Lui (Cassano) non perdona e tocca

C’è un presupposto che fonda il breve trattato “L’umiltà del male”, di Franco Cassano (Laterza, 2011). Il male, nella lotta quotidiana contro il bene, parte da uno status di vantaggio. E’ come una corsa – il cui premio è la conquista dell’anima umana, la sua simpatia devozionale – in cui un atleta parte con centinaia di metri di vantaggio sugli avversari. Sono favori, certo, determinati da qualche cortese intermediazione. Il cui raggiungimento, comunque, presuppone un contatto umano, una relazione scevra dai condizionamenti ricorosi dell’etica filosofica. Comporta la discesa sul piano dell’umanità maggioritaria. Insomma, è la base del discorso di Cassano e, come ogni base, anche la materia che regge il tutto, il male, quali che siano le spoglie sotto le quale si presenta, ha la caparbietà del contatto. Non usa scudi, non si regge sulle spalle degli uomini. All’occorrenza, arriva a riverirli, per ammorbidirli. S’insinua nella zona grigia della debolezza, quella più debole e vulnerabile, depone le uova del dubbio, ne inficia la moralità. Tenta. Ecco, il male è tentatore. Ed è tentatore in quanto l’uomo non chiede che di essere tentato, di cedere alle lusinghe dell’offerta migliore. O anche solo di una qualunque offerta.

Il male è umile. Non si gonfia i muscoli di bei propositi, non si confronta con l’impossibile. Il male è semplice, tangibile, pronto ad ogni evenienza. E’ il telefono dell’arrendevolezza messo lì, a portata di mano. Basta allungare il braccio e scegliere con chi cedere. E su cosa. Il male è seducente, ammalia, conquista, arringa. Il male è riconoscibile, ma non per questo non ammissibile. Il male di Cassano non è la guerra ingiusta o l’affare misterioso, non è la mazzetta circolante o il controllore televisivo. Il male di Cassano è qualcosa in più. E’ la somma di tutte queste parti, amalgamate nell’emblema supremo del Grande Inquisitore di Fedor Dostojevskji. Lui, che condannò a morte Gesù Cristo obbligandolo al silenzio per non peggiorare la sua condizione. Lui, che vendette per buona la sua verità, elevandola a verità imposta, a giustizia dall’alto, a volontà popolare.

Piano e nemmeno troppo, Cassano valica il limite rosso che separa saggio e pamphlet. Lo fa con tutta la sua abile arte narrativa, con una disarmante e gradevole semplicità di linguaggio, cavalcando episodi letterari e teorie della Storia dell’umanità. E la lancetta del male si sposta, inevitabilmente, su quella del potere. I due elementi, argillosi e malleabili come creta bagnata, come pasticcio di terra, si mescolano irrimediabilmente. Il mare penetra il potere, vi s’accoppia. A lui s’avvinghia, s’aggrappa, si fonde. Male e potere, fusi, ottemperano ad un progetto unico di determinazione della Storia. Tutto, per Cassano, si fa bene e si fa, necessariamente, male. In mezzo, non resta che l’uomo. Che fra bene e male deve scegliere. Ora consapevole, ora inconsapevole, infine arreso, talora imberbe. Nella maggior parte dei casi, per quella sedizione di cui si diceva, cade nella rete a striscio del male. Perché il mare ed il potere sanno come e dove pescare. Conoscono le debolezze, dunque le esche per attrarre le prede. E, poi, perché sanno, all’occorrenza, sporcarsi nel fango degli ultimi, farsi piccoli per entrare fra i piccoli. Come uno specchio, il male riproduce l’uomo, si fa uomo, vive come l’uomo e mostra all’uomo di sapere e di poter soffrire come lui.

La superiorità del male è nella concretezza. Ogni sua azione assolve alla funzione annessoria. A differenza del bene, il male non ha incertezze e non ha remore, non conosce la vergogna. Di qui, la sua umiltà. Non scansa le maggioranze, le ammorbidisce, infine le asserve ai propri voleri. Come accaduto in occasione dello sterminio ebraico. “L’abiezione massima del nazionalsocialismo sta proprio nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole diventare carnefici a loro volta”, riflette Cassano rileggendo “I sommersi e i salvati di Levi”. Il riferimento è al controllo interno, alla sobillazione dell’uomo contro l’uomo, del misero contro il misero, dell’incatenato contro l’incatenato. Una lotta impari, in cui a salvarsi sono, paradossalmente, i reietti, le anime peggiori. Quelle che, con il male, scendono a patti, perché il ribelle, che è turbamento dell’ordine malefico ed insieme concretizzazione di un bene possibile, è eliminato fisicamente. Meglio se da un suo pari. Tramutandosi da esempio in ammonimento.

La chiave del testo è qui. Nella ricerca della soluzione giusta per combattere con efficacia la brutalità del male, senza finirne tentati. E, soprattutto, schiacciati.
Franco Cassano, “L’umiltà del male”, Laterza 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Cassanico

Lezioni di Storia (rec. “Lezioni sul Novecento”, P. Scoppola, Laterza 2010)

Esistono i millantatori, ed esistono gli storici. Pietro Scoppola è uno di quelli che non vorresti morisse mai come portatore sano, sanissimo, di una dose estrema di verità, lucidità, passione. Quando, nel 2007, è entrato anche lui nella schiera di coloro cui ha dedicato una vita intera, gli studi storico-politici del nostro paese hanno, di colpo, subito il colpo. Perché Scoppola non era capace di ripetere, per due volte, lo stesso discorso. O, per la precisione, sottendeva, a discorso diverso, ideali e valori identici.

Scoppola era un docente universitario talmente umano da sembrare un nonno. Con l’austerità di un nonno, il rispetto di un nonno, la saggezza di un nonno. Giudicava e non sbagliava. Scoppola non era semplicemente uno studioso, ma una traccia di memoria nel mezzo del revisionismo andante suonato dall’orchestra di Piazza Della Loggia, della sinfonica della Stazione di Bologna, dal trio di Ustica ed il duo del Moby Prince.

Ecco perché, recuperare Pietro Scoppola, le sue bacchettate ai colleghi, ai politici, ai partiti, ma anche quelle inferte ai semplificatori della verità (a coloro, per dire, che da un giorno all’altro derubricavano le formazioni politiche dalla Resistenza a vecchiume da spazzar via i da accantonare sotto i tappeti) è, oggi, un atto di piccola resistenza quotidiana. L’ha fatto, ad esempio, la casa editrice Laterza appena l’anno scorso. Riprendendo alcune lezioni tenute dallo storico nella Sala Aldo Moro della Sapienza di Roma, ha rimesso in circolazione quei batteri positivi di cui Scoppola ha infettato muri, pareti, banchi. Nasce così “Lezioni di Storia” (Laterza 2009). Come l’attività normale di uno studente fuori corso, con una sbobinatura.

Bastano poche pagine per rendersi conto che si tratta dello Scoppola migliore, quello che, a contatto con i giovani, nell’emergenza di non far svanire nelle nebbie del nulla i valori democraticamente più puri, sferza il revisionismo ed i revisionisti. Falsi maestri della Storia, in effetti protagonisti politicamente interessati. Perché se è vero che la Storia, e soprattutto certa Storia (leggi antifascismo, leggi resistenza, leggi Costituzione, leggi movimenti contadini ed operai, leggi stragi di Stato) non ha mai avuto bisogno di fare il tagliando per testarne la verità, è pur vero che di meccanici che l’hanno intesa smontare e rimontare, motore al contrario e trazione invertita, ci sono stati. Eccome. Scoppola, come Galilei, li cita, li scandaglia, li squassa. Senza boria, senza paroloni, senza additarli. Scoppola non fa nulla, non si serve della confusione o di alchimie revansciste, né di furori di piazza o di baracca. Solo, lascia intuire. E, nell’intuizione, lascia capire.

Nelle sue parole, e tra le pagine, si materializzano gli elementi chiave del Novecento.

La lezione su “Identità nazionale e Resistenza” è un galateo italico, l’epifania di quel che dovrebbe essere l’Italiano ma che l’Italiano non è, perso fra velinismi, giustizialismi infiniti e dibattimenti velleitari.

Quella su “Costituzione e Costituente” l’abbecedario della contemporaneità, il modello in base al quale intagliare la società dell’oggi (ma qualcuno l’ha smarrito). È qui che Scoppola raggiunge il suo apice, intavola l’esegesi della democrazia leggendo fra gli anfratti dell’antifascismo. È qui che smitizza chi, a torto, si è automitizzato: abbatte senza remore morali quanti hanno letto la Resistenza in virtù di un interesse di parte, di una semplice e crudele resa dei conti personale. Ne fa non solo un momento, pur esistente, di lotta civile, ma il trait d’union fra l’esperienza bellica agli sgoccioli e la stesura della Carta Costituzionale. Lo interpreta, aulicamente, come “momento morale” e associa la fase armata a quella non violenta.

Nelle pagine sulla “Tradizione marxista e doppiezza comunista”, esalta Antonio Gramsci (che considera la “parte originale” della fazione comunista italiana), interpreta i dubbi di Togliatti (doppio sì, ma vero artefice della democrazia), ridimensiona il Partito Socialista; come in quelle su “La Democrazia Cristiana” non può esimersi dal criticare l’assuefazione di una parte del mondo scudo crociato alla Chiesa (senza generalizzare l’esperienza collettiva, sostanzialmente più laica che clericale).

Infine, giunge all’oggi, all’attacco berlusconiano alle istituzioni, allo smantellamento della Costituzione, alla Lega secessionista ed a un centrodestra confuso che confonde ed ipnotizza un’intera generazione di elettori dimentichi di ben altre esperienze politiche.

Strano a dirsi, perché forse non era suo intento: ma leggendo Scoppola viene quasi il magone per la Prima Repubblica.

Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010

Giudizio: 4 / 5 – Eterno

Il silenzio di Papa Ratti sulla guerra di Etiopia. Il saggio di Lucia Ceci

Il Vaticano, Pio XI, il fascismo, la guerra di Etiopia (1935 – 1936). Lo scenario nazionale e quello internazionale, l’acuirsi dei contrasti e la sconfitta delle diplomazie. “Il papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia”, saggio di Lucia Ceci, edito da Laterza, tratta, in modo lucido ed imparziale di una questione ancora aperta. Spesso polemica, quanto mai irrisolta e frammentariamente dolorosa. Con il solo ausilio dei documenti, la Ceci conferma quel che la storia ha abbondantemente rilevato da anni: il Vaticano, se non proprio complice, si oppose in maniera eccessivamente timida nei confronti del regime fascista e delle manovre belliche perpetuate ai danni di quelle che, unanimemente, stampa reverente e propaganda martellante presentavano come razze inferiori.  La guerra d’Etiopia venne disegnata come una crociata. Il Duce si servì dei martiri ecclesiastici, esaltò fino all’idolatria missionari d’Abissinia, lisciò gli ingranaggi delle Curie italiche, per conquistare alla causa diocesi ed associazionismo cattolico, mondo intellettuale e periodici curiali. Nel mezzo, fra l’intransigenza delle sinistre e di una parte del mondo cattolico, e la maggior parte di Vescovi e sacerdoti, prostrati sull’inginocchiatoio della Patria a orare Nostro Signore delle armi e della civilizzazione, uno spaesato Pio XI, sospeso fra opportunismo e convenienza: da un lato convinto assertore dell’ingiustizia bellica (la guerra, disse, avrebbe posto l’Italia intera in “stato di peccato mortale”), dall’altro, inetto alla ribellione, incapace alla presa delle distanze.

Il mutismo di Papa Ratti è il filo rosso del saggio della Ceci. Anche di fronte alle braccia vigorosamente tese della sua milizia sacerdotale, sacralizzati adesso alla causa del Duce; anche di fronte alle perplessità dei suoi più stretti collaboratori; anche di fronte alle stragi abissine; anche di fronte alla palese violazione dei trattati internazionali, il bianco successore di Pietro non levò la sua voce pubblicamente, limitandosi, di tanto in tanto, a qualche riferimento dall’acre sapore di boutade. Colpa tanto maggiore, perché a soccombere sotto il furore dell’aviazione italiana era il millenario regno cristiano di Etiopia, prima terra secolare, poi barbaro appezzamento da soggiogare alle voglie predatorie italiche. Grazie a Lucia, la storia ufficiale può aggiungere un decisivo tassello al suo mosaico. Un mosaico scuro di timori e di paure, di reticenza e di oblii.

Lucia Ceci, Il Papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia, Laterza

Giudizio: 4/5

Published in: on 8 settembre 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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