Il mondo dopo Franco Marcone

Ancora 31 marzo. Il sedicesimo 31 marzo. Da quel 31 marzo del 1995, giorno dell’omicidio di Francesco Marcone sono accadute cose che lo stesso Franco non avrebbe mai voluto accadessero. Dopo quel 31 marzo, ovvero, non è accaduto niente. Perché la cosa che allibisce e stordisce di dolore è questa. Sapere che non sono bastati sedici inverni, sedici lunghissimi anni (benedetti e maledetti, gaudiosi ed infami) a smuovere un solo mattone dal castello inglorioso della criminalità foggiana.

Mattone, già. Mattone. La follia di una città megalomane che assimila estensione a potenza, ampliamento a fama, case a progresso e che rifiuta di rinchiudersi nel manicomio della Storia. E’ questo il problema. E’ questo il male. La lucida consapevolezza di questa malattia volontaria e ricercata. La piena coscienza di esser contagiati da un virus che impone la prepotenza sulla discussione, la menzogna sulla verità, l’approssimazione alla verifica.

E quando quella quella follia si tramuta in delirio di onnipotenza, producendo soldi, strizzandoli da terreni con destinazioni catastali evanescenti, pronte a cambiare sotto le folate verdi della brezza danarosa; quando da elucubrazioni mentali si passa a cupole maneggione capaci di determinare le sorti economiche di una città in espansione; quando, su questo sistema, si innesta un Marcone qualsiasi, anzi no, proprio quel Marcone di quel 31 marzo di quel 1996 che mette a rischio tutta la costruzione e, con essa, la combriccola allegra di imprenditori, giudici, poliziotti, massoni, burocrati e giornalisti che rischia di rimanere schiacciata dal crollo (ironia della sorte, i mattoni…), allora succede che partono due pistolettate. Alle spalle, per non rischiare.

Dopo quella sera, Foggia non sarebbe più dovuta essere la stessa. Non sarebbe più dovuta essere la stessa sostanzialmente perché avrebbe dovuto iniziare a porsi una domanda, forse due. La prima: perché? La seconda: chi?

Avrebbe cioè dovuto ritrovare quell’umanità bambina che induce un fanciullo a porre al genitore questi due quesiti su ogni cosa. Perché Marcone è morto? Chi ha voluto Marcone morto?

C’è chi lo sa già, ma non lo vede. O fa finta di non vederlo. Perché la verità è lì, immobile di fronte all’eterna emergenza abitativa. Di fronte alle case sfitte, mai vendute; 29 mila appartamenti ancora in costruzione, e migliaia già costruiti, mentre la parte povera è sempre chiusa in container a Campo degli Ulivi e Arpinova, scusa pronta ad ogni evenienza d’appalto. Ed allora a chi giova alzare altro cemento nel mezzo del grano? Di chi sono i terreni su cui si costruisce? Quando li hanno comprati quei terreni?

La verità. Chiara, che è sempre nel lì di cui sopra: di fronte ai palazzinari che hanno saltato tutte le celebrazioni in onore di Franco, forse intimoriti dagli occhi della parte migliore della città; di fronte ai sindaci palazzinari o imprenditori, bottegai miserrimi di interessi elitari; di fronte alla proposta avanzata, nel 2010, ad Eliseo Zanasi di candidarsi a guida della città capoluogo. E, poi, di fronte alle indagini insabbiate o ostacolate; di fronte alle mancanze più elementari di inquirenti che non verificano nemmeno lo stretto necessario all’indomani dell’omicidio di Franco.

Forse non serve cercare le colpe. Ma soltanto appurare quale sistema sia circoscritto alla morte di Franco. Che è anche quella di Panunzio. Foggia dovrebbe riunirsi attorno a questi esempi, piuttosto che vivere di vecchi rimpianti pallonari buoni ad illudere per qualche decina di minuti per poi rigettarla, Foggia, sedotta ed abbandonata, nella tragedia del quotidiano. Foggia dovrebbe fare quello che non ha mai fatto: alzare la voce. Per pretendere, per chiedere, per rivendicare. Per sapere perché, sedici anni dopo quel 31 marzo, i protagonisti di quella vicenda sono ancora lì, sani e salvi, imbottiti di onore e di stima. Oltre che di soldi.

Quegli stessi che domani non metteranno naso fuori dalle loro torri d’avorio. Certi di averla fatta franca e che le celebrazioni siano un gioco sorridente di socialità, per godere della primavera sopraggiunta. Sappiano solo una cosa: non è così.

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L’incredibile storia di Enzo Baiamonte e della combriccola allegra palermitana

Uno dei gialli più stimolanti degli ultimi anni. “Il libro di legno” (Gian Mauro Costa, Sellerio) è una scoperta riuscita. Un antefatto classico: la scomparsa improvvisa di un noto professore della media borghesia palermitana; una vicenda intrigante: cinque libri di legno a mo’ di promemoria lasciati dal defunto nella sua libreria stracolma; una figlia apparentemente premurosa di recuperare il patrimonio dileguato; un detective più per caso che per mestiere, più per gioco che per soldi: Enzo Baiamonte. Sullo sfondo, Palermo. La città delle contraddizioni, ossimorica per storia e per natura. Palermo dei bimbi scalzi e delle eco arabe, Palermo della movida modaiola e della musica a tutto volume, Palermo dei segreti celati dai cancelli, ville come bunker protettivi e cani da guardia eretti a custodi.

“Il libro di legno”, secondo romanzo dell’autore siciliano, giornalista de “L’Ora”, è un dipanarsi lento nelle viscere di una scatola stantia. Un labirinto in cui, mano nella mano, viaggiano in contemporanea lettore e protagonista. Una storia in cui lo stesso goffo Baiamonte, incapace alla lettura del mondo, si perde. Confuso, a tratti, come un mare in tempesta, ingarbugliato come una matassa tra gli artigli di un gatto. Il caso affidato ad Enzo dalla figlia del professore estinto, la conturbante Cristina Mirabella, svela di volta in volta nuove strade, che compaiono all’improvviso dai fumi delle nebbie. Nuove piste, nuovi problemi, nuove soluzioni. Nuove domande apparentemente senza risposta. Passioni e soldi, società e mafia cascano sul detective spaesato, vittima del suo stesso gioco.

Man mano che, tra dubbi e paure, misteri e ripensamenti, Baiamonte esce da quelle nebbie per identificare la strada giusta, man mano che si appropinqua al vero, scopre nuove parti di chi lo circonda ed anche di sé stesso. Come se, insieme con la trama, incedesse anche la sua vita. Enzo matura nuove emozioni, nuove ragioni, nuovi sentimenti, nuove possibilità. Monitorando vite non sue, le abitudine goderecce, quasi orgiastiche, della Palermo da bere, impeccabile soltanto in superficie, il detective netta la sua esperienza, giustifica, di passo in passo, le scelta di una vita sì grama, anche solitaria, ma per lo meno linda. E, come in un sovvertimento dei ruoli sociali, scoprirà che, nel bene, si annida il marcio. Il bimbone cresciuto, il bambocione quarantenne un po’ sfigato e triste, diventa alla fine un saggio Montalbano. Meno spregiudicato e cinico, più intimista, problematico ed umano. Ora, ingolositi, da Costa, pretendiamo il seguito.

Pubblicato su: MACONDO – CITTA’ DEI LIBRI, rubrica culturale di STATO QUOTIDIANO   http://www.statoquotidiano.it/02/10/2010/macondo-la-citta-dei-libri-2/35237/

Burattini in libreria

Visualizza tutte le foto | Gli Svergognati | Rosanna

Incomincerà il 9 ottobre “Io burattino”, laboratorio di costruzione di burattini per bambini dai 5 anni in su organizzato dalla e presso la libreria Ubik di Foggia. Protagonista principale: Rosanna Giampaolo. Spetterà a lei il complesso e paziente ruolo di fare da “maestra” ai partecipanti. Foggiana, artista, docente contrattista presso l’Accademia delle Belle Arti di Teatro di Figura, dodici lunghi anni di lavoro alle spalle, Rosanna straborda di colore come i suoi quadri. Una passione con genesi lontana, quella per i burattini e le creature animabili. Ma che, nel corso del tempo, è rimasta identica. Rosanna, che di parole per spiegare ne usa poche, a Stato, la sintetizza così: “Riflettendoci ho capito col tempo che le mie passioni o carismi erano legati da un filo rosso molto evidente. Disegnare, in particolare delle storie, cartoni animati e dedicarsi al Teatro di Figura ha una matrice comune nel desiderio di dar vita alle proprie creazioni. Non mute rappresentazioni ma creature in grado di muoversi e compiere azioni”. Movimento dunque, vita in azione. Contaminazione fanciullesche come capo del filo di lana colorata che è la vita della Giampaolo. Nei suoi ricordi e tra le sue ispirazioni, l’influsso positivo della televisione, quella che, a detta dei più e per riscontro evidente, latita sommersa sotto cumuli di barbarie, servilismo, violenza e stupidità. “Ho riempito – spiega a Stato – i miei avidi occhi di bambina di cartoni animati”. E, come quelli hanno suscitato le sue emozioni, i “suoi” burattini solleveranno quelle di altri occhi avidi. Tanti occhi. Il laboratorio del mese incombente, infatti, è ormai al completo. Un successone di adesioni che ha costretto gli organizzatori a mettere in cantiere il bis per l’anno venturo e fatto la gioia di Rosanna. Lei che crede che il riscatto di una città ormai in frantumi passi proprio per i bambini, per la creatività, per la cultura. Lei che, a vedere le sue tele, scopre colore laddove ci sono mattoni, scie di moto dove c’è l’immobile. “Io non ho voglia di scappare da questa città e non le butto dell’inutile fango sopra”. Coraggio. Certo non è questo che manca a Rosanna. Voglia di sfidare i luoghi comuni: il paradigmare monotono della crisi, il rullare continuo dei soldi che non ci sono, la mancanza di stimoli in una terra che, d’altro canto, di spunti ne darebbe anche tanti.

Tanto che il suo orizzonte più prossimo è il futuro. Al momento, l’enorme tavolo di multistrato rosso incatastato sotto una marea di materiale nel suo studio nel centro del capoluogo dauno, è sede di due progetti: il primo, l’illustrazione de “Alice nel Paese delle Meraviglie” per la Lisciani Giochi editrice; il secondo, l’abbellimento del nuovo libro della Gema edizioni “Terre foggiane – silenzi e suoni”.

Ma è dal primo dei due che Rosanna è innamorata. “Alice – racconta – è il mio quarto libro illustrato per la collana i grandi classici della Lisciani per la quale sono al quarto anno di collaborazione”. Un’impresa tutt’altro che semplice. L’uscita del film di Tim Burton ha concorso, in parte per lo meno, a modificare l’immaginario attorno al romanzo di Carrol. Il Brucaliffo e soci hanno assunto connotati diversi rispetto a quelli comuni, forse mentalmente riconducibili all’animazione della Disney. Frutto normale dell’evoluzione, dei tempi che cambiano, dei gusti che tendono al rinnovamento. “Per me il paese delle meraviglie fu tutto un’avventura piena di straordinarietà e positività”. Sovvertimento dell’ordine nuovo, ripristino dell’equilibrio positivo. Ad anche l’Alice di Rosanna sarà non una emo sgangherata, contrita in vestiti stretti, ma “luminosa e serena”. “Non – chiosa – una bambina gotica immersa in un ambiente decadente, ma quasi una piccola peste curiosa e attiva, praticamente io all’età di Alice”.

Di quella bambina è rimasto molto, dentro e fuori di lei. Una mente che scopre, due occhi grandi che scorgono al di là del concreto, una capacità di astrarre senza forzare la mano, di proiettare in una tela sogni, speranze e gioia. Fiori, lune, gatti e tetti, pietre, figure di vecchi nonni. Volo, soprattutto, tanto volo. Spazi liberi e non claustrofobici, turbinanti di vita. Quel che non c’è e dovrebbe essere. Quel che non è e lei vede. Quel che Rosanna Giampaolo è. Una contaminazione, un’allergia positiva che Foggia sta prendendo.

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