeno un chilometro, c’è ben poco. Viale Fortore è al di là del Mediterraneo, Via Galliani è poco frequentata ed anche l’ultimo avamposto del parco urbano è al riparo. La solitudine è vera ed inoppugnabile e come ogni solitudine si presenta nel suo abito arso. Quel poco di prato annesso alla struttura è più un’intuizione che un dato di fatto plausibile. Claustrofobico. A pochi passi dal cancello, percorrendo un piccolo sentiero, la struttura in mattoncini marroni che accoglie i locali. Che sia abitata lo si capisce immediatamente. Una bottiglia d’acqua minerale (ce ne sono tante all’interno) che promette giovinezza eterna, fa bella mostra di sé su un misero tavolo. Da una delle vetrate che affacciano al’interno, si scorgono finanche dei letti, con tanto di coperte e lenzuola.

Qualcuno ci dorme... (Amici della domenica)

L’INTERNO – Tutto il divertimento (si fa per dire) sta nell’arrivarci, ai punti d’osservazione. Le piante secche sono spine vegetali, al tatto graffiano la pelle. Sotto il sole a picco il lucertolaio urbano è non dissimile da un deserto. Ci sono sterpaglie arse, fra le sterpaglie roba rubata date alle fiamme, tra la refurtiva, biciclette vecchie almeno una decina d’anni la cui estetica è ferro carbonizzato. Un piccolo sentiero in brecciolino ci accompagna a quello che deve essere uno degli ingressi. Se si tende l’orecchio, l’unica risposta alla sollecitazione dei sensi è un mare di indifferenza. Per accedervi, qualcuno ha pensato bene di farsi strada a forza di mattoni, lasciando in terra molta della vetrata frantumata. Occorre prudenza. La stanza, una decina di metri quadri, è ben tenuta. Le pareti sono pulite, neppure una scritta, la pittura sembra fatta di nuovo. La porta è in legno, cardini senza una grinza, maniglia tutto sommato pulita. Neppure una ragnatela negli angoli del soffitto. Pochi metri, il panorama muta. Gli ambienti restano tutto sommato decorosi. C’è un lungo corridoio su cui s’affacciano tante stanze. Si procede con calma perché la sensazione proietta la mente ai western, alle trappole, ai canyon, le gole, le frecce, le imboscate. Ma i timori da Roncisvalle fuggono con il cammino. Tutti i climatizzatori sono stati letteralmente divelti ed abbandonati a terra. I fili elettrici sono scoperti. La monotonia costruttiva ha fatto sì che si aprano, sul corridoio, stanze tutte identiche. Il tempo, al contrario, ha giocato a renderle uniformi nell’utilizzo: nessuno.

IL BAR – A metà percorso con la prima porta che si apre giunto in faccia al senso di percorrenza, sulla destra, un atrio più vasto. C’è un bancone che è azzardato dire devastato ma non è nemmeno usufruibile. Alle spalle, attrezzatura varia da cucina, forno-frigo-vetrina. Poche decine di metri e, camminando per il corridoio, s’oltrepassa uno stipite. C’è un pannello elettrico nuovo nuovo, sfuggito alla metodica distruzione riservata ai termosifoni-climatizzatori. Non c’è traccia di sporcizia sui muri mentre nell’aria si captano segnali di vita. Le stanze sono deserte, certo. Ma è questa l’ala che, dall’esterno, lascia intravedere le tracce abitate. C’è anche un bagno. L’odore è riprorevole. Uno dei water è intasato e sporco. Il fetore è da mal di stomaco. Probabilmente, nel progetto iniziale, questi sarebbero dovuti essere gli spogliatoi.

Il corridoio. Sulla destra, si aprono le stanze; sulla sinistra, dalle finestre, ci si affaccia sulla piscina (P.F, St)

LA PISCINA – Lungo una delle parti corridoio, quella dove non s’aprono le stanze, i finestroni danno sulla vasca vuota. L’acqua non c’è mai stata, ma d’inverno, dopo le piogge abbondanti, ristagna. Adesso non è che un deposito di erba, alberi e materiale da risulta alto circa tre metri. Le gradinate grigio tufo, vuote, hanno un qualcosa di post moderno. O, peggio, di post bellico.

BOLLENTI SPIRITI – Determina dirigenziale del Comune di Foggia numero 74. Data: 13 maggio 2011. Procedura numero 689. Dirigente: Fernando Biagini. I numeri ed i nomi non sempre dicono tutto. In ogni caso, all’interno di questa determina c’è scritto ben di più di quanto indichi l’oggetto. Infatti, ufficialmente, si tratta della liquidazione dell’onorario di un anonimo professionista,Vincenzo Anselmi. Ma, sotto le righe, se ne deduce ben altro. Ovvero che, grazie al “Progetto di riqualificazione urbana Foggiattiva”, nel 2006 Corso Garibaldi avrebbe ottenuto oltre 700 mila euro dalla Regione Puglia. Fondi, questi (da integrare con un bonus obbligatorio di 73 mila euro, in tutto 773 mila euro, dunque), assumibili dal portafogli munifico, d’invenzione vendoliana, “Bollenti Spiriti” e destinati, appunto, al “recupero funzionale ed alla ristrutturazione di due strutture” (sic!). Ovvero, l’anfiteatro di Parco San Felice (mecenate: Agostinacchio, fra le critiche di un’intera città che resistette a lungo al tentativo di ridimensionare a cemento l’unico polmone verde del capoluogo). E, appunto, la piscina comunale olimpionica di Via Galliani. Per la realizzazione materiale del progetto, il Comune di Foggia crea una fantomatica Unità Operativa-tecnico-amministrativa-gestionale esterna (con determina dirigenziale 584/2008, poi modificata 1535/2008), di cui Anselmi è esperto gestionale.

Di “Foggiattiva” si trova traccia, ancora una volta, nei documenti. A darne riprova, sono le determine dirigenziali, ma questa volta della Regione Puglia. La 057/dir/2007/0050, siglata dal Dirigente delle Politiche giovanili dell’ente barese, è quella che dona il denaro a Foggia. E che, ufficialmente dà il via libero a Foggiattiva. Vale a dire, alla creazione di “un centro d’aggregazione e inclusione giovanile basato sulla realizzazione di un centro servizi diviso per aree tematiche”. Il Comune specifica addirittura le aree: “area di collocazione musicale, redazione giornalistica, magazine cittadino e contact center”. Nulla di tutto questo è stato, in un lustro, realizzato.

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“Queste terre non le avrete mai”. Il Comune di Foggia non entra a Palude

QUANDO, alle 9.30 spaccate, la campagnola infangata del Servizio agricoltura del Comune di Foggia sbuca dalla curva che schiude la vista al Santuario dedicato alla Madonna Nera, in zona Piana Palude, fra Incoronata e Carapelle, soci e familiari della Cooperativa agricola Silvestro Fiore rafforzano il cordone. Sono in strada, con i piedi inzaccherati, da oltre tre ore. Il sole rosseggiava all’orizzonte e loro già stavano tracciando i solchi. Ovvero, il simbolo della rivolta contadina da una vita per evitare al capitale d’impossessarsi della loro unica fonte di sostentamento.

“ESEGUITE” – L’auto, da cui scende l’avvocato del Comune di Foggia, Massimo Carella, è scortata da due macchine dei Vigili Urbani e da una della Polizia. Di fronte, soltanto un muro umano, inizialmente silenzioso, fatto di rughe, calli alle mani e sedie di plastica. E poi i trattori e qualche automobile, più una rudimentale corda nera ed arancione. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di illustrare le motivazioni che hanno indotto questa sessantina di persone ad essere qui. Basta il loro silenzio e qualche occhiata fugace. La miccia l’accende soltanto una frase, pronunciata dallo stesso Carella: “Eseguite”.

LA STORIA – Quel che bisogna eseguire è quanto di più simile ad uno sfratto. Tecnicamente “l’immissione in possesso del fondo a favore del Comune di Foggia”. Il 23 settembre 1945, recependo un decreto luogotenenziale di un anno precedente, il Prefetto di Foggia tolse le terre incolte ai possidenti ed ai Comuni, per assegnarle, definitivamente, alla Silvestro Fiore (nata con rogito notarile del 27 gennaio ’45). Cioè, a quelli che, da quel momento in poi, anno dopo anno, mese dopo mese, zolla dopo zolla, quelle stesse terre le hanno inondate con il sudore della fatica. Già, perché, all’atto del passaggio, erano semplici acquitrini. O, come conferma inderogabilmente la toponomastica, una palude. Sei anni dopo, approfittando dell’ignoranza dei residenti, molti dei quali non acculturati, il Comune di Foggia (1948), dette origine ad uno dei primi casi di abuso di potere della storia di Capitanata. Come ci racconta Gianni Lannes, che la vicenda l’ha seguita dall’esordio, “il Comune accampò sui terreni un fantomatico diritto di estaglio”, in base al quale “gli agricoltori furono costretti a versare quote annuali di produzione granaria”. Fu quello l’inizio di un lunghissimo contenzioso, che originò incomprensioni e qualche sopruso. Palazzo di Città, dal capoluogo, mise le mani sui terreni della borgata e se ne dichiarò praticamente padrone, sostenuto dal fatto che, il pagamento, fosse una sorta di affitto. Dunque, una confessione di non possesso. Nel 1995, il missino Paolo Agostinacchio tornò alla carica, assoldò l’avvocato Carella ed intimò i contadini ad abbandonare le terre.

TRIBUNALI – Ma non basta al Comune per sbrigare la pratica. La Cooperativa Silvestro Fiore si anima. Si finisce in Tribunale. Come quello di Città, anche il Palazzo di Giustizia dichiara scaduto il contratto di locazione. Contratto che però non esiste e non è mai esistito. Anzi, il Comune non sembra avere in mano neppure l’atto di proprietà di quei benedetti 296 ettari (su cui sono in gioco i nuovi interessi speculativo-affaristici del mattone e dell’industria). Ma una serie di avvocati poco zelanti fanno perdere tempo ai soci. A maggio di quest’anno la pratica fa capolinea in Cassazione (sentenza numero 10452/2011 dep. il 12/05/2011), la quale decide di confermare la sentenza dei gradi precedenti con una significativa variazione: i contadini possono esercitare il diritto di ritenzione. In parole povere, possono tenersi i terreni fin tanto che il Comune non paghi le migliorie maturate su ogni ettaro. Migliorie che, fino ad oggi, nessuno ha mai accettato di pagare. O di calcolare.

RISARCIMENTI – “Mi devono dare 40 mila euro ad ettaro di miglioria”, sbotta a Stato un agricoltore, mentre impreca contro le forze dell’ordine ed i missi dominici di Mongelli. “Queste terre le abbiamo coltivate noi, i nostri genitori, i nostri fratelli. Nostri amici sono morti in questi campi, per questi poderi”. Li indica. Per lui sono tutta la vita. Come la maggior parte della gente di queste parti, ed a differenza di chi viene di buona mattina ad eseguire ordini dall’alto, c’è cresciuto nella terra. E non accetta, nessuno lo fa, che una carta, di punto in bianco, li invasori delle loro stesse vite.

“AVVOCATO, SENTI A ME, VATTIN” – Intanto, attorno alle 10, giunge un’auto della Digos. A bordo, due militari. Proprio nell’apice della tensione. Le barricate di vecchie donne sedute e ragazze con bambini per mano non cedono. Polizia e Comune non sono in grado di agire. Il legale del Comune è in difficoltà. I due uomini della Ps faticano a solidarizzare con lui. Uno di loro conosce bene i dimostranti, li chiama per nome, tenta di calmarli. Carella è nervoso, suda, la camicia si fa madida sotto il sole accecante di una mattina immersa nel grano e nella paglia. Un paio di ragazzi fumano all’ombra della ruota di un trattore. “Io vi mando in galera” sentenzia l’avvocato di fronte all’ostinatezza dei manifestanti. “Portate l’attestato di proprietà!”. “Non ne abbiamo bisogno”. “Sind a mmè avvucà, meglio che te ne vai, brucia la carta e fai finta che siamo stati noi. Diccelo al sindaco, da parte nostra”. “La sentenza!”. “L’atto!”. E’ un botta e risposta infuocato. Volano parole molto grosse.

VIDEOCAMERA E CACCIA ALLA DONNA – Ad una ragazza, che stava per nostro conto realizzando delle riprese, viene intimato dalla Digos di consegnare la videocamera e di fornire i documenti. C’è agitazione. Lei viene difesa strenuamente, poi viene portata via in mezzo ai trattori e fra le auto in sosta. Trema, la ospitano alcuni abitanti della zona. Scatta la caccia all’uomo. In questo caso, alla donna. Minacce di denunce penali, tentativi di spiegarsi. In definitiva, nella concitazione, nessuno aveva inteso nessuno.

“AVETE APPROFITTATO DI NOI” – Per fortuna, di scontri non ce ne sono. Da un lato, rappresentanti di un ente che, come dice a mezze labbra un dipendente della Cooperativa, “nemmeno sa dove sono i terreni che si è venuto a pigliare”. Dall’altro, una folla tenace ben conscia del valore del proprio lavoro. La rappresentante della Silvestro Fiore, Nunzia Petruzzello lotta con tenacia. In prima fila si batte per tener lontani gli esagitati e spiega a Stato, prima di sbatterlo in faccia a Carella che “hanno approfittato dell’ignoranza dei nostri vecchi che non sapevano neppure leggere per tentare di impadronirsi di questi nostri terreni. Non ci sono riusciti allora e non ci riusciranno nemmeno oggi”.

Alla fine, per gli esecutori, non rimane che la resa incondizionata. Torneranno a reincontrarsi fra 2 mesi, il 26 settembre. Così nessuno si lancia in festeggiamenti. C’è del lavoro da iniziare, si è persa una mattinata intera.

Corso Garibaldi, Foggia… “Lasciate ogne speranza voi chi pedalate”

Il cartello dov'è? (Stato Quotidiano)

Era una volta una striscia di cemento ed asfalto cromata di rosa salmone. Un pezzetto di aria pura fra case diroccate, autobus troppo vicini ai marciapiedi, qualche cinema in frantumi, pizzerie dalle gestioni ciondolanti. Era uno stralcio chiaro di diritto sostenibile, una rivendicazione di diversità contro il monopolio crescente dell’auto. Era uno sforzo di essere, senza esserlo sul serio.

Foggia provava ad acquisire un tocco di serietà metropolitana mentre operai insolenti le mettevano le mani addosso tingendola di nuovi colori. La pista ciclabile di Corso Garibaldi è diventata, al contrario, l’esempio opposto. La democrazia mobile posta a servizio dei baroni rombanti, tramutata in oclocrazia delle gomme e della plastica inconsistente dei paraurti. È quel che sarebbe voluto essere e non è mai stato. Una progettazione (anche se breve) finalmente razionale, in una città che, la ragione, l’ha avuta seppellita sono mucchi informi di appalti lascivi, inconsistenti urbanizzazioni. E poi case, case e case. Vuote o piene a metà; palazzine tristi come tristi sono gli alberi immaturi e spogli affogati nel grigio delle mega periferie urbane. Un tocco di tronco fra tantissima desolazione.

Corso Garibaldi. In mezzo, in teoria, la strada. Una corsia per le automobili, una corsia riservata a taxi e mezzi pubblici urbani. Ai lati, come bretelle, un ampio camminatoio, bello come pochi altri in città, con alberi e fiori in primavera. Le corsie ciclabili sono al liminare del marciapiede, non più terra di marcia, non ancora strada. Due corsie, marciapiedi opposti. Una, la prima, che parte da Via Capozzi ed interseca Corso Garibaldi, può essere percorsa unicamente in direzione Palazzo di Città; la seconda, all’opposto, si conclude in Via Fuiani.

Antonio Dembech, che ci accompagna nel vagone delle opere incompiute, presidente della volenterosa associazione dei Cicloamici (quanto è duro essere ciclisti a Foggia…), non dubita che, questa, sia “la migliore delle opere ciclabili disegnate ed immaginate dalle amministrazioni”. Tranne che per il fatto di essere isolata, binario morto in mezzo al deserto. Una pista che non è sicuro che inizi ma che, di certo, finisce. Una lingua sottile e breve che non si raccorda con altre piste ciclabili. Tre, forse quattrocento metri di nulla. Viavai, vasconi oziosi che non sono né ad uso né a consumo dei ciclisti. Anzi, tanto poco considerata che, ad un certo punto, qualcuno vi ha anche rimosso il segnale che ne indicava la presenza. Nessuno dei due sensi di marcia inizia con un avviso. Neppure Dembech sa spiegarselo. Racconta di una storia incerta, di quando “abbiamo segnalato alle istituzioni questa mancanza, questa rimozione” che “ci ha fatti dubitare sull’esistenza o meno della pista ciclabile”.

Che invece c’era. Precisamente, c’è ancora, anche se bisogna affidarsi ai nasi fini. Va intuita fra il selvaggio pullulare di verdi metallizzati, grigi cromati, neri inzaccherati, gialli sporcati. In verità, la parte che sale verso il Palazzo di Città, non fosse per ‘improvvisa ed improvvida interruzione, sarebbe anche in decenti condizioni. Giova il fatto che la mobilità automobilistica si concentri sull’altro fronte. Un parcheggio fuori norma rischierebbe di intasare irrimediabilmente il traffico. Eccola, pertanto, libera e sgombra, frequentata da ciclisti e da una carrozzella. Si va, si scorre. Tranquilli tranne nel punto in cui, d’un tratto, una spezzata l’incrocia con la strada. Più che gli automobilisti, sono i fossi, veri e propri crateri, a destare preoccupazione. Ogni qualvolta il cielo decida di regalare abbondanza di precipitazioni, s’ingigantiscono quelli presenti e se ne aprono di nuovi, facendosi varco fra l’asfalto cedevole.

Ma è l’altro fronte, quello opposto, ad indurre a male parole i ciclisti. Nessuna segnalazione, un giornalaio che la usa come terreno solido per ta tze bao e cassette di riviste. Ogni metro un ostacolo. Contiamo 22 auto in sosta nel volgere di poche centinaia di metri. C’è chi è a prendere un caffè, chi fa un salto in banca, chi va in cerca documentazione per le stanze del Comune. Nessuno, di 22, accende neppure le frecce d’emergenza. Due ruote sul marciapiede sulla pista ciclabile) prima violazione al Codice della Strada, due ruote giù dal marciapiede, comunque in sosta vietata (e sono due violazioni in una). Di conducenti non c’è ombra. I pochi centimetri di larghezza non hanno modo di esprimere la loro funzione. È come il corpo di un atleta in un vestito troppo largo: lascia all’immaginazione. Dembech c’ha fatto il callo e non si scandalizza. Con lui, la figlioletta. Va in bici, casco in testa e manco l’idea di essere realmente altro rispetto a quei motorizzati sprezzanti. “È così tutti i giorni”. In effetti, ci torniamo più volte, a più orari. Ed il panorama cambia di poco. Va meglio soltanto la domenica, scuole chiuse ed esercizi commerciali a riposo.

Proviamo a fermare un Vigile Urbano che, alla richiesta di spiegazioni, fa segno che non ha tempo da perdere: “Non so che dirle, provi lei a dirglielo”. Ci arrendiamo e, onde non urtare la sensibilità, evitiamo di dire che lo stipendio, nelle loro tasche, entrerebbe apposta. Più in là, una signora in macchina, finestrino abbassato, ci prende a male parole: “Là è isola pedonale, qua è pista ciclabile, là è divieto di sosta. Che dobbiamo fare per prendere i soldi al bancomat 5 minuti? Andare sulla luna?” (Traduzione dal dialetto stretto e mondata da ingiurie) Proviamo ad insistere, a dire che lì è anche zona rimozione, che lei non avrebbe piacere se qualcuno parcheggiasse sul suo balcone.

Un camion sulla pista ciclabile (St)

Peggio. “Andate a lavorare”. Appunto. Un uomo, più avanti, ha appena messo l’allarme centralizzato, che noi segnaliamo l’infrazione. “Un caffè, sono sveglio da stamattina. Tanto non passerebbe nessuno comunque. Sono tutti parcheggiati sulla pista ciclabile”. E sorride, affabile. Come dire: uno più, uno meno non sarà causa di finis mundi. C’è anche un camion. È fermo da mattina presto. Tutto il giorno, tutti i giorni. C’è anche un coraggioso che zigzaga fra le auto. Non si arrende. “Non vado sulla zona pedonale perché questa è la zona su cui devo stare”. Stoico.

[Piero Ferrante con la collaborazione fattiva di Tony Dembech, presidente dell’Associazione Cicloamici Foggia]

Puntata prima del reportage sulla mobilità sostenibile foggiana. Th Stato Quotidiano (http://www.statoquotidiano.it/11/03/2011/43938/43938/)

“Paura del silenzio sulla morte di Francesco”. Intervista con Gianni Mongelli, sindaco di Foggia

Fiori e sciarpa rossonera in ricordo di Cannone in Corso Cairoli a Foggia

DI lavoro da fare ce n’è tanto.Gianni Mongelli, per un’intera mattinata, incontra gente. Assessori, consiglieri, cittadini. Malgrado una fastidiosa influenza che lo attanaglia da giorni, il Sindaco va avanti. La scrivania piena zeppa di faldoni e di fascicoli, di carte. C’è da fare. In una città in balia delle polemiche e, nelle ultime ore, nella morsa di un vento gelido che sferza le vie e non aiuta i cagionevoli, Mongelli prova a tirare avanti. La pistola che ha sparato, quella impugnata dal 24enne Paolo Basto emana ancora odore di polvere da sparo. Per lui e per il suo amico, Giovanni Pio Mele, il gip del Tribunale di Foggia, Carlo Protano, ha rigettato la richiesta di scarcerazione.

Sindaco, Foggia città violenta?
No, il discorso mi sembra troppo forte. Personalmente non sono a favore delle generalizzazioni. Ritengo fallace estendere a tutta la cittadinanza un discorso che va limitato ad una parte di essa. Vero è, però, che stiamo andando incontro ad una fase di profonda depressione urbana. Ci sono degli episodi di violenza sempre più frequenti che devono indurre a preoccupazione sia chi amministra sia, tengo in particolare a questo punto, chi vive la città da privato.

Quindi, Foggia città deresponsabilizzata. Per ora…
Guardi, al di là degli aggettivi, quello che mi preoccupa è una fenomenologia che si biforca, concretamente, sottoforma di due rappresentazioni: da un lato, c’è la futilità delle motivazioni sottese a questi episodi. Personalmente, sono molto spaventato da questa cosa. Temo che la violenza prenda il sopravvento in modo troppo semplice, non ci siano forme di resistenza personali che inducano i soggetti ad un attimo di riflessione in più. In secondo luogo, guardando la città da questo onorevole punto di vista in cui mi trovo, noto una recrudescenza dei fenomeni criminosi, l’aumento di furti e rapine, una criminalità che incalza e talora scalza la società veramente civile.

A cosa crede sia legata questa recrudescenza?
Alla mancanza di valori positivi. Non leggo, in questi atti, la speranza, il sogno, la voglia di una normalità basata su quelli che sono gli elementi moralmente ed effettivamente rilevanti. Non c’è rispetto per il prossimo, messo sotto le scarpe. Non c’è il valore della famiglia, del lavoro. Dell’educazione, della cultura. E, in parte, inutile nasconderlo, è anche responsabilità della politica. È anche responabilità di noi governanti.

Perché non riuscite…
Perché non riusciamo a fare i conti con le esigenze delle persone. O, meglio, capiamo dove bisogna intervenire, decodifichiamo i bisogni dei giovani. Purtroppo, però, patiamo un periodo di forte crisi anche delle istituzioni governative. I tagli perpetuati dal Governo centrale e i ritardi di Bari non ci fanno dormire sonni tranquilli. Anzi, ci portano a dover tagliare risorse piuttosto che investirle.
Senta, in quei “sonni poco tranquilli” che lei dorme, quanto influiscono eventi come l’omicidio di Francesco Cannone?

Io ho vissuto questo nuovo omicidio come un dramma che mi ha provato anche a livello fisico. Come uomo innanzitutto, ma anche come amministratore di tutti. Sento molto il peso di quel che è successo. Perché, qui, non è solo una la vita spezzata, ma tre. Tre giovani che, anche se in modi diversi, sono parte di un copione disperato che stronca l’esistenza. Chi resta, chi si è macchiato dell’omicidio e chi si è reso complice, non avrà più una vita semplice, entrerà in un circuito di disperazione che alimenterà una volta di più lo scoramento collettivo.
Sindaco che cosa serve alla città? Insomma come si fa a venire fuori da quella retorica delle classifiche sulla qualità della vita? Su Foggia città morta ed inospitale per gli stessi foggiani?
Servono azioni forti che riconducano ad una prospettiva di futuro. Ecco, Foggia ha bisogno di smettere di guardarsi indietro, di guardare a tutti i suoi morti ammazzati, alle sue attività chiuse, ai progetti falliti. Foggia deve incominciare a guardare avanti a sé, alzare la testa per scrutare di nuovo dove si annidi la speranza del cambiamento. In questo serve che tutti si attivino. A partire dai cittadini, che devono lavorare indipendentemente dalle istituzioni ma con le istituzioni, in un circuito ampio di collaborazione che riesca a sopperire le mancanze dell’uno e dell’altro. È un piano di aiuto e di sostegno reciproco.

E dov’è la speranza di Foggia?
Nei giovani. A patto che non si lascino irretire da un mondo sempre più volgare e sguaiato, che propaga servilismo a piene mani e che pubblicizza modelli violenti. Foggia è piena di giovani motivati, attivi. Da loro passa il riscatto civile. Penso all’associazionismo giovanile, al Forum dei Giovani che all’interno del Comune ha sempre libero accesso per libera interlocuzione. Penso anche agli Amici della domenica, un’altra associazione intergenerazionale che opera nel concreto e che punta alla riqualificazione di tutta la città. Dagli spazi urbani alla mentalità urbana. Una città più bella è una città più giusta. Penso anche, per esempio, ad eventi fortemente significativi come la manifestazione femminile del 13 febbraio. Tutti insieme, possiamo scuotere Foggia.

Non la spaventa, a proposito di soggetti urbani, il silenzio che è scoppiato in città dopo l’omicidio?
Molto (si arresta e sospira). Fa impressione questo silenzio assordante della società civile foggiana proprio mentre, al contrario, bisogna mettere in campo un’azione collettiva. Dobbiamo, tutti non solo il Sindaco, dire basta. E dire basta significa vivere diversamente, al di fuori di questi schemi violenti. Ma significa anche chiedere a gran voce che ci si muova. Chiesa, Comune, Provincia, scuole, famiglie, stampa, associazioni, politica. Nessuno deve tirarsi fuori.

E ci sono queste condizioni? Lei reputa, cioè, che tutti questi soggetti possano interconnettersi tra loro?
A livello istituzionale non ci sono problemi. Si rema nella stessa direzione. Ed anche i giornali, devo dire, stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nell’indirizzo positivo della società e della socialità. Il giornalismo, la comunicazione, sono una missione che reputo fondamentale per il territorio. E, tranne in rarissimi e sporadici casi, per fortuna c’è occasione di dialogo responsabile.

Lei ha parlato di connessione con scuole, parrocchie, associazioni. Avete pensato ad un tavolo di lavoro?
Non c’è bisogno di tavoli a tutti costi. Certo, siamo a lavoro per organizzare incontri e strutturare interventi che vadano in questo senso. Ma quel che vogliamo soprattutto fare è parlare con i giovani nei circuiti dei giovani. Da quelli formali a quelli informali della socializzazione. Vogliamo dire loro quanto sia deleterio fondare lo stare insieme su alcool e droghe, e abbruttente ed avvilente lo stazionare, fermi, sulle proprie posizioni escludendo gli altri dal confronto. Vogliamo far capire loro quanto sia importante il sogno collettivo e quanto, all’inverso, sia brutto scherzare troppo pericolosamente con la vita. Sa, è tragico, per un Sindaco e per un uomo, sapere che un giovane muoia per una malattia. È tragico sapere che un giovane muoia in un incidente stradale. Ma è inaccettabile sapere che un giovane muoia ucciso da altri due giovani. Dobbiamo fare in modo che non accada più.

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