Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

Giochi, merende, fiabe e teatro. I sabato pomeriggio scaldàti da Ubik

Cinque incontri, a partire dal 6 novembre (conclusione, di conseguenza, il 4 dicembre), ogni sabato pomeriggio. Appuntamento fisso con la rottura dello schema che vuole il tempo libero assuefatto alla monotonia catodica della televisione. Apertura, fantasia, creatività. Tornare indietro affinchè, quel dietro, possa rappresentare una forma di intrattenimento e, insieme di formazione. Tornare a vivere la magia delle favole, dello stare insieme. Dopo il successo della scorsa stagione torna, anche quest’anno, “Merende da favola”, laboratorio di lettura e narrazione animata di fiabe, allestito dalla Libreria Ubik di Foggia in partnership con il Teatro dei Limoni. Protagonisti, anche per quest’anno, i bambini di età compresa fra i 5 e gli 8 anni. Saranno avvinti da un mondo altro, una dimensione parallela fatta di colori e di spazi fantasiosi. Muoveranno i loro passi nei regni del passato. Quegli stessi che sono stati calpestati, ancor prima, dai fratelli maggiori, dai cugini più grandi, dai genitori. E, chissà, dai nonni. Tuttavia, loro lo faranno concretamente. Le favole saranno non soltanto raccontate “per” i bambini, ma “con i bambini”. Il tutto grazie alla collaborazione con la compagnia foggiana di Via Giardino, che metterà a disposizione i suoi attori.

I piccoli saranno stimolati nella rappresentazione e nell’invenzione. Spetterà a loro spargere la polvere magica suelle ali dei pomeriggi e renderli volanti, leggeri come farfalle. Gioco e creazione; immagini e lettere, musica e personaggi. Tutto sarà sovrapposto o sovrapponibile. Tutto raccontato o raccontabile. Senza limiti, senza convenzioni, senza filtri, se non quello del divertimento. Il filo rosso che legherà i cinque incontri sarà la fiaba italiana. Cardine, e non sarebbe potuto essere diversamente, il lungo lavoro di raccolta messo insieme da Italo Calvino. Non ancora Propp, ma comunque consistente.

Ma raccontare significa anche vivere. E vivere è interagire, socializzare nella vita quotidiana, nella realtà. Così, scomparsi cavalli e castelli, dame e prigioni, draghi e regni, fate ed orchi, tornati nello spazio eventi di Ubik, i bambini si confronteranno con gli altri. Attraverso la parola ed il gioco. Ed anche attraverso quegli attimi così preponderanti per loro che sono quelli durante cui consumano la “merenda”. A coronamento di ogni incontro, infatti, il biscottificio foggiano D’Onofrio, produttore della Doemi, offrirà i dolci del territorio. Informazioni e costi, sono disponibili presso la libreria di Piazza Giordano.

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Burattini in libreria

Visualizza tutte le foto | Gli Svergognati | Rosanna

Incomincerà il 9 ottobre “Io burattino”, laboratorio di costruzione di burattini per bambini dai 5 anni in su organizzato dalla e presso la libreria Ubik di Foggia. Protagonista principale: Rosanna Giampaolo. Spetterà a lei il complesso e paziente ruolo di fare da “maestra” ai partecipanti. Foggiana, artista, docente contrattista presso l’Accademia delle Belle Arti di Teatro di Figura, dodici lunghi anni di lavoro alle spalle, Rosanna straborda di colore come i suoi quadri. Una passione con genesi lontana, quella per i burattini e le creature animabili. Ma che, nel corso del tempo, è rimasta identica. Rosanna, che di parole per spiegare ne usa poche, a Stato, la sintetizza così: “Riflettendoci ho capito col tempo che le mie passioni o carismi erano legati da un filo rosso molto evidente. Disegnare, in particolare delle storie, cartoni animati e dedicarsi al Teatro di Figura ha una matrice comune nel desiderio di dar vita alle proprie creazioni. Non mute rappresentazioni ma creature in grado di muoversi e compiere azioni”. Movimento dunque, vita in azione. Contaminazione fanciullesche come capo del filo di lana colorata che è la vita della Giampaolo. Nei suoi ricordi e tra le sue ispirazioni, l’influsso positivo della televisione, quella che, a detta dei più e per riscontro evidente, latita sommersa sotto cumuli di barbarie, servilismo, violenza e stupidità. “Ho riempito – spiega a Stato – i miei avidi occhi di bambina di cartoni animati”. E, come quelli hanno suscitato le sue emozioni, i “suoi” burattini solleveranno quelle di altri occhi avidi. Tanti occhi. Il laboratorio del mese incombente, infatti, è ormai al completo. Un successone di adesioni che ha costretto gli organizzatori a mettere in cantiere il bis per l’anno venturo e fatto la gioia di Rosanna. Lei che crede che il riscatto di una città ormai in frantumi passi proprio per i bambini, per la creatività, per la cultura. Lei che, a vedere le sue tele, scopre colore laddove ci sono mattoni, scie di moto dove c’è l’immobile. “Io non ho voglia di scappare da questa città e non le butto dell’inutile fango sopra”. Coraggio. Certo non è questo che manca a Rosanna. Voglia di sfidare i luoghi comuni: il paradigmare monotono della crisi, il rullare continuo dei soldi che non ci sono, la mancanza di stimoli in una terra che, d’altro canto, di spunti ne darebbe anche tanti.

Tanto che il suo orizzonte più prossimo è il futuro. Al momento, l’enorme tavolo di multistrato rosso incatastato sotto una marea di materiale nel suo studio nel centro del capoluogo dauno, è sede di due progetti: il primo, l’illustrazione de “Alice nel Paese delle Meraviglie” per la Lisciani Giochi editrice; il secondo, l’abbellimento del nuovo libro della Gema edizioni “Terre foggiane – silenzi e suoni”.

Ma è dal primo dei due che Rosanna è innamorata. “Alice – racconta – è il mio quarto libro illustrato per la collana i grandi classici della Lisciani per la quale sono al quarto anno di collaborazione”. Un’impresa tutt’altro che semplice. L’uscita del film di Tim Burton ha concorso, in parte per lo meno, a modificare l’immaginario attorno al romanzo di Carrol. Il Brucaliffo e soci hanno assunto connotati diversi rispetto a quelli comuni, forse mentalmente riconducibili all’animazione della Disney. Frutto normale dell’evoluzione, dei tempi che cambiano, dei gusti che tendono al rinnovamento. “Per me il paese delle meraviglie fu tutto un’avventura piena di straordinarietà e positività”. Sovvertimento dell’ordine nuovo, ripristino dell’equilibrio positivo. Ad anche l’Alice di Rosanna sarà non una emo sgangherata, contrita in vestiti stretti, ma “luminosa e serena”. “Non – chiosa – una bambina gotica immersa in un ambiente decadente, ma quasi una piccola peste curiosa e attiva, praticamente io all’età di Alice”.

Di quella bambina è rimasto molto, dentro e fuori di lei. Una mente che scopre, due occhi grandi che scorgono al di là del concreto, una capacità di astrarre senza forzare la mano, di proiettare in una tela sogni, speranze e gioia. Fiori, lune, gatti e tetti, pietre, figure di vecchi nonni. Volo, soprattutto, tanto volo. Spazi liberi e non claustrofobici, turbinanti di vita. Quel che non c’è e dovrebbe essere. Quel che non è e lei vede. Quel che Rosanna Giampaolo è. Una contaminazione, un’allergia positiva che Foggia sta prendendo.

Ubik Foggia, 22.09.2010: LA LEGGE DI OMAR

Omar Di Monopoli

La scrittura come impegno. “È impossibile scrivere dal Sud e non fare, anche involontariamente, un atto politico”. Omar Di Monopoli ha 39 anni, una decina dei quali spesi al di sotto delle torri bolognesi, altri vissuti da ramingo per mestiere. E scrive. Scrive di Sud. Omar Di Monopoli, autore de “La legge di Fonzi”, – atto finale di una trilogia iniziata, quattro anni fa, con “Uomini e cani” e proseguita con “Ferro e fuoco” -, è uno dei talenti emergenti della letteratura nazionale. Tre fatiche all’attivo, dunque, edite dalla ISBN, appendice giovanile de Il Saggiatore. Una quarta in preparazione. Anzi, già pronta, come rileva nell’intervista rilasciata in esclusiva a Stato Quotidiano appena prima che iniziasse la presentazione del suo testo presso la Ubik di Foggia. Un libro intessuto con le fibre colorate ma ruvide della Puglia salentina. Meglio, quella “che non rientra nelle brochure delle pro loco e delle Apt”. E che, confida, qualche contestazione gliel’ha anche provocata. Un libro che ripercorre le orme dei suoi grandi maestri della letteratura e del cinema e riannoda le tematiche già dipanate sin dagli esordi della sua carriera letteraria. Un libro “esaltante”, l’ha definito il critico letterario e gestore della libreria foggiana, Michele Trecca. “Di critica sociale, impegnato” l’ha lodato il referente provinciale di Libera, Mimmo Di Gioia.

Una pletora di apprezzamenti anche del pubblico. Unanime. E sì che Omar è uno scrittore che non ama essere blandito e non blandisce. Duro nel tramare al limite dello splatter, ricercato nello scrivere alla soglia del cesellamento. In fondo, chiede e si chiede, “chi ha detto che la letteratura di genere debba servirsi di quelle poche parole che la caratterizzano?” Si, perché il suo narrare è limpido ed insieme complesso. Ossimorico come i suoi personaggi. Poveri, antieroi, cattivissimi, teneri, goffi, senza scrupoli. Manipoli di casi umani che muove a suo piacere a con i quali Omar si diverte a giocare, con esiti e tocchi di imprevedibilità. Prendete Giovanni Fonzi Pentescoste, uno dei protagonisti del libro, che mutua il nome da “quello omonimo dei telefilm che non si lasciava toccare i capelli”. Bene e male concentrati in un testo, sapientemente miscelati da quelle mani che, parlando, stringono tra le dita un sigaro spento. Con quell’aria svogliata e cordiale, Omar di Monopoli attira l’attenzione del pubblico forgiando retroscena e discutendo di episodi di quotidiana illegalità. Alla conterranea brindisina, ricorda i tic di quella terra illusa di aver battuto la Sacra Corona Unita. La menziona più d’una volta quella diabolica e luttuosa locuzione. “La mafia – ripete quasi ossessivamente – non è morta si è solamente trasformata”. Il dibattito diventa un seminario di legalità, laboratorio di idee di giustizia. Foggia a Di Monopoli non riserva polemiche, tributa allegria, sconforto, applausi; confida finanche le paure, racconta i vizi comunitari. E sì che pure, giura, non ha mai voluto porsi alla stregua di un giudice. Tantomeno di giornalista. Pur riconoscendo “l’opportunità forse vigliacca ma efficace di denunciare e raccontare senza dover necessariamente fare nomi”. Tira anche in mezzo Roberto Saviano, ma per nettare i dovuti distinguo. “Lui ha localizzato la sua storia, scelto un posto, fatto nomi. La sua vocazione è giornalistica. Io ho inventato un paese, Monte Svevo, in cui concentrare tutti i mali”; Monte Svevo come “l’epitome delle tante città invisibili della Puglia, chiuse in un cono d’ombra”. Al nome dell’autore di “Gomorra” non viene regalato il tripudio di mani che ci si attendeva. Il discorso scorre via liscio. Conversazione in Puglia, per parafrasare un noto libro di Elio Vittorini. Meglio ancora, conversazione sulla Puglia. Le magagne irrispettose che hanno e stanno stuprando Salento e Gargano. Nel contempo le più sponsorizzate e maltrattate sub regioni dello sperone italico. Golose mete di turisti imbecilliti dalla sbornia di pizzica e di vini di produzione locale. Nel discorso, come in un tritacarne, finiscono gli amministratori locali e quelli nazionali, identici responsabili di uno scempio tanto inspiegabile quanto ignorato. Di Monopoli parla tanto. Ed ascolta ancor di più. Sorride. E chiosa: “Tocca a noi artisti ormai, farci carico di mettere in risalto le contraddizioni delle terre dove operiamo. D’altronde, di queste contraddizioni, noi siamo il prodotto”.

Omar Di Monopoli, LA LEGGE DI FONZI, isbn, 2010

INTERVISTA UBIKKIANA. OVVERO, COSE CI SI DICE SUL ROSSO DIVANO DI MICHELE TRECCA

È reduce da un’estate trascorsa in giro per la Puglia. Indefessamente, per far conoscere il suo terzo lavoro. “La legge di Fonzi” in qualche modo chiude un capitolo della sua carriera di scrittore. Il primo capitolo, quello senza il quale, tutto il resto permarrebbe nell’oscurità. Qualcuno l’ha chiamata “trilogia della criminalità”, qualcun altro “trilogia western”. Di sicuro c’è che “Uomini e cani”, “Ferro e fuoco” e il testo presentato a Foggia, hanno avuto il merito di averlo introdotto, e dalla porta principale, nella hole della letteratura nazionale. L’IBSN, costola in sol minore de Il Saggiatore, ha già opzionato l’edizione del suo quarto romanzo. Anche se, al momento, non ci sono ancora certezze assolute.

Ma il lavoro è già cominciato?

In verità è già concluso. E da tempo.

Ah…

Ebbene si. Il quarto in realtà è come fosse il primo. Anzi, per la precisione, l’ho scritto prima di metter mano alla trilogia. Avrei dovuto pubblicarlo da tempo, poi non se ne fece nulla.

Come mai?

Nessun problema in particolare. Una valutazione di opportunità. A differenza dei miei tre romanzi editi, questo quarto non ha la terza persona onnisciente, ma è narrato in prima persona. E la prospettiva di osservazione è quella di un bambino decenne. Sfortuna volle che, quel mio lavoro, coincise, temporalmente, con l’uscita di “Io non ho paura”. Ed allora scelsi di accantonare il progetto per tempi migliori

Che fa Omar Di Monopoli, un passo letterario in avanti?

I temi sono sempre quelli, in verità. Lo sfondo è la Puglia rurale degli anni Ottanta in cui ci si oppone all’insediamento delle centrali nucleari. Cambia soltanto il punto di vista. C’è un’ottica più intimista.

Senti Omar, ma non sarà che con il tuo punto di vista così dissacrante sulla Puglia mi fai incazzare qualcuno?

Sono tre anni che mi batto contro le pro loco di tutta la Puglia, contro sindaci ed amministratori. Loro hanno voglia ed interesse a mostrare la faccia bella della Puglia. Ma la magia della taranta è lontana dal mio modo di vedere e raccontare la nostra regione. È un’oculata strategia, una serie di passi mirati che tendono a celare quel che non funziona.

Sarà mica che da autore western vorrai diventare impegnato?

Sorride – “Uomini e cani” ha vinto il Premio Città di Milano, lo stesso che è stato assegnato a Saviano… A parte gli scherzi: quanto parli di Sud, di una frazione di terra così dannatamente intricata e complessa qual è il nostro Meridione, e prendi a narrare quel che vi succede, già naturalmente compi un atto politico.

Lu Salentu

Monte Svevo, il paese che descrivi nel romanzo è impregnata di tic dannatamente pugliesi: la gioventù arresa nei confronti del futuro, il panorama mozzato dalla rabbia cattiva del rifiuto, personcine piccole come vermi che manipolano a loro piacimento il potere dirigendo la vita di altri a piacimento…

È vero. Anche se, nella realtà, non ci sono paesi con quel nome, Monte Svevo è il riassunto perfetto di tutti i paesi invisibili del brindisino e, più in grande, della Puglia.

Se dico Oria, che fai, annuisci?

Si, c’è un po’ di Oria, un po’ di Mesagne, un po’ di altri paesi.

I tuoi personaggi sono i tipici antieroi. Non hanno nulla di epifanico, sono incapaci di esaltarsi, di vincere. Si accontentano di galleggiare nella vita. Anche quando potrebbero fare atti eclatanti si bloccano. Non ti piace la figura del buono?

I miei sono personaggi sconfitti. Prendi Pisso – uno dei protagonisti – si illude di essersi divincolato dalle grinfie della malavita, crede di essersi evoluto. Ed invece, alla fine, anche lui si macchia di omicidio. Cade nella rete.

È un canto senza speranza, il tuo…

Si. E volutamente. Io lascio la speranza al lettore. E faccio in modo che lui trovi speranza nella sua stessa rabbia. Indignandosi per quello che io scrivo, il lettore dimostra di essere ancora ancestralmente attaccato alla sua terra. Io cerco di suscitare questo.

Foggia, 22 settembre 2010. Da sinistra, Michele Trecca e Omar Di Monopoli

Quanto male…

Esatto. Il male. La mia è tutta una riflessione del male. L’immagine da cui ho tratto ispirazione è quella dell’Overlook Hotel di Shining, un posto talmente impregnato di male, da rendere cattivo chiunque lo frequentasse. Ecco. Monte Svevo è così, i miei luoghi sono questi. La malvagità è così incancrenita da divenire l’elemento essenziale dei luoghi stessi, che cade a getto a tal punto su chi ne vive dentro, da contrassegnarlo.

Senti, cambiando discorso. Tu, Nicola la Gioia, Mario Desiati. La Puglia ha trovato una genie di scrittori. Dopo Vendola, si riparte da qui?

Sorride ancora, muove il sigaro nella mano e pensa – Io la vedo così: l’arte sboccia e trova terreno fertile laddove ci sono contraddizioni. Nelle contraddizioni l’artista trova forza ed ispirazione. La Puglia è piena di contraddizioni evidentemente. Il paragone lo si potrebbe fare con un’altra terra di scrittori emergenti, la Sardegna. Non a caso sono, Puglia e Sardegna, le regioni più vive in quanto a nuovi movimenti artistici. Ed altrettanto sature di problemi. Non è un caso, non credi?

anche su http://www.statoquotidiano.it/23/09/2010/monte-svevo-di-monopoli-riflette-sui-malesseri-pugliesi/34825/

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