Silvio che non sa più prevedere l’insondabile

Tenetelo che cade...

BERLUSCONI avrebbe dovuto dar retta a Gertrude Stein. La scrittrice modernista statunitense scriveva: “Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”. Ecco, avesse seguito questa strada, il Cavaliere avrebbe, probabilmente, salvato capra e cavoli. Perché – lo ha riconosciutoLuca Ricolfi nell’editoriale di sabato su La Stampa – sarebbe venuto da sé che, se voti per le amministrative, il tuo partito è dato in calo e tu stesso non brilli come un tempo di luce tua; se poi che il tuo migliore alleato si sbraccia per nettare i tuoi errori piuttosto che usare lo sbianchetto per rimuoverli, allora non conviene che pontificare che “un sindaco è un sindaco è un sindaco è un sindaco”. Ed invece Berlusconi ha deciso di giocarsi tutto. Di vincere tutto, amministrazioni e stima politica, o di perdere tutto. Ed a rivelarsi è stata la seconda delle due.

IL PARTITO-NON PARTITO – Ancora di più, ha perso il partito-non partito del Premier. Quell’entità nata ed affidata alle mammelle del capo. Ma che il capo stesso ha troppo badato ad ingozzare. Al punto da generarne una struttura ipertrofica ma solo in apparenza completa, anarcoide nei contenuti e, cosa peggiore, anarcoide nell’organizzazione sui territori. Un partito, quello del Cavaliere, che ha sempre creduto di poter contare sull’intervento salvifico, sul ruolo delpater familiae, sulla dichiarazione finale col botto, sulla politica urlata. Nel momento in cui ha dovuto fare i conti con la politica pura, ovvero, quando attorno al Pdl è stato creato il vuoto, si è resa evidente l’assenza della dotazione politica di base. Un gesto eclatante può risolvere un’elezione e, nell’anomalia Italia, può veicolarti un’intera epoca ventennale, ma non crea il presupposto perché ciò che lo sottende si radichi nella gente, e neppure nei tanti scimmiottatori del capo animatore. La fisima dei giudici comunisti, il refrain della persecuzione, la paranoia indotta del diverso. Tutta roba che si neutralizza con il neutralizzarsi del suo propugnatore ed unico beneficiario.

L’EROSIONE – Nel Pdl nessuno l’ha capito. E se l’hanno capito non sono intervenuti per arrestare la picchiata verso l’abisso. Già, perché le motivazioni della sconfitta di Berlusconi non sono da leggere soltanto nelle intemperanze contro l’avversario. Ma trovano epicentro nel logoramento materiale della fiducia del suo stesso bacino elettorale. Un’erosione inarrestabile, goccia d’acqua dopo goccia d’acqua. Che ha indebolito in premier ed azzerato quella formazione di lacché posti al suo seguito.

INDISCIPLINA – In questi ballottaggi, non è un caso, ha vinto l’indisciplina. Del popolo di centrodestra, ancora una volta dimostratosi allergico al ritorno ravvicinato alle urne (strategia che, probabilmente, sarà funzionale al Governo sulla questione referendaria ma che, intanto, si è riverberata negativamente nell’immediato); del terzo polo, che il Cavaliere dava come naturale terza gamba del centrodestra e che, al contrario ha spernacchiato il Pdl; degli elettori di centrosinistra, specie i giovani di De Magistris e di Pisapia, che sono della stessa pasta di quelli di Nichi Vendola e che son sordi alle accuse di estremismo ed anzi, dal radicalismo della speranza sono attratti. Ed è così che il Premier si è trovato al centro harakiri casuale. Lui, miccia vagante degli anni Novanta, elemento impazzito ed a tratti antipolitico, come Di Pietro (che, non a caso corteggiò un bel po’) nei toni e nei modi, ma agli antipodi sui contenuti, è caduto sull’imprevedibilità, sul non te l’aspettavi, sull’insondabile.

MILANO E NAPOLI – S’è imposto il contrappasso dei numeri, l’infantile gioco dello “specchio riflesso”. E così, anche dove i “suoi” guadagnavano quanto auspicato, gli “altri” riuscivano a fare di più. Fino a bissare e triplicare i consensi suppletivi. Lo dicono le cifre di Milano, dove, mentre laLetizia Moratti metteva in cascina 24 mila voti in più rispetto al primo turno, il Giuliano Pisapiane rubava 50 mila alla sua avversaria. Lo dicono addirittura impietosamente le cifre di Napoli. Gianni Lettieri, colui per il quale il premier ha messo la faccia nell’ultimo giorno di campagna elettorale, ha addirittura sgonfiato il suo portato elettorale di quasi 40 mila voti nel mentre Luigi De Magistrisfunzionava da Folletto, incamerando preferenze addirittura superiori alla somma di quelle ottenute, quindici giorni fa, da lui stesso, Pasquino e Morcone messe insieme.

CAPITANATA – Spostando il baricentro laddove la parlantina berlusconica ha meno presa, la Capitanata, ai ballottaggi, ha categoricamente opposto un muro all’avanzata del Popolo delle Libertà. Tre dei quattro comuni impegnati con la scadenza amministrativa hanno cambiato bandiera. Orta Nova, in quanto Peppino Moscarella, pidiellino con qualche tentazione futurista (ed oggi la domanda sarebbe spontanea: ma se fosse stato candidato con Fli, avrebbe vinto?) non è riuscito neppure a guadagnarsi l’accesso a questo dentro o fuori. Dopo 15 anni, nella città dei cinque reali siti la tendenza s’inverte. Dietro la vittoria di Iaia Calvio – successo insperato per un altro partito allo sbando come il Pd – ci sono senz’ombra di dubbio le trappole argute che, causa vendetta, Peppino il feudatario ha teso al suo amico-nemico Porcelli. Iaia ha incrementato il suo bottino preferenziale di 1500 schede. Schede indubbiamente lasciatele in dono dalla premiata coppia Lannes – Di Giovine, ma non solo. Impossibile non constatare che, dei 2281 voti di Moscarella, soltanto un centinaio si sono sciolti nel recipiente Porcelliware. La cinghia di trasmissione è stata volutamente inceppata dall’ex sindaco, poco restio a favorire i “congiurati” come li ha definitiGianvito Casarella, pidiellino cerignolano, nel corpo di una nota.

Passaggio che, con esiti opposti, ha dato il massimo di sé a Sannicandro. Al duo terzo Polo – pd, è riuscita la spallata finale a Nino Marinacci, già convinto di avere in tasca, se non tutta, almeno una buona fetta della torta della vittoria. Ed invece, a fronte d’un incremento praticamente nullo dell’ex sindaco, su Vincenzo Monte sono confluiti tutti i voti del perdente Squeo che, nei passati giorni, aveva, contemporaneamente, annunciato la non volontà d’accettazione d’incarichi amministrativi e chiamato i suoi elettori a serrare le fila contro il pericolo rappresentato, appunto, dall’ex consigliere provinciale.

Sconfitto a San Marco (che era, per il Pdl, una gara praticamente inutile) l’unico sollievo arriva da San Giovanni Rotondo, dove la litigiosità della sinistra, l’indecisione socialista sullo schieramento in cui trovar cadrega, e la voglia di tentare qualcosa di nuovo, premiano Luigi Pompilio che, sul fil di lana, ha la meglio sul cattolico del Pd Franco Bertani. Non è detto che, per il Pdl, sia una buona notizia. San Giovanni è terreno insidioso, ed i numeri, ad oggi, sono quel che sono. Senza contare il fatto che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe a breve aprirsi una fase di ricambio interno, con tanto di liti, scossoni e separazioni. Gabriele Mazzone è pronto ad andare via. Lui, 85 anni, il doppio di De Magistis, curriculum democristiano mai pentito, serrato nelle stanze dei bottoni, ha in mano le chiavi del partito. Il segreto della sconfitta è tutto qui.

Red, vecchio tizzone d’inferno!

Mentre Pisapia negli anni ’70 veniva accusato di “rubare furgoni”cosa faceva Gabriele Ansaloni /Red Ronnie, ora consulente musicale e d’immagine della Moratti? Era a Bologna, che faceva la cronaca degli scontri di piazza per Radio Alice dalle barricate, con una evidente partecipazione per i dimostranti… (leggi tutto – guarda il video)

Red Ronnie, al secolo Gabriele Ansaloni, l’uomo di Bandiera Gialla e del Roxy Bar che è diventato consigliere e consulente di Letizia Moratti, da qualche giorno è al centro di un cortocircuito mediatico che passa sotto il nome di “effetto Pisapia”, con la sua pagina facebook presa d’assalto e lui che parla di “violenza mediatica”. Ma cos’è successo per scatenare tanta agitazione?

Dopo l’entrata a gamba tesa della Moratti, a Sky, con la falsa accusa raccontata a tempo scaduto sulla condanna di Pisapia – negli anni ’70 – per un furto d’auto commesso al fine di organizzare il pestaggio di un avversario politico, mercoledì scorso Red Ronniesulla sua pagina FB scriveva queste parole: “Primo esempio del vento che sta cambiando a Milano: cancellato LiveMi di sabato 21 maggio, in Galleria del Corso. Era l’inizio di LiveMi 2011 (che se vincerà Pisapia sarà cancellato dai progetti del Comune). Dava spazio a gruppi e artisti emergenti che potevano esibirsi con brani propri. In compenso Pisapia sta pensando a un megaconcerto con Jovanotti, Ligabue e Irene Grandi. Per dare voce a chi non ce l’ha.”

Insomma, incolpare dell’annullamento del concerto organizzato da Red per la giunta Moratti uno che non è ancora sindaco è il massimo…
Ebbene, tornando a noi, mentre ormai tutti sanno che il Pisapia“estremista/terrorista” che negli anni ’70 “rubava furgoni per organizzare pestaggi” è una colossale calunnia (Pisapia è stato assolto da quella falsa accusa con formula piena… ), pochi sanno invece cosa combinava il nostro Gabriele Ansaloni, non ancora Red Ronnie, nel ’77 a Bologna.

Ebbene, il giovane Ansaloni, DJ delle prime radio libere bolognesi, era un improvvisato ancorché entusiasta cronista degli scontri di piazza a Bologna del marzo 1977, avvenuti a seguito dell’uccisione dello studente Francesco Lorusso.
Nella registrazione che vi rproponiamo, corredata da immagini d’epoca, il Red racconta a Radio Alice gli scontri di piazza dal balcone della casa del suo amico Bonvi, il fumettista creatore delle“Sturmtruppen”, e lo fa con un’evidente simpatia per i manifestanti.
La perla, in questa registrazione, è quando Gabriele Ansaloni/Red Ronnie dice che il popolo sta cambiando opinione: “mentre ieri diceva basta con questi estremisti che sfacsciano le vetrine adesso dice basta con questa polizia che ci sta rompendo le palle..” Poi se la prende con le provocazioni fasciste e con una vecchietta che occupa il telefono della radio (sarà mica stata la nonna della Moratti?)

Impagabile Red, hai visto come si cambia in trent’anni? Cosa ti hanno fatto a San Patrignano?… A noi piace ricordarti così,cronista sulle barricate, altro che quei video melensi che fai andando in giro con la Moratti. Provaci ancora Red!

LINK: http://radio.rcdc.it/archives/provaci-ancora-red-79593/

Barnard, a Foggia l’ultimo intervento: “Dubbi sulla morte di Bin Laden”

Paolo Barnard (St)

Foggia – CASO mai non dovesse rientrare il proposito di ritirarsi a vita privata dopo anni d’impegno politico e giornalistico, quello tenuto oggi a Foggia sarà ricordato come l’ultimo intervento pubblico di Paolo Barnard. Il più libero fra i giornalisti italiani, uno zingaro nel nome della verità, lascia il suo testamento nell’Aula magna del Liceo Classico “Vincenzo Lanza”. Chiude come a lui piace, discutendo con gli studenti, dando loro la stessa dignità che tocca dare a qualsiasi persona; si tratti un notabile o di uno straccione. Loro lo hanno accolto, lo hanno abbracciato. Gli hanno tributato, prima e dopo, un lunghissimo applauso. Mani come colori fluorescenti, evidenziatori del gradimento morale verso la persona Barnard. Verso Paolo che non chiede gloria, ma stimola alla riflessione.

Ed a presentarlo sono soltanto loro. Melissa Mastelloni, tassello del Collettivo Koiné, che parla di “orgoglio”. Giulia Solazzo che rivendica per conto dei ragazzi una “libera formazione nella coscienza individuale”. Alessia Villani che legge una storia tratta da “Restiamo Umani”, reportage di Vittorio Arrigoni nel cuore dell’Operazione Piombo Fuso a Gaza.

In loro, nelle loro parole, nei loro occhi, si legge il desiderio di maturazione. Un processo di crescita da cospargere nel nome della verità. Senza forzature esterne, senza ulteriori falsificazioni. La presentazione di “Perché ci odiano”, con tutta la normale trattazione delle tematiche complesse ed intricate della storia del conflitto arabo – israeliano altro non è che la concretizzazione di questa scelta. Il campo è minato, rischioso. Si tratta di passare per razzisti, per antisemiti. Eppure non ci sono timori nei gesti che guidano le decisioni e le parole di queste ragazze. Diciottenni con l’amaro in bocca. Ma, soprattutto, con la voglia proibita ed estrema di convertire quel saporaccio in un dolce sapore di giustizia, di novità.

E la pietanza servita sul piatto della città è Barnard. Verace ed emozionale, il giornalista deve fare i conti con l’inizio più difficile. Superare la morte di Vik, con il quale, per sua stessa ammissione, stava organizzando un tour di conferenze in giro per il Bel Paese, per il solo gusto di render alla Palestina ciò che spetta alla Palestina (e ai palestinesi). Roba da groppo in gola. Col microfono sorride ed arranca. Inghiotte un rospo grosso come un pachiderma, poi, intristito: “Arrigoni è un uomo ed un ragazzo che è stato sopraffatto dal dolore e dall’orrore”. Che fra orrore e dolore è rimasto compresso come in una tenaglia di disperazione. “Succede a Gaza”. Meglio glissare, forse. C’è da argomentare un discorso che parte da molto più lontano. E chissà quanto lontano è destinato a giungere ancora.

BIN LADEN. Primo punto da chiarire, la vicenda della morte del pericolo mondiale numero uno. Quello che, nell’arco di pochi decenni, è passato da utile alleato, a pericolosa nemesi antropologica. Barnard prova a sfondare il muro dell’ovvia diffidenza originatosi di fronte ad un tanto delicato argomento. E mette in discussione l’intera tempistica. Innanzitutto, sull’evento della morte, azzarda una retrodatazione al 2004: “Sono sette anni che lo sceicco saudita non si faceva più vedere né sentire”. E, questo, pur essendo “un baluardo indiscutibile per Al Quaeda”, un riferimento ineluttabile. Fondamentale alla cellula islamica come il succhiotto ad un lattante in procinto di metter giù la dentatura. Stonature di una “notizia strana”. Strana tanto quanto la rapidità di liquidazione della pratica. Dieci anni di guerra infruttuosa, opinione pubblica e media ingolositi da una fine hollywoodiana, spettacolare, da conflitto a fuoco senza fine, inseguimento e cattura, ed un epilogo frettoloso. Assalto, sparatorie, morte, disfacimento del corpo tutto nel giro di qualche ora.

Barnard accetta la sfida del dubbio, si inoltra nei meandri ostici di un’attualità sbiadita da contorni poco chiari. Soprattutto, sfonda nel terreno del “terrorismo”. Parola difficile. Da spiegare, innanzitutto. Specie se, dirimpetto, si affaccia l’intera gamma adolescente di una scolaresca ingorda di opinioni. “Il terrorismo – spiega con cautela il giornalista emiliano – altro non è che un’azione coercitoria compiuta verso chi non vuole subirla”. In breve, un obbligo violento e monodirezionale. La violenza che risponde al terrorismo originario, poi, può sfociare in atto criminale e criminoso, ma è ben lungi da considerarsi terrorismo. Una rilettura che rovescia il tavolo imposto dal croupier. occidentale. Sotto la lente dell’ottico Barnard, terrorista diventa l’altra faccia del crimine, quella abitualmente ritenuta civile e democratica. Vittima, al contrario, quella additata come carnefice.

Non un semplice gioco semantico, uno stratching per le sinapsi, ma un filo ragionato, tutto sospeso fra razzismo, storia, politica ed etica. E’ così che Barnard s’impone l’obbligo di camminare a ritroso. Di camminare nel passato per far luce sui coni d’ombra del Medio Oriente. Sprazzi di guerre e strategia militari, scorci inquietanti di accordi di pace, pulizia etnica decisa sui libri di diario. Barnard non dà l’idea di curarsi di confondere le idee ai ragazzi. Anzi, cerca, come un libeccio impetuoso, di fugare le nubi. Dis-eroizzando eroi troppo frettolosi, de-santificando santi altrettanto mediatici ma non esattamente effettivi. La religione diventa un pretesto. Quello tra ebraismo ed Islam si tramuta in una resa dei conti affaristica. Con il cancro “del sionismo”. Precisa “schifezza”, in quanto riproduzione – e completamento – delle peggiori ideologie distruttive della Storia.

A restare schiacciati dal progetto politico sionista “sono due popoli”. Quello palestinese, “fisicamente”, e quello israeliano, “tenuto in uno stato perenne di menzogna e di bugie”. Uno stato di cose in cui la gente è un mero ed involontario strumento biologico di riproduzione della pulizia etnica della Palestina. Terra che, specifica Barnard, “i primi illuminati pensatori ebrei non consideravano affatto come terra promessa, ma come un fastidio”. Troppi coinvolgimenti religiosi. E’ un fiume in piena, il giornalista. Snocciola i morti della “specificità terrorista dell’Occidente”: 200 milioni in America Latina, 11 milioni in Congo, 2 milioni in Indonesia. E poi ancora, le “liberazioni” dei paesi arabi ed africani, l’esportazione democratica in Iraq ed Afghanistan. I massacri dell’apartheid (tra cui figura quello, etico, perpetrato dagli Usa, di aver inserito, nel 1989, l’African National Congress ed il futuro Presidente Nelson Mandela nella lista dei terroristi internazionali).

Le parole di Barnard sono spine. Gli studenti prima lo sommergono di domande, infine lo acclamano come fosse una star. “Speriamo che ci ripensi”, chiosa Melissa riferita al suo impegno pubblico. Un aereo lo separa da quei giovani dopo oltre due ore di colloquio. Forse definitivamente proiettandolo in una vita nuova, diversa. Forse.

Link: Stato Quotidiano, 5 maggio 2011

“Paura del silenzio sulla morte di Francesco”. Intervista con Gianni Mongelli, sindaco di Foggia

Fiori e sciarpa rossonera in ricordo di Cannone in Corso Cairoli a Foggia

DI lavoro da fare ce n’è tanto.Gianni Mongelli, per un’intera mattinata, incontra gente. Assessori, consiglieri, cittadini. Malgrado una fastidiosa influenza che lo attanaglia da giorni, il Sindaco va avanti. La scrivania piena zeppa di faldoni e di fascicoli, di carte. C’è da fare. In una città in balia delle polemiche e, nelle ultime ore, nella morsa di un vento gelido che sferza le vie e non aiuta i cagionevoli, Mongelli prova a tirare avanti. La pistola che ha sparato, quella impugnata dal 24enne Paolo Basto emana ancora odore di polvere da sparo. Per lui e per il suo amico, Giovanni Pio Mele, il gip del Tribunale di Foggia, Carlo Protano, ha rigettato la richiesta di scarcerazione.

Sindaco, Foggia città violenta?
No, il discorso mi sembra troppo forte. Personalmente non sono a favore delle generalizzazioni. Ritengo fallace estendere a tutta la cittadinanza un discorso che va limitato ad una parte di essa. Vero è, però, che stiamo andando incontro ad una fase di profonda depressione urbana. Ci sono degli episodi di violenza sempre più frequenti che devono indurre a preoccupazione sia chi amministra sia, tengo in particolare a questo punto, chi vive la città da privato.

Quindi, Foggia città deresponsabilizzata. Per ora…
Guardi, al di là degli aggettivi, quello che mi preoccupa è una fenomenologia che si biforca, concretamente, sottoforma di due rappresentazioni: da un lato, c’è la futilità delle motivazioni sottese a questi episodi. Personalmente, sono molto spaventato da questa cosa. Temo che la violenza prenda il sopravvento in modo troppo semplice, non ci siano forme di resistenza personali che inducano i soggetti ad un attimo di riflessione in più. In secondo luogo, guardando la città da questo onorevole punto di vista in cui mi trovo, noto una recrudescenza dei fenomeni criminosi, l’aumento di furti e rapine, una criminalità che incalza e talora scalza la società veramente civile.

A cosa crede sia legata questa recrudescenza?
Alla mancanza di valori positivi. Non leggo, in questi atti, la speranza, il sogno, la voglia di una normalità basata su quelli che sono gli elementi moralmente ed effettivamente rilevanti. Non c’è rispetto per il prossimo, messo sotto le scarpe. Non c’è il valore della famiglia, del lavoro. Dell’educazione, della cultura. E, in parte, inutile nasconderlo, è anche responsabilità della politica. È anche responabilità di noi governanti.

Perché non riuscite…
Perché non riusciamo a fare i conti con le esigenze delle persone. O, meglio, capiamo dove bisogna intervenire, decodifichiamo i bisogni dei giovani. Purtroppo, però, patiamo un periodo di forte crisi anche delle istituzioni governative. I tagli perpetuati dal Governo centrale e i ritardi di Bari non ci fanno dormire sonni tranquilli. Anzi, ci portano a dover tagliare risorse piuttosto che investirle.
Senta, in quei “sonni poco tranquilli” che lei dorme, quanto influiscono eventi come l’omicidio di Francesco Cannone?

Io ho vissuto questo nuovo omicidio come un dramma che mi ha provato anche a livello fisico. Come uomo innanzitutto, ma anche come amministratore di tutti. Sento molto il peso di quel che è successo. Perché, qui, non è solo una la vita spezzata, ma tre. Tre giovani che, anche se in modi diversi, sono parte di un copione disperato che stronca l’esistenza. Chi resta, chi si è macchiato dell’omicidio e chi si è reso complice, non avrà più una vita semplice, entrerà in un circuito di disperazione che alimenterà una volta di più lo scoramento collettivo.
Sindaco che cosa serve alla città? Insomma come si fa a venire fuori da quella retorica delle classifiche sulla qualità della vita? Su Foggia città morta ed inospitale per gli stessi foggiani?
Servono azioni forti che riconducano ad una prospettiva di futuro. Ecco, Foggia ha bisogno di smettere di guardarsi indietro, di guardare a tutti i suoi morti ammazzati, alle sue attività chiuse, ai progetti falliti. Foggia deve incominciare a guardare avanti a sé, alzare la testa per scrutare di nuovo dove si annidi la speranza del cambiamento. In questo serve che tutti si attivino. A partire dai cittadini, che devono lavorare indipendentemente dalle istituzioni ma con le istituzioni, in un circuito ampio di collaborazione che riesca a sopperire le mancanze dell’uno e dell’altro. È un piano di aiuto e di sostegno reciproco.

E dov’è la speranza di Foggia?
Nei giovani. A patto che non si lascino irretire da un mondo sempre più volgare e sguaiato, che propaga servilismo a piene mani e che pubblicizza modelli violenti. Foggia è piena di giovani motivati, attivi. Da loro passa il riscatto civile. Penso all’associazionismo giovanile, al Forum dei Giovani che all’interno del Comune ha sempre libero accesso per libera interlocuzione. Penso anche agli Amici della domenica, un’altra associazione intergenerazionale che opera nel concreto e che punta alla riqualificazione di tutta la città. Dagli spazi urbani alla mentalità urbana. Una città più bella è una città più giusta. Penso anche, per esempio, ad eventi fortemente significativi come la manifestazione femminile del 13 febbraio. Tutti insieme, possiamo scuotere Foggia.

Non la spaventa, a proposito di soggetti urbani, il silenzio che è scoppiato in città dopo l’omicidio?
Molto (si arresta e sospira). Fa impressione questo silenzio assordante della società civile foggiana proprio mentre, al contrario, bisogna mettere in campo un’azione collettiva. Dobbiamo, tutti non solo il Sindaco, dire basta. E dire basta significa vivere diversamente, al di fuori di questi schemi violenti. Ma significa anche chiedere a gran voce che ci si muova. Chiesa, Comune, Provincia, scuole, famiglie, stampa, associazioni, politica. Nessuno deve tirarsi fuori.

E ci sono queste condizioni? Lei reputa, cioè, che tutti questi soggetti possano interconnettersi tra loro?
A livello istituzionale non ci sono problemi. Si rema nella stessa direzione. Ed anche i giornali, devo dire, stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nell’indirizzo positivo della società e della socialità. Il giornalismo, la comunicazione, sono una missione che reputo fondamentale per il territorio. E, tranne in rarissimi e sporadici casi, per fortuna c’è occasione di dialogo responsabile.

Lei ha parlato di connessione con scuole, parrocchie, associazioni. Avete pensato ad un tavolo di lavoro?
Non c’è bisogno di tavoli a tutti costi. Certo, siamo a lavoro per organizzare incontri e strutturare interventi che vadano in questo senso. Ma quel che vogliamo soprattutto fare è parlare con i giovani nei circuiti dei giovani. Da quelli formali a quelli informali della socializzazione. Vogliamo dire loro quanto sia deleterio fondare lo stare insieme su alcool e droghe, e abbruttente ed avvilente lo stazionare, fermi, sulle proprie posizioni escludendo gli altri dal confronto. Vogliamo far capire loro quanto sia importante il sogno collettivo e quanto, all’inverso, sia brutto scherzare troppo pericolosamente con la vita. Sa, è tragico, per un Sindaco e per un uomo, sapere che un giovane muoia per una malattia. È tragico sapere che un giovane muoia in un incidente stradale. Ma è inaccettabile sapere che un giovane muoia ucciso da altri due giovani. Dobbiamo fare in modo che non accada più.

SeL buongiorno si vede dal congresso…

Aspettando il sole. Il primo congresso di SeL Foggia aveva questo titolo. Il sole è stata l’unica promessa mantenuta. Vero, perchè tutti i propositi di celebrare i funerali della vecchia politica, di suonare i requiem delle vecchie consorterie sono sostanzialmente falliti.

Pierluigi Del Carmine è stato eletto coordinatore cittadino di otto circoli cittadini a marchio vendoliano. In settimana, Beppe Di Brisco lo aveva, senza andare troppo per il sottile, invitato alla riflessione. Gestire un partito, era il ragionamento, non è un hobby o un dibattito al Bar. Giusto. Tanto più che SeL, in questo specifico momento, avrebbe bisogno di un segretario, non di un Pr. Di una persona capace di gestire le anime interne. Se necessario, di fare pulizia, riconducendo SeL sui binari giusti. Si è all’esordio ancora. E le scelte che si fanno adesso si proietteranno ineluttabilmente nel futuro. Quindi, la forma che il partito assumerà ora, sarà quella pressappoco definitiva. Ecco perchè serve un’ammissione di onestà, un trionfo di pulizia. E questo è un giudizio politico.

A voler essere sinceri, la permanenza ai vertici di gente come Rizzi e Cannerozzi, l’intrusione di “figuri” (mi permetto di mutuare questo termine da una discussione che anima il web) alla Lomele, non induce a pensare positivo. In un contesto normale, non berlusconizzato tanto a destra quanto a sinistra, li si dovrebbe veder correre in preda al terrore inseguiti da una folla inferocita armata di torce e forconi per tutta la provincia di Foggia. Chissà passi, di fronte al timore, l’appannamento della ragione attuale. Dicono che Lomele sia una ricchezza. E dicono che Laricchiuta è qualcosa di meno che un fallito. E’ incredibile la loro capacità di perdere il contatto con la verità. Vi immaginate, chessò, nel Pd Bersani martellare la Finocchiaro per difendere Paolo Campo?

Perché tiro in ballo il Pd? Ma perché l’appetito vien mangiando. Tesseramento. In occasione del congresso consumato nel 2009 – quello della dicotomia Bersani-Franceschini e Blasi-Emiliano-Minervini – uno scagnozzo un pò cresciuto di Paolo Campo, pur non necessitando alla mozione ulteriori numeri ed in barba ad ogni regolamento interno che, in breve, scandiva la norma “una testa, una tessera” (gentilmente fatto rispettare per le mozioni Marino e Franceschini di Capitanata), pose sul tavolo dell’allora federazione provinciale di Via Lecce un pacchetto di 300 tagliandi. Questo, nell’ultimo secondo utile del tesseramento. Bene, le differenze sono ben poche con l’attuale vertice di SeL.

Ma c’è da sfatare un dato. E si, perché, quanto a maneggiamenti, i piddini non sono secondi a nessuno. I tesserati SeL 2010, per bocca dello stesso Lomele, non sono 650 ma poco più di 420. Quel che resta, però, è un metodo dal sapore antico ed insieme beffardo, creato sul consenso di una maggioranza creata ad hoc, artefatta. Molto simile, per intenderci, alla compravendita dei parlamentari in atto sull’asse Pdl-Fli-Udeur-IdV. Insomma, la malafede è cosa provata e riprovata. Non basteranno atteggiamenti carichi di pathos e di sentimento, scimmiottamenti di discorsi emozionati a convincermi del contrario.

Ci sono sole tre ragioni in cui è ammissibile credere l’inverso:

1. Se privi di sogni e speranze.

2. Se ignoranti – “nel senso che ignori”, cit. -. Ovvero, se non a conoscenza dei precedenti di cotanti uomini

3. Se interessati al cadreghino miserrimo e momentaneo.

Nel primo caso, le giustificazioni sono così tante e motivate da indurre al perdono. Ovviamente, e non potrebbe essere altrimenti nel magico mondo di SeL Foggia, non solo i sogni e le speranze non esistono. Ma, anche quando le si brandisce, lo si fa con il solo intento di procurarsi una decina di minuti di arrogante notorietà, un momentaneo affacciamento alla finestra dell’emulazione vendoliana. Ma, anche in questo caso, l’innocenza diventa colpevolezza. Perchè ai sogni, così facendo, si sputa in faccia, li si schianta sotto il peso del sannicandrismo più becero e materiale (compagni, materiale non materialista) di un fratoiannismo di provincia che rende piccoli piccoli così.

Si sa, però, anche, che più si è piccoli ed insulsi più si è funzionali al potere. Ed il potere, servendosi della sua complessa rete di arguzie e frasi fatte, di strisciante approvazione e di parole a mezza via tra il sì ed il no, di promesse fasulle e pretenziose, riesce a convincere queste mosche di essere splendide crisalidi. Sempre di entomologia si discute, certo. La differenza, tra l’una e l’altra specie, è nel cibo. Si è pronti a mangiar merda pur di soddisfare il proprio ego, pur di pompare il proprio senso di magniloquenza.

Quanto alla seconda imberbe categoria – quella degli ignoranti – beh, il congresso ha palesato tutte le carte che certi figuri sono capaci di mettere in campo. Una complessa geografia urbana popolata di indefessi portantini e loschi quanto insignificanti alzatori di delega. Ad uso e beneficio di chi non c’era: il congresso è stato letteralmente determinato da un umanità scurrile ed intollerante alle norme. Deciso da uomini e donne (eufemismo) pronti a seguire il capetto di quartiere ovunque. Non è un caso che il craxismo imperante lo induce – quel ras insolente – a far dichiarazioni del genere: “Io ho dato forza a SeL ed io gliela posso togliere in qualsiasi momento”. Al cambio della stagione, siam certi, un’altra Federazione gli aprirà le porte. Un altro Domenico Rizzi gli darà alloggio, un nuovo fedele Cannerozzi gli proporrà le chiavi dell’alcova per violentare indisturbato le regole e la partecipazione. Altre fabbriche lo accoglieranno a braccia aperte per vincere un nuovo congresso a colpi di monosillabi foggiani e spallate all’educazione ed al rispetto. Ed anche altrove nasceranno inedite alleanze fra ultras e docenti, fra esagitati urlatori del sabato e sedicenti strateghi della politica locale.

In ultimo c’è la genìe più improponibile ed ingiustificabile. Quella scaturita dall’utero viscido della lordura opportunistica. Quella di chi usa l’ignoranza come strumento di vanto, di chi si ammanta le labbra di parole altrui, certi che, alfine, il peso specifico è insignificante. Non ce ne voglia il buon Pierluigi (rinsavisci Piero!), ma se anzicchè parlare per bocca di altri, avesse ripetuto per venti minuti la parola “Culo”, almeno avrebbe provocato il riso dei tanti bambini presenti in sala. Ed invece neppure loro l’hanno capito. Neppure loro, come molti, non si spiegano questi affronti diretti sparati a muso duro contro l’evidenza. E, se vuole smentire la sua inettitudine, ora ha il tempo per farlo.

1921 – 2011. Novanta ragioni per crederci. Auguri

 

Congresso di Livorno del 1921 – Fondazione del PCI (Era venerdì anche quel giorno…)

di Antonio Gramsci

Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea (1). A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica.

La classe operaia è classe nazionale e internazionale. Essa deve porsi a capo del popolo lavoratore che lotta per emanciparsi dal giogo del capitalismo industriale e finanziario nazionalmente e internazionalmente. Il compito nazionale della classe operaia è fissato dal processo di sviluppo del capitalismo italiano e dello Stato borghese che ne è l’espressione ufficiale. Il capitalismo italiano ha conquistato il potere seguendo questa linea di sviluppo: ha soggiogato le campagne alle città industriali e ha soggiogato l’Italia centrale e meridionale al Settentrione.

La questione dei rapporti tra città e campagna si presenta nello Stato borghese italiano non solo come questione dei rapporti tra le grandi città industriali e le campagne immediatamente vincolate ad esse nella stessa regione, ma come questione dei rapporti tra una parte del territorio nazionale e un’altra parte assolutamente distinta e caratterizzata da note sue particolari. Il capitalismo esercita così il suo sfruttamento e il suo predominio: nella fabbrica direttamente sulla classe operaia; nello Stato sui più larghi strati del popolo lavoratore italiano formato di contadini poveri e semiproletari.

E certo che solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale; è certo che solo la classe operaia può condurre a termine il laborioso sforzo di unificazione iniziatosi col Risorgimento. La borghesia ha unificato territorialmente il popolo italiano; la classe operaia ha il compito di portare a termine l’opera della borghesia, ha il compito di unificare economicamente e spiritualmente il popolo italiano.

Ciò può avvenire solo spezzando la macchina attuale dello Stato borghese, che è costruita su una sovrapposizione gerarchica del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive della nazione; questo rivolgimento non può avvenire che per lo sforzo rivoluzionario della classe operaia direttamente soggiogata al capitalismo, non può avvenire che a Milano, a Torino, a Bologna, nelle grandi città da cui partono i milioni di fili che costituiscono il sistema di dominio del capitalismo industriale e bancario su tutte le forze produttive del paese.

In Italia, per la configurazione particolare della sua struttura economica e politica, non solo è vero che la classe operaia, emancipandosi, emanciperà tutte le altre classi oppresse e sfruttate, ma è anche vero che queste altre classi non riusciranno mai a emanciparsi se non alleandosi strettamente alla classe operaia e mantenendo permanente questa alleanza, anche attraverso le più dure sofferenze e le più crudeli prove. Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale borghese (forma legale del predominio del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore.

I riformisti portano come «esemplare» il socialismo reggiano, vorrebbero far credere che tutta l’Italia e tutto il mondo può diventare una sola grande Reggio Emilia. La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud per abbattere lo Stato borghese, per fondare lo Stato degli operai e contadini, per costruire un nuovo apparecchio di produzione industriale che serva ai bisogni dell’agricoltura, che serva a industrializzare l’arretrata agricoltura italiana e a elevare quindi il livello del benessere nazionale a profitto delle classi lavoratrici.

 

Nikita ed i suoi sogni di (non) anarchia

Nichi Vendola, the governor of the southern Italian region of Puglia

Essere o non essere. Con il teschio in mano, Nichi Vendola, scespirianiamente, si interroga sul suo immediato futuro. Tempo concesso sul palco di Lungomare Nazario Sauro, una settimana o poco meno.

Gli scenari possibili dipendono, in primis, dal futuro di Silvio Berlusconi, dalla fiducia che scaturirà o, verosimilmente, non scaturirà dall’emiciclo. Merchendising o meno delle casacche parlamentari. La crisi di governo infatti, al di là dell’esito del voto del prossimo 14, è acclarata. Ed è acclarata perché il laboratorio Campania, ovvero quella stanza resa asettica che avrebbe dovuto essere la sua vera forza, il vaso in cui impiantare il seme del futuro del suo centrodestra, gli si è ritorto contro.

Nella Terra del Lavoro, la Campania felix di Cosentino e della Carfagna, di Bocchino e di Caldoro, il Popolo delle Libertà si è perso nelle sue beghe locali, adombrato nelle sue clientele, sperso nei suoi mille particolarismi, nelle tentacolari metastasi politiche delle consorterie. Dalle stelle alle stalle nel giro di un soffio. Il dito puntato di Fini è stato l’inizio delle danze, la miccia che s’innesca, la promessa di ritorsione. “Diamo fuoco a questa baracca”. Avvampati nel calore rosso fuoco, sono andati in fumo anni ed anni di cauta costruzione politica, di compromessi e cedimenti ora di una parte del partito, ora dell’altra. Sono finiti nel rogo, Silvio-Giovanna D’Arco con tutte le sue idee.

 

E la storia è cambiata. Quella storia iniziata 29 marzo 1994, ovvero appena nove giorni dopo la morte misteriosa di Ilaria Alpi (il filo non è così sfilacciato, ma tra l’uno e l’altro evento ci sono connessioni forti ed oggettive: l’accordo Urano, lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia, faccendieri e massoni al potere con mansioni fondative di Forza Italia, la P2, Licio Gelli, la tessera 1816, le stragi di stato, il patto mafia – potere, Dell’Utri e le mediazioni, Emilio Fede, Craxi, Mediaset…). Quella storia nata con una dichiarazione d’amore di Silvio-Romeo a Giulietta-Fini nel tempo in cui, quest’ultimo, sfidava (perdendo) la sinistra rutelliana al Comune di Roma. E finita a piatti scagliati l’uno contro l’altro. Di quest’amore, Fini è colpevole quanto Berlusconi. si sono amati follemente e si sono odiati di brutto, si sono divisi e riuniti, si sono sposati, minacciati di divorzio, riappacificati ed ora chissà.

 

In questo gioco delle coppie che scoppiano, tutto il fronte delle opposizioni attende. Il Partito Democratico non fa nulla. Attende e basta. E, per una strana combinazione della sorte (ma nemmeno tanto visto che fare nulla è quello che sa far meglio), ha ingarrato la mossa. Vince senza combattere. Era l’unica possibilità per un non partito di far fuori, politicamente parlando, il più ostico degli avversari: aspettare che la destra fagocitasse se stessa.

In tutto questo, l’epicentro politico è un altro. Ed è Nichi Vendola. Il Governatore rosso, il lider maximo della Puglia e dei pugliesi, la guida spirituale degli asceti della nuova politica, il nuovo che impazza, usa le armi del berlusconismo per berlusconizzare il centrosinistra.

Si interfaccia con le masse, rigetta le mediazioni intermediarie, si spinge al di là delle strategie, scarabocchia le facciate e cerca di stravolgere i tatticismi del politically correct. Bada a non perdere alleati senza rinunciare a catechizzare i suoi. Usa i media ogni volta che i media lo cercano. Teorizza ricette e le prescrive acché il paziente democratico ne faccia corretto uso. Due volte in sei anni ha costretto i caporali post comunisti, i feudatari del Salento, all’endovena di schede elettorali. Due volte ha battuto la sinistra per poi fare i conti (e battere) la destra. Dalla sua parte annovera schiere di giovani ed intellettuali. Dispone di professionisti ed operatori del mondo della cosiddetta società civile. E, paradossi della nuova politica al tempo di Silvio, ha disposti dalla sua parte i più centristi dei piddini.

Non una tentazione progettuale eroticamente attraente, ma un accordo a breve scadenza. E quel nome che fonde, unisce e confonde chi il potere non ce l’ha e, perciò, se lo vuole giocare: le primarie. Un cucù settete politico. Un giorno le vedi, un giorno scompaiono. Alternanza utilitaristica.

Si a quelle di coalizione, si alla scelta dei leader, dei presidenti, dei padri padroni dei partiti. No a quelle per i parlamentari (domenica scorsa, in occasione della prima Assemblea Regionale di SeL le ha bocciate ineludibilmente, con stizzite reazioni di Michele Emiliano – “un immenso passo indietro” – Antonio Decaro – “quando si tratta di restituire ai cittadini la sovranità popolare, fa retromarcia” – e Sergio Blasi – “Noi le facciamo, SeL no”).

Se oggi Berlusconi cadesse e si dovesse andare a votare, forse Vendola sarebbe il candidato mediaticamente più forte. A differenza di Pierlu Bersani, conta seguiti omogenei nella penisola. E, ad eccezione di sporadici casi regionali o addirittura provinciali, le centurie di Sinistra Ecologia e Libertà e gli operai trasversali, stakanovisti ed a cottimo delle Fabbriche che portano il suo nome (caduta di stile, usare il termine Fabbrica se, realmente, si cerca il rinnovamento…), hanno annesso tutti i territori italici. Con ovvie roccaforti nella città levantina e nella regione che l’ha eletto a torre di guardia contro gli assalti nazionali di nuclearisti e monnezzari nordici.

E Nikita il rosso non fa mistero – non l’ha mai fatto – dei suoi sogni di potere. In occasione dell’ultima assemblea regionale di Rifondazione Comunista nel 2008, dato in certa uscita, confessò argentinamente di preferire il governo alla lotta. E, ancora ieri, sentito dalla Bbc in merito alla sua voluttà presidenziale, ha laconicamente risposto: “Assolutamente sì”. Proprio quell’emittente che si lancia in lodi sperticate verso il leader pugliese, conclamandolo come “il nuovo Obama”.

 

Vendola, è chiaro, è sulla strada del suo massimo splendore. La sua scelta nazionale, la trasmigrazione romana, l’ingresso in Parlamento, questa volta, dalla porta principale, significherebbe, tuttavia, l’inizio di una nuova era ma la fine del sistema Puglia. Di quel grande, grandissimo esperimento cui lui stesso ha posto mano scacciando senza mezze misure, i cattivi maestri dalle stanza dei bottoni baresi. Il suo prematuro abbandono farebbe ripiombare la regione nell’identico baratro da cui l’ha fatta venir fuori.

Ci pensi, Vendola. E ci pensino tutti quelli che, al suo seguito, vorrebbero chiudere gli occhi per qualche anno gongolandosi in sogni capitolini.

L’intervista rilasciata da nichi alla bbc è al link http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-11938665

l’articolo è editoriale di Stato Quotidiano http://www.statoquotidiano.it/09/12/2010/nikita-ed-il-futuro-romano/38700/

Caro Piero, Caro Matteo

VENGO A CONOSCENZA, PUBBLICO E RISPONDO:

“La deplorevole deriva di un giornalismo di parte che sfocia nella violenza. Decisamente da condannare e censurare. Un’intervento davvero inspiegabile di cui non si avvertiva proprio la necessità, soprattutto in un momento buio come questo (l’articolo non sembra neanche sfiorare la satira)…
Uno scivolone che, ahimè, …rappresenta una vera vergogna per l’intera categoria dei giornalisti… Poi, ci meravigliamo degli accadimenti di cronaca avanti come oggetto la violenza (i serbi a Genova, l’infermiera rumena a Roma, il tassista a Milano, ecc).”

Matteo Palumbo, addetto stampa del Parco Del Gargano, è l’incarnazione della peggio gioventù. Pennivendolo invidioso e senza predisposizione al contatto con gli altri. Un ameba pallido e patetico.

Di politica capisce poco o nulla. Anzi, proprio nulla. Che io sappia, non ha nessuna militanza, nessuna esperienza di comitati politici, direttivi di circolo, congressi di partito, assemblee pubbliche… Ma è una persona cui piace parlare.

Dopo il mio post su Capezzone, apparso, in forma ridotta, su Stato Quotidiano (http://www.statoquotidiano.it/27/10/2010/e%e2%80%99-autunno-capezzone-coglie-castagne/36491/), Matteo Palumbo (che potete leggere in tutto il suo splendore nel commento corsivo, incapace ad usare gli apostrofi per accordare articoli e nomi – UN INTERVENTO, SANNO ANCHE I BAMBINI, SI SCRIVE SENZA APOSTROFO…) ha pensato bene di commentare con terze persone il fine del post stesso.

Le opinioni sono quelle di cui sopra. Ovviamente, non mi fanno nè caldo nè freddo. A dire il vero mi fanno un pò pena. Mi fa pena sentirlo parlare di giornalismo da censurare, di scivolone. Il tutto in un lessico che vuole essere alla Montanelli ma che, al massimo, è da cronista di strada.

Ahilui, si lamenta. Eh già. Il “deplorevole” scempio di un giornalismo che non si pone a novanta gradi, solidale con tutto e con tutti è indigesto al soldatino Palumbo. Di cui, sia chiaro, sono stato collega per un anno e mezzo. Le nostre strade si sono incrociate e divise senza sfiorarsi. Un contorsionismo strano ma vero. Un rapporto evidentemente bastevole, per lui. Tale da permettergli di levarsi, ora, qualche sassolino dalle scarpette linde e pinte.

La vera tristezza, caro Matteo, è quella procurata da giornalisti che, in nome e per conto di schifosi intrallazzi personali, arrivano a chiedere la censura di altri giornalisti. Che, arroccati nelle torri d’avorio che oggi ci sono e domani chissà, credono di poter liberamente motteggiare, additare, ergere a paramentro altrui la propria servitù. Difendere, dunque. E difendere sempre.

E si che tu dovresti sapere che le mie stilettate vanno a destra, sì, ma spesso anche a manca. Leggilo, questo mio blog e fatti, se ci riesci tutto da solo, un’idea (notare l’accento). Io ne dubito, ma i miracoli, in fondo, possono accadere…

Published in: on 28 ottobre 2010 at 22.29  Comments (5)  
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Bye Bye Silviè… Fli in Capitanata fa proseliti

Silvietto strabuzza, Gianfrà lo addita. Era il 22 aprile

Foggia – SEI mesi. Tanti ne sono trascorsi dalla Direzione nazionale del 22 aprile che sancì di come Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi fossero, chiaramente, due mondi a parte. Due capi, due posizioni. In mezzo, fra loro, un muro dalle pareti lisce, liscissime. Di qui, con il premier, lo sciame dei soliti noti, intervenuti a sostenere non una linea, ma un credo; di lì, con il Presidente della Camera, i “pochi ma buoni”, i coraggiosi ed imprudenti. All’inizio non erano che undici. Quanto i titolari di una squadra di calcio.

Mezzo calendario dopo, sono molti, ma molti di più. La corrente interna è diventata grande, ha camminato, rafforzando le gambe ed imparando la strada. Ne è nato Futuro e Libertà, la cosiddetta “formazione di Fini”. Chissà perché, anche adesso che il destino è segnato, nessuno si permette ad assurgerle alla dignità di partito. E sì che, a differenza del Pdl, lo è sul serio.

Gianfranco non scherza. E non scherzano i suoi marescialli. Il dito puntato contro Berlusconi non fu che il principio. Lì a Roma il pensiero si fece verbo, il verbo si fece carne, la carne si fece partito. Il modo migliore per differenziarsi: rinascere dalle ceneri. Ogni connubio politico è stato la Fenice di un altro antecedente. La Democrazia Cristiana del Partito Popolare, Alleanza Nazionale del Movimento Sociale, Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista del Partito Comunista, Forza Italia, del marcio di ognuno di questi.

Così il PdL che non trova la quadra e che si apre allo sfascio, perde la parte più marcatamente inserita nella disciplina di partito. Quella che non sbaglia le firme. Lo ha detto anche Ernesto galli della Loggia, sul Corriere di una decina di giorni fa: “il Pdl, di plastica o no, comunque non è un vero partito. Nel caso migliore una corte di ciechi e muti scelti inappellabilmente dal capo; nel caso peggiore una corte d’intrattenitori, nani, affaristi, ballerine, di addetti alle più varie intendenze”. Fli, al contrario, può diventarlo.

 LA CAPITANATA – Prendiamo la Capitanata, ad esempio. E prendiamo il suo esponente di punta, Fabrizio Tatarella. Trentatré anni ed una lunga militanza politica già incamerata. Ovvero, le condizioni capaci di assicurare, nel contempo, la garanzia di solidità e la certezza del futuro. Futuro e Libertà riparte da dove si è interrotta An: costruendo sulle certezze. La visita di Fini a Foggia e la prima Direzione provinciale sono la prima pietra miliare di un cammino che nasce per essere lungo. Tutti contenti e tutti entusiasti, i finiani. Che, mentre incassano i sì di amministratori e dirigenti pidiellini, ed attendono gli incerti, badano bene, parole di Tatarella a Stato Quotidiano “a partire dal basso”. Per contrappasso: evitare i cantieri lunghi – la fase di transizione del Pdl ha tutta l’aria di essere ancora in corso – e le tentazioni elitarie. La fotografia, d’altronde, è impietosa per il partito di Berlusconi. Che, seppure faccia leva su preferenze talora oceaniche, è assuefatto a poche personalità, autentiche casseforti elettorali. Manca l’organigramma definitivo, confuso in beghe di potere locali; manca l’indirizzo, sperso in una fumosa cortina, mancano le tessere e l’attività di circolo. Manca, soprattutto, un progetto. Il coordinatore provinciale, Gabriele Mazzone, ha fatto il suo. Ha 83 anni, mezzo secolo esatto più di Tatarella ed è in balia dei potentati interni. Non parla mai e, quando parla, sciorina un politichese d’antan. Al contrario Tatarella racconta e si emoziona finanche per “la ritrovata passione politica”, parla di voler fondare Fli sui giovani e sulla gente.

 FOGGIA, PALAZZO DOGANA – A Foggia, lo stallo sta innervosendo molti militanti. E non solo. L’avvocato cerignolano coordinatore di Fli conferma che “molti consiglieri comunali e provinciali sono perplessi nei confronti del Pdl, ma timorosi a venire con noi”. Ed “attendono l’occasione, il momento buono”. Qualcuno, però, ha giocato d’anticipo. Come Emilio Gaeta, consigliere a Palazzo Dogana. Proprio nella sede di Antonio Pepe e Leo Di Gioia. Rispettivamente, capitano ed aiuto capitano del barcone fallato dell’Amministrazione di centrodestra. Proprio loro che Tatarella bolla come “i più finiani di tutti”, da sempre, hanno scelto l’attendismo. Poltrona sicura e, per ora, va bene così. Restano, ovviamente, i dubbi strategici, oltre a quelli valoriali. Perché Pepe, onorevole vicinissimo da sempre a Gianfranco, adesso non dà segni di vita? Il pericolo della crisi amministrativa è dietro l’angolo, certo. Ma la fase è delicata e tanto vale rimettere tutto in discussione. “Per ora – assicura cauto Tatarella – mi sento di escludere stravolgimenti a Palazzo Dogana”.

 LE MIGRAZIONI – Appunto, per ora. Il motivo è presto detto. C’è l’urgenza di puntellare lo scacchiere militante. Contare circoli ed iscritti, misurarsi con le prime prove interne, testare il grado di fedeltà e inzuppare il frollino Fli nel futuro. Le sedi si stanno spargendo a vista d’occhio. Foggia ne ha addirittura quattro. Due Cerignola e San Severo. Uniformemente, Gargano, Tavoliere e Monti Dauni, sono investiti dall’onda finiana. “Che è onda entusiastica”, certifica Tatarella. Che aggiunge: “Oggi abbiamo aperto le sedi di Lesina e Poggio Imperiale. Tolti Chieuti, Anzano, le Tremiti e quale piccolissimo comune, abbiamo circoli ovunque”. Con il grande apporto di Generazione Giovani.

 Ma per chi tituba, c’è chi si espone. Futuro e Libertà ha spostato dalla sua il primo sindaco, Rino Lamarucciola, sindaco di Pietramontecorvino, molti consiglieri, ed il Presidente del Consiglio Comunale di Orta Nova, Valentino D’Angelo. Ha incassato i sì di Umberto Candela e Roberto Iuliani, ex dirigenti pidiellini, e si appresta “a scuotere dalle fondamenta il sistema di potere interno al Popolo delle Libertà”. L’obiettivo è di creare il ponte giusto per favorire l’esodo di massa. Egira, quella dal partito di Mazzone, di cui Tatarella si dice “certo”: “Sono allo sbando, il berlusconismo è al capolinea”. Eppure, le migrazioni stanno avvenendo anche dal fronte centrista e dal Pd. Militanti delusi, per la maggior parte, ma non solo.

 LE POSTAZIONI E LE STIME – Ci sono. E sono nei grandi centri. Foggia e Cerignola, innanzitutto. Il capoluogo, notoriamente finiano; la città divittoriana, centro d’irradiazione dei Tatarella verso il basso Tavoliere soprattutto. Ma anche San Severo e Lucera. È qui, che potrebbe consumarsi la vera sorpresa e la differenziazione. Nel centro federiciano, la politica è in crisi, centrodestra e centrosinistra sono entrambe allo sbando. Pasquale Dotoli, sindaco PdL, vincitore l’anno scorso a seguito di un vero e proprio plebiscito, è alle prese con difficoltà gestionali sempre maggiori. La maggioranza si frantuma ed il Pd, al contrario, latita silente. In questo contesto, i finiani puntano a fare il colpo grosso, sbancare il tavolo ed immagazzinare una buona fetta di consensi.

Consensi che vengono stimati dallo stesso Tatarella nell’ordine delle due cifre. E con Stato ragiona: “Consideriamo che An – parte da lontano – poteva contare a livello regionale su un buon 12%, che saliva al 15 in Capitanata”. considerando l’imbarazzo e le problematiche iniziali “siamo nell’ordine del 13%”. Avesse ragione lui, sarebbe una rivoluzione.

LEGGILO ANC HE SU http://www.statoquotidiano.it/27/10/2010/siamo-il-popolo-che-ha-ritrovato-la-passione-tatarella-presenta-fli/36529/

Così Lino ha lasciato il Pd

C'è nessuno????!????

Dopo una lunga e meditata riflessione, ho maturato la scelta di abbandonare il Paritito Democratico. Quel partito che io, con tanti amici e compagni, ho contribuito a rendere realtà, nella sostanza ha tradito ogni aspettativa; quel sogno di realizzare finalmente in Italia un partito che incarnasse lo spirito socialdemocratico europeo è fallito sepolto sotto gli interessi di parte.

In questi anni abbiamo assistito impotenti alle manifeste incongruenze emerse dai numerosi dibattiti interni al PD. Sapevamo fin dall’inizio che omogeneizzare due percorsi culturali e politici profondamente diversi tra loro sarebbe stata un’impresa non da poco, ma abbiamo voluto credere nella capacità degli uomini di superare gli ostacoli ideologici e trovare un punto di incontro su tematiche condivisibili come la solidarietà, il bene comune, l’ambiente, il lavoro. Tematiche queste che avrebbero potuto ospitare la sintesi tra la tradizione culturale socialista e comunista e il grande patrimonio rappresentato dalla cultura sociale cattolica.

Invece, sotto i colpi di una destra sempre più populista e arrogante, si è scelta la strada – sicuramente più semplice – di inseguire i nostri avversari replicandone l’approccio alle problematiche. Ed ecco allora emergere tutte le contraddizioni in seno a un partito che tale non è e forse mai sarà.

Sul lavoro, la laicità dello stato, la sicurezza, l’immigrazione non abbiamo avuto la capacità di maturare una proposta che andasse al di là di meri calcoli elettorali – miseramente falliti – o che fosse accuratamente gestita dall’ultras di turno. Le posizioni dei teodem sulla vita e la bioetica, quelle dei fans industriali sulle prevaricazioni di Pomigliano e Melfi, il moltiplicarsi di nuovi sceriffi di provincia sono gli elementi su cui il Partito Democratico ha fondato la propria sconfitta. L’elettorato di sinistra italiano, che avrebbe anche accettato una nuova politica riformista, ha bocciato questo approccio confuso, determinando, con un astensionismo irrituale per la nostra storia, la vittoria e il dilagare della destra populista e razzista nel nostro Paese.

Da responsabile uomo di partito e sindacato che ho sempre dimostrato di essere, non ho mai abbandonato la mia nave. Sono sempre stato coerente con il mio vissuto e ho sempre cercato di superare le problematiche con fare propositivo e con un attivismo che in tanti mi hanno sempre riconosciuto. Ma credo che ormai siamo arrivati al classico punto di non ritorno e, soprattutto, credo che il PD abbia tradito completamente le aspettative. Per questo motivo, con una particolare mortificazione tipica di chi deve ammettere un fallimento, ho deciso di lasciare. Lascio un partito a metà, dove hanno trovato e trovato posto tante persone per bene che credono ancora nel progetto. Ma ormai questo non è il più il mio posto.

Avendo avuto la possibilità in questi mesi di guardare oltre lo steccato, ho compreso la necessità di alimentare con nuove forze e un nuovo impegno un progetto di aggregazione della sinistra moderata e riformista tanto possibile e quanto valido. Sinistra Ecologia e Libertà rappresenta oggi l’unico movimento capace di far riaffiorare vecchi entusiasmi, di sintetizzare le espressioni di una società che non si è arresa alla deriva autoritaria imposta dal berlusconismo, che ancora crede nella possibilità di cambiare il nostro Paese, che si batte per la difesa dei diritti, dei deboli, del lavoro. Nichi Vendola, al di là di ogni considerazione personale, ha rappresentato in questi anni la vera novità della politica italiana, coniugando l’emotività del lessico caro alla sinistra italiana con la concretezza della realpolitik, senza per questo mai dimenticare l’elemento umano nelle scelte ottemperate. La Puglia è diventata, sotto la guida di Vendola, un laboratorio politico e sociale unico in Italia, che ha saputo esprimere innovazione e nuove forme di espressione politica. Trasferire questo bagaglio di esperienza in uno scenario più ampio come quello nazionale può essere quel segnale di novità capace di risvegliare le coscienze assopite e disilluse di tanti elettori, il cui mancato appoggio ha permesso alla destra e alla Lega di sfondare l’argine democratico e imporre all’Italia un nuovo ordinamento fondato sull’odio e la discriminazione.

Con serenità e fiducia ho quindi deciso di aderire formalmente a Sinistra Ecologia e Libertà, mettendo a disposizione del partito il mio impegno, la mia storia, la mia esperienza. Credo che questo rappresenti per me un percorso naturale, iniziato tanti anni fa con il sindacato, basato sulla difesa dei diritti, della solidarietà e dell’uguaglianza. Valori in cui, nonostante tutto, io continuo a credere.

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