La giornata della memoria… In onore di Brecht

(Il giorno della memoria è sfruttato, usurato, forse anche abbastanza pateticamente riprodotto. Non è l’evento in sè ciò che mi arreca qualche prurito, quanto più la ricorrenza che non può e non deve fermarsi all’evento, alla ritualità di una celebrazione che si arresta nell’arco di un giorno per esaurirsi come un cero abbandonato al vento. La memoria non conosce paletti. Altrimenti non sarebbe tale. Forse la chiameremmo recinto, forse semplicemente cane. La memoria, come patrimonio collettivo e condiviso, non può e non deve essere celebrata, ma vissuta. Quotidianamente. Educare per prevenire. In ogni caso, per non contravvenire ad una simbolgia tutto sommato forte, ho deciso di regalare queste poesia. Nell’anno che insegnai nell’istituto di Treviolo, Bergamo, leggemmo passi del Mein Kampf e, poi, questa poesia. Lasciò molti segni nel cuore dei ragazzi, che scoprirono, per la prima volta, che la solitudine non solo annoia, ma può uccidere)

Prima di tutto vennero a prendere

gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere

gli ebrei


e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere

gli omosessuali,


e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere

i comunisti,


ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere

me…


e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(B.Brecht)

I risultati delle primarie in Capitanata

COMUNI VOTANTI BOCCIA VENDOLA
VOTI % VOTI %
Accadia 216 89 41,20% 127 58,80% v
Alberona 31 9 29,03% 22 70,97% v
Anzano 198 45 22,73% 153 77,27% v
Apricena 1395 709 51,41% 670 48,59% b
Ascoli S. 312 196 63,02% 115 36,98% b
Biccari 216 122 56,48% 94 43,52% b
Bovino 162 45 27,78% 117 72,22% v
Cagnano 506 200 39,53% 306 60,47% v
Candela 201 129 64,50% 71 35,50% b
Carapelle 231 77 33,33% 154 66,67% v
Carlantino 121 6 5,04% 113 94,96% v
Carpino 465 303 65,44% 160 34,56% b
Casalnuovo 110 71 65,14% 38 34,86% b
Casalvecchio 291 181 62,20% 110 37,80% b
Castelluccio S. 101 39 38,61% 62 61,39% v
Castelluccio V. 94 41 43,62% 53 56,38% v
Celenza 108 64 59,26% 44 40,74% b
Cerignola 1512 510 33,84% 997 66,16% v
Chieuti 103 26 25,24% 77 74,76% v
Deliceto 296 157 53,58% 136 46,42% b
Foggia 4573 1522 33,17% 3067 66,83% v
Ischitella 360 174 48,60% 184 51,40% v
Isole Tremiti 73 4 5,48% 69 94,52% v
Lesina 195 58 29,74% 137 70,26% v
Lucera 1096 182 16,64% 912 83,36% v
Manfredonia 3165 2104 65,98% 1085 34,02% b
Mattinata 574 299 52,09% 275 47,91% b
Monte S. A. 755 265 35,38% 484 64,62% v
Monteleone 214 7 3,27% 207 96,73% v
Ordona 172 38 22,09% 134 77,91% v
Orsara 657 249 38,19% 403 61,81% v
Ortanova 669 376 56,46% 290 43,54% b
Peschici 141 29 20,71% 111 79,29% v
Pietra 134 49 36,57% 85 63,43% v
Poggio 215 202 93,95% 13 6,05% b
Rignano G. 250 88 35,48% 160 64,52% v
Rocchetta 117 30 25,64% 87 74,36% v
Rodi 360 66 18,33% 294 81,67% v
Roseto V. 94 8 8,51% 86 91,49% v
S. Giovanni R. 2000 915 45,89% 1079 54,11% v
S. Marco in L. 848 329 39,07% 513 60,93% v
Sannicandro 820 388 48,08% 419 51,92% v
S. Paolo C. 429 209 48,72% 220 51,28% v
S. Severo 1785 759 43,00% 1006 57,00% v
Sant’Agata 74 53 71,62% 21 28,38% b
Serracapriola 184 114 61,96% 70 38,04% b
Stornara 368 177 48,10% 191 51,90% v
Stornarella 356 134 39,41% 206 60,59% v
Torremaggiore 997 587 59,47% 400 40,53% b
Troia 352 107 30,48% 244 69,52% v
Vico 435 166 38,16% 269 61,84% v
Vieste 917 430 47,36% 478 52,64% v
Volturino 191 108 56,54% 83 43,46% b
Zapponeta 247 183 74,39% 63 25,61% b
TOTALE 30486 13428 44,18% 16964 55,82%
Published in: on 26 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Con le primarie (e con Vendola) Foggia ha vinto

Ieri Foggia ha vinto. Ed ha vinto perchè si è alzata dal suo smunto e trascinato atteggiamento passivo di chi resta alla finestra della storia. Ieri Foggia ha vinto perché si è andata a conquistare il suo futuro. Quattromila e cinquecento sono stati i cittadini del capoluogo che si sono scoperti effettivamente cittadini del capoluogo. Ieri Foggia ha vinto e con Foggia hanno vinto gli oltre 30 mila elettori di Capitanata, i 192 cuori pulsanti dell’intera Puglia.

Ieri Foggia ha vinto perché è diventata nervo passionale di questo processo di rivoluzione che risponde al nome di Nichi Vendola. Ieri Foggia ha vinto perché, preferendo Nichi al grigio Boccia, ha sotterrato impietosamente nel “tavuto” della storia e dell’inconsistenza, tutte le voci ignoranti di chi ha definito frettolosamente questi cinque anni vendoliani come un eterno favore fatto a Bari. Come un mutuo sulla Puglia, un leasing che avrebbe, al termine, consentito al capoluogo levantino di comprare, senza ricevuta, l’intera regione. Non è stato così e la Puglia l’ha capito. E Foggia l’ha capito. Le risposte migliori della Puglia migliore al modo peggiore di fare la politica più abietta sono arrivate puntuali. In tanti, due volte il numero di cinque anni fa (stessi contendenti, stesso vincitore, ma con 79.296 votanti allora), hanno rivendicato il loro diritto di addrizzare quel punto interrogativo che il Pd romano voleva mettere su un’esperienza che tutta Italia ci invidia e che tutto il mondo conosce, trasformandolo in un secondo, esclamativo. La Puglia, e con essa Foggia, ha vinto perché ha finalmente messo in campo la sua rivendicazione di scelta. Scegliere è già un risultato. Scegliere con coscienza è un risultato doppio. Scegliere nel giusto e senza farsi abbindolare dal lustrino del grande partito è invece la vera vittoria. E se in Capitanata il risultato è stato il meno lusinghiero dell’intera Regione (17.013 Vendola, pari al 56% contro i 13.413 di Boccia e 44% contro ad esempio, l’81% di Bari ed il 70% di Taranto), i foggiani hanno tributato percentuali da Bulgaria a Nichi (dei 4567 di cui sopra, 3069 sono state le schede Vendoliane, per una percentuale pari al 67%.).  Stanno, insomma, le cose, proprio come le presenta Michele Emiliano: “la lezione” è “per tutto il partito” e non solo per Francesco Boccia, anonimo capro espiatorio. È una lezione inflitta a quei grigi funzionari, scipite copie automatizzate della politica delle idee di cui vanno troppo spudoratamente blaterando, che ieri, da mane a sera, hanno presidiato ogni circoscrizione in maniera costante. Nel loro modo di interfacciarsi con la gente si coglie l’imbarazzo di un Pd che non sa più parlare e fare breccia. Sempre che sia mai stato capace di innescare una seppur minuscola scintilla di passione. Li vedevi eretti, fissi come lance infilzate nell’asfalto, intabarrati in un mattino di fine gennaio, a reclamare visibilità. A mettere in vendita un nome da sbarrare. Di contro il loro suq, la Puglia migliore e Foggia migliore. Quella che rigettava le loro sortite di avvicinamento, quella che non aveva bisogno di essere indirizzata, spedita com’era nel votare. La città gioiosa che non ha paura, che non soffre di manie di grandezza pur essendone in diritto. Foggia, Barletta – Andria – Trani, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce sono state in vetrina per tutta la giornata. Lo stivale ci ha ammirati con un tocco d’invidia. “I pugliesi sono gente fortunata”, ci omaggiava Matteo Bertocci su Il Manifesto di domenica. Si, vedendo le code ai seggi con meno di dieci gradi di temperatura, c’è da dargli ragione. Siamo gente fortunata che si è saputa guadagnare a morsi il diritto di contare. Uomini e donne coscienti, però, artefici del nostro destino. Quei volti sorridenti in fila, mamme, padri con bambini. E bambine: come quella rosa vestita con due fari azzurri al posto degli occhi che stringeva la mano del papà alle nove di mattina nel quartiere Cep. Anche lei disciplinata, anche lei contenta. E poi i giovani di ogni età ed estrazione sociale. Giovani impegnati e non solo: ognuno fotogramma di un futuro che non si arresta qui. O che, per lo meno, tenta di fare in modo che il sogno non si spezzi nel ritorno alla coscienza. Gli spumanti che abbiamo stappato ieri sera, pertanto, non sono soltanto l’affermazione di una vittoria numerica. Bensì la definizione di una strada che non conosce deviazioni. Ogni urlo, ogni abbraccio, ogni brindisi contiene la speranza, sono sintomi vivi e calorosi di una generazione che non ci sta alla rassegnazione. Magari abbiamo le valige pronte, è vero. Ma il nostro orgoglio resterà sempre qui. Nel mare del Salento, nelle colline della Murgia, nelle cattedrali che si affacciano verso i Balcani e la Turchia, inebriandosi di Oriente, nelle campagne di Capitanata, ed anche nelle fabbriche di Bari e Taranto. E in quel presidente anomalo, diverso, sovversivo.

Da leggere ascoltando: Ivano Fossati, La canzone popolare

Udc= Mafia… Pd= Udc… Pd= mafia?

Ricapitoliamo. A un giorno dalle primarie che decideranno le sorti del centrosinistra pugliese, la politica sta vivendo (o dovrebbe farlo) un nuovo moto sussultorio. Una scossa tellurica che rischierebbe, in un qualsiasi stato democratico nel senso più genuino del termine (dove le opportunità di contare non sono parimenti collocate allo start, ma lasciano in tribuna tutti quanti puntano sul baro come arguzia metologico – sportiva) di fare sfaceli, di detonare nelle mani dei suoi principali artefici. Ma l’Italia è una nazione a forte consumo di doping. Pertanto, anche politicamente, l’arte dell’arrangiarsi (espressione che non conosce eguali nel resto del mondo) è figlia dell’opportunità dell’immediato.

Come dire: il fine giustifica i mezzi

Come dire: è la forza che fa la differenza

Come dire: la sostanza ha più peso della forma.

Già. Sarà per questo che la condanna di Totò Cuffaro – ex governatore della Sicilia in quota Udc, ora senatore scudocrociato – a sette anni per favoreggiamento alla mafia (e non c’è l’attributo “esterno” tanto vituperato dai lacchè del padrone di casa arcorese) non suscita clamore più dello stretto indispensabile e necessario. Appare anzi normale amministrazione in un contesto alterato e deviato in cui la stella lucente dell’onestà è appuntata sul petto di gente come Vittorio Mangano e Giulio Andreotti. Eroe uno, statista e padre fondatore della Repubblica l’altro. Uno step momentaneo in attesa dell’assoluzione generale, del “tana libera tutti” che porrà fine all’intero costrutto eversivo di quella banda del buco chiamata “cittadini onesti”.

All’interno di questo contesto si schiude però uno scenario dalle multi sfaccettature non di secondo piano. E questo scenario ha i colori dell’orizzonte di Lungomare Nazario sauro di Bari, sede della Presidenza della Regione Puglia. Domani si vota. Boccia e Vendola. Vendola e Boccia.

Come dire: Ci riprovo, Francesco Boccia

Come dire: Approfondisco, Francesco Boccia

Come dire: Che sia la volta buona, Francesco Boccia.

Se Boccia dovesse benauguratamente perdere, sarebbe out. Fuori dalla vita politica. Magari relegato in qualche ufficio romano del Pd come Quasimodo, il deforme gobbo parigino della cattedrale di Notre Dame.

Perdere una volta contro Nichi Vendola ci può stare. Nel 2005 la primavera poteva contare su molte rondini. Ma perdere ancora, perseverare nell’ammettere pubblicamente i propri limiti sarebbe un incendio, un suicidio. Karakiri politico. Boccia lo merita. E lo merita Massimo D’Alema, regista di questo film orribile e senza trama alcuna. E lo merita l’immoto Bersani, incapace di muoversi ad indignazione, di prendersi un partito che, nel concreto, dovrebbe essere suo.

Ubi maior, minor cessat è la voce itinerante di bocca piddina in bocca piddina. E se Vendola resta un compagno, le necessità immediate, il “maior”, sono nell’accordo con l’Udc. Quell’Udc che, a sua volta, vuole fare le scarpe a Vendola per la questione sanità che, a dire di Casini, non è stata gestita con i controcazzi (ufficialmente, poi c’è molto altro, come la conquista dell’acquesdotto pugliese,m che fa gola a Caltagirone, che di Pierferdy è il suocero…).

Ma le carte si sono scoperte. Nichi è uscito immune dalle faccende legate alla sanità, Cuffaro no. Ora il Pd scelga con chi stare. E tenga a mente, sperando vivamente che arrechi disturbo durante i sonni, una sola parola: M A F I A.

Da leggere ascoltando: “Quarant’anni”, Modena City Ramblers

Published in: on 24 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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La brava gente di Rosarno: leghista, fascista, qualunquista

Ci sono decine di motivi per andare oltre quello che è stato detto, in questi giorni, da giornali e televisioni sulla vicenda di Rosarno. Uno fra tutti, la frantumazione di quel velo di ipocrita perbenismo che alona occhi e menti degli abitanti del Bel Paese. Già, perché il ritornello degli “Italiani brava gente”, coniato nell’ormai sbiadito 1964 dal regista cinematografico Giuseppe De Santis per marcare le distanze fra le truppe del fronte sovietico nostrane e quelle del Quarto Reich hitleriano, stavolta, risulta davvero stonato. I rimpiattini, alla lunga, stancano. Come stanca la ridondanza usurata del luogo comune. Così l’italiano medio è venuto alla luce nel profondo Sud. Delineandosi nei suoi più abietti ed incivili costumi, aduso ad un modus agendi et cogitandi da beato ignorante. Forcaiolo alla medievale memoria, immagine non dissimile da quella d’evocazione filmica in cui gli abitanti di un villaggio in pericolo si lanciano contro il mostro che li spaventa, orco della palude o vampiro assetato di sangue, in un impeto orgoglioso armati di torce, zappe e strumenti di lavoro. Avessero la stessa intraprendenza che hanno dimostrato nell’espellere i ragazzi che per loro chinano la schiena nei campi di pomodori o si fanno il mazzo con gli alberi di mandarini (di fatto divenendo anello fondante della catena economica della Regione. A proposito di questo: chi raccoglierà adesso le arance?) nell’opporsi ai veri soprusi che tengono a fondo la Calabria, le cose procederebbero in maniera diversa.

Ma i jingle ripetuti e cantilenanti delle pubblicità berlusconiane benedetti e finanziati dal capitale pubblico, abbagliano anche da queste parti di mondo. Così “vincere facile”, senza impegno e, tutto sommato, con la disposizione di poche risorse in campo, il minimo sindacale, oltrepassa le pretese di liet motiv e si afferma come pratica del quotidiano. Di fatto, nulla di più né di meno della concretizzazione della più bassa e becera mentalità mafiosa. Quella stessa in cui la Calabria messasi in vetrina a Rosarno rimane inestricabilmente incagliata.

Tuttavia, una cosa è parlare di pratica, altra di intromissione. I magistrati hanno indicato la via, i media hanno pompato la cosa, il governo e le forze dell’ordine, con gli arresti eseguiti in imminente conseguenza, hanno dato il colpo di grazia. In poco tempo, il focus si è spostato. Ed un episodio di razzismo, commutato nell’ennesimo attacco squadrista sì, ma di derivazione criminale. Insomma, una Portella della Ginestra in tono minore e con meno coinvolgimenti politici.

Già, perché a Rosarno, obnubilamento della ragione nazionale, non ha perso lo Stato inteso come sommatoria algebrica delle istituzioni burocratiche ed amministrative, ma in quanto collettiva espressione dell’humus culturale di una nazione; a Rosarno non ha perso la democrazia dei Togliatti e dei De Gasperi, bensì quella dell’universalità, della corporeità che non conosce sesso, razza e religione. Perché a Rosarno, e fa specie notare questa nota nel solo “Osservatore Romano” vaticano, ha preso piede l’Italia retrograda e troglodita della pancia. Che, inutile continuare a negarselo con l’esaltazione dei bronzi di Riace e dell’arte bizantina, come del Rinascimento fiorentino e del gotico lombardo, del Barocco leccese e dell’imperiosità laziale, è la maggioranza. Un leghismo imperante a parti (ed aree geografiche) invertite. A Rosarno ha vinto l’Italia che non farebbe una piega di fronte a nuove leggi razziali. Come allora, come al tempo di Benito e di Adolfo, degli ebrei e degli oppositori politici, non c’è più raziocinio nelle azioni. Come allora, chi non è dalla “parte giusta” è automaticamente “un comunista”. Sono comunisti i giornali, sono comunisti i giornalisti; sono comuniste le voci critiche e sono comuniste le bocche che l’emettono. Dire “comunista”, per questi studenti, braccianti, agricoltori, sindacalisti, professionisti, casalinghe, ammiratori di Emilio Fede e di Umberto Bossi, corrisponde ad un insulto. Dire “comunista” è l’intendere la presa di posizione opposta. Antitesi, tuttavia, di una realtà innegabile che i cacciatori di “negri” confermano: la rinascita di un fascismo qualunquista e violento su cui i lacchè berlusconiani stanno soffiando con impeto.

da leggere ascoltando: I Ministri, Diritto al tetto

Published in: on 12 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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