Foggia, resisti – canto di-sperato di un foggiano fuori sede

Foggia resisti. Sali sulla montagna della giustizia, sui picchi della reazione, dell’orgoglio, esci dal fondo più fondo dove ti hanno gettato, risali la china. Foggia non morire.

Foggia resisti. Caccia fuori le unghie, tra fuori tutto quella forza di cui sei capace, riappropriati della dignità che era dei tuoi braccianti, dei tuoi ferrovieri, dei tuoi bibliotecari coraggiosi. Foggia resisti. Isola i delinquenti, i farabutti, i criminali, torna a fare società, metti al bando chi si vanta di essere ignorante, rigetta chi si bea di amarti ed invece di odia.

Foggia resisti. Scuotiti di dosso la polvere della paura, rispondi alle bombe con un’esplosione di gioia e di voci, con un trionfo di colori e di energia.

Foggia resisti, buttati per strada, occupa gli spazi, sentiti sempre nel posto giusto al momento giusto, viola le zone rosse del terrore, riannetti i quartieri, le periferie, il centro, sbianca tutte le zone grige, illumina i coni d’ombra, inonda della purezza dei bambini e degli anziani la violenza, fino a soffocarli. Foggia reagisci. Protesta contro chi ti mette agli ultimi posti di tutte le classifiche, ma fallo costruendo palazzi senza soffitti, che guardino al cielo. Foggia organizzati, reclama quello che ti spetta, pretendi di partecipare alle decisioni, ribellati alla bruttura del cemento e della spazzatura.

Foggia resisti. Non fare finta che attorno a te non ci sia che la tua ristretta cerchia di amici, familiari, colleghi. Foggia sindacalizzati, Foggia risvegliati.

Foggia, per una volta non accontentarti di perdere di misura o di pareggiare facendo catenaccio in attesa dell’acquisto che non giungerà mai. Foggia, vinci.

Annunci

Cento volte peggio dei nazisti – ecco l’articolo di Odifreddi censurato da Repubblica

Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione. A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona.

Il feldmaresciallo Albert Kesselring trasmise l’ordine a Herbert Kappler, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal Fuehrer. Dopo la guerra Kesselring fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Erich Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyahu sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore! Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile.

Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa 241 cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine. Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi.

Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?

Gaza, chiamatela colonna di nuvole, ma la realtà è sempre una fusione di piombo

comunicato stampa Arci Puglia sull’inizio dell’Opreazione Pillar of cloud

In questi minuti riceviamo la notizia dei bombardamenti dell’aviazione israeliana su Jabaliya, dove ha sede il nostro partner di Cooperazione Internazionale, il Remedial Education Center.

Da domenica scorsa la Striscia di Gaza è sotto attacco con un’intensificazione dei bombardamenti nelle ultime ore, in quella che quest’oggi il Primo Ministro israeliano Nethanyahu ha annunciato come l’Operazione militare «Colonna di nuvola» (Cloud Pillar). In palese violazione del Diritto Internazionale, nel sistematico tentativo di considerare la Striscia di Gaza come qualcosa a sé stante dalla Palestina, ancora una volta – nel totale disprezzo della dignità umana – i vertici israeliani stanno colpendo la popolazione civile, già stremata dal lungo assedio.
Le ostilità erano iniziate la scorsa settimana, a seguito del lancio di razzi verso il sud di Israele da parte di Hamas, quale gesto di rivendicazione per l’uccisione di Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, il ragazzo di 13 anni freddato da un proiettile israeliano mentre giocava a calcio nei pressi della sua abitazione. È da allora che si susseguono bombardamenti, uccisioni e un raggelante silenzio stampa.

L’Arci Puglia, condannando l’uso della violenza da qualsiasi parte in conflitto essa provenga, esprime la propria vicinanza alla popolazione gazawi auspicando il cessate il fuoco.

Come già per la Siria, anche la strage in corso nella Striscia di Gaza rischia di passare sotto silenzio. I principali media stanno ignorando le notizie da giorni, e laddove riceviamo Informazione, spesso questa è distorta. Per gli aggiornamenti, sul web Michele Giorgio (inviato de Il Manifesto dal Medio Oriente) e Rosa Schiano (attivista dell’International Solidarity Movement) stanno costantemente aggiornando i propri profili Facebook. Così come stiamo rilanciando le notizie sulla pagine dell’Arci Puglia. Anche sul sito http://nena-news.globalist.it/Detail_News_TopStories?news=0&CategoryID=292&Loid=200 della NEAR EAST NEWS AGENCY si trovano aggiornamenti costanti.

Vi chiediamo di far circolare con la massima urgenza le informazioni sull’attacco nella Striscia di Gaza, via mail, sui social network, ma soprattutto raccontandola.

General strike, credevamo di aver toccato il fondo. E invece…

Diciamocelo: mediaticamente Genova ci ha abituati alla crudeltà della figurazione. Il pulp della manifestazione che sfocia in mazzate, il ‘tarantinismo’ delle botte con annessi termosifoni sudici di sangue e dreadlock macchiati di rosso, il percussionismo dei manganelli che bacchettano sugli scudi.
Diciamocelo: credevamo di avere il pelo sullo stomaco, di esserci trasformati nella generazione dell’immunità al dolore. Una sorta di medici della rianimazione: freddi, crudi, impassibili. Credevamo che i tonfa non avessero più il potere di scandalizzarci. Come indiani al fronte, certi che i proiettili sbattessero contro la corazza eretta attorno a noi da un Manitù comunista.
Diciamocelo: tutto il rancore accumulato non ci ha precluso la possibilità di aprire una linea di credito ad alcuni settori delle forze dell’ordine. Ci sono volute immagini come quelle di oggi, le manganellate in faccia ai ragazzini, i calci e i pugni rifilati agli studenti, l’odiosa boria dei giornali di regime che continuano a farci credere che i buoni garanti della democrazia statale sono quelli che hanno avuto la peggio.
Diciamocelo: se l’immagine del ‘general strike’, lo sciopero generale europeo, diventa questa, il volto di un bambino di 10 anni rigato di sangue, allora possiamo realmente dire che è tramontata l’era dello stato di diritto. Possiamo dire che i corpi scelti per sedare gli spiriti dei cittadini in lotta, sono gli stessi di sessant’anni fa, rimasugli raccolti sul fondo delle pattumiere fasciste, spazzatura da anni sessanta e settanta, figliacci brutti non della fame, ma della sete di onnipotenza.
Diciamocelo, perché se no ce lo diciamo rischiamo di raccontarci soltanto delle belle fiabe: le Costituzioni, le Carte, gli Accordi, le Dichiarazioni sono soltanto carta straccia. In Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Italia siamo nelle mani di strutture di potere che detengono il controllo dei governi servendosi della forza e della violenza. Nel nome della necessità, del senso del dovere, nel nome dell’economia di mercato, stanno gettando al macero decenni di conquiste civili e democratiche. Dunque, tramutando i nostri sistemi in marciume incivile ed antidemocratico.
Diciamocelo: chi dice l’opposto o è in malafede o è un banchiere. O, al massimo, gode a veder picchiare i bambini.

Primarie si, primarie no, primarie via mail, primarie c’hanno rotto i…

Primarie. Dieci mail al giorno di altrettante difformi personcine che ci tengono, con cura e dovizia, informati sulla campagna elettorale di Nichi Vendola, sulle interviste televisive (es. “Questa sera Nichi Vendola a La7!Seguilo anche tu”. Oppure: “sintonizzati su Rai Due! C’è Nichi!”) e sugli articoletti di giornale.

A loro, per dovere di educazione dobbiamo qualche risposta:
A. Non abbiamo la televisione e non ci interessa averla. Risparmiamo sul canone Rai e sulla corrente e leggiamo tanti libri in più
B. Anche se avessimo la televisione, piuttosto che toccarci estasiati e orgasmici sulle fisime di Nikita, Pierlu e Renzino Renzi, ci caveremmo gli occhi
C. Tranne in casi eccezionali, non compriamo i giornali. In particolare, non compriamo i giornali filo-governativi, filo-israeliani, anti-cubani, filo-filati e stracazzi di tal risma. Usiamo internet e, per giunta, interessandoci di notizie politicamente serie e di cultura. Tutto il resto, per quel che ci riguarda, è fuffa buona per essere incenerita negli impianti che Nikita ha regalato alla Marcegaglia
D. Non voteremo alle primarie perché ci fa schifo il processo della democrazia/cabina telefonica (metti il gettone e voti). E perché, noi, con due euro, compriamo 20 chili di legna per quest’inverno

Dunque, ricontattateci quando vorrete lottare con noi. Fino ad allora: esimetevi

In nome della legge ti nomino fratellino d’Italia (ovvero: Poropo poropo poropopopopo)

208 si, 14 no, 2 astenuti. Mentre la Grecia brucia e il Portogallo geme, il Parlamento Italiano, corre l’anno del Signore 2012, vota, praticamente unanime, un ddl che prevede – udite udite – l’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole. A parte i soliti pagliacci dal naso verde, i leghisti più CeSti (panieri buoni a raccattar €uritalici) che CeLti, ma dioliscampi che possano esser COlti e men che meno CAUti, insomma, tutti d’accordo. Montiani e pidiellini, ex comunisti e populisti, dipietrini scontenti e quelli contenti, la donzelletta che vien dalla campagna, il passero solitario (ovvero: no Viagra? Ahiahiahiahiahai!!!!) e quella che è arrivata al Palazzo Madama pur essendo molto poco Madama e molto più velina.

E allora sgrani gli occhi, poi li stropicci e li risgrani. Inizi a chiederti se la Repubblica (quella istituzionale, non l’organo di stampa di Confindustria), quella che dovresti star vivendo dal 1946, sia davvero tale o solo un’invenzione dei maledetti libri di storia bolscevichi. Oppure se sei tu che hai guardato male il calendario e, nell’anno 1946, ci sei ancora e la Costituente sta discutendo di una cosa che, già allora, sarebbe così futile.

Ti affidi alla rete come un appiglio. Diamine, allora se c’è internet, devi scartare l’ipotesi XX secolo. Dev’essere un’indigestione. Poi ricordi che la precarietà del mercato del lavoro, quella voluta dallo Stato Italiano e dal suo apparato, ti ha regalato il privilegio di essere sempre magro, perché mangi una volta al giorno (la sera) e per giunta di corsa per non far troppo tardi al lavoro la mattina dopo. Quindi concerti con te stesso che dev’essere un abbaglio, una svista. Una roba tipo pubblicità. Com’è quella frase che segue quel jingle? “Tutto il giorno fuori, sempre di corsa, e ora… non ci vedo più dalla fame”. Acchiappi un cioccolatino, rimasuglio di un vecchio dono di un amico gentile e provi a rileggere.

Ripeti: “Siamo nell’anno 2012, novembre, quasi 2013. Sono 20 anni che ci dicono di aprire le frontiere e di donarci alla globalizzazione dei mercati e all’Europa e al mondo. Hanno voluto essere così credibili nella storia dell’allargamento delle frontiere che hanno provato a tirare dentro – nell’Europa, ripetitelo – anche Israele, uno stato che con l’Europa c’entrerebbe come una coniglietta di play boy alla festa di comunione del figlio del campanaro di Toritto”. D’un fiato, con la convinzione che ti dà le certezze che non avevi, gasato dall’appartenenza spinelliana e con l’inno alla gioia che ti rimbomba in cuore apri tutti i siti certo che la realtà italiana non può essere vera, leggi Repubblica. Azzo, conferma. Leggi il Corriere: A ricazzo, come sopra. Leggi Pubblico: e ancora un altro yes, man, is as you read…

L’inno di Mameli? Nelle scuole? Nel 2012? Ti gratti in testa e pensi ai bambini, nelle classi grigie e polverose, senza insegnanti di sostegno perché non ci sono soldi, con il maestro unico perché non ci sono soldi, senza termosifoni perché le Province, per ripicca ai tagli, hanno deciso di non dare più soldi, che mandano giù storie di balilla e di elmi di scipio (che tu non hai mai voluto sapere chi fosse sto cazzo di scipio e godi a scriverlo in piccolo, con la minuscola). Appaiono scene che non vorresti. Quello che canta, tronfio, a sei anni, grembiulino blu e capello riga di lato. Quell’altro che l’accompagna con la gracchiante diamonica. Il più creativo che prova a piazzare un ‘dlin!’ di triangolo un po’ dove minchia gli pare, in preda all’erotomania Patria, nipotino delle romane gesta e degli eroi d’aria e di terra.

Immagini – e non riesci a contenere un risolino a trombetta – che, per l’occasione, il Miur darà il via ad un nuovo concorso per cattedra: Storia patria. Ovvero, come ti faccio sentire Italiano anche se l’Italia è davvero una gran fregatura. Requisiti: essere un uomo del Sud, leggermente invasato, amante delle partite della Nazionale, propenso alla mano sul cuore, preferibilmente con simpatie destrorse. Favorite le categorie protette: soggetti con braccio destro più lungo del sinistro.

“Ma sì certo!”, e sbatti alla fine una mano sulla fronte. Sono 10 anni che, ad ogni mondiale di calcio, l’inno di Mameli finisce in coda alla play list dei conterranei, senza un posto sugli I-pod. Ripercorri la storia dal 2006: prima furono i Pooh, poi Checco Zalone, addirittura i White Stripes… Il “Po-popopopopo” del gruppo rock che prese il posto dell’unica parte d’inno che tutti conoscono, da Napolitano a Camoranesi: “Poropo-poropo-poropopopopo”, quella senza parole. Eccolo l’obiettivo: formare classi di calciatori e di tifosi che sappiano cosa cantare ogni quattro anni!

Evviva Monti, l’amico degli ultimi. Adesso si che andare a scuola avrà un senso!

Published in: on 8 novembre 2012 at 22.29  Lascia un commento  
Tags: , ,

E’ una questione di punti di vista

Se n’è andato nel suo letto. E, questo, è già tanto. Se n’è andato con la libertà di poter morire nel rimpianto dei suoi. Se n’è andato orizzontale quando, da quella parte, non tutti possono dire lo stesso. E allora, dato che la vita e la politica sono una questione di punti di vista, vale la pena di rimettere le cose nel proprio senso. Quello giusto….

Published in: on 3 novembre 2012 at 22.29  Lascia un commento  
Tags: , , ,

La vendetta ha i dreadlock e veste di pelle

Recensione “La ballata di Mila”, Matteo Strukul – Puntata numero 95 (3.11.2012) della rubrica MACONDO – LA CITTA’ DEI LIBRI. Per leggere tutte le recensioni, i consigli, i temi della settimana, clicca qui

ImmagineVendetta. Violenza. Cattiveria. Potenza. Giustizia e Ingiustizia. Morte. Sangue. Disperazione. Viltà. Tradimento. Furia. Disillusione. Adrenalina. In due parole:Matteo Strukul. In tre: “La ballata di Mila”. Ovvero, un autentico cippo per la letteratura di genere. Un romanzo che ha sparigliato le carte, “La ballata di Mila” (puntata numero 1 dell’esperienza della collana SabotAge di E/O, edito l’anno passato). Che non ha proceduto per imitazione, che non si è contentato di restare nei confini, ma che ha cancellato ogni frontiera, abbattuto a sassate i check-in degli eserciti del convenzionale, sfondato i posti di blocco del conservatorismo letterario. Addirittura, dato vita ad una nuova galassia oscura del grande universo noir: lo sugarpulp. Per definizione (coniata dallo stesso Strukul in compartecipazione con Matteo Righetto, autore di “Savana Padana”) una “polpa narrativa adulterata con lo zucchero di barbabietola, con una gradazione saccarometria crescente che rende lo scrivere più alcoolico, più tossico, più anfetaminico”. Più concretamente, una ‘nordestizzazione’ dell’esperienza scrittoria di grandissimi come Joe LansdaleVictor Gischler o Elmore Leonard.

“La ballata di Mila” è un distillato puro di rabbia. Che racconta una storia per narrare la Storia, miscelando finzione e realtà, romanzo e cronaca. E la Storia è quella del ricco Nordest, passato di terra alacre e laboriosa, landa contadina prestata all’industrializzazione coatta, ponte sospeso fra tradizione e progresso. Al secolo, terra di crisi, di sperimentazione feconda delle mafie, innestate oramai nei tessuti urbani come tralci di vite amara ad avvelenare i frutti del Moscato o del Tocai. Ma la storia è anche quella di Mila Zago, angelo sterminatrice impietoso, pistole e spade al posto delle ali, un’esperienza familiare drammatica al posto dell’aureola. Femmina di quella femminilità feroce,dreadlock rossi come richiamo al fuoco che arde nel suo petto abbondante, lussurioso e gambe lunghissime strette in pantaloni di latex. Abbandonata, bambina, dalla madre; costretta, ancora ragazzina, a vedere cadere sotto i colpi della mala veneta suo padre poliziotto e, nello stesso giorno, violentata dagli stessi assassini paterni; formata, giovane, dall’allenamento marziale del nonno militare sull’Altopiano dei Sette Comuni; messasi, donna, proprio al centro del terreno di scontro tra la mafia italiana di Rossano Pagnan e la setta dei Pugnali Parlanti, spietata gang affiliata alle triadi cinesi. Mossa dalla sete di vendetta, Mila li schiera l’uno contro l’altro. Cinesi contro Italiani. Conquistatori nuovi e vecchi. Fa da esca, da boccone. Li coinvolge e li sconvolge, li attira in tagliole mortali e spietate. Ordisce piani e calpesta vite. Passa su di loro come un trattore su una campo infangato. Nel vuoto della legge, impone le sue regole. Diventa giustizia, discriminante tra il bene e il male. Nei manuali di Mila non esiste assoluzione. La vendetta è il suo unico codice. Il castigo finale, per tutti, per Italiani e Cinesi, è solo la morte.

La dirompente rottura de “La ballata di Mila” è qui: nel superamento della pacificità del bene. Nella figura di Mila, c’è il senso di giustizia che si sporca le mani di sangue. Non c’è rassicurazione. Non c’è consolazione. Non c’è lieto fine. Non c’è l’intervento del poliziotto faccia d’angelo a sedare la rabbia e ridare istituzionalità al bisogno di giustizia. Anzi, agli occhi di ‘Red Dread’, lo Stato non è che un complice partecipe delle malefatte di farabutti alla Pagnan. Una struttura molliccia e arresa ai veri potenti. “La ballata di Mila”, in questo senso, è un romanzo profondamente e autenticamente politico, il chiodo arrugginito piantato nel palmo di una Repubblica crocifissa sul legno della corruzione, dell’affare, del potere. E Strukul è come un farmaco scaduto: non ha né tempo né voglia di curare il male blandendolo con proprietà medicinali miracolose. Sul foglietto illustrativo de “La ballata di Mila” non troverete rimedi per combattere corruzione e ingiustizia. Ma pura e nerissima letteratura composta con inchiostro sulfureo.

Letterariamente, invece, è un libro brutto sporco e cattivo. Lurido come il pavimento dell’inferno dopo un cda delle Cattive Anime, dopo il raduno universale di un milione di satanassi, dopo il sabba notturno di tutte le streghe del mondo, scritto in linguaggio che è come il vomito da sbornia di Lucifero. E che nessuno provi a pulire…

Matteo Strukul, “La ballata di Mila”, E/O 2011
Giudizio: 4 / 5 – la fatalità del bene

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: