Se questo è un uomo. Scene dall’inferno di un villaggio sconosciuto (Stato Quotidiano, 21giugno 2011)

Gli estintori utilizzati come pali (R.P.)

Borgo Mezzanone – C’è soltanto un buco a rimarcare la distanza fra lecito ed illecito. Lo ha applicato qualcuno dei ragazzi che vivono alle spalle del Cara di Borgo Mezzanone, con una tronchesi, in una rete di metallo. Quel buco ha violato la zona rossa della dignità. È da un anno, ormai, che un centinaio di uomini vivono in una sorta di villaggio arrangiato (non ancora modo, non più Cara) del Borgo più polveroso d’Italia. Sono africani, per la maggior parte sub sahariani. Ma c’è anche qualche palestinese, messo in mezzo dall’Intifada e dalla brutale opera di sterminio di Israele. Tutti uomini. Giunti in Italia con un fardello di pochi stracci ma un carico pesante di sogni. E quelle promesse garantite dalla televisione. Come non credere alla patina luccicante della pubblicità? Come distinguere le battaglie dei precari dagli spot imbelli degli shampoo?

“L’AFRICA E’ MEGLIO DELL’ITALIA” – Rischiare, per loro, vale la pena. A posteriori, certo, qualcuno non lo rifarebbe. Come M.: “L’Africa è meglio dell’Italia”. Sta raccogliendo i soldi per cercare di tornare a casa. Lui, come tanti, ha attraversato il Mediterraneo come una merce. Un sacco di patate che se cade in mare, in fondo, è lo stesso. Altro che affondamenti. La loro vita, qui a Mezzanone, sta andando giù peggio che in un gorgo. Le loro speranze si chiamavano permesso di soggiorno, asilo. In breve, meno di due anni, si sono resi conto che sei fortunato se già riesci a mettere in bocca un tozzo di pane raccattato dopo una mattinata di caritatevoli suppliche per le strade di Foggia.

UNA GIORNATA SENZA PRETESE – Già, Foggia. Gliel’hanno raccontata come fosse Detroit. Ogni mattina, questi uomini si svegliano, varcano il buco nella rete, montano sull’autobus, i più fortunati inforcano le bici e corrono in centro. “Inseguiamo il lavoro”, dice un gambiano. E così la loro vita va avanti da mesi. Visibile eppure invisibile. I nomi che portavano incollati al loro paese, qui, a Borgo Mezzanone, a Foggia, in Puglia, non contano più. Non hanno più un senso. La loro persona violata dal verme dell’oblio. Non hanno documenti per rimanere in Italia. Quelli che hanno sono scaduti. Non vogliono essere clandestini. Hanno tentato il rinnovo. Per loro significa vivere per lo meno con una zavorra meno pesante. Ed invece, l’unica carta che hanno in mano è un foglio di via permanente che soltanto la compiacenza solidale, per fortuna, sterilizza.

IL LAVORO – Lavoro manco a parlarne. La stagione del grano non la conti neppure. Ci sono le trebbiatrici, le braccia meccaniche fanno tutto al posto dell’uomo. Non chiedono contratti o normalizzazioni, le macchine. Le compri una volta e sono a norma per sempre. Quella dei pomodori, poi, si prospetta lunga. Per qualche tempo è stata la croce e delizia dei migranti. Insieme garanzia di qualche spiccio giornaliero e tormento fisico con pochi eguali. Malgrado conoscano la durezza del lavoro, V. ha già parlato con qualche possidente. Da lui sono arrivate soltanto brutte conferme. “Senza documento non mi fanno lavorare”, confessa a Stato. È il solito cane idrofobo che prova a mordicchiarsi la coda spelacchiata. Senza lavoro non esisti, senza esistenza non lavori. Il ciclo in cui si sono auto immessi è tutt’altro che virtuoso. E non se ne vede l’uscita.

IL CAMPO – Tanto più perché la rabbia monta. Alla difficoltà di un lavoro, si aggiunge la percezione dell’orgoglio calpestato ma anche la necessità di mantenere garbo. E, soprattutto, condizioni di vita al limite del terzo mondo. Un ragazzo di poco più di 30 anni (dal Ghana alla Libia, dalla Libia a Lampedusa, infine a Foggia) ci mostra le baracche bianche in cui trascorrono le giornate. Tuguri raccapriccianti e disordinati, residuati delle guerre italiane degli anni Novanta. Da casa a casa, fili di ferro o corda con i panni stesi ad asciugare, lavati sotto le docce umili, in comune per gruppi. I fili della corrente entrano all’interno attraverso i canali di scolo delle acque reflue. Come antenna della tv usano scheletri di ombrelli in disuso. Non c’è acqua. Di fronte alle case, uno stradone in cemento armato rovente sotto il sole della Capitanata che le separa dai cassonetti sempre pieni. Mai una volta, in un anno, l’Amica ha pensato di fare un salto da queste parti. D’altronde, non esiste nessuno, qui. Ed allora si procede ad ardere, un fuoco per evitare che i topi intossichino la vista e si nutrano dei miseri avanzi di percolato. Non serve. I ratti sono abituee del campo. Lo sono i serpenti, lo sono le zecche, lo sono gli insetti. Le zanzare le trovi anche alle quattro di pomeriggio, o alla mattina. Ci sono anche diversi cani che hanno figliato. Piccoli maremmani bianchi si aggirano rincorrendo il pallone con cui i più giovani cercano di rallegrare le giornate. La porta, due estintori piazzati giusto nel pezzo di una piazzola artificiale orrenda, tutta grigia, che i quasi 40° di giugno sbiadisce in una visione ondulante.

Chiamarla vita è un oltraggio. tanto che non lo è. Basta chiedere in giro, anche nei palazzi del potere. Tranne qualche associazione di cuore, nessuno è a conoscenza di questa parte di mondo. E molti sono convinti che le espulsioni siano provvedimenti che aiutino i migranti a ritrovare un senso nel loro paese, a star bene, a ricominciare. Per spronarli a ricostruire quello che decenni di capitalismo predatorio e bellico hanno devastato.

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La brava gente di Rosarno: leghista, fascista, qualunquista

Ci sono decine di motivi per andare oltre quello che è stato detto, in questi giorni, da giornali e televisioni sulla vicenda di Rosarno. Uno fra tutti, la frantumazione di quel velo di ipocrita perbenismo che alona occhi e menti degli abitanti del Bel Paese. Già, perché il ritornello degli “Italiani brava gente”, coniato nell’ormai sbiadito 1964 dal regista cinematografico Giuseppe De Santis per marcare le distanze fra le truppe del fronte sovietico nostrane e quelle del Quarto Reich hitleriano, stavolta, risulta davvero stonato. I rimpiattini, alla lunga, stancano. Come stanca la ridondanza usurata del luogo comune. Così l’italiano medio è venuto alla luce nel profondo Sud. Delineandosi nei suoi più abietti ed incivili costumi, aduso ad un modus agendi et cogitandi da beato ignorante. Forcaiolo alla medievale memoria, immagine non dissimile da quella d’evocazione filmica in cui gli abitanti di un villaggio in pericolo si lanciano contro il mostro che li spaventa, orco della palude o vampiro assetato di sangue, in un impeto orgoglioso armati di torce, zappe e strumenti di lavoro. Avessero la stessa intraprendenza che hanno dimostrato nell’espellere i ragazzi che per loro chinano la schiena nei campi di pomodori o si fanno il mazzo con gli alberi di mandarini (di fatto divenendo anello fondante della catena economica della Regione. A proposito di questo: chi raccoglierà adesso le arance?) nell’opporsi ai veri soprusi che tengono a fondo la Calabria, le cose procederebbero in maniera diversa.

Ma i jingle ripetuti e cantilenanti delle pubblicità berlusconiane benedetti e finanziati dal capitale pubblico, abbagliano anche da queste parti di mondo. Così “vincere facile”, senza impegno e, tutto sommato, con la disposizione di poche risorse in campo, il minimo sindacale, oltrepassa le pretese di liet motiv e si afferma come pratica del quotidiano. Di fatto, nulla di più né di meno della concretizzazione della più bassa e becera mentalità mafiosa. Quella stessa in cui la Calabria messasi in vetrina a Rosarno rimane inestricabilmente incagliata.

Tuttavia, una cosa è parlare di pratica, altra di intromissione. I magistrati hanno indicato la via, i media hanno pompato la cosa, il governo e le forze dell’ordine, con gli arresti eseguiti in imminente conseguenza, hanno dato il colpo di grazia. In poco tempo, il focus si è spostato. Ed un episodio di razzismo, commutato nell’ennesimo attacco squadrista sì, ma di derivazione criminale. Insomma, una Portella della Ginestra in tono minore e con meno coinvolgimenti politici.

Già, perché a Rosarno, obnubilamento della ragione nazionale, non ha perso lo Stato inteso come sommatoria algebrica delle istituzioni burocratiche ed amministrative, ma in quanto collettiva espressione dell’humus culturale di una nazione; a Rosarno non ha perso la democrazia dei Togliatti e dei De Gasperi, bensì quella dell’universalità, della corporeità che non conosce sesso, razza e religione. Perché a Rosarno, e fa specie notare questa nota nel solo “Osservatore Romano” vaticano, ha preso piede l’Italia retrograda e troglodita della pancia. Che, inutile continuare a negarselo con l’esaltazione dei bronzi di Riace e dell’arte bizantina, come del Rinascimento fiorentino e del gotico lombardo, del Barocco leccese e dell’imperiosità laziale, è la maggioranza. Un leghismo imperante a parti (ed aree geografiche) invertite. A Rosarno ha vinto l’Italia che non farebbe una piega di fronte a nuove leggi razziali. Come allora, come al tempo di Benito e di Adolfo, degli ebrei e degli oppositori politici, non c’è più raziocinio nelle azioni. Come allora, chi non è dalla “parte giusta” è automaticamente “un comunista”. Sono comunisti i giornali, sono comunisti i giornalisti; sono comuniste le voci critiche e sono comuniste le bocche che l’emettono. Dire “comunista”, per questi studenti, braccianti, agricoltori, sindacalisti, professionisti, casalinghe, ammiratori di Emilio Fede e di Umberto Bossi, corrisponde ad un insulto. Dire “comunista” è l’intendere la presa di posizione opposta. Antitesi, tuttavia, di una realtà innegabile che i cacciatori di “negri” confermano: la rinascita di un fascismo qualunquista e violento su cui i lacchè berlusconiani stanno soffiando con impeto.

da leggere ascoltando: I Ministri, Diritto al tetto

Published in: on 12 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Uomini che odiano… gli uomini (se stranieri è meglio)

LEGGENDO IL RAPPORTO STILATO DAL GERMAN MARSHALL FOUND: 8 italiani su 10, per una percentuale dell’81%, reputa l’immigrazione, quella clandestina, un problema. Ora, lungi da noi la volontà di voler mettere in mostra le magagne di un paese in cui si associa all’idea di ospitalità quell’antropologia antica di offrire una fetta di caciocavallo podolico all’amico o al parente. Tuttavia, a questo punto, qualche dubbio sulla bontà dell’italiano medio emerge. Eccome se emerge. Anche perchè, è umano, quando si teme qualcuno o qualcosa, la prima reazione cui ci si presta, piuttosto che puntare alla piena conoscenza di quel qualcuno o del fenomeno in cui egli è inserito e che il più delle volte lo schiaccia, è l’enfatizzazione. Così la percezione del reale finisce per essere tanto più alterata quanto maggiore è l’invocazione di protezione che l’individuo erge contro quello che ritiene un pericolo… Ecco motivato il secondo dato, che smonta tesi e congetture del Belpaese come terra naturale d’immigrazione: gli italiani stimano gli immigrati in una presenza non lontana da 20% circa dell’intera popolazione. Tac… sbagliato! Perchè la percentuale di stranieri che imbatardisce la razza meno pura del mondo, è di un miserrimo 7%… Un nulla… Ma Dio ci scampi da questo 7%! Dio tenga lontani da noi questi bambini sfruttati e queste donne malate (il 77% delle massaie impellicciate e degli impiegati tripponi, addossa agli irregolari la colpa dell’aumento della criminalità!), ghettizzate nei campi di concentramento cui la modernità tenta di dare nomi carezzevoli. Ultimo, ridondante, il C.A.R.A (Centro Assistenza Richiedenti Asilo), parola che evocherebbe coccole, ma che, da acronimo, è significato di un significante spietato: la fine della libertà ai bordi delle civiltà del consumismo e del benessere in rovina. Non luoghi siti nelle periferie di un impero in decadenza e perversione dove si puttanizza la televisione, dove si puttanizza la politica, dove si puttanizza il turismo, dove si puttanizzano finanche gli esami all’università… Sciami di puttane e puttanieri, un imbarazzate 93% di puttane e puttanieri evidentemente… Che, però, va detto, scopa ma ostenta traboccante clemenza. Di quella clemenza non certo filantropica, cosa credete! Già, perchè, secondo lo stesso rapporto del Marshall Found, se è vero che solo il 36% di casalinghe stanche chiede di mettere a norma le filippine, sudamericane, rumene o ucraine che sturano i loro cessi e passano la cera sul loro parquet, corrisponde anche a verità che il 53% degli italiani (uno dei dati più alti tra i Paesi monitorati) è a favore del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari. Che, alla luce di quanto sopra, regolari non saranno mai…

Link del rapporto: http://www.compagniadisanpaolo.it/file/pdf/TT_immigraz2009_ITa_430.pdf

Published in: on 4 dicembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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