Maurizio Crozza 3 – Ballarò, 8 febbraio 2011

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La classe operaia va all’inferno

Alla fine della fiera, chiuse le urne e chiusi i seggi, è andato tutto esattamente come ci si attendeva alla vigilia. O quasi. I favorevoli al diktat per Mirafiori hanno prevalso. Di poco, ma tant’è. 54% contro 46%.

Tutta la gerarchia feudale della Fiat e del Paese, tutti gli assertori del patto di non belligeranza (contro il capitale) non faranno sconti. “Basterà anche soltanto un voto”. Sono arrivati quelli degli impiegati a salvare Marchionne. Già perché, nel cuore della fabbrica, sul vero campo di battaglia, le truppe cammellate dell’eroe dei due mondi erano state molto ingloriosamente sopraffatte dall’onda rossa di Fiom e Cobas.

C’è voluto l’intervento degli uffici; l’uscita dalla fabbrica, dal caldo, dal disagio, dall’unto, dal pericolo di malattie è stata la chiave del successo. Nichi Vendola ha detto: “Per Marchionne la vittoria più amara, per la Fiom la sconfitta più gratificante”. Poca cosa. L’apologia della bella sconfitta non era quella stessa che Nichita, per sé, aborriva? E’ una forma distorta di trainig autogeno made in fabbrica che non  fa bene a nessuno.

Non fa bene al mondo operaio che ha la necessità di ritrovare se stesso nel novero del conflitto sociale contro il capitale. Vecchiume ideologico? Niente affatto. Piuttosto, riciclo positivo e necessario quando, nel pattume, sono volontariamente stati gettati i diritti, la democrazia. Parcheggiati in quegli enormi spazi per i pullman al di fuori delle fabbriche, ammonticchiati sopra cumuli e cumuli di sangue versato sulle strade, sconfitte e vittorie. L’uomo forte della Fiat vuole riportare l’orologio della Storia indietro nel tempo, a quell’era in cui c’era chi poteva tutto e chi nulla. Vuole tornare al caporalato industriale, ripristinare il divieto di dissetarsi durante la fatica. Stirare le pieghe del tempo per scovarvi il pericoloso virus sindacale ed eliminarne le tracce. Marchionne ha comprato il favore di cinque sindacati su sette. E, comunque, non è stato capace di mettere a sedere l’orgoglio operaio rinascente.

Un orgoglio pesantemente scalfito da questa compravendita. Si è giocato al massacro interno, alla morra cinese delle ragioni, dove incredibilmente il più sciocco e credulone ha fagocitato il lottatore. Perché la responsabilità non è soltanto di Marchionne. Ma anche dei soloni interni. Dei sindacati, innanzitutto. Prendete Uil e Cisl. Ebbene, la loro messa a disposizione del padre padrone, il loro accettare chini le frustate benevole del capo sovverte la natura stessa del proposito sindacale, ribalta la logica della difesa del lavoro per sposare, bavosa, quella della convenienza del momento. E’ una sposa che accetta una cavalcata a vita piuttosto che un matrimonio fondato sull’amore e sul rispetto. Non sapendo che, il corpo scolpito e stentoreo dello stallone che la sottomette, prima o poi, appassirà, flaccido a tal punto che neppure il Viagra potrà farci nulla. A quel punto si troverà sola ed insoddisfatta, con un piede sull’uscio della camera da letto smunta ed uno su quello dell’appartamento. Sempre sotto schiaffo del ripudio.

Ma anche degli stessi interni. I risultati di Mirafiori ci presentano l’alba di un nuovo conflitto (cromatico e non solo) fra colletti bianchi e tute blu. Con i primi a decidere della sorte dei secondi. Forti del loro peso e della loro sostanziale garanzia, poco più di 400 impiegati hanno sovvertito il voto espresso da quasi 5000 operai. Questa è la democrazia, daccordo. Questo il sistema scelto ed accettato da tutti, Fiom compresa. Ma che le veci dell’ago della bilancia vengano impersonate da quanti, in fondo, risentiranno men di tutti delle conseguenze della marchionizzazione, è per lo meno bislacco. Eppure sì che, loro, dovrebbero essere la parte “migliore” dell’azienda. Quella più istruita. Quella, si diceva un tempo nel profondo Sud, “studiata”. sarebbe bastato, forse, che l’avessero letto quella sottospecie di accordo sottoposto al laser del voto. Sarebbe bastato non dar retta agli echi di chi diceva: “O con il sì oppure andiamo via”.

Perché la delocalizzazione, gli “studiati” dovrebbero saperlo, è più che avviata. E non solo verso il freddo polacco o il belvedere rivierasco croato. Marchino Marchionne, tanto forte del paese di Pulcinella quanto prono in quello dello Zio Sam, ha iniziato a portar via, destinazione Detroit, le menti più brillanti dell’azienda italiana. Sta facendo letteralmente a pezzi la progettazione, stracciando come carta da culo la componentistica Fiat, (s)vendendo – per niente sotto banco per chi sotto il banco ci guarda – piani come quello delle macchine elettroniche ed imbarcandosi, di contro, i Suv.

Domanda: in un paese in cui il mercato delle auto è ai minimi storici, in crollo verticale (17% nel 2010 rispetto all’anno precedente e – 19% soltanto nel mese scorso), mancano piani d’investimento ed il prezzo d’acquisto delle famiglie scema mese dopo mese, chi potrà mai permettersi l’acquisto di un Suv? E, conseguentemente, a chi giova il nuovo piano di marchionne? Di certo, non agli stabilimenti italiani. Di certo, non a Mirafiori. Di certo, non agli impiegatucci modesti. Forse a qualche sindacalista corrotto e venduto.

Marchionne, Fiom dalle balle

“NON possiamo aspettare oltre”. Lo ripete due volte, Donato Stefanelli. Il concetto deve essere chiaro a tutti i militanti. Fiom o non Fiom. Perché la posta in palio coinvolge tutta la Cgil. Nel nuovo impero di Sergio Marchionne, lanzichenecchi cinque sindacati (Uilm, Fim, Fismic, Ugl e quadri), è l’intera sigla rossa ad essere in pericolo. Dovesse passare “l’obbrobrio” (nessuno parla di referendum, né di accordo), poi, i tempi di reazione dovranno essere subitanei.
Chiudendo, questa mattina, l’attivo dei metalmeccanici in Cassa Edile, il segretario regionale ha incitato alla lotta. Si stringe i denti e si va avanti nella lotta. Questione di credibilità innanzitutto. Indietro non si può tornare e, perciò, è secco il no “ad inaccettabili quanto improponibili firme tecniche”. È un messaggio sputato in faccia, con rabbia, alla segretaria Susanna Camusso. A Canossa non andrà nessuno. Non andrà la Fiom, non andrà nemmeno la Cgil.

“STANNO SMANTELLANDO LA DEMOCRAZIA” – “Sono decisi i duri cigiellini. Non si tratta quando, in ballo, ci sono i diritti. “La Fiom non ha firmato, non firma, non firmerà”. “Non cediamo ai ricatti”. Sono parole sulla bocca di tutti. Non motteggiamenti, vacui, ma tentativi di ridare normalità a quello che, in effetti, normalità già è: un lavoro che non sprechi le sue carte migliori giocandosela a casaccio con realtà a-sindacalizzate. Quando non, peggio, de-sindacalizzate. Perché, sostengono, rivendicano, non si tratta con chi obbliga alla scelta fra lavoro e democrazia. Stefanelli detta la linea, solidale con quei “compagni” torinesi chiamati a rispondere con la rabbia al ricatto. “È impensabile quanto sta accadendo nel nostro paese – si stupisce – In Italia, la democrazia, lo dice la Costituzione, è democrazia del lavoro”. Di più. “Tutti i movimenti sociali derivano dal lavoro, dalla rivendicazione del diritto al lavoro”. È qui, su questa contraddizione, che pure si fonda la destrutturazione di un’azienda che “si sta genuflettendo agli interessi della Chrysler e di Obama”.

L’ASSENZA DEL PD – In un auditorium che straborda di timori, carni ed esperienze diverse fuse e rimiscelate in un compatto ed organico composto di felpe rosse e parole di fuoco, iniziano a serpeggiare i primi dubbi. Smantellata Pomigliano, se dovesse crollare anche il baluardo Mirafiori, potrebbe toccare identica sorte alla Sofim Iveco. Tanto più perché, al contrario di qualche anno fa, alle spalle del sindacato latita la sinistra politica, ridotta ad una misera alcova dove amoreggiano interesse e dirigenze, fra tentazioni di centrismo e riedizioni di vecchie formule. Questo mondo del lavoro, questo che rifiuta di ammalarsi e di morire di lavoro, si sente messo a parte. “Pensano al capitale e, al massimo, alle piccole imprese. Ma sempre e comunque in termini di patronato” ruggisce a Stato Quotidiano un lavoratore della Sofim. Lo scollamento fra Pd e Cgil (e la Fiom in particolare), è alla luce del giorno, dinanzi agli occhi di tutti. In Viale Ofanto non si affaccia nessuno dei maggiorenti. E neppure qualche “scartina” cittadina o giovanile. Bersaniani o veltroniani, il benservito al mondo sindacale è cucinato con spietata – ed identica – lucidità. Con buona pace delle ambizioni laburiste.

“IL NOSTRO AGIRE E’ IL REAGIRE” – Ma l’orgoglio operaio è più forte anche di quelle assenze. La dignità del lavoro è altra cosa. Non da chiedere. Ma da ottenere, rivendicare, trovare. Dalla parte della barricata occupata da questi pezzi di umanità radicale, c’è disincanto. È lontana la retorica della speranza che tanto a lungo ha imperversato sul movimento operaio. Più d’uno ne chiede la soppressione, più d’uno ne certifica la morte. “Con questa storia della speranza, dell’attesa di qualcosa di migliore ci hanno sempre messo in stanby. Ci hanno fregati”. C’hanno provato, almeno. Fino a Marchionne. Già perché è proprio lui, quello che il segretario generale della Fiom di CapitanataAntonio La Daga bolla come “l’uomo dei due mondi”, che mette d’accordo proprio tutti. Che fa di un corpo leso un corpo indistruttibile. Che ha smesso di subire colpi ed ha preso a darli. “Il nostro agire – grida dal palco Marco Potenza – è reagire”. Agire, reagire. “Dobbiamo ripristinare il conflitto sociale. Attuarlo prima che le cose precipitino”. Ed ecco il fine primo, unico, ultimo. Per ora. “Sciopero generale”. Da indire “subito”. Con l’ausilio “di tutti” e la partecipazione “di tutti”. Prove generali, quelli del 28. A Bari si svolgerà, “dopo 25 anni” (confessa quasi commosso Stefanelli) una manifestazione dei metalmeccanici. Ma che tiene insieme più rabbie, più cuori, più anime ferite da questo “nuovo sistema” che è “diMarchionne come della Gelmini, di Berlusconi, di Sacconi”. “Ma, questo – dice Potenza – non sarà uno sciopero generale della Fiom, ma uno sciopero generalizzato, in cui incroceremo le braccia per non abbassare la testa”. Atto primo di una lotta al di là dal finire.

 

Quando il lavoro non c’è chi balla? Seminario SeL sabato 15 alle 17

 

Beppe nel pieno di una manifestazione della Cgil

“SONO tempi duri per il mondo del lavoro. Nel grande mare dell’occupazione nuota un esercito di piranha pronto a mordere ed a determinare paurose fughe indietro dei natanti. I piranha sono i Marchionne, i natanti i lavoratori”. Parlando con Beppe Di Brisco, lui, compagno, amico, lottatore, rende così, con il massimo dell’efficacia, lo spirito dell’iniziativa messa in piedi, per sabato prossimo (15 gennaio, ore 17 nella sede di Via Brindisi 43) dal circolo foggiano “Rosa Luxemburg” di Sinistra ecologia e Libertà. Titolo: “Come sopravvivere alla riforma del lavoro”. Rientrando nella metafora testè proposta: come scampare all’assalto dei piranha senza che i piranha vengano neppure a saperlo. O, meglio ancora, come renderli inoffensivi.

“Dobbiamo entrare nell’ottica che il lavoro è l’istanza fondamentale che muove le risorse umane, organizza le società, determina spesso i rapporti sociali”, aggiunge Di Brisco. “Ed invece, oggi, ce lo vogliono far apparire come una brutta emergenza”. Per giunta neppure tanto urgente, stando alle cifre occupazionali. In Italia, si è toccato nel 2010 il picco della disoccupazione giovanile, con il 28.9 dei ragazzi a spasso. Dato che, trasposto sul territorio assume tinte a dir poco disastrose. La capitanata, infatti, si colloca ancora una volta fra gli ultimissimi posti nella classifica occupazionale, con un tasso che sfonda il 40%.

Di Brisco, operaio e laureato non fa mistero della sua preoccupazione in tal senso: “La provincia di Foggia continua a non riuscire a produrre progetti tali da impiegare le risorse vive del territorio. I cervelli, le intelligenze fuggono altrove, alla ricerca, spesso, di qualsiasi occupazione. Finisce così che laureati con il massimo dei voti si limitino a fare i camerieri stagionali”.

Iniziativa del “Luxemburg” cadrà inoltre all’indomani del referendum che deciderà il futuro dei lavoratori di Mirafiori. Un voto che sta creando più scontri che incontri, più contrapposizioni che confronti, più problemi che risoluzioni. Che sta incidento in particolar modo nel ventre molle delle relazioni tra sindacati, e, ancor più, delle composizioni interne della Cgil (la Fiom voterà no al piano Marchionne, il resto del sindacato di Susanna Camusso, al contrario, voterà si). Sarà interessante, perciò, ascoltare la posizione della Fiom. Posizione che verrà portata a Foggia da Donato Stefanelli, segretario regionale delle tute blu della Cgil. “Invitare Stefanelli – dichiara Di Brisco – è una nostra chiara scelta di campo. Tra Marchionne e gli operai, noi siamo con questi ultimi e non con il modo del patronato”. Da SeL, insomma, tornano parole di sinistra.

All’incontro prenderanno parte anche Marco Barbieri (docente di Diritto del Lavoro presso l’Università degli Studi di Foggia) e Raffaele Falcone (Rete della Conoscenza Puglia)

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