«Quei dati? La magistratura mi ha detto di non divulgarli»

di Massimo Brancati

POTENZA – Preferisce non rilasciare dichiarazioni. Resta in silenzio e si dice tranquillo, convinto che in tutta questa storia lui ha la coscienza a posto. Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab, sapeva dei dati sull’inquinamento di Fenice nel periodo 2002-2006 ma all’epoca aveva negato pubblicamente l’esistenza di rilievi.

Alla commissione consiliare permanente della Regione che stava esaminando il caso arrivò a dire: «In data 16 ottobre 2009 ho saputo che l’Arpab non ha mai effettuato dal 2002 analisi sulle acque nell’ambito di Fenice».

Qualche tempo dopo, incalzato dal Radicale Maurizio Bolognetti, in una nota ufficiale cambiò versione: «… è pendente presso il tribunale di Melfi un procedimento inerente alle attività dell’inceneritore Fenice. Pertanto questa amministrazione non può divulgare notizie in merito».

Circostanza che è stata confermata qualche mese fa da Bruno Bove, coordinatore Arpab di Potenza, in un’intervista al giornalista di «Stato Quotidiano» Piero Ferrante: «I dati, come tutti gli altri, sono qui, presso la sede potentina dell’Arpa.

Ho ritenuto io di non diffonderli perché assunti dalla Procura e perché in corso un’indagine. Non mi prendo la responsabilità di azioni di cui non conosco le ripercussioni. Se mi danno l’autorizzazione a diffonderle, le diffondo».

Sabato scorso, evidentemente, questo via libera c’è stato. Ma è giusto tenere all’oscuro i cittadini su questioni che riguardano la loro salute? E perché la magistratura non è intervenuta pur sapendo che da dieci anni Fenice semina i suoi «veleni» nel terreno circostante? È necessario vederci chiaro. Nei mesi scorsi qualcuno ha tentato di addolcire la pillola spiegando che l’inquinamento riguarda i pozzi «spia» da cui l’acqua non viene munta per scopi potabili e irrigui. Ciò, in qualche modo, spiegherebbe perché la Procura non sia passata all’azione dopo tre anni di indagini. Sarebbe inquietante, d’altra parte, pensare che la magistratura, pur di «proteggere» una multinazionale, abbia chiuso entrambi gli occhi. Bloccare Fenice è l’appello lanciato dagli ambientalisti e dai residenti che denunciano l’aumento di malattie tumorali. La salute viene prima di tutto. Ma, considerando ciò che sta accadendo in questi giorni, il fragile sistema dello smaltimento di rifiuti urbani della Basilicata può reggere l’eventuale chiusura dell’inceneritore? I dati dicono di sì. Nell’impianto viene smaltita la parte secca di immondizia trattata a Venosa e Sant’Arcangelo, vale a dire il 30 per cento di quello che finisce in discarica. Un quota, dunque, che può essere assorbita anche senza il «mostro».


da La Gazzetta di basilicata 20 Settembre 2011

Published in: on 20 settembre 2011 at 22.29  Lascia un commento  
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Zì Nicola, che burlò i CC democristiani vestito da donna

Zì Nicola (Piero Ferrante, St)

Bisaccia (Av) – CI sono ere in cui la Storia emana tanfo di sangue, terra e polvere da sparo. Sono quelle zone di tempo grigie, in cui il potere, spaventato dalla partecipazione e dal cambiamento, prova a legittimarsi attraverso la forza, il suo uso ed il suo abuso; corre con armi e manganelli dietro il progresso, fiato sul collo e voglia di randellare. Si rende forte lasciando vite sull’asfalto e si scopre debole quando quelle vite diventano foriere di altre esperienze ribelli, di altre resistenze.

1950, Bisaccia, Alta Irpinia. Terra di agricoltori, braccianti, pastori. Terra di acqua che sgorga a fiotti dal terreno argilloso per impantanarsi proprio nel mezzo dei boschi che arricchiscono le creste dei monti. La Seconda Guerra Mondiale ha smesso di massacrare la popolazione da ormai sette anni. Il 25 luglio 1943, lo sbarco alleato, i bombardamenti a tappeto, le stragi naziste. E poi l’8 settembre, la disoccupazione, la prostituzione diffusa, la povertà, il contrabbando. Questo tutto ha segnato il corpo meridionale, dove il ritorno dal fronte di tanti giovani ha sovrapposto problema a problema. Bisaccia, ben prima dell’imposizione della longa manus di Ciriaco De Mita, il capo assoluto della tarda prima repubblica, la sua fame di sopravvivenza la misurava sul lavoro della terra. Erano i campi l’essenza di un’economia fortemente antropomorfizzata. Prima della finanza, prima dei mercati. Ma l’assetto sociale era tutt’altro che fondato sui possidenti. Che erano potenti, ma una ristretta minoranza. Fu il Ministro Gullo, servendosi dell’altoparlante del Pci, a propagandare l’idea che la terra fosse di chi avesse la capacità e la pazienza di farla fruttare. Ma per giungere sino in questa parte di mondo, il tam tam politico impiegò 6 anni.

Nel 1950, Zì Nicola aveva 26 anni “e due figli”. La guerra gli aveva lasciato in bocca il sapore della sconfitta. Avere poco più di vent’anni, il corpo di un leone, e non potere arare, zappare, seminare, raccogliere. La rabbia figlia della delusione che vien fuori dall’utero della quotidianità. Nicola non ha niente, sua moglie non ha niente. I braccianti di Bisaccia, dell’Irpinia, del Meridione, non hanno niente. Ed allora la soluzione è fare gruppo. “Gullo ce l’aveva detto” ripete a distanza di 60 anni per iniettare un motivo nelle vene delle azioni di allora. “La terra era la nostra, noi la lavoravamo, mica gli altri”. Non aspettano nemmeno lo scoppio della primavera. A marzo rompono l’argine sociale e inondano le terre incolte. Quelle appartenenti al demanio comunale e quelle appartenenti alle grandi famiglie aristocratiche dell’Alta Irpinia. L’invasione pacifica si fa con le bandiere rosse, anche se non tutti sono militanti del Partito Comunista e non tutti sono iscritti alla Cgil. Si fa con un’organizzazione minima, con poche risorse e addirittura qualche mulo. I braccianti bisaccesi si spargono come gocce di pioggia. Zi Nicola occupa un fondo appartenente alla famiglia Vitale. Lo lavora per un’intera giornata. Suda di nuovo e ne è contento. Nell’aria la festa, presto ci sarà anche una cooperativa agricola. L’hanno annunciato i compagni (in realtà dovranno passare ancora altri due anni). L’obiettivo: comprare una trebbia.

E invece le cose non vanno per il verso giusto. Fra i braccianti c’erano quelli che Nicola chiama “spioni”. Infiltrati democristiani e filogovernativi, amici degli scelbiani come della forza costituita. La repressione scatta quella stessa notte. Quattro braccianti vengono tratti in arresto. Uno, i Carabinieri lo vanno a recuperare in una cantina. Lui resiste, scaglia qualche pugno, resiste ancora. Si becca 2 mesi di carcere. È la mannaia del potere che cala sulla voglia di riscatto. La popolazione scende in strada. Il cielo dice che è mezzanotte, il sonno rintanato sotto la coperta del furore, e c’è “’na luna che jiev juorn’” (a giorno), ricorda Zì Nicola. Forse è per questo che i manifestanti tagliano i cavi della corrente. Una piccola rivoluzione. Il sindaco viene svegliato, e chiamato ad entrare in causa. Ma commette l’imprudenza di voler trattare con i carabinieri senza fascia d’autorità.

La resa dei conti, che, grosso modo, è la stessa di Portella della Ginestra, ma senza morti e senza il bandito Giuliano, è aperta. I braccianti sono stati tutti segnalati. Sono costretti a darsi alla fuga. Le pene sono severe. Si tratta di carcere, mica uno scherzo. E in tempi di povertà, il carcere sta a significare lasciare una famiglia sul lastrico, abbandonare a se stessi donne e bambini. Zì Nicola, per questo, sceglie neppure la fuga, ma la macchia. Come Carmine Crocco, che da queste parti c’è stato sul serio. Per quattro mesi e mezzo fa la spola tra il paese ed un granaio all’interno del quale ha ricavato un nascondiglio servendosi della paglia e di tanto coraggio. Racconta con orgoglio malcelato il suo stratagemma per eludere la sorveglianza: “Mantella e maccaturo (il fazzoletto che copre il capo, ndr)”. Varca il confine che, esteticamente separa i sessi. La vita diventa difficile. La mattina al lavoro; per le necessità, al paese in abiti femminili; e la notte ritirarsi nel pagliaio. A scoprirlo sono i Carabinieri. Lo sorprendono ad agosto che ha appena finito l’attività della pesatura del grano. Prova a fuggire per i monti e poi per le valli. Gli sbarrano il cammino, la fatica fa il resto. Partono ordini urlati di buttarlo in terra, fasi concitate. Raccontando l’episodio, Zì Nicola c’è un punto in cui alza il capo. È alla fine, quando gioisce della gloria di ricordare la data dell’arresto: “4 agosto 1950”. Lo dice tutto d’un fiato. Come se, ancora oggi, rivivesse l’affanno del tentativo di sfuggire alle forze dell’ordine. Non fa resistenza, Nicola. Viene ammanettato, poi trascinato come un trofeo in giro per Bisaccia, nella piazza centrale e in corteo “tra due ali di folla” fino alla stazione locale. Poche ore ed è caricato un camion che lo porterà a Sant’Angelo dei Lombardi. E, di lì, a Poggioreale, poi ad Avellino. Una vita di corsa, cuore dietro le sbarre, cuore in quelle terre che ancor’oggi non ha lasciato mai.

Testimonianza raccolta per Stato Quotidiano

La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice”

La testa del corteo (St)

Ce n’erano un migliaio di persone accorse a Lavello. Tutte, per dire no a Fenice. Tutte per significare, con il proprio corpo, l’estraneità al processo di incenerimento. C’era la Capitanata, soprattutto, molto più che la Lucania. Molto più che la stessa Lavello. C’erano le associazioni di Cerignola, i Comitati. C’erano Legambiente, i Vas e Rifondazione dritti dritti da Foggia. C’erano i seguaci di Gianni Lannes, da Ortanova. C’era la componente di Ordona. Insomma, c’era la provincia di Foggia a far capire che, quell’obbrobrio chiamato inceneritore, di proprietà Edf, non lo si vuole neppure oltre confine regionale.

C’erano un migliaio di persone di ogni età. Accanto al vecchietto ed alla vecchietta, figli e nipoti, carrozzine piene e bimbi in braccio. Nessuna bandiera per dire basta a Fenice. Solo, tanti corpi quanti cuori. Ed una manifestazione radunata dal Comitato “Diritto alla Salute” di Lavello e dall’Organizzazione Lucana Ambientalista. Uomini e donne per le strade del centro del Vulture, ad un tiro di schioppo dall’inceneritore. Di qui, la chiesa del sacro Cuore che fu di don Bisceglia, lampioni a risparmio energetico, biciclette e palloni, trombette e slogan. Di lì, il tanfo di morte, di rifiuti bruciati, il mistero della vita che diventa squallore, l’oltraggio.

Due mondi distinti, quelli di Fenice e di Lavello, fusi soltanto dall’esigenza di lavorare. L’hanno usato come un ricatto goloso, i padroni della spazzatura. Ovvero, se volete la vita, vi tocca scherzare, e pesante, con la morte. L’inganno è durato dieci anni: numeri celati, percolato mortale, camini omicidi, insabbiamenti, connivenze politiche, silenzi. Una cappa che ha portato ad ignorare, qualche mese fa, l’invasione di fumi rossi. “Ma adesso noi ci rifiutiamo di continuare ad essere carne da macello – tuona Nicola Abbiuso, Comitato lavellese”. Già. La popolazione è in strada, in piazza, raggrumata come tanti globuli rossi per cicatrizzare la ferita aperta e sanguinolenta. “Siamo stanchi della strategia del tutto a posto. E’ ora che incomincino a pagare. E, noi, li andremo a scoprire uno per uno”. E’ il redde rationem. La nemesi per chi ha comandato ed ora si trova in posizione di difetto.

La testa del corteo (St)

Intanto, mentre Fenice è chiusa per manutenzione, l’Aia sempre in corso di valutazione ma lungi dall’approvazione definitiva, a ribellarsi all’attività mortifera dell’inceneritore Edf sono le genti delle piane. I cerignolani sono i più rumorosi. Invitano, con slogan martellanti, tutta la popolazione, anche quella inerme, a manifestare. Avanti a tutti, Abbiuso con la sola potenza di un piccolo megafono fa echeggiare i dati oramai noti. Quelli dei rilevamenti sui pozzi. Quelli delle percentuali lucane di smaltimento dei rifiuti. Li ha mandato giù da tempo. Ingoiati come una medicina scaduta. Non aiutano a star meglio. Anzi: “Altro che rifiuti! Ci avete trasformati nel cesso d’Italia”. L’immagine è efficace. Solo, manca lo sciacquone all’Edf, per seppellire, in un colpo solo, tutto il materiale nocivo accumulato in anni di attività. Le culture sono avvelenate. Ed avvelenati sono i polmoni, il sangue, i cervelli di questa parte di Basilicata.

Tra la folla, svetta, come un pendolino, Maurizio Bolognetti. Si muove ovunque, scatta foto, fa interviste e le riceve. Per lui una giornata grandissima. E’ stato il primo a parlare di Fenice. Il primo a denunciare l’inquinamento delle falde, le machiochie complesse della finanza della monnezza. Il suo messaggio è stato sparso nel vento e si è posato su Lavello, Melfi, Potenza, Foggia, Cerignola. “Devono dire ancora molto laggiù a Potenza”, glissa. Non molto distante, con il corteo che sfuma nei comizi di chiusura, liberi, liberissimi, il sindaco di Lavello, Antonio Annale. Rimembra le battaglie degli albori, l’opposizione strenua, l’apertura di Fenice. Poi parla di raccolta differenziata, cerca di incolpare provincia e Regione. Anche se, il compito di innestarla, spetta proprio a lui.

E poi, a sorpresa, il Vescovo della Diocesi Melfi-Rapolla-Venosa, Gianfranco Todisco. Non se lo aspettava nessuno. La sua è una presenza gradita ed imprevista. Un ritorno inatteso. “Voi abitanti di Lavello avete lo stesso diritto alla vita di quelli di una grande città”. Poi, invita alla moderazione, all’azione non violenza. All’azione paziente”. Che non sia facile lo si deduce dalle parole di Abbiuso: “Noi non siamo Santi come Gesù Cristo, Monsignore. La pazienza è finita”. Ride ma si capisce che non ne ha voglia. E chi ne ha, in questa strana atmosfera cupamente felice che odora di polveri sottili e nano particelle.

Galano Rai version: “Sono una canaglia”

Roberto galano sul set de "Il generale dei Briganti" (ph: Frankie Nikzad)

Foggia – SUL SET gli hanno tagliato i capelli. “Per farmi sembrare più carogna e più borghese”. Tuttavia a Roberto Galano, unico dauno con ruolo all’interno del cast de “Il generale dei briganti”, direttore artistico del Teatro dei Limoni, l’aria da galoppino proprio non s’addice. La sua estetica scombinata e disordinata del quotidiano è un modus cogitandi. L’ammissione di una diversità pensante. Per lui, questo in Rai, è certo un picco di carriera. Nove pose fra Venosa, Vieste e, forse, Roma. Non la prima apparizione, certo. Perché sebbene l’equino che il Galano ami cavalcare sia quello del teatro sperimentale (il successo della sua creatura foggiana è fuor d’ogni discussione), ha già potuto rodare il chilometraggio attoriale nella mamma di tutte le tv. Anni addietro, con il Teatro dei Limoni, partecipò a “Ombre sul giallo”. Tele, ma anche grande schermo. Galano è comparso in “Nemmeno in un sogno” (regia di Gianluca Greco) e “Le sette note del diavolo” (del foggiano Marco Tornese e purtuttavia diffuso soltanto al di fuori dei confini nazionali). Ma, stavolta, con “Il generale dei briganti”, in onda sugli schermi Rai a novembre in prima serata (protagonista, Daniele Liotti. Nel cast: Christiane Filangieri, Danilo Brugia, David Coco, Raffaella Rea, Manrico Gammarota, Massimo D’Apporto per la regia di Paolo Poeti), il battage è assicurato. La produzione è di quelle che muove soldi e spettatori.

Galano, lei a fare le fiction non ce lo vediamo proprio…
E lei crede che se mi avessero inserito in una produzione di quelle sdolcinate o di basso tenore io avrei accettato?
No?
No, tutt’altro. Anzi, le racconterò un aneddoto. Quando fui chiamato dalla produzione de “Il generale dei briganti” per il ruolo di Luigi, capo deli bravi del conte Guarino, rifiutai. Rifiutai perché mi era stato detto che si trattava di una figurazione. Insomma, una figura insulsa. Per me il teatro, il cinema, la recitazione è crescita, maturazione, azione. Che cosa mi avrebbe dato di più un ruolo muto?
Quando si dice non solo per la gloria…
Io quello che volevo ce l’ho. Ho un teatro magnifico con una squadra impeccabile. Un team con il quale stiamo affrontando, giorno per giorno, una sfida ben più difficile di quella che si possa immaginare. La scorsa stagione ha portato in teatro nientemeno che 1590 spettatori paganti. Cui, se aggiungiamo accrediti e gratuiti, superiamo quota 1600. E non di poco. Stiamo trasformando il pubblico in uditorio, innalzando la fidelizzazione. E’ questa, soprattutto, la mia sfida.
Com’è confrontarsi con nomi di discreto carotaggio?
Il clima sul set è buono. Devo dire che immaginavo conflitti, nervosismo, qualche inimicizia. Ed invece, grazie alla bravura del regista, il morale è sempre alto e i momento di nervosismo si riducono al lumicino. Poeti riesce a canalizzare la tensione in spinta propulsiva a far meglio. A guadagnarne è stato tutto il set. Che sia una capitano di lungo corso aiuta. D’altronde è anche vero che mancano le fastidiose primedonne, quelle che tentano sempre di risultare migliori ad ogni costo.
Lei, in particolare, lavora gomito a gomito con Massimo D’Apporto, il conte Guarino…
… una persona di una simpatia e di un’umiltà incredibile. T’immagini un solone, ed invece gioca, scherza, è prodigo di consigli senza comunque appesantire con il trionfalismo.
Eppure è cattivo. Lui ed anche lei…
Puro godimento. Per un attore, e soprattutto per un attore di teatro, la figura del personaggio cattivo, il bastardo, è sempre più stimolante. Ti aiuta a capire molte sfumature del carattere umano. Senza contare il fatto che il cattivo è sempre immune rispetto all’artefazione della bontà a tutti i costi. Poi, io sono proprio un campione in negativo, una canaglia. Rappresento il cattivo classico, venduto al potere del più forte. Luigi non si fa scrupolo di compiere anche le azioni più abiette e riprorevoli. E’ un esecutore degli ordini altrui. E’ il braccio armato della perfidia. Ed anche quando sa che ciò che sta per compiere è eticamente sbagliato, lo fa comunque: perseguita i briganti, rapisce il padre di Crocco…
Adesso è il momento della consacrazione, Galano? Che si attende?
N, riamaniamo con i piedi per terra. In questo momento quel che mi importa sapere è se, poi, ciò avrà delle ricadute, in positivo, sul teatro. Lo spettatore medio è attratto da questa luminescenza. Averla proprio adesso, nel momento di fermo della stagione, è un fattore positivo in quanto serve a tener viva l’attenzione dei foggiano sulla compagnia. Sperando in una stagione col botto.
La decima…
La decima. E che Dio ce la mandi buona.

Disobbedienza di genere

(recensione Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011)
Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato

LINK: Macondo, Stato Quotidiano, 18 giugno 2011

Referendum, beni comuni e la sfida del vento


MA siamo realmente certi che tutti coloro i quali, oggi, festeggiano la vittoria referendaria, poi vogliano davvero la messa in pubblico dei beni comuni? Sono sicuri di quel che accadrà adesso? O che, perlomeno, potrebbe accadere? No, perché il dato, se lo dovessimo leggere così, nudo, crudo e spietato com’è, non lascia alcun tipo di appello ad arringhe liberiste. Il 57 e rotto per cento della popolazione residente in Italia – e per popolazione intendiamo non il Golem servilistico del capo di Arcore, bensì tutti quanti hanno avuto il coraggio di sfidare la cappa afosa della prima domenica d’estate per votare -, vuole tornare alla comunità.

Quando diciamo comunità, però, non diciamo internet e socialforum, creatività da accattonaggio simbolico notoria un quarto d’ora che poi si tramuta in letteratura da url e link. Bensì intendiamo il colore delle piazze spontanee, scese in strada malgrado l’improba sfida. L’oscurantismo ha perso. E, nel contempo, ha dimostrato che dei megafoni, che siano internettizzati o televisivi, si può fare a meno. A patto che, ovvio, alla base, sussista un’idea di fondo comune. Un’idea così radicale e radicata da spaventare ed insieme attrarre; un’idea così precisa e di parte da obbligare a prendere parte per questo o per quello. Questa è l’idea che ha sbancato, rotto con gli schemi del passato, coartato gli elettori a dire si o a dire no. Un’onda così grande da divenire tsunami. Tanto grande e potente da poter fare a meno dei villeggianti del fine settimana, della gioventù distratta, dei pidiellini riverenti, dei piddini nuclearisti, delle Roccella di turno, della narrazione di Vendola, dei congiuntivi di Di Pietro.

E’, quello votante, un popolo che ha deciso consapevolmente di fare a meno delle delegazioni dei governanti; che ha spazzato via la sussidiarietà anacronistica fra gente comune ed affaristi. Che ha compreso come il “bene in comune” (la definizione è di Alberto Lucarelli, insigne costituzionalista, redattore dei quesiti ed ora assessore della Giunta De Magistris a Napoli) sia molto più conveniente della “comunità di chi ha i beni”. Quindi, di quell’esigua minoranza di oncologi dai secondi fini e possidenti alla ricerca dell’affare del secolo.

Ecco perché, adesso, la vittoria del Si e del quorum necessita di un nuovo e più importante balzo in avanti. Ecco perché questo mitico risultato, destinato ad entrare nella Storia alla voce “grandi battaglie civili” – vinte, come l’interruzione di gravidanza e il divorzio – non deve essere gettato nell’orticaio del dimenticatoio. Richiede anzi un surplus di attenzione. Una vigilanza civile e politica. Il premier Silvio Berlusconi ha già annunciato, come un monito maldestro, il prossimo settore d’investimento dei padroni della terra. Ha già fatto intendere che la conquista del potere economico già passa per il vento e per la luce del sole. Berlusconi, appunto. Ma non solo. Molti di quelli che hanno sostenuto e combattuto per la pubblicizzazione del servizio idrico, per evitare che un bene pubblico remunerasse le casse del singolo o dell’impresa, alimentando una volta di più l’aziendalismo della Natura, sono fra i primi che guadagnano (eccome) con il business eolico. Che non si fanno scrupoli nel sottrarre, per pochi spicci, le terre alle piccole famiglie contadine, alle coltivazioni secolari ed alle nidificazioni storiche di volatili.

E sono i primi, per giunta, a negare l’impatto delle pale, ad invocare una deregulation che lasci i loro polsi svincolati per impiantare su terreni e siti archeologici, nel mare e sulle sponde dei fiumi, sui crinali e nel bel mezzo delle piane. Molti dei propugnatori, da decenni, scendono a patti con imprenditori concussi con le mafie locali, mortificatori del paesaggio e del vero bene comune: la terra.

Ed allora la proposta, quella che azzererebbe ogni dubbio, è una pubblicizzazione del vento come risorsa comune, attraverso la creazione di società a capitale pubblico che sottraggano al guadagno del singolo per dare alla comunità. Soprattutto, normativizzando l’installazione, regolamentando la diffusione micologica degli orrendi pali. Infine, creando opportunità di lavoro chiare e limpide, gestioni che escludano, a prescindere, la dubbia provenienza del capitale economico. La sfida del 2012 è questa dunque: evitare che pale e pannelli cessino di essere fonte sicura di riciclaggio, copertura morale di sistemi criminosi. E tornino nelle mani di tutti nell’unico modo utile e positivo: come beni in comune.

Stato Quotidiano, editoriale 14 giugno 2011

Enciclopedia di un massacro

Se ci sono dei libri che posseggono occhi in cui guardare, allora “Palestina” è uno di quelli. Edito dalla casa italo-tedesca Zambon e racchiuso in una preziosa edizione che non metterla in mostra è un peccato, il testo non si limita soltanto a raccontare tutta la storia (attraverso un quadro completo e puntuale ed una narrazione articolata e corale) triste e rabbiosa di una terra rabbuiata dal grigiore delle bombe. Una striscia di mondo che appartiene più alla storia che alla geografia. Con tutto il suo carico di dolore, il suo portato di sofferenza, il suo fardello di pietre e di morti bambini. Ma fa di più: evoca.
“Palestina” è più di un libro, è l’enciclopedia di un massacro; è una rivelazione. Per quella sua capacità di tenere dentro, nelle sue pagine patinate, la cronologia lancinante di depurazione etnica, la crudeltà bestiale del sionismo nascente e la forza evocativa delle immagini. Quelle foto che, da sole, sarebbero bastevoli prove di un’ingiustizia in bilico fra crudeltà, sterminio programmato e principio politico. Emblemi di una violenza indiscriminata, macelleria etnica senza scrupoli, che rifiuta la sottomissione alla tenerezza verde dell’età. Bambini schiacciati e madri frantumate.
Soffia un vento funesto fra le dita di chi legge. Soffia comprensibilmente, parlando di guerre antiche e rivendicazioni divenute diritto. Soffia blaterazioni di vendetta e superiorità, nazismi mediorientali in note minori. Le epigrafi dei padri del sionismo, accostate agli scatti del popolo dei sottomessi, intonano un canto di morte. Il requiem del diritto alla terra è inno alla distruzione delle maggioranze. Ben Gurion e Ariel Sharon uniti in un unico progetto di sopraffazione, mentre mogli e madri vedono partire e morire i loro uomini: i “vermi” condannati svanire in una nuvola di sabbia e polvere da sparo si portano dietro il loro presente insieme con il loro futuro. Un progetto che, si smonta e si riassembra di volta in volta, di epoca in epoca, di governo in governo. Per finire, poi, ad avere sempre la stessa connotazione funerea di un ceppo cinerario. Sabra e Chatila, la prima e la seconda Intifada, Piombo Fuso.
Sono stelle di un’astrologia che non prospetta nulla di diverso dalla sventura. A farne le spese, anche Vittorio Arrigoni, di cui il testo riporta testimonianze di “Restiamo Umani”. Umani come gli adolescenti intubati colpiti dai proiettili di gomma dell’esercito più equipaggiato del pianeta; umani come i cuccioli di uomo sfigurati dal “napalm like”; umane come le schiere delle genti massacrate a botte di calci, pugni e pestaggi, tratte in arresto e scomparse nelle gole profonde delle carceri israeliane (dopo aver subito altri maltrattamenti al limite del bestiale).
Quel che rende “Palestina” degno di esser letto è la sua libertà di non scendere a compromessi con la storia recente, di non farsi abbagliare dal fulgido apparire dei meetings, degli incontri internazionali, dei finti trattati, delle dichiarazioni mediatiche. “Palestina” esce dagli schemi dicotomici delle culture contro. Cessa di parteggiare per la causa occidentale e di propagandare il modello euro-statunitense come l’unico possibile per la redenzione del dolore arabo. Semplicemente, “Palestina” narra la verità, spogliata dei gingilli ipocriti e falsificatori. Porta alla luce i veri sentimenti in circolo nella striscia di Gaza, ai posti di blocco, sulle torrette di controllo. Schegge di stupro territoriale e politico in cui i soldati masticano il gusto acidulo dell’odio commisto all’acre sapore del sangue.
Racconta una soldatessa di aver sputato su un palestinese: “Non mi aveva fatto niente, stava solo passando. Ma era approvato che io lo facessi, ed era la sola cosa che potevo fare: sai, mica potevo vantarmi di aver catturato un terrorista, però potevo sputare addosso a loro, degradarli, deriderli”.

C’è chi la chiama esportazione democratica. AA.VV, “Palestina. Pulizia etnica e resistenza”, Zambon 2011

Giudizio: 4 / 5 – Resistente

LINK: http://www.statoquotidiano.it/11/06/2011/macondo-la-citta-dei-libri-38/50609/

Lui (Cassano) non perdona e tocca

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

Autobiografia inconsapevole

Senza Raymond Chandler, oggi, la letteratura avrebbe un grosso buco. Una lacuna indiscutibile proprio nel centro della parola “giallo”. Lui che questa parola l’ha rivoltata come una tasca stracolma di ciarpame, epurandola e liberandola dai fronzoli inutili e cucendovi attorno, a foderarla, un impenetrabile strato di colore multiforme. Tale e tanta da sfociare nella sovrabbondanza noir e pulp. Con il pulp, Chandler ha iniziato. Nel pulp Chandler si è specchiato. Ben prima di approdare all’universo Marlowe.

Per leggere Chandler è necessario conoscere Chandler. Non necessariamente averne contezza bibliografica. Piuttosto, trattarlo come un amico, un conoscente, un buon vicino. Sapere del suo odio per lo schematismo e per le convenzioni, accertarsi dei vezzi e dei vizi, scrutare senza remore nei suoi amori travagliati e nell’ammirazione passionale per i gatti.

Ecco perché il lavoro di raccolta di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker acquisisce un valore postumo immane. Le frasi estrapolate dalle lettere private dello scrittore, parole espulse a calci in culo dall’angoscia, buttafuori nerboruta che staziona alla soglia dell’anima, come fossero ospiti indesiderati e quasi sgraditi, sono indicatori inequivocabili della complessità di Chandler. Satirico, spietato, caustico, mortificante, lucido, freddo, calcolatore, innamorato, disperato: nel mondo del quotidiano Chandler è tutto questo. Un mondo amalgamato con feste, successo e convenzione, ma anche composto con malattie miste al dolore e condito di un suicidio non riuscito di cui lui stesso si burla definendolo “un patetico spettacolino da due soldi”.

Tradurre l’intimità è difficile, ma possibile; lo dimostra, con “Parola di Chandler”, edito da Coconino Press (parente della Fandango) Sandro Veronesi; testo riportato alla luce dopo oltre 30 anni di assenza dai cataloghi italiani. Nasce così un mattoncino di verità umana, un esempio di realtà nuda e cruda. 350 pagine di riflessioni e saggi, inediti e lettere. 350 pagine che, come in un orologio appeso al muro dell’esistenza, ticchettano sentimenti, battono lacrime, segnano esperienze. Pagine che ci dicono che non esiste un solo Chandler e che, nel contempo, ogni uomo è uomo come tanti, come tutti. E’ uomo con la sua umana debolezza e con la sua forza rude ed a volte solo inscenata per la collettività.

Nella vita di Chandler e nella scrittura epistolare di Chandler c’è uno spartitraffico: un evento che lo segna, lo distrugge, lo crepa come cemento ancora troppo fresco per apporvi un chiodo. E’ la morte della moglie Cissy Pascal. da quel momento, chicchessia il destinatario del suo scrivere, Chandler lo inchioda ad una dolcezza nostalgica e quasi ossessiva, per anni segretamente covata. Arde il fuoco dell’urlo di dolore, s’infiamma nella morte la vita. E, come ogni fuoco, anche quello di Chandler è sottoposto ai venti. Il primo, quello della depressione che, come detto, appena due mesi dopo il lutto, lo indurrà a puntarsi una pistola contro. Eppure Raymond è un pupillo della beffa. Di lui si serve per svilire e strombazzare cinismo. A lui riserva il giochino stridente del fallimento. Commenterà un suo amico: “il più fallimentare tentativo di suicidio di tutti i tempi”.

Ma la scrittura gli resta attaccata indosso come un vestito inzuppato di colla vinilica e sudore acido. Chandler la intende come sfogo e come mestiere. Ma, soprattutto, come elemento di contraddistinzione; come rottura della banalità scribacchina, come strumento di maturazione, di perfezionamento, come una consequenzialità logica, raziocinante e rotolante, nulla abbandonato al caso. L’opposto della sua esistenza, insomma. Di quella sconvolgente e preziosa vita indolenzita ma senza la quale, oggi, saremmo inconsapevolmente più poveri.
Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino 2011
Giudizio: 3 / 5 – Antologia

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