Da schiava a sindacalista, la storia di Magda

Magda

Foggia – MAGDA Jarczak è arrivata in Italia nel luglio del 2001. Nel Tavoliere delle Puglie dalla Polonia senza passaggi intermedi, solo la corsa di un pullman che pareva senza fine. Ad attenderla, un campo seminato a promesse, una vita nuova, diversa, ricca di opportunità che l’Est post sovietico non era stato in grado di tradurre in realtà. Nel 2001, Magda aveva 21 anni, un diploma ed un lavoro di ragioniera che non le fruttava che pochi spicci. Per questo, come tanti connazionali, scelse l’Italia. Allora non conosceva le strade lastricate di fango dell’Italia, lo sfruttamento dei campi, le condizioni disumane dei braccianti. Magda non sapeva nulla o quasi nulla delle sorti dei polacchi del pomodoro, gli antenati di tutti gli sfruttati di Puglia. Fu un amico di famiglia a proporle il cambio di vita. Le disse che, certo, occorreva fare qualche sacrificio iniziale, un pacco di lavoro e schiena a dura prova, ma le cose, poi, si sarebbero aggiustate. Visto dalla prospettiva della disperazione, anche il Meridione arido può apparire un Eldorado.

“Mi prospettò un mondo che non esisteva”, ricorda oggi dalla sede della Cgil. Rispetto a dieci anni fa, lo squarcio del suo presente è un tripudio di colore. Sposata con un foggiano, due figlie, in prima fila nel sostenere i diritti degli immigrati, segretaria provinciale della Fillea, sigla sindacale che riunisce i lavoratori del mattone.

Quel mondo che non esisteva era un cursus honorum facile facile che, partendo dai campi e passando per negozi ed imprese, l’avrebbe accomodata sull’agio. Un mondo in cui “tre mesi di lavoro sarebbero stati più che sufficienti per campare di un anno di rendita in Polonia”. Ma la lingua dei caporali è diversa da quella dei sottoposti ed il loro bel parlare è un lusso riservato a pochi. Il cielo d’Italia è, da subito, bocca che vomita veleno. Alla stazione di Foggia, una delle tappe della desolazione bracciantile e dello sconforto sociale, Magda e sua sorella diciannovenne vengono avvicinate da diverse auto. Tutti, padroni e caporali, conoscono l’orario d’arrivo degli autobus in partenza dall’Est Europa. E si appostano, scelgono le prede, le corteggiano, le innestano all’interno del proprio sistema. È il gioco del gatto con il topo, rimpallati da una zampa all’altra in attesa dell’artigliata finale. Due giovani donne, poi, fanno molta gola. Il mercato del battuage è estremamente più remunerativo di quello dei campi. “In pochi minuti – ricorda con un filo di voce – si sono avvicinate a noi due grosse macchine, con uomini che ci chiedevano di salire”. Ma Magda, che non parla l’italiano, ha ricevuto un ordine categorico: “dire sempre no”. E lo esegue. La sua sorte crede sia diversa, ha dei progetti, la costruzione di una propria vita, il ritorno a casa dalla mamma sola.

Ma l’arrivo dell’”amico” è la prima mazzata alle pretese. In pochi minuti vengono scaricate in un cascinale abbandonato alle porte di Orta Nova, sottratto alla vista ed al cuore. Il casolare è la linea di confine fra l’uomo e la sua stessa negazione. Non c’è acqua, le brandine sono soltanto la proiezione fantasiosa di un giaciglio, il caldo è torrido, le pareti un’utopia. Le due ragazze condividono gli spazi con tre connazionali, tutti uomini, ma di zone diverse della Polonia. “Il gioco è sottile” spiega Magda. “Spaccano la comunità, puntano a mettere insieme uomini e donne provenienti da zone tra loro anche in conflitto storico, dialetti diversi, religioni diverse, usi diversi, in maniera tale da alimentare la sfiducia reciproca”.

E ci riescono. Nelle cascine si parla poco, per quel che v’è permesso soggiornarvi. Già, il tempo. Perché lavorare nei campi significa orari massacranti, da miniera. Dall’alba al tramonto, con una sola ora di pausa e poco mangiare nello stomaco. Il canovaccio, già allora, è quello ereditato dagli anni della tratta del bracciantato locale. I kapò passano con i furgoni attorno alle 5.30, ritirano i lavoratori, prelevandoli uno per uno dai casolari. Uno guida, due siedono fra di loro li intimano di non parlare, li minacciano. Il pranzo giornaliero (consumato fra le 13 e le 14) è un razione modesta di pane, olio e – sorte beffarda – pomodoro, la doccia serale (il lavoro si conclude alle 19), invece, una sguazzata in un misero bidone di acqua sporca. Non basta a levare l’odore acre del sudore e quello dell’umiliazione.

Dopo due settimane, Magda invoca chiarezza. “Non capivo niente, chiesi come mai a distanza di 15 giorni fossimo ancora lì, in quella casa diroccata, un caldo d’inferno e tanto sconforto”. Sono i giorni in cui le si materializza lo spettro dell’inganno. L’amico di famiglia, in assenza stessa della famiglia, non ha più ragion d’essere tale. Diventa uno come tanti, uno fra i tanti, solo, agli occhi di quello strano popolo che popolo l’Italia, un po’ più uguale degli altri polacchi. Le tratta come bestie da soma, ritira sistematicamente i documenti, requisisce i passaporti. Prende in pugno le loro vite e le stritola. “Ci ripeteva ossessivamente che se avessimo provato a parlare ci avrebbero arrestate in quanto clandestine”. In realtà, Polizia, Carabinieri ed istituzioni hanno sempre voltato gli occhi dall’altra parte. “Un giorno – racconta Magda – è arrivata una volante, ci ha controllato i passaporti e, malgrado mancassero i visti di lavoro, non ha aperto bocca”.

Magda inizia a non fidarsi più di nessuno: “Cominciai a detestare l’Italia e gli Italiani i quali permettevano che, sotto il loro naso, accadesse tutto questo”. Italiani, già. Come i due proprietari del terreno, i “datori di lavoro”. Due “galantuomini”, fratelli possidenti, legati a doppia mandata con il sistema del caporalato. Talmente tanto riconoscenti agli aguzzini da ricompensarli lautamente con prebende, auto, denaro, rispetto. Un vincolo indissolubile che funge da sovrastruttura e segna destini. E quello di ogni giovane donna è la strada. I campi, la stagione del pomodoro e quella del carciofo, per Magda e sua sorella sono soltanto un approdo, una fase di passaggio, un primo passo. “Ci abbiamo messo poco a realizzare, eravamo destinate alla strada. Bastava vedere i cigli delle statali e leggere fra le righe di comportamenti e parole”. Era quello, insomma, il lavoro migliore che era stato garantito loro al termine delle fasi agricole.

A provarci con loro è uno dei proprietari che, con una certa insistenza, tenta di convincere la più piccola delle due ad uscire con lui. Prima la corteggia, la lusinga, la copre di complimenti gentili. Poi gli apprezzamenti si fanno pesanti e l’azione violenta. Una sera, entra nel casolare e prova, di forza, a portar via la sorella di Magda caricandola in auto. Nasce una colluttazione, grida, male parole. A difendere la giovane si mettono anche i tre polacchi del cascinale. Magda è tenace, si scaglia contro di lui, non gli perdona nulla, lo ricopre di insulti e lo costringe a fuggire mentre impreca generiche minacce di morte.

Il rancore di Magda verso il Bel Paese si tramuta in sdegno e lo sdegno in forza d’animo. Capisce che “così non potevamo più andare avanti a lungo”, l’obiettivo è andar via. Con l’aiuto di un vocabolario studia l’italiano, da sola. Come il piccolo Peppino Di Vittorio nei campi di Cerignola, la ragazza polacca comprende che è attraverso il sapere ed il capire che passa il riscatto. Ed aguzza le orecchie. A poche centinaia di metri dal casolare, una famiglia di anziani passa le domeniche in campagna. Già qualche altra volta, quei vecchietti così gentili avevano portato loro pasti caldi per ritemprarsi le forze dalle ore di duro lavoro. “Un giorno presi il coraggio a due mani. Non so neanche io come feci a farmi intendere da loro. Provai a spiegare la situazione mia e dei miei quattro compagni, il lavoro nei campi, le minacce”. A Magda, cattolica, la prima cosa che balza alla mente, anche per non coinvolgere più di tanto quella coppia, è di chiedere della chiesa più vicina.

Ottiene di più: per una settimana viene ospitata, con sua sorella, in una casa nel centro di Orta Nova di proprietà dei due. Dopo due mesi di silenzio riesce a chiamare a casa e spiegare a sua madre l’accaduto. Lei lo racconta ai genitori del caporale, che si mostrano stupiti. E lui, fiutata la cosa, non ritorna più nel suo paese dove, per giunta, giustificava le sue auto di lusso ed i capi firmati millantando – ma fino ad un certo punto – di essere a capo di un’agenzia del lavoro. Qualcuno ha anche fatto il suo nome nelle indagini aperte per appurare la sorte dei 150 polacchi scomparsi in Capitanata fra 2000 e 2006.

Per i primi giorni, comunque, Magda vive barricata, nascosta, in preda alla paura, teme per la sua incolumità. Poi, le viene trovato un posto di lavoro a Foggia. Gira i locali, i pub, come cameriera. Si dedica ad assistere gli anziani. Guadagna i primi soldi, conosce Michele, si sposa. Grazie ad un tirocinio entra in contatto con la Cgil. Fonda lo sportello immigrazione, comincia a capire cosa significhi, ufficialmente, la parola caporalato. Gira le campagne, parla con i braccianti, spiega loro i diritti negati e quelli spettanti. “Se non conosci i diritti – illustra – sei ricattato, se ti senti ricattato ti senti più vulnerabile e se sei vulnerabile sei debole”. Nella sua Polonia, torna ogni estate, con il suo uomo, con le sue figlie, con la sua dignità, in un viaggio all’inverso che ha il sapore dolcissimo della normalità.

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