L’ultimo partigiano di Foggia è andato. Te lo ricordi, foggiano?

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Foggiano,

Te lo ricordi il suono di quel bastone lento che andava via per le strade di Foggia, e quell’uomo sottile come un fuscello ma forte come un tronco che vi si appoggiava?

Te la ricordi, la sua voce sempre chiara, che amava perdersi nei rivoli del tempo, tra opinioni, una canzone partigiana, qualche memoria sbiadita e l’ansia di un futuro da non lasciarsi rubare?

Te li ricordi quei comizi del primo maggio, le celebrazioni ufficiali del 25 aprile a piazza Italia, la lapide di Nicola Stame che lui ha voluto e che esorcizza l’influsso di quegli enormi fasci messi lì dal camerata Agostinacchio?

Te lo ricordi quel cappello che non toglieva via nemmeno nella canicola dell’estate foggiana, 40 gradi e lui sempre lì lo teneva, in testa, schiacciato e fiero come un pensiero? E i suoi occhiali da sole, te li ricordi? E ricordi la sua giacca che, a vederla, ricordava “il cappotto cammello” di De André?

Te lo ricordi quel fazzoletto tricolore che con gli anni andava sbiadendosi e che lui diceva essere sempre lo stesso, anno dopo anno, lustro dopo lustro, decennio dopo decennio?

Te li ricordi i suoi ricordi? La guerra in Africa, il Partito Comunista, le rivolte finite male, Bella Ciao cantata a mezza voce e con qualche refuso, come l’inno dei lavoratori.

Te la ricordi la sua dignità, e te lo ricordi l’ardore che ci metteva nella lunga strada per far intitolare a Nicola Stame il teatro del fuoco? E la sua ostinazione nel presentarsi fuori dal Palazzo della Provincia tutte le mattine, mattina su mattina, barcamenandosi silenzioso in un’anticamera tenace, te la ricordi?

Te li ricordi quei fogli che portava sempre con se e di cui non si stancava mai? Erano il capitolo finale della sua biografia non scritta, il riassunto della sua ultima battaglia, una voce lasciata sulla carta, per scuotere via dalla veste di Foggia quella patina storica di “città fascista” a cui lui, Mario, non si era mai arreso.

No,

forse non te lo ricordi, Mario Napolitano. Forse neppure sapevi esistesse. Eppure lui è sempre stato lì. Pronto ad invaderti le ore con il suo carico di convinzioni inscalfibili, vecchi racconti e sentimenti puri. E non voleva soltanto renderti parte del suo mondo. No, lui voleva proprio convincerti. Farti cambiare idea. E adesso, porca miseria, se n’è partito senza nemmeno avvertire, senza dare un cenno. In silenzio. Lui, per cui la riscossa era un modo di vivere e non l’occasione per trovare una morte da annali, se n’è andato nel momento più buio per la città, scossa tra bombe (non quelle che Mario ricordava con dolore, quelle degli americani), povertà, indifferenza, odio di parte e resa sociale.

E’ tutto così assurdamente triste, oltre ad essere un contrappasso immeritato per chi ha sempre avuto fiducia (a prescindere) nei suoi concittadini.

Per quel che vale, proviamo a ricordarlo adesso, come lui avrebbe voluto. Apriamo le porte al vento della dignità, facciamolo entrare nelle case e scorrere nelle strade, lasciamo scorrere la libertà e l’orgoglio, portiamo nelle scuole quegli esempi incontrovertibili di pulizia etica e storica: rispolveriamo e tiriamo fuori la storia di Nicola Stame, i massacri delle Fosse Ardeatine, le lotte antifasciste e quelle per il diritto al pane e al lavoro.

Facciamolo nel suo nome, ma per dare un senso alla cittadinanza di tutti noi. E sentiremo un bastone che batte. Come un applauso, come un tuono di felicità.

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Da schiava a sindacalista, la storia di Magda

Magda

Foggia – MAGDA Jarczak è arrivata in Italia nel luglio del 2001. Nel Tavoliere delle Puglie dalla Polonia senza passaggi intermedi, solo la corsa di un pullman che pareva senza fine. Ad attenderla, un campo seminato a promesse, una vita nuova, diversa, ricca di opportunità che l’Est post sovietico non era stato in grado di tradurre in realtà. Nel 2001, Magda aveva 21 anni, un diploma ed un lavoro di ragioniera che non le fruttava che pochi spicci. Per questo, come tanti connazionali, scelse l’Italia. Allora non conosceva le strade lastricate di fango dell’Italia, lo sfruttamento dei campi, le condizioni disumane dei braccianti. Magda non sapeva nulla o quasi nulla delle sorti dei polacchi del pomodoro, gli antenati di tutti gli sfruttati di Puglia. Fu un amico di famiglia a proporle il cambio di vita. Le disse che, certo, occorreva fare qualche sacrificio iniziale, un pacco di lavoro e schiena a dura prova, ma le cose, poi, si sarebbero aggiustate. Visto dalla prospettiva della disperazione, anche il Meridione arido può apparire un Eldorado.

“Mi prospettò un mondo che non esisteva”, ricorda oggi dalla sede della Cgil. Rispetto a dieci anni fa, lo squarcio del suo presente è un tripudio di colore. Sposata con un foggiano, due figlie, in prima fila nel sostenere i diritti degli immigrati, segretaria provinciale della Fillea, sigla sindacale che riunisce i lavoratori del mattone.

Quel mondo che non esisteva era un cursus honorum facile facile che, partendo dai campi e passando per negozi ed imprese, l’avrebbe accomodata sull’agio. Un mondo in cui “tre mesi di lavoro sarebbero stati più che sufficienti per campare di un anno di rendita in Polonia”. Ma la lingua dei caporali è diversa da quella dei sottoposti ed il loro bel parlare è un lusso riservato a pochi. Il cielo d’Italia è, da subito, bocca che vomita veleno. Alla stazione di Foggia, una delle tappe della desolazione bracciantile e dello sconforto sociale, Magda e sua sorella diciannovenne vengono avvicinate da diverse auto. Tutti, padroni e caporali, conoscono l’orario d’arrivo degli autobus in partenza dall’Est Europa. E si appostano, scelgono le prede, le corteggiano, le innestano all’interno del proprio sistema. È il gioco del gatto con il topo, rimpallati da una zampa all’altra in attesa dell’artigliata finale. Due giovani donne, poi, fanno molta gola. Il mercato del battuage è estremamente più remunerativo di quello dei campi. “In pochi minuti – ricorda con un filo di voce – si sono avvicinate a noi due grosse macchine, con uomini che ci chiedevano di salire”. Ma Magda, che non parla l’italiano, ha ricevuto un ordine categorico: “dire sempre no”. E lo esegue. La sua sorte crede sia diversa, ha dei progetti, la costruzione di una propria vita, il ritorno a casa dalla mamma sola.

Ma l’arrivo dell’”amico” è la prima mazzata alle pretese. In pochi minuti vengono scaricate in un cascinale abbandonato alle porte di Orta Nova, sottratto alla vista ed al cuore. Il casolare è la linea di confine fra l’uomo e la sua stessa negazione. Non c’è acqua, le brandine sono soltanto la proiezione fantasiosa di un giaciglio, il caldo è torrido, le pareti un’utopia. Le due ragazze condividono gli spazi con tre connazionali, tutti uomini, ma di zone diverse della Polonia. “Il gioco è sottile” spiega Magda. “Spaccano la comunità, puntano a mettere insieme uomini e donne provenienti da zone tra loro anche in conflitto storico, dialetti diversi, religioni diverse, usi diversi, in maniera tale da alimentare la sfiducia reciproca”.

E ci riescono. Nelle cascine si parla poco, per quel che v’è permesso soggiornarvi. Già, il tempo. Perché lavorare nei campi significa orari massacranti, da miniera. Dall’alba al tramonto, con una sola ora di pausa e poco mangiare nello stomaco. Il canovaccio, già allora, è quello ereditato dagli anni della tratta del bracciantato locale. I kapò passano con i furgoni attorno alle 5.30, ritirano i lavoratori, prelevandoli uno per uno dai casolari. Uno guida, due siedono fra di loro li intimano di non parlare, li minacciano. Il pranzo giornaliero (consumato fra le 13 e le 14) è un razione modesta di pane, olio e – sorte beffarda – pomodoro, la doccia serale (il lavoro si conclude alle 19), invece, una sguazzata in un misero bidone di acqua sporca. Non basta a levare l’odore acre del sudore e quello dell’umiliazione.

Dopo due settimane, Magda invoca chiarezza. “Non capivo niente, chiesi come mai a distanza di 15 giorni fossimo ancora lì, in quella casa diroccata, un caldo d’inferno e tanto sconforto”. Sono i giorni in cui le si materializza lo spettro dell’inganno. L’amico di famiglia, in assenza stessa della famiglia, non ha più ragion d’essere tale. Diventa uno come tanti, uno fra i tanti, solo, agli occhi di quello strano popolo che popolo l’Italia, un po’ più uguale degli altri polacchi. Le tratta come bestie da soma, ritira sistematicamente i documenti, requisisce i passaporti. Prende in pugno le loro vite e le stritola. “Ci ripeteva ossessivamente che se avessimo provato a parlare ci avrebbero arrestate in quanto clandestine”. In realtà, Polizia, Carabinieri ed istituzioni hanno sempre voltato gli occhi dall’altra parte. “Un giorno – racconta Magda – è arrivata una volante, ci ha controllato i passaporti e, malgrado mancassero i visti di lavoro, non ha aperto bocca”.

Magda inizia a non fidarsi più di nessuno: “Cominciai a detestare l’Italia e gli Italiani i quali permettevano che, sotto il loro naso, accadesse tutto questo”. Italiani, già. Come i due proprietari del terreno, i “datori di lavoro”. Due “galantuomini”, fratelli possidenti, legati a doppia mandata con il sistema del caporalato. Talmente tanto riconoscenti agli aguzzini da ricompensarli lautamente con prebende, auto, denaro, rispetto. Un vincolo indissolubile che funge da sovrastruttura e segna destini. E quello di ogni giovane donna è la strada. I campi, la stagione del pomodoro e quella del carciofo, per Magda e sua sorella sono soltanto un approdo, una fase di passaggio, un primo passo. “Ci abbiamo messo poco a realizzare, eravamo destinate alla strada. Bastava vedere i cigli delle statali e leggere fra le righe di comportamenti e parole”. Era quello, insomma, il lavoro migliore che era stato garantito loro al termine delle fasi agricole.

A provarci con loro è uno dei proprietari che, con una certa insistenza, tenta di convincere la più piccola delle due ad uscire con lui. Prima la corteggia, la lusinga, la copre di complimenti gentili. Poi gli apprezzamenti si fanno pesanti e l’azione violenta. Una sera, entra nel casolare e prova, di forza, a portar via la sorella di Magda caricandola in auto. Nasce una colluttazione, grida, male parole. A difendere la giovane si mettono anche i tre polacchi del cascinale. Magda è tenace, si scaglia contro di lui, non gli perdona nulla, lo ricopre di insulti e lo costringe a fuggire mentre impreca generiche minacce di morte.

Il rancore di Magda verso il Bel Paese si tramuta in sdegno e lo sdegno in forza d’animo. Capisce che “così non potevamo più andare avanti a lungo”, l’obiettivo è andar via. Con l’aiuto di un vocabolario studia l’italiano, da sola. Come il piccolo Peppino Di Vittorio nei campi di Cerignola, la ragazza polacca comprende che è attraverso il sapere ed il capire che passa il riscatto. Ed aguzza le orecchie. A poche centinaia di metri dal casolare, una famiglia di anziani passa le domeniche in campagna. Già qualche altra volta, quei vecchietti così gentili avevano portato loro pasti caldi per ritemprarsi le forze dalle ore di duro lavoro. “Un giorno presi il coraggio a due mani. Non so neanche io come feci a farmi intendere da loro. Provai a spiegare la situazione mia e dei miei quattro compagni, il lavoro nei campi, le minacce”. A Magda, cattolica, la prima cosa che balza alla mente, anche per non coinvolgere più di tanto quella coppia, è di chiedere della chiesa più vicina.

Ottiene di più: per una settimana viene ospitata, con sua sorella, in una casa nel centro di Orta Nova di proprietà dei due. Dopo due mesi di silenzio riesce a chiamare a casa e spiegare a sua madre l’accaduto. Lei lo racconta ai genitori del caporale, che si mostrano stupiti. E lui, fiutata la cosa, non ritorna più nel suo paese dove, per giunta, giustificava le sue auto di lusso ed i capi firmati millantando – ma fino ad un certo punto – di essere a capo di un’agenzia del lavoro. Qualcuno ha anche fatto il suo nome nelle indagini aperte per appurare la sorte dei 150 polacchi scomparsi in Capitanata fra 2000 e 2006.

Per i primi giorni, comunque, Magda vive barricata, nascosta, in preda alla paura, teme per la sua incolumità. Poi, le viene trovato un posto di lavoro a Foggia. Gira i locali, i pub, come cameriera. Si dedica ad assistere gli anziani. Guadagna i primi soldi, conosce Michele, si sposa. Grazie ad un tirocinio entra in contatto con la Cgil. Fonda lo sportello immigrazione, comincia a capire cosa significhi, ufficialmente, la parola caporalato. Gira le campagne, parla con i braccianti, spiega loro i diritti negati e quelli spettanti. “Se non conosci i diritti – illustra – sei ricattato, se ti senti ricattato ti senti più vulnerabile e se sei vulnerabile sei debole”. Nella sua Polonia, torna ogni estate, con il suo uomo, con le sue figlie, con la sua dignità, in un viaggio all’inverso che ha il sapore dolcissimo della normalità.

Donne e ‘scritte’, tutti i misteri dell’inchiesta Marcone

da Stato Quotidiano

Il manifesto. In alto a sinistra, in rosso, la scritta (St)

Foggia – ALLE VOLTE basta un segnale per poter mutare il corso degli eventi. Chissà se si tornerà a metter mano a un romanzo che le cronache giudiziarie non hanno scritto ancora del tutto.

Francesco Marcone, per la città di cui è figlio semplicemente Franco, morto ammazzato nel portone della propria abitazione di Via Figliolia a Foggia nel marzo del 1995, la parola fine non la conosce ancora. E’ una vittima. Anzi, stanti i riconoscimenti, è la vittima delle vittime del capoluogo dauno. Medaglia d’oro al valor civile, per il Direttore dell’Ufficio Registro. Caduto sul lavoro, matrire. Semplicemente, come lo perpetua sua figlia Daniela, un “testimone”, staffetta di onore, figura di riferimento, cardine assoluto, baluardo morale.

I MISTERI – La storia processuale di Marcone è uno zero angosciato ed angoscioso. Quasi dieci anni d’inchiesta e mai nessun colpevole. Tutti partecipi, tutti coinvolti, tutti immischiati, ma nessun mandante, nessun esecutore. Soltanto l’armatore. Raffaele Rinaldi, ex impiegato dell’Ufficio del Registro. Per i giudici, verosimilmente dalle sue mani è partita la pistola che ha ammazzato Marcone. E che nel 1993, misteriosamente, ha sparato contro la porta di uno dei suoi superiori, Stefano Caruso, ombrosa figura, sfumata apparizione della vicenda. Ma Rinaldi muore in un mai chiarito incidente stradale, sbalzato dalla sua moto mentre, ai domiciliari, scorrazzava libero per il Gargano.

La chiusura dell’inchiesta è giunta per stanchezza. Troppe secche, troppo fango, difficile avanzare oltre. Il Giudice per le Indagini Preliminari, Lucia Navazio, dovette arrendersi al decesso di Rinaldi, ultima ruota del carro di coda, colui che, su di sé, fu designato per attirare l’attenzione della magistratura. Ma l’archiviazione disse molto di più. Anzi, le motivazioni auspicarono una veloce riapertura del caso, alla ricerca della verità.

IL MANIFESTO FUNEBRE – E che il caso Marcone non sia solo uno scarabocchio nella storia recente di Foggia, lo dimostra la scritta, misteriosa, apparsa su un manifesto funebre negli ultimi giorni di agosto di quest’anno. Un manifesto con stampato nome e cognome di una donna ucraina, mai apparsa, neppure di riflesso, all’interno del caso. In rosso, marcato con un pennarello, quasi come un fuoco: “per l’omicidio di Marcone Francesco”. Uno scherzo di cattivo gusto? Un macabro gioco? Una combinazione di fatti? Resta un mistero. Quel che, al contrario, non è nascondibile è il luogo in cui ciò è accaduto. Ovvero, ad uno degli ingressi del palazzo degli Uffici Statali del capoluogo. Una costruzione risalente al periodo fascista, ubicata in pieno centro cittadino, da un lato affacciata sulla villa Comunale, dall’altro su Piazza Umberto Giordano e con i fianchi appoggiani l’uno su Via Lanza, l’altro, su Via La Rocca. Nel 1995, qui aveva sede l’Ufficio del Registro, oggi spostato in periferia, con ingresso dalla strada che di Marcone porta il nome. Qui, dunque, ci lavorava Franco. E qui, dunque, l’averne richiamato la memoria potrebbe anche non essere un caso.

Chi ha scritto sul manifesto, non ha badato alla discrezione. Tutt’altro, la sensazione porta alla conlusione inversa. La frase è infatti apparsa sul lato più esposto, quello che dà su Piazza Giordano. Nulla, al contrario, è stato ritrovato dall’ingresso opposto. Nel giro di poche ore, il manifesto è stato coperto. A quanto pare, a chiedere l’occultamento è stata la famiglia della donna, sposata con un foggiano dal cognome campano e mamma di due figli, un maschio e una femmina. A sorprendere, invece, è il fatto che non ci sia stato alcun rilevamento sullo stesso, come si trattasse di una qualsiasi incisione da stadio.

A questo punto, dunque, riannodare la matassa pare impossibile. Il corpo della donna, morta in ospedale, tra l’altro, è stato tumulato in un cimitero del suo paese d’origine. Restano solo le domande. Perché è stato scelto il manifesto della donna? E come mai una frase così secca, che non lascia adito a dubbi? Poi, chi si è preso la briga, probabilmente nottetempo, o comunque al riparo da occhi indicreti, di vergare una frase così diretta non non poter avere dupolici o tiple interpretazioni? Chi era questa donna? Lavorava presso l’Ufficio del Registro ai tempi di Franco Marcone? Oppure è sposata con qualche foggiano che potrebbe essere in possesso di informazioni?

Francesco Marcone (fonte image:ilsottosopra)

LE DONNE STRANIERE – In attesa di risposte convincenti, non resta che andare indietro nel tempo e constatare che non è la prima volta che, nella lunga vicenda inerente l’omicidio di Franco Marcone, sbuchino delle donne. E delle scritte. Addirittura, venne ipotizzata, agli albori e con discreto impiego di tempo e fatiche, una possibile pista passionale. Miseramente crollata sotto i colpi della limpidezza della vita terrena del Direttore del Registro, uomo riconosciuto da tutti come onesto e rigoroso. Ma donne, e misteriose, sono anche “la collezionista” cui si fa allusione in una strana lettera anonima recapitata a casa della famiglia nel 1998 e, soprattutto Viviana Llaci, cittadina albanese, domestica della famiglia Caruso, ferita di striscio nell’attentato denunciato dal suepriore di Marcone (era il 23 dicembre 1993, un anno e tre mesi prima che marcone fosse eliminato) e clamorosamente mai sentita dagli inquirenti, ritornata in Albania in piena ricostruzione post guerra civile e interrogata soltanto a distanza di tempo dall’interpol. Un interrogatorio molto approssimativo, basato su domande evasive e poca contezza dei fatti.

IL REBUS – 29 novembre 1998. Sono passati tre anni e otto mesi dall’omicidio di Marcone. L’inchiesta latita. E’ già stata chiusa la prima volta, archiviata. Colpa di una Procura della Repubblica ballerina, di pm giovani e di qualche episodio che era e rimane poco chiaro. Nella cassetta della posta di casa Marcone, arriva una busta, spedita da ‘Foggia Ferrovia’. Giunge in Via Figliolia a mezzo posta ordinaria. Come una cartolina. Sul fronte, la grafia insicura di un mittente sconosciuto, ha sbagliato il nome della strada. Scrive: “Via Figliolino”. All’interno, un biglietto: “1972 è un foglio di carta da bollo da 2000 quello con la bilancia è una collezionista (rivolgetevi ad una collezionista)”. Eccolo il rebus, l’altro grande fantastico mistero tragicomico dell’inchiesta sulla morte dell’Direttore dell’Ufficio del Registro. L’avvocato della famiglia Marcone, Oreste De Finis, consegna il documento in Questura. Sarà assunto e messo agli atti. Ma, come spesso ha dovuto ammettere lui stesso, “tra la mole imponente di materiale d’indagine, non è dato rinvenire alcun approfondimento e/o spunto di riflessione”.

Eppure, spunti interessanti, dalla sola analisi visiva del biglietto, ce ne sarebbero anche. Primo. Biglietto e busta sono scritti con grafie diverse. Simili, ma diverse. A scrivere, non è chiaramente la stessa persona. La grafia della busta è insicura. Potrebbe trattarsi dei tentativi di un anziano di risulatre fermo. O, al contrario, dei tentativi dello scrivente di apparire agitato ed impacciato. Viceversa, il documento dell’interno conduce a rilevamenti opposti. La composizione delle lettere lascia immaginare che, a vergare la missiva, sia stata una mano ferma e sicura di sé, di chi non ha donde di nascondimenti. Potrebbe essere stata redatta da personaggi esterni all’inchiesta. Oppure da indagati. In ogni caso, non sono state eseguite perizie calligrafiche, né rilevamento delle impronte digitali. Per non parlare della prova del Dna sul francobollo o sulla lingua umettata della busta stessa.

Secondo: il corpus del messaggio, il suo senso. Che cosa vuol dire “1972 è un foglio di carta da bollo da 2000 quello con la bilancia è una collezionista (rivolgetevi ad una collezionista)”?. Proviamo a capirci di più. Come pensato da De Finis, più addestro alle scartoffie di Tribunale e di amministrazione, 1972 potrebbe si, essere l’indicazione di una data. Ma, più raffinatamente, anche un “numero di ruolo ovvero di repertorio”. Possibilità che schiude le porte alla presenza di un secondo documento, da cercare per ottenere informazioni. Documento che, nel 1998, certo era nelle disponibilità di qualcuno. Di chi? Della fantomatica collezionista (“rivolgetevi ad una collezionista”)? E collezionista di che cosa? Di oggetti? Di atti? Di carte? Tornando indietro, lo scrivente parla anche di “una carta da bollo da 2000 quello con la bilancia”. Ma nel 1972, non era in uso la carta da bollo da 2000 (ovviamente Lire), che sarà adoperata molto più tardi. La bilancia richiama invece alla raffigurazione presente sui fogli degli atti giudiziari. E se la collezionista fosse, ad esempio, un’archivista, magari l’impiegata di un ufficio pubblico incaricata alla razionalizzazione degli atti?

Ma sono tutti misteri. Grossi misteri. Appassionanti, quasi giallistici, buoni per inchieste da film. Non fosse che in mezzo c’è un morto ammazzato e la dignità di una città che, dopo quel maledetto giorno, non ha mai più saputo ritrovare sé stessa.

Un busto per lo zio fascista

A Guido Letta, zio di Gianni, sottosegretario ed intimo compagno di merende del capo-Barnum Silvio Berlusconi, la Provincia de L’Aquila ed il comune di Aielli (danneggiato dal virulento terremoto che ha distrutto il capoluogo) hanno dedicato una piazza ed un un busto. In una teca di vetro dalla forma circonferenziale, giusto al di sopra della targa d’intestazione dello spazio urbano, incassato nelle mura esterne di un palazzo, spunta il busto del fu gerarca fascista e potestà rigoroso. Chiaramente, quei fondi fanno parte della “Cassa abruzzese” destinata dal Munifico premier alle zone colpite dal sisma. Un atto politico forte, quello delle istituzioni locali. talmente tanto mirato, da richiedere le “porta chiuse”. Infatti, mentre Anpi ed associazioni attendevano la comunicazione ufficiale della cerimonia (per protestare contro la rimembranza funebre di un ex camicia nera), il sindaco Benedetto Di Censo, il senatore Filippo Piccone, il presidente della provincia dell’Aquila Antonio Del Corvo, l’assessore ai lavori pubblici della regione Abruzzo, Angelo Di Paolo hanno attuato un blitz commemorativo niente male.

Fa ridere immaginare i frenetici preparativi, le linee roventi, i cellulari che organizzano il taglio del nastro. Neppure Guareschi sarebbe riuscito ad immaginare tanto, d’altronde: un senatore della Repubblica e le più alte cariche amministrative locali impegnate nella commemorazione silente in un paese della microprovincia italica.

Tanto per capire chi fosse questo benedetto potestà, val la pena chiudere riportando le parole che l’allora vegeto e solerte fascista scriveva nel luglio del 1939, in una missiva riservata indirizzata a “Fascisti Podestà e Commissari Prefettizi” circa l’applicazione delle Leggi razziali, emanate l’anno precedente dal regime mussoliniano.

“L’applicazione rigorosa delle leggi razziali, come era nelle direttive del Gran Consiglio, conduce ad una inevitabile conseguenza: separare quanto è possibile gli italiani dall’esiguo gruppo di appartenenti alla razza ebraica, che, se anche in parte discriminati, restano pur sempre soggetti ad un regime di restrizione e limitazione dei diritti civili e politici. Occorre pertanto favorire nei modi più idonei e opportuni questo processo di lenta ma inesorabile separazione anche materiale. Su queste direttive richiamo la vostra personale attenzione e vi prego di farmi conoscere le iniziative, che d’intesa coi Fasci, prenderete al riguardo e i risultati ottenuti”

Chercez la femme, mon ami

Zì Nicola, che burlò i CC democristiani vestito da donna

Zì Nicola (Piero Ferrante, St)

Bisaccia (Av) – CI sono ere in cui la Storia emana tanfo di sangue, terra e polvere da sparo. Sono quelle zone di tempo grigie, in cui il potere, spaventato dalla partecipazione e dal cambiamento, prova a legittimarsi attraverso la forza, il suo uso ed il suo abuso; corre con armi e manganelli dietro il progresso, fiato sul collo e voglia di randellare. Si rende forte lasciando vite sull’asfalto e si scopre debole quando quelle vite diventano foriere di altre esperienze ribelli, di altre resistenze.

1950, Bisaccia, Alta Irpinia. Terra di agricoltori, braccianti, pastori. Terra di acqua che sgorga a fiotti dal terreno argilloso per impantanarsi proprio nel mezzo dei boschi che arricchiscono le creste dei monti. La Seconda Guerra Mondiale ha smesso di massacrare la popolazione da ormai sette anni. Il 25 luglio 1943, lo sbarco alleato, i bombardamenti a tappeto, le stragi naziste. E poi l’8 settembre, la disoccupazione, la prostituzione diffusa, la povertà, il contrabbando. Questo tutto ha segnato il corpo meridionale, dove il ritorno dal fronte di tanti giovani ha sovrapposto problema a problema. Bisaccia, ben prima dell’imposizione della longa manus di Ciriaco De Mita, il capo assoluto della tarda prima repubblica, la sua fame di sopravvivenza la misurava sul lavoro della terra. Erano i campi l’essenza di un’economia fortemente antropomorfizzata. Prima della finanza, prima dei mercati. Ma l’assetto sociale era tutt’altro che fondato sui possidenti. Che erano potenti, ma una ristretta minoranza. Fu il Ministro Gullo, servendosi dell’altoparlante del Pci, a propagandare l’idea che la terra fosse di chi avesse la capacità e la pazienza di farla fruttare. Ma per giungere sino in questa parte di mondo, il tam tam politico impiegò 6 anni.

Nel 1950, Zì Nicola aveva 26 anni “e due figli”. La guerra gli aveva lasciato in bocca il sapore della sconfitta. Avere poco più di vent’anni, il corpo di un leone, e non potere arare, zappare, seminare, raccogliere. La rabbia figlia della delusione che vien fuori dall’utero della quotidianità. Nicola non ha niente, sua moglie non ha niente. I braccianti di Bisaccia, dell’Irpinia, del Meridione, non hanno niente. Ed allora la soluzione è fare gruppo. “Gullo ce l’aveva detto” ripete a distanza di 60 anni per iniettare un motivo nelle vene delle azioni di allora. “La terra era la nostra, noi la lavoravamo, mica gli altri”. Non aspettano nemmeno lo scoppio della primavera. A marzo rompono l’argine sociale e inondano le terre incolte. Quelle appartenenti al demanio comunale e quelle appartenenti alle grandi famiglie aristocratiche dell’Alta Irpinia. L’invasione pacifica si fa con le bandiere rosse, anche se non tutti sono militanti del Partito Comunista e non tutti sono iscritti alla Cgil. Si fa con un’organizzazione minima, con poche risorse e addirittura qualche mulo. I braccianti bisaccesi si spargono come gocce di pioggia. Zi Nicola occupa un fondo appartenente alla famiglia Vitale. Lo lavora per un’intera giornata. Suda di nuovo e ne è contento. Nell’aria la festa, presto ci sarà anche una cooperativa agricola. L’hanno annunciato i compagni (in realtà dovranno passare ancora altri due anni). L’obiettivo: comprare una trebbia.

E invece le cose non vanno per il verso giusto. Fra i braccianti c’erano quelli che Nicola chiama “spioni”. Infiltrati democristiani e filogovernativi, amici degli scelbiani come della forza costituita. La repressione scatta quella stessa notte. Quattro braccianti vengono tratti in arresto. Uno, i Carabinieri lo vanno a recuperare in una cantina. Lui resiste, scaglia qualche pugno, resiste ancora. Si becca 2 mesi di carcere. È la mannaia del potere che cala sulla voglia di riscatto. La popolazione scende in strada. Il cielo dice che è mezzanotte, il sonno rintanato sotto la coperta del furore, e c’è “’na luna che jiev juorn’” (a giorno), ricorda Zì Nicola. Forse è per questo che i manifestanti tagliano i cavi della corrente. Una piccola rivoluzione. Il sindaco viene svegliato, e chiamato ad entrare in causa. Ma commette l’imprudenza di voler trattare con i carabinieri senza fascia d’autorità.

La resa dei conti, che, grosso modo, è la stessa di Portella della Ginestra, ma senza morti e senza il bandito Giuliano, è aperta. I braccianti sono stati tutti segnalati. Sono costretti a darsi alla fuga. Le pene sono severe. Si tratta di carcere, mica uno scherzo. E in tempi di povertà, il carcere sta a significare lasciare una famiglia sul lastrico, abbandonare a se stessi donne e bambini. Zì Nicola, per questo, sceglie neppure la fuga, ma la macchia. Come Carmine Crocco, che da queste parti c’è stato sul serio. Per quattro mesi e mezzo fa la spola tra il paese ed un granaio all’interno del quale ha ricavato un nascondiglio servendosi della paglia e di tanto coraggio. Racconta con orgoglio malcelato il suo stratagemma per eludere la sorveglianza: “Mantella e maccaturo (il fazzoletto che copre il capo, ndr)”. Varca il confine che, esteticamente separa i sessi. La vita diventa difficile. La mattina al lavoro; per le necessità, al paese in abiti femminili; e la notte ritirarsi nel pagliaio. A scoprirlo sono i Carabinieri. Lo sorprendono ad agosto che ha appena finito l’attività della pesatura del grano. Prova a fuggire per i monti e poi per le valli. Gli sbarrano il cammino, la fatica fa il resto. Partono ordini urlati di buttarlo in terra, fasi concitate. Raccontando l’episodio, Zì Nicola c’è un punto in cui alza il capo. È alla fine, quando gioisce della gloria di ricordare la data dell’arresto: “4 agosto 1950”. Lo dice tutto d’un fiato. Come se, ancora oggi, rivivesse l’affanno del tentativo di sfuggire alle forze dell’ordine. Non fa resistenza, Nicola. Viene ammanettato, poi trascinato come un trofeo in giro per Bisaccia, nella piazza centrale e in corteo “tra due ali di folla” fino alla stazione locale. Poche ore ed è caricato un camion che lo porterà a Sant’Angelo dei Lombardi. E, di lì, a Poggioreale, poi ad Avellino. Una vita di corsa, cuore dietro le sbarre, cuore in quelle terre che ancor’oggi non ha lasciato mai.

Testimonianza raccolta per Stato Quotidiano

Un giorno dopo… 25 aprile

Il mondo dopo Franco Marcone

Ancora 31 marzo. Il sedicesimo 31 marzo. Da quel 31 marzo del 1995, giorno dell’omicidio di Francesco Marcone sono accadute cose che lo stesso Franco non avrebbe mai voluto accadessero. Dopo quel 31 marzo, ovvero, non è accaduto niente. Perché la cosa che allibisce e stordisce di dolore è questa. Sapere che non sono bastati sedici inverni, sedici lunghissimi anni (benedetti e maledetti, gaudiosi ed infami) a smuovere un solo mattone dal castello inglorioso della criminalità foggiana.

Mattone, già. Mattone. La follia di una città megalomane che assimila estensione a potenza, ampliamento a fama, case a progresso e che rifiuta di rinchiudersi nel manicomio della Storia. E’ questo il problema. E’ questo il male. La lucida consapevolezza di questa malattia volontaria e ricercata. La piena coscienza di esser contagiati da un virus che impone la prepotenza sulla discussione, la menzogna sulla verità, l’approssimazione alla verifica.

E quando quella quella follia si tramuta in delirio di onnipotenza, producendo soldi, strizzandoli da terreni con destinazioni catastali evanescenti, pronte a cambiare sotto le folate verdi della brezza danarosa; quando da elucubrazioni mentali si passa a cupole maneggione capaci di determinare le sorti economiche di una città in espansione; quando, su questo sistema, si innesta un Marcone qualsiasi, anzi no, proprio quel Marcone di quel 31 marzo di quel 1996 che mette a rischio tutta la costruzione e, con essa, la combriccola allegra di imprenditori, giudici, poliziotti, massoni, burocrati e giornalisti che rischia di rimanere schiacciata dal crollo (ironia della sorte, i mattoni…), allora succede che partono due pistolettate. Alle spalle, per non rischiare.

Dopo quella sera, Foggia non sarebbe più dovuta essere la stessa. Non sarebbe più dovuta essere la stessa sostanzialmente perché avrebbe dovuto iniziare a porsi una domanda, forse due. La prima: perché? La seconda: chi?

Avrebbe cioè dovuto ritrovare quell’umanità bambina che induce un fanciullo a porre al genitore questi due quesiti su ogni cosa. Perché Marcone è morto? Chi ha voluto Marcone morto?

C’è chi lo sa già, ma non lo vede. O fa finta di non vederlo. Perché la verità è lì, immobile di fronte all’eterna emergenza abitativa. Di fronte alle case sfitte, mai vendute; 29 mila appartamenti ancora in costruzione, e migliaia già costruiti, mentre la parte povera è sempre chiusa in container a Campo degli Ulivi e Arpinova, scusa pronta ad ogni evenienza d’appalto. Ed allora a chi giova alzare altro cemento nel mezzo del grano? Di chi sono i terreni su cui si costruisce? Quando li hanno comprati quei terreni?

La verità. Chiara, che è sempre nel lì di cui sopra: di fronte ai palazzinari che hanno saltato tutte le celebrazioni in onore di Franco, forse intimoriti dagli occhi della parte migliore della città; di fronte ai sindaci palazzinari o imprenditori, bottegai miserrimi di interessi elitari; di fronte alla proposta avanzata, nel 2010, ad Eliseo Zanasi di candidarsi a guida della città capoluogo. E, poi, di fronte alle indagini insabbiate o ostacolate; di fronte alle mancanze più elementari di inquirenti che non verificano nemmeno lo stretto necessario all’indomani dell’omicidio di Franco.

Forse non serve cercare le colpe. Ma soltanto appurare quale sistema sia circoscritto alla morte di Franco. Che è anche quella di Panunzio. Foggia dovrebbe riunirsi attorno a questi esempi, piuttosto che vivere di vecchi rimpianti pallonari buoni ad illudere per qualche decina di minuti per poi rigettarla, Foggia, sedotta ed abbandonata, nella tragedia del quotidiano. Foggia dovrebbe fare quello che non ha mai fatto: alzare la voce. Per pretendere, per chiedere, per rivendicare. Per sapere perché, sedici anni dopo quel 31 marzo, i protagonisti di quella vicenda sono ancora lì, sani e salvi, imbottiti di onore e di stima. Oltre che di soldi.

Quegli stessi che domani non metteranno naso fuori dalle loro torri d’avorio. Certi di averla fatta franca e che le celebrazioni siano un gioco sorridente di socialità, per godere della primavera sopraggiunta. Sappiano solo una cosa: non è così.

La memoria che (non) resta, di Gianni Rinaldi per Stato Quotidiano

Ci sono delle piccole parti di storia che, se li metti insieme, rischi (già, perché la storia a volte è un rischio per chi sa di sconrgervi tratti nettamente scomodi) che mostrino una poesia disarmante. Colori a tinte forti e mai banali. Colori di lotte, sporco di sangue ed odore di polvere da sparo. Brezza profumata di sconfitta e tanfo di vittoria. Non è una metafora, immaginare di immortalare la storia. La Scuola d’arte popolare di Fiano Romano, aveva realizzato un’impresa del genere, donando un murale sulla vita di Peppino Di Vittorio alla città di Cerignola. In cambio, solo oblio. La storia del murale la racconta Gianni Rinaldi
(Piero Ferrante)
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Cerignola – “QUESTO monumento a Di Vittorio, mi pare, per molte ragioni, eccellente e per me pieno di richiami, non soltanto per il suo valore di opera d’arte, ma perché riporta tra noi e nella piazza del suo paese, Cerignola, l’immagine di un grande. Una grande figura, Di Vittorio: per la sua schiettezza, la sua verità, la sua complessità, e per aver assunto in sé tutti i problemi fondamentali del nostro tempo, averli vissuti, aver contribuito in modo decisivo a risolverli, conservando una sua personalità straordinaria e poetica, in una vita spesa per gli altri.” Sono parole di Carlo Levi di fronte al modello della grande opera dedicata a Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno, commissionata dal Comune di Cerignola, che sarà installata in una piazza della città nel 1975.

Il Centro di Arte Pubblica Popolare di Fiano Romano, guidato da De Conciliis, realizzò un’opera innovativa e unica, del tutto diversa dal solito monumento di tipo celebrativo (statue, busti, lapidi). Il ‘murale’ si presentava come una piramide rovesciata sostenuta da una struttura metallica alta oltre dieci metri. Sergio Michilini, pittore friulano e muralista, nel suo blog descrive bene le peculiarità dell’opera: “Era una delle poche in Italia dove erano stati applicati alcuni principi metodologici fondamentali del muralismo moderno, sperimentati e teorizzati in Messico dal maestro David Alfaro Siqueiros. Parliamo di integrazione plastica, cioè del superamento del divorzio tra le tre Arti Plastiche fondamentali (Pittura, Scultura e Architettura) e re-integrazione con l’intorno pubblico e urbano. Parliamo di poliangolarità, cioè del libero movimento dello spettatore e delle conseguenti infinite deformazioni ottiche che attivano un meccanismo dinamico espressivo dell’opera d’Arte…”

“Siqueiros lo definiva muralismo cinematografico. Parliamo di arte pubblica, cioè di un metodo creativo democratico che coinvolge la partecipazione del pubblico fin dalle prime fasi progettuali dell’opera. Parliamo infine di materiali e tecniche dell’industria moderna… Oggi sappiamo che i prodotti dell’industria moderna sono spesso inadeguati per le Arti Plastiche, perché concepiti secondo l’ottica del massimo lucro possibile, invece che per una durata massima nel tempo. Il caso del Monumento di Cerignola, per esempio, presenta problemi di contaminazione nella struttura dei supporti pittorici (amianto), proprio per il carattere sperimentale con cui erano stati concepiti negli anni ’70. Ma sono problemi che, una volta individuati, si possono sicuramente risolvere.”

Il carattere molto particolare dell’opera è evidente anche quando passiamo ad osservarne i contenuti. Ognuno dei tre pannelli aveva un proprio tema narrativo. Nel primo, il viaggio degli emigranti verso il Nord. Nel secondo, la caduta del sistema clientelare di corruzione mafioso. Nel terzo, contadini e braccianti si uniscono a operai e intellettuali intorno a Di Vittorio. Sullo sfondo il treno degli emigranti che tornano. Sono quasi cento i ritratti presenti nell’opera, tra quelli di Di Vittorio, dei grandi meridionalisti, di politici, sindacalisti, intellettuali e anche dei martiri delle lotte per le occupazioni delle terre, da Melissa a Portella della Ginestra. Poi tante altre facce di donne e uomini meridionali. Un’opera quindi che può essere considerata una sorta di ‘manuale artistico’ di storia contemporanea, da interpretare, da ammirare, da condividere e discutere. Gli artisti scelsero di dipingere con la gente, nei dibattiti si parlava di pittura, riflettendo anche su tanta storia meridionale. De Conciliis raccontò: “Forse anche il lavoro di preparazione per quest’opera è servito a qualcosa: essa si è formata formandoci”. Sul valore e sulla novità rappresentata dall’opera si sviluppò, inoltre, un vivace dibattito nazionale che coinvolse personalità come Ernesto Treccani, Renato Guttuso e Carlo Levi.

Il monumento durò purtroppo pochi anni, durante i quali fu anche sfregiato da colpi di pistola, e “L’Espresso” titolò “Di Vittorio? Va fucilato alla memoria”. Negli anni ’80 a causa dei lavori di ristrutturazione urbanistica dell’area per il nuovo Municipio, fu smontato e accantonato, si disse, in attesa di nuova ricollocazione. Poi, circa 30 anni di oblio e degrado. De Conciliis, costernato, toglierà l’opera dall’elenco dei suoi lavori.

Ritrovai parte dei pannelli, che si ritenevano dispersi, nel 2008, nell’ambito del progetto Casa Di Vittorio e oggi, insieme a un movimento di centinaia di cittadini, in massima parte giovanissimi, riuniti su Facebook, ha preso slancio l’idea del recupero dell’opera. Si è perso molto tempo, perché in tutti questi anni, come ha scritto nel suo blog Vincenzo Maurantonio, “un bimbo avrebbe potuto chiedere, con la curiosità che contraddistingue tutti gli esseri umani in quella fase di vita, cosa fosse quell’”affare” al centro della piazza. Da quel punto in poi sarebbe partito il racconto appassionato del nonno che avrebbe coinvolto e soddisfatto la curiosità del bambino. Continuando, così, a tessere la trama del ricordo e infondendo passione e conoscenze. Un bambino, nel 2010, non può vivere la stessa cosa. È questo, quindi, uno dei principali motivi per il quale il murale di Di Vittorio è diventato ormai un caso. E non solo.”

Recuperarlo, con cura, mestiere e passione, perché, venendo a visitare Cerignola, chiunque possa trovarvi tracce di memoria del suo uomo migliore.

(Giovanni Rinaldi è antropologo e studioso di storia bracciantile. Per anni ha portato avanti il sogno di Casa Di Vittorio. Link http://www.statoquotidiano.it/06/03/2011/la-memoria-che-non-resta-murale-a-di-vittorio/43590/)

1921 – 2011. Novanta ragioni per crederci. Auguri

 

Congresso di Livorno del 1921 – Fondazione del PCI (Era venerdì anche quel giorno…)

di Antonio Gramsci

Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea (1). A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica.

La classe operaia è classe nazionale e internazionale. Essa deve porsi a capo del popolo lavoratore che lotta per emanciparsi dal giogo del capitalismo industriale e finanziario nazionalmente e internazionalmente. Il compito nazionale della classe operaia è fissato dal processo di sviluppo del capitalismo italiano e dello Stato borghese che ne è l’espressione ufficiale. Il capitalismo italiano ha conquistato il potere seguendo questa linea di sviluppo: ha soggiogato le campagne alle città industriali e ha soggiogato l’Italia centrale e meridionale al Settentrione.

La questione dei rapporti tra città e campagna si presenta nello Stato borghese italiano non solo come questione dei rapporti tra le grandi città industriali e le campagne immediatamente vincolate ad esse nella stessa regione, ma come questione dei rapporti tra una parte del territorio nazionale e un’altra parte assolutamente distinta e caratterizzata da note sue particolari. Il capitalismo esercita così il suo sfruttamento e il suo predominio: nella fabbrica direttamente sulla classe operaia; nello Stato sui più larghi strati del popolo lavoratore italiano formato di contadini poveri e semiproletari.

E certo che solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale; è certo che solo la classe operaia può condurre a termine il laborioso sforzo di unificazione iniziatosi col Risorgimento. La borghesia ha unificato territorialmente il popolo italiano; la classe operaia ha il compito di portare a termine l’opera della borghesia, ha il compito di unificare economicamente e spiritualmente il popolo italiano.

Ciò può avvenire solo spezzando la macchina attuale dello Stato borghese, che è costruita su una sovrapposizione gerarchica del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive della nazione; questo rivolgimento non può avvenire che per lo sforzo rivoluzionario della classe operaia direttamente soggiogata al capitalismo, non può avvenire che a Milano, a Torino, a Bologna, nelle grandi città da cui partono i milioni di fili che costituiscono il sistema di dominio del capitalismo industriale e bancario su tutte le forze produttive del paese.

In Italia, per la configurazione particolare della sua struttura economica e politica, non solo è vero che la classe operaia, emancipandosi, emanciperà tutte le altre classi oppresse e sfruttate, ma è anche vero che queste altre classi non riusciranno mai a emanciparsi se non alleandosi strettamente alla classe operaia e mantenendo permanente questa alleanza, anche attraverso le più dure sofferenze e le più crudeli prove. Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale borghese (forma legale del predominio del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore.

I riformisti portano come «esemplare» il socialismo reggiano, vorrebbero far credere che tutta l’Italia e tutto il mondo può diventare una sola grande Reggio Emilia. La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud per abbattere lo Stato borghese, per fondare lo Stato degli operai e contadini, per costruire un nuovo apparecchio di produzione industriale che serva ai bisogni dell’agricoltura, che serva a industrializzare l’arretrata agricoltura italiana e a elevare quindi il livello del benessere nazionale a profitto delle classi lavoratrici.

 

“Una bomba è esplosa nella mia anima”

Era un semplice ferroviere, Lorenzo Pinto. Non ha mai riscosso successo, in televisione non ci andava. Per ricordare la morte di suo fratello Luigi, si è servito soltanto dell’arma delle sue parole. Non svendeva le sue idee, non le metteva all’asta catodica. Sotto la sua casa romana, non ci sono mai stati intervistatori e giornalisti. L’Avetrana-style non era il Pinto-style.

Lorenzo Pinto era solo un ferroviere. Antifascista della miglior specie, genia foggiana atavica in lenta dissoluzione materiale: ovvero, la somma di spirito politico e sbuffi di vapore. Era una di quelle persone che toccano la vita degli altri e la segnano senza clamori, senza ricorrere al pathos. Tanto che, se qualcuno vi dovesse chiedere chi sia stato Lorenzo Pinto, rispondete semplicemente “conducente dei Freccia rossa”. Nomem omen.

Lorenzo Pinto non viveva più a Foggia. La sua casa era a Roma. È lì che si è spento. Da lì portava avanti la sua sola, grande, immane battaglia politica: la lotta contro la Storia artefatta, contro la giustizia di parte, contro gli smacchi indolenti del potere. La sua sola stella cometa, la sua guida, era la verità. Era impegnato all’interno dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia. Una specie di Davide contro il Golia statale con le armi delle mani, del cuore, delle carte. Roba che solo in Argentina. Roba che, trentasei anni dopo, un sedicente Stato democratico non dovrebbe tenere neppure in conto. Un’associazione dovrebbe assolvere ad un obiettivo. E, raggiuntolo, scindersi. La fenomenologia corporativa italiana, la perenne tensione per mantenere alta la soglia democratica esercitata da questi gruppi, parlano invece di uno slittamento di legalità. Dallo Stato alla gente; dalle istituzioni, appunto, alle associazioni. I gruppi di cittadini domandano ciò che la magistratura dovrebbe indipendentemente perseguire. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Pinto è morto il primo gennaio, quattro giorni fa, in seguito ad un malore improvviso. Ironia di una sorte becera, nell’ottava settimana dopo la sentenza della Corte d’Assise di Brescia che assolveva i cinque imputati fascisti della morte del fratello Luigi. Otto, appunto, come i morti di quella strage del 28 maggio 1974.

È morto con il peso di non poter sapere. Lui, sempre voglioso di comunicare con gli altri. Lui, che delle parole centellinate ma dirette aveva fatto un Vangelo laico. Aveva 53 anni appena, 47 dei quali passati senza madre e con un padre anche lui ferroviere. Morto di leucemia e debilitato dall’assassinio di Luigi.
Di Luigi, Lorenzo non era semplicemente il fratello minore. A Luigi, Lorenzo tributava adorazione filiale. Dopo la sua morte, portò al collo la sua collanina d’oro, che tolse soltanto il giorno in cui discusse la tesi di Laurea in Sociologia.
Seppe dell’accaduto mentre era in riunione nella sede foggiana del Pci. Un amico, racconta, entrò gridando “Tuo fratello… I fascisti… La bomba”. Nel viaggio fino a Brescia, accompagnato da due insegnanti, dovettero iniettargli dei calmanti. Nel viaggio di ritorno, non disse una parola.

Lorenzo, dalla storia di Luigi, non ha tratto vantaggio. Non ha scritto libri, non ha partecipato a sceneggiature o stesure di copioni. I suoi riflettori sono stati gli occhi dei ragazzi; i suoi studi, le aule scolastiche.
Non ha lanciato alcuna Opa sui suoi diritti d’autore dell’anima. Al contrario, ne ha ricavato soltanto dolore, disillusione, bramosie di autopunizione. Si è interessato ai processi e, intanto, sentiva “crescere l’ipocrisia, le contraddizioni e i conflitti”. Lorenzo, nei frammezzi del lavoro, maturava sempre più la consapevolezza di vivere in uno stato inadeguatamente democratico.
Così si chiuse in se stesso, indurì il suo cuore, limitandolo in una gabbia inossidabile e dalle sbarre infrangibili. Si convinse che la strage di Brescia facesse parte di una precisa strategia messa in piedi per destabilizzare il sistema democratico. Ricercò e ritrovò la continuità fra Portella della Ginestra e Piazza della Loggia.

Eppure, visse per anni nel limbo conoscitivo. Il suo cuore indolenzito voleva una cura definitiva cercandola negli opposti: “Sapere tutto o cancellare tutto”. Di quel tutto, seppe poco. E quel poco gli è stato sottratto, liquefatto, sciolto nell’acido di una stanza di tribunale otto settimane prima della sua scomparsa dal palco della vita.

Lorenzo non era “un professionista della memoria”. Piuttosto, un passionale della verità. Non prese mai la ricerca come una sfida, né come una misera e squallida opportunità di emersione dalle nebbie dell’anonimato di un lavoro usurante. I chilometri e chilometri percorsi sui treni, talora solo con se stesso, a contatto con la strada e centinaia di responsabilità sul groppone e nelle mani, non impedirono che la bomba scoppiasse “anche nella mia anima”. La deflagrazione squarciò ogni residuo velo di normalità tipica di un ragazzo di 17 anni (tanti ne aveva il giorno della morte di Luigi).

In una delle ultime interviste rilasciate, affidò all’amica Katia Ricci il suo carico di sconforto accumulato in decenni di affannosa rincorsa del vero. Dissertando della sentenza novembrina, Lorenzo Pinto arrivò paradossalmente ad assolvere i giudici che, a loro volta, avevano assolto dalle responsabilità gli inquisiti della strage di Brescia. Con la sua scomparsa, Foggia si spoglia di un altro pezzo dell’armatura resistente, si priva di quell’afflato di libertà e di dolore che Lorenzo, a tratti, esprimeva. E, lasciando il mondo nel silenzio, ha prodotto l’ennesimo composto rumore. Come una bomba.

link: http://www.statoquotidiano.it/05/01/2011/una-bomba-e-esplosa-anche-nella-mia-anima-in-ricordo-di-lorenzo-pinto/39866/ (editoriale Stato Quotidiano, 5 gennaio 2011)

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