Un busto per lo zio fascista

A Guido Letta, zio di Gianni, sottosegretario ed intimo compagno di merende del capo-Barnum Silvio Berlusconi, la Provincia de L’Aquila ed il comune di Aielli (danneggiato dal virulento terremoto che ha distrutto il capoluogo) hanno dedicato una piazza ed un un busto. In una teca di vetro dalla forma circonferenziale, giusto al di sopra della targa d’intestazione dello spazio urbano, incassato nelle mura esterne di un palazzo, spunta il busto del fu gerarca fascista e potestà rigoroso. Chiaramente, quei fondi fanno parte della “Cassa abruzzese” destinata dal Munifico premier alle zone colpite dal sisma. Un atto politico forte, quello delle istituzioni locali. talmente tanto mirato, da richiedere le “porta chiuse”. Infatti, mentre Anpi ed associazioni attendevano la comunicazione ufficiale della cerimonia (per protestare contro la rimembranza funebre di un ex camicia nera), il sindaco Benedetto Di Censo, il senatore Filippo Piccone, il presidente della provincia dell’Aquila Antonio Del Corvo, l’assessore ai lavori pubblici della regione Abruzzo, Angelo Di Paolo hanno attuato un blitz commemorativo niente male.

Fa ridere immaginare i frenetici preparativi, le linee roventi, i cellulari che organizzano il taglio del nastro. Neppure Guareschi sarebbe riuscito ad immaginare tanto, d’altronde: un senatore della Repubblica e le più alte cariche amministrative locali impegnate nella commemorazione silente in un paese della microprovincia italica.

Tanto per capire chi fosse questo benedetto potestà, val la pena chiudere riportando le parole che l’allora vegeto e solerte fascista scriveva nel luglio del 1939, in una missiva riservata indirizzata a “Fascisti Podestà e Commissari Prefettizi” circa l’applicazione delle Leggi razziali, emanate l’anno precedente dal regime mussoliniano.

“L’applicazione rigorosa delle leggi razziali, come era nelle direttive del Gran Consiglio, conduce ad una inevitabile conseguenza: separare quanto è possibile gli italiani dall’esiguo gruppo di appartenenti alla razza ebraica, che, se anche in parte discriminati, restano pur sempre soggetti ad un regime di restrizione e limitazione dei diritti civili e politici. Occorre pertanto favorire nei modi più idonei e opportuni questo processo di lenta ma inesorabile separazione anche materiale. Su queste direttive richiamo la vostra personale attenzione e vi prego di farmi conoscere le iniziative, che d’intesa coi Fasci, prenderete al riguardo e i risultati ottenuti”

Chercez la femme, mon ami

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Zì Nicola, che burlò i CC democristiani vestito da donna

Zì Nicola (Piero Ferrante, St)

Bisaccia (Av) – CI sono ere in cui la Storia emana tanfo di sangue, terra e polvere da sparo. Sono quelle zone di tempo grigie, in cui il potere, spaventato dalla partecipazione e dal cambiamento, prova a legittimarsi attraverso la forza, il suo uso ed il suo abuso; corre con armi e manganelli dietro il progresso, fiato sul collo e voglia di randellare. Si rende forte lasciando vite sull’asfalto e si scopre debole quando quelle vite diventano foriere di altre esperienze ribelli, di altre resistenze.

1950, Bisaccia, Alta Irpinia. Terra di agricoltori, braccianti, pastori. Terra di acqua che sgorga a fiotti dal terreno argilloso per impantanarsi proprio nel mezzo dei boschi che arricchiscono le creste dei monti. La Seconda Guerra Mondiale ha smesso di massacrare la popolazione da ormai sette anni. Il 25 luglio 1943, lo sbarco alleato, i bombardamenti a tappeto, le stragi naziste. E poi l’8 settembre, la disoccupazione, la prostituzione diffusa, la povertà, il contrabbando. Questo tutto ha segnato il corpo meridionale, dove il ritorno dal fronte di tanti giovani ha sovrapposto problema a problema. Bisaccia, ben prima dell’imposizione della longa manus di Ciriaco De Mita, il capo assoluto della tarda prima repubblica, la sua fame di sopravvivenza la misurava sul lavoro della terra. Erano i campi l’essenza di un’economia fortemente antropomorfizzata. Prima della finanza, prima dei mercati. Ma l’assetto sociale era tutt’altro che fondato sui possidenti. Che erano potenti, ma una ristretta minoranza. Fu il Ministro Gullo, servendosi dell’altoparlante del Pci, a propagandare l’idea che la terra fosse di chi avesse la capacità e la pazienza di farla fruttare. Ma per giungere sino in questa parte di mondo, il tam tam politico impiegò 6 anni.

Nel 1950, Zì Nicola aveva 26 anni “e due figli”. La guerra gli aveva lasciato in bocca il sapore della sconfitta. Avere poco più di vent’anni, il corpo di un leone, e non potere arare, zappare, seminare, raccogliere. La rabbia figlia della delusione che vien fuori dall’utero della quotidianità. Nicola non ha niente, sua moglie non ha niente. I braccianti di Bisaccia, dell’Irpinia, del Meridione, non hanno niente. Ed allora la soluzione è fare gruppo. “Gullo ce l’aveva detto” ripete a distanza di 60 anni per iniettare un motivo nelle vene delle azioni di allora. “La terra era la nostra, noi la lavoravamo, mica gli altri”. Non aspettano nemmeno lo scoppio della primavera. A marzo rompono l’argine sociale e inondano le terre incolte. Quelle appartenenti al demanio comunale e quelle appartenenti alle grandi famiglie aristocratiche dell’Alta Irpinia. L’invasione pacifica si fa con le bandiere rosse, anche se non tutti sono militanti del Partito Comunista e non tutti sono iscritti alla Cgil. Si fa con un’organizzazione minima, con poche risorse e addirittura qualche mulo. I braccianti bisaccesi si spargono come gocce di pioggia. Zi Nicola occupa un fondo appartenente alla famiglia Vitale. Lo lavora per un’intera giornata. Suda di nuovo e ne è contento. Nell’aria la festa, presto ci sarà anche una cooperativa agricola. L’hanno annunciato i compagni (in realtà dovranno passare ancora altri due anni). L’obiettivo: comprare una trebbia.

E invece le cose non vanno per il verso giusto. Fra i braccianti c’erano quelli che Nicola chiama “spioni”. Infiltrati democristiani e filogovernativi, amici degli scelbiani come della forza costituita. La repressione scatta quella stessa notte. Quattro braccianti vengono tratti in arresto. Uno, i Carabinieri lo vanno a recuperare in una cantina. Lui resiste, scaglia qualche pugno, resiste ancora. Si becca 2 mesi di carcere. È la mannaia del potere che cala sulla voglia di riscatto. La popolazione scende in strada. Il cielo dice che è mezzanotte, il sonno rintanato sotto la coperta del furore, e c’è “’na luna che jiev juorn’” (a giorno), ricorda Zì Nicola. Forse è per questo che i manifestanti tagliano i cavi della corrente. Una piccola rivoluzione. Il sindaco viene svegliato, e chiamato ad entrare in causa. Ma commette l’imprudenza di voler trattare con i carabinieri senza fascia d’autorità.

La resa dei conti, che, grosso modo, è la stessa di Portella della Ginestra, ma senza morti e senza il bandito Giuliano, è aperta. I braccianti sono stati tutti segnalati. Sono costretti a darsi alla fuga. Le pene sono severe. Si tratta di carcere, mica uno scherzo. E in tempi di povertà, il carcere sta a significare lasciare una famiglia sul lastrico, abbandonare a se stessi donne e bambini. Zì Nicola, per questo, sceglie neppure la fuga, ma la macchia. Come Carmine Crocco, che da queste parti c’è stato sul serio. Per quattro mesi e mezzo fa la spola tra il paese ed un granaio all’interno del quale ha ricavato un nascondiglio servendosi della paglia e di tanto coraggio. Racconta con orgoglio malcelato il suo stratagemma per eludere la sorveglianza: “Mantella e maccaturo (il fazzoletto che copre il capo, ndr)”. Varca il confine che, esteticamente separa i sessi. La vita diventa difficile. La mattina al lavoro; per le necessità, al paese in abiti femminili; e la notte ritirarsi nel pagliaio. A scoprirlo sono i Carabinieri. Lo sorprendono ad agosto che ha appena finito l’attività della pesatura del grano. Prova a fuggire per i monti e poi per le valli. Gli sbarrano il cammino, la fatica fa il resto. Partono ordini urlati di buttarlo in terra, fasi concitate. Raccontando l’episodio, Zì Nicola c’è un punto in cui alza il capo. È alla fine, quando gioisce della gloria di ricordare la data dell’arresto: “4 agosto 1950”. Lo dice tutto d’un fiato. Come se, ancora oggi, rivivesse l’affanno del tentativo di sfuggire alle forze dell’ordine. Non fa resistenza, Nicola. Viene ammanettato, poi trascinato come un trofeo in giro per Bisaccia, nella piazza centrale e in corteo “tra due ali di folla” fino alla stazione locale. Poche ore ed è caricato un camion che lo porterà a Sant’Angelo dei Lombardi. E, di lì, a Poggioreale, poi ad Avellino. Una vita di corsa, cuore dietro le sbarre, cuore in quelle terre che ancor’oggi non ha lasciato mai.

Testimonianza raccolta per Stato Quotidiano

Foggia, ti amianto

29 giugno 2011: Amianto integro (la foto ci è stata fornita da Tony Dembech, scattata da Raffaello La Contana)

Foggia – NELL’ESTATE rovente dei rifiuti non poteva mancare l’amianto. Ripulita in superficie la città, sgombrate le vie del centro grazie all’intervento dei nuovi mezzi (finanziati dalla Regione Puglia), ma ancora distante il piano di differenziata che il sindaco Gianni Mongelli stima possibile nell’arco di un biennio (tanto per avere florido materiale per un’eventuale rielezione, che non si sa mai), il problema è spostato sulle periferie. In particolare, destano preoccupazione le condizioni delle aree più nascoste alla vista.

CRONACHE DAL TRATTURELLO – Come, ad esempio, le strade che conducono fuori città (o, viceversa, accolgono nel capoluogo dauno). Ricettacolo di animali, deposito di materiale inerte di natura elettrica, ferrosa e legnosa, sono le nuove frontiere della spazzatura alla foggiana. La peggiore delle situazioni, ovvero la più preoccupante, è quella che si ritrova su un lembo del tratturo Foggia – Incoronata. Varie vicissitudini occorse sin dalla sua inaugurazione hanno riportato questa parte di Foggia all’onor delle cronache con una impressionate ciclicità. Prima i furti degli alberi, poi un primo incendio e la spazzatura che si accumula, infine un nuovo incendio e la rincorsa di

29 giugno, guaine abbandonate (foto fornita da Tony Dembech e scattata da Raffaello La Contana)

Cicloamici ed Amici della Domenica per portare acqua alle piante assetate. Passata la tranche più consistente delle ferie, la situazione resta più che mai preoccupante. Uno scatto risalente allo scorso 29 giunto e pubblicato on line da un cittadino del capoluogo mostra di un deposito abusivo di spazzatura. Fra vetri e guaine in plastica dei cavi di rame sottratti chissà dove (ora le fiamme li hanno divorati, ma ve n’erano a centinaia, forse migliaia), regnano sovrane lamine enormi di amianto. L’imbarazzo non lambisce neppure i palazzi del potere. A distanza di quasi due mesi, e malgrado le continue segnalazioni inoltrate agli Uffici ed all’Ufficio relazioni con il Pubblico da alcuni soggetti associativi della città, quei pannelli continuano a fare bella mostra di sé.

DEMBECH: “L’AMIANTO SI SGRETOLA!” – Lo segnala, a Stato, Tony Dembech, presidente dei Cicloamici. “La situazione peggiora”, denuncia. Capire il perché non è difficile. Il passaggio di bici e pedoni, consentito, e quello di moto e scooter, non consentito, ha infatti inciso in negativo sul materiale inerte. Immerso nell’odore di bruciato che impera nell’estate rustica della periferia foggiana, l’amianto ha patito questo viavai di gente al punto che, oggi, i lastroni sono completamente sbriciolati. “Il pericolo – accusa Dembech – è che, divenuto leggero, l’amianto vaghi con il vento, posandosi sui campi coltivati a grano ed ortaggi dei dintorni”. Rischio, questo denunciato da Dembech, tutt’altro che peregrino. Nell’arco di pochi chilometri, in effetti, hanno sede località considerate di pregio per la produzione cerealicola.

L'amianto spappolato (St)

DISASTRO – Un sopralluogo sul posto, poi, aiuta a capire come l’emergenza sia ben più grande. In pochi passi sono concentrati sportelli di frigoriferi e congelatori, guaine in plastica, tubi arrugginiti, cartoni, vetro in quantità, tronchi di alberi estirpati da non si sa quale zona del Tavoliere e decine di copertoni. L’odore di cenere è netto, il fetore di escrementi e piscio è marcato e nauseabondo, specie in prossimità di un muro in cemento limitrofo al tracciato ciclabile e pedonale. L’ultima volta che Dembech c’è stato, lo scorso 11 agosto, sacchi di spazzatura erano stati dati alle fiamme, per un’attività di incenerimento autoprodotto che scavalca anche le leggi della Marcegaglia e getta nell’aria quantità di diossina non certificata.

VIGILI NON INTERVENGONO – Inutile, a quanto pare, invocare l’intervento delle forze di sicurezza urbana. La Polizia Municipale, avvertita proprio dal presidente dei Cicloamici, si è tirata fuori dai giochi già diverso tempo addietro, ammettendo la propria incompetenza in merito, dichiarandosi non disponibile a transennare la zona e non autorizzata alla rimozione dei lastroni (che, chiaramente, meritano di essere maneggiati con cura e smaltiti una volta per tutte). Picche anche dal Comune, che aveva promesso un “intervento” ma poi effettivamente statoci.

Le guaine in fumo (ph: Tony Dembech)

SOLAZZO: “PERICOLO ORMAI NORMA” – E mentre l’amianto si sfracella e la città si ripopola, torna la domanda su che fine abbiano fatto i propositi di differenziata. I cassonetti, vecchi ed ammaccati, non sono finalizzati all’impiego (oltre a non essere neppure un belvedere, ridotti a sgargherati carrelli e bruciacchiati parallelepipedi anneriti). “Il timore – si spaventa Michele Solazzo, portavoce del Comitato contro gli inceneritori di Foggia – è che l’eccezione finisca per imporsi in quanto prassi e che le zone più recondite si tramutino in discariche non autorizzate ma comunque consentite”.

Nudi a San Severo

Roberto Galano

Foggia – Arrivare nei centri di una provincia vasta e troppo spesso culturalmente trascurata, con pochi mezzi economici ma ricca di talenti e di eccellenze alle quali bisogna fornire sostegno, formazione, ispirazione e possibilità. Questo l’intento di No Man’s Land – Terre di Nessuno, il progetto nato da un’idea di Roberto Galano, direttore artistico del Teatro dei Limoni di Foggia. Un impegno finalizzato alla creazione di un sistema teatrale organico, capace di far interagire pubblico e privato, cogliendone gli importanti obiettivi di sviluppo sociale e culturale delle comunità locali.

In occasione della stagione estiva, il Teatro dei Limoni, in collaborazione con lo Spazio off di San Severo e con i contributi economici ed organizzativi del Comune di San Severo e di Rignano Garganico, propone il Festival Teatrale NU.D.I. – NUove Drammaturgie Indipendenti. Concepito ed organizzato per essere itinerante, il Festival si è aperto il 24 luglio con la Residenza Artistica di Rignano Garganico, che ha visto protagonisti 28 giovani attori nella preparazione di un allestimento teatrale ispirato al Cyrano de Bergerac, sotto la guida dell’attore e regista Roberto Galano, e che ha debuttato il 30 e il 31 Luglio scorso nella gremita piazza Castello.

Dal 24 agosto al 5 settembre, il Festival si sposterà al Chiostro del Comune di San Severo, appena ristrutturato, che in 10 giorni accoglierà 6 spettacoli teatrali prodotti in maniera Indipendente da compagnie di fama nazionale. Il primo appuntamento è con “Medea” di Euripide, tradotto, diretto ed interpretato da Annika Strøhm e Saba Salvemini e selezionato per la finale del Festival “Voci dell’Anima” 2010. In scena, a rivivere il dramma, solo i due attori, come ai tempi dell’antica Grecia. I giorni del 25 e 26 agosto saranno tutti nelle mani della compagnia romana Ygramul Teatro che terrà una due giorni di workshop di Commedia dell’Arte, un percorso di studio sulla maschera e sulla scenografia corporea, per poi andare in scena nella sera del 26 con lo spettacolo “Nel paese della commedia”. Arlecchino e Pulcinella, lo Zanni e il Capitano, assurdi e grotteschi personaggi della Commedia, prestano i propri caratteri al racconto surreale di un’Italia atemporale e mitica in cui uomini qualunque hanno avuto il coraggio di alzare la voce contro il potere costituito.

“Ecce Robot – Cronaca di un’invasione” è il terzo spettacolo del Festival, scritto, diretto e interpretato da Daniele Timpano. Ispirato liberamente all’opera di Go Nagai (Jeeg Robot, Goldrake, Mazinga), lo spettacolo, che andrà in scena il 29 agosto, è il divertito ed autocritico racconto di una generazione cresciuta, negli anni di piombo, davanti alla Tv. Il 31 agosto è la volta di Roberto Capaldo e di “Morra”. La grande tradizione della Commedia dell’Arte viene rivisitata da un contemporaneo Pulcinella che si ritrova a monologare con il pubblico di fatti ispirati alla cronaca quotidiana di Scampia e Secondigliano. Lo spettacolo è vincitore del Premio Borsellino per l’impegno sociale e civile, Premio Calandra come miglior spettacolo e miglior regia e spettacolo italiano all’XI “International Blacksea Festival”.

Donato Paternoster calcherà il palco di San Severo, il 2 settembre, con “Ifigenia in orem”, tratto da “Bash” di Neil La Bute. “C’è un esubero del personale!” è una delle frasi che sentiamo più spesso da un po’ di anni a questa parte, mentre rimaniamo in attesa di una nuova opportunità. Questo è ciò che accade al giovane protagonista della pièce, che cercherà di raccontare quest’epoca di squilibri. A conludere questa prima edizione, lunedì 5 settembre, sarà proprio il Teatro dei Limoni con “Finalmente Godot”, prodotto in collaborazione con i Solisti Dauni di Foggia. Liberamente tratto dall’opera di Samuel Beckett, lo spettacolo scritto da Leonardo Losavio, appena rientrato da una mini-tournée estiva, vedrà in scena, oltre a Galano e Losavio, anche Giuseppe Rascio e D. Francesco Nikzad

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