“Una bomba è esplosa nella mia anima”

Era un semplice ferroviere, Lorenzo Pinto. Non ha mai riscosso successo, in televisione non ci andava. Per ricordare la morte di suo fratello Luigi, si è servito soltanto dell’arma delle sue parole. Non svendeva le sue idee, non le metteva all’asta catodica. Sotto la sua casa romana, non ci sono mai stati intervistatori e giornalisti. L’Avetrana-style non era il Pinto-style.

Lorenzo Pinto era solo un ferroviere. Antifascista della miglior specie, genia foggiana atavica in lenta dissoluzione materiale: ovvero, la somma di spirito politico e sbuffi di vapore. Era una di quelle persone che toccano la vita degli altri e la segnano senza clamori, senza ricorrere al pathos. Tanto che, se qualcuno vi dovesse chiedere chi sia stato Lorenzo Pinto, rispondete semplicemente “conducente dei Freccia rossa”. Nomem omen.

Lorenzo Pinto non viveva più a Foggia. La sua casa era a Roma. È lì che si è spento. Da lì portava avanti la sua sola, grande, immane battaglia politica: la lotta contro la Storia artefatta, contro la giustizia di parte, contro gli smacchi indolenti del potere. La sua sola stella cometa, la sua guida, era la verità. Era impegnato all’interno dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia. Una specie di Davide contro il Golia statale con le armi delle mani, del cuore, delle carte. Roba che solo in Argentina. Roba che, trentasei anni dopo, un sedicente Stato democratico non dovrebbe tenere neppure in conto. Un’associazione dovrebbe assolvere ad un obiettivo. E, raggiuntolo, scindersi. La fenomenologia corporativa italiana, la perenne tensione per mantenere alta la soglia democratica esercitata da questi gruppi, parlano invece di uno slittamento di legalità. Dallo Stato alla gente; dalle istituzioni, appunto, alle associazioni. I gruppi di cittadini domandano ciò che la magistratura dovrebbe indipendentemente perseguire. Ma questa è un’altra storia.

Lorenzo Pinto è morto il primo gennaio, quattro giorni fa, in seguito ad un malore improvviso. Ironia di una sorte becera, nell’ottava settimana dopo la sentenza della Corte d’Assise di Brescia che assolveva i cinque imputati fascisti della morte del fratello Luigi. Otto, appunto, come i morti di quella strage del 28 maggio 1974.

È morto con il peso di non poter sapere. Lui, sempre voglioso di comunicare con gli altri. Lui, che delle parole centellinate ma dirette aveva fatto un Vangelo laico. Aveva 53 anni appena, 47 dei quali passati senza madre e con un padre anche lui ferroviere. Morto di leucemia e debilitato dall’assassinio di Luigi.
Di Luigi, Lorenzo non era semplicemente il fratello minore. A Luigi, Lorenzo tributava adorazione filiale. Dopo la sua morte, portò al collo la sua collanina d’oro, che tolse soltanto il giorno in cui discusse la tesi di Laurea in Sociologia.
Seppe dell’accaduto mentre era in riunione nella sede foggiana del Pci. Un amico, racconta, entrò gridando “Tuo fratello… I fascisti… La bomba”. Nel viaggio fino a Brescia, accompagnato da due insegnanti, dovettero iniettargli dei calmanti. Nel viaggio di ritorno, non disse una parola.

Lorenzo, dalla storia di Luigi, non ha tratto vantaggio. Non ha scritto libri, non ha partecipato a sceneggiature o stesure di copioni. I suoi riflettori sono stati gli occhi dei ragazzi; i suoi studi, le aule scolastiche.
Non ha lanciato alcuna Opa sui suoi diritti d’autore dell’anima. Al contrario, ne ha ricavato soltanto dolore, disillusione, bramosie di autopunizione. Si è interessato ai processi e, intanto, sentiva “crescere l’ipocrisia, le contraddizioni e i conflitti”. Lorenzo, nei frammezzi del lavoro, maturava sempre più la consapevolezza di vivere in uno stato inadeguatamente democratico.
Così si chiuse in se stesso, indurì il suo cuore, limitandolo in una gabbia inossidabile e dalle sbarre infrangibili. Si convinse che la strage di Brescia facesse parte di una precisa strategia messa in piedi per destabilizzare il sistema democratico. Ricercò e ritrovò la continuità fra Portella della Ginestra e Piazza della Loggia.

Eppure, visse per anni nel limbo conoscitivo. Il suo cuore indolenzito voleva una cura definitiva cercandola negli opposti: “Sapere tutto o cancellare tutto”. Di quel tutto, seppe poco. E quel poco gli è stato sottratto, liquefatto, sciolto nell’acido di una stanza di tribunale otto settimane prima della sua scomparsa dal palco della vita.

Lorenzo non era “un professionista della memoria”. Piuttosto, un passionale della verità. Non prese mai la ricerca come una sfida, né come una misera e squallida opportunità di emersione dalle nebbie dell’anonimato di un lavoro usurante. I chilometri e chilometri percorsi sui treni, talora solo con se stesso, a contatto con la strada e centinaia di responsabilità sul groppone e nelle mani, non impedirono che la bomba scoppiasse “anche nella mia anima”. La deflagrazione squarciò ogni residuo velo di normalità tipica di un ragazzo di 17 anni (tanti ne aveva il giorno della morte di Luigi).

In una delle ultime interviste rilasciate, affidò all’amica Katia Ricci il suo carico di sconforto accumulato in decenni di affannosa rincorsa del vero. Dissertando della sentenza novembrina, Lorenzo Pinto arrivò paradossalmente ad assolvere i giudici che, a loro volta, avevano assolto dalle responsabilità gli inquisiti della strage di Brescia. Con la sua scomparsa, Foggia si spoglia di un altro pezzo dell’armatura resistente, si priva di quell’afflato di libertà e di dolore che Lorenzo, a tratti, esprimeva. E, lasciando il mondo nel silenzio, ha prodotto l’ennesimo composto rumore. Come una bomba.

link: http://www.statoquotidiano.it/05/01/2011/una-bomba-e-esplosa-anche-nella-mia-anima-in-ricordo-di-lorenzo-pinto/39866/ (editoriale Stato Quotidiano, 5 gennaio 2011)

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