Scempio olimpionico comunale. Reportage dalla piscina abbandonata

La gradinata della piscina (Piero Ferrante, St)

Foggia – A VOLERCI ridere su (ma anche a ben guardare), si potrebbe dire che l’unica caratteristica vagamente olimpionica della piscina in endless progress di Via Galliani sia la lordura. Senza pari. Come il degrado che l’avvolge. Un mostro periferico e dimenticato, nato, negli anni Novanta, per stupire, rimasto invece monco e chiosato alla maniera foggian style, con una lastra di oblio e tanti saluti. A bloccare i lavori fu il ritrovamento di alcune testimonianze archeologiche e l’imposizione dei vincoli da parte della Soprintendenza.

SCUSE – Soffocata fra il boschetto della Villa Comunale ed il teatro Mediterraneo – altro bell’esempio di spreco edilizio di cui parleremo nei prossimi giorni -, la struttura è composta di un vascone all’aperto con annesse tribune ed una serie di locali oggi al limite della riconoscibilità. Ufficialmente, è uno dei mille luoghi “state alla larga” del capoluogo dauno. Connotazione ufficiosa ma di comodo, tanto utile a chi ne ha fatto un dormitorio, quanto alle impalpabili amministrazioni comunali (da Paolo Agostinacchio in poi, giù fino all’attuale Governatura Mongelli).

Il water (Ph: amici della Domenica)

SILENZIO DI TOMBA – Sulla piscina è calato un silenzio di tomba praticamente ancor prima della conclusione dei lavori. Alcuni foggiani credono sia la parte non riuscita del “Mediterraneo”, i più giovani ne ignorano l’esistenza, qualcuno crede addirittura sia stata abbattuta. La verità è che, se l’avesse vista, Paolo Rumiz, giornalista di viaggio de La Repubblica, ne avrebbe fatto l’immagine simbolo della sua inchiesta estiva: “Le case degli spiriti”.

IL RISCHIO DI ENTRARCI – Anche se non ci sono spiriti in Via Galliani. Solo, qualche disperato che ne ha fatto una casa. E, prima ancora, qualcuno che ne ha estirpato la funzionalità, tramutandola in una sorta di cartone vuoto. Il risultato è un luogo desolato e desolante, sventrato, pugnalato al cuore da chi ne avrebbe potuto e dovuto usufruire. Un luogo tutt’altro che inaccessibile, va detto. Basta spingere con il minimo delle forze il portone grigio e giallo che affaccia sulla biglietteria del Teatro all’aperto limitrofo, squallido anche nella cromia, per accedere ad un universo muto. Un silenzio che incute più d’un timore. Attorno, nell’arco di almeno un chilometro, c’è ben poco. Viale Fortore è al di là del Mediterraneo, Via Galliani è poco frequentata ed anche l’ultimo avamposto del parco urbano è al riparo. La solitudine è vera ed inoppugnabile e come ogni solitudine si presenta nel suo abito arso. Quel poco di prato annesso alla struttura è più un’intuizione che un dato di fatto plausibile. Claustrofobico. A pochi passi dal cancello, percorrendo un piccolo sentiero, la struttura in mattoncini marroni che accoglie i locali. Che sia abitata lo si capisce immediatamente. Una bottiglia d’acqua minerale (ce ne sono tante all’interno) che promette giovinezza eterna, fa bella mostra di sé su un misero tavolo. Da una delle vetrate che affacciano al’interno, si scorgono finanche dei letti, con tanto di coperte e lenzuola.

Qualcuno ci dorme... (Amici della domenica)

L’INTERNO – Tutto il divertimento (si fa per dire) sta nell’arrivarci, ai punti d’osservazione. Le piante secche sono spine vegetali, al tatto graffiano la pelle. Sotto il sole a picco il lucertolaio urbano è non dissimile da un deserto. Ci sono sterpaglie arse, fra le sterpaglie roba rubata date alle fiamme, tra la refurtiva, biciclette vecchie almeno una decina d’anni la cui estetica è ferro carbonizzato. Un piccolo sentiero in brecciolino ci accompagna a quello che deve essere uno degli ingressi. Se si tende l’orecchio, l’unica risposta alla sollecitazione dei sensi è un mare di indifferenza. Per accedervi, qualcuno ha pensato bene di farsi strada a forza di mattoni, lasciando in terra molta della vetrata frantumata. Occorre prudenza. La stanza, una decina di metri quadri, è ben tenuta. Le pareti sono pulite, neppure una scritta, la pittura sembra fatta di nuovo. La porta è in legno, cardini senza una grinza, maniglia tutto sommato pulita. Neppure una ragnatela negli angoli del soffitto. Pochi metri, il panorama muta. Gli ambienti restano tutto sommato decorosi. C’è un lungo corridoio su cui s’affacciano tante stanze. Si procede con calma perché la sensazione proietta la mente ai western, alle trappole, ai canyon, le gole, le frecce, le imboscate. Ma i timori da Roncisvalle fuggono con il cammino. Tutti i climatizzatori sono stati letteralmente divelti ed abbandonati a terra. I fili elettrici sono scoperti. La monotonia costruttiva ha fatto sì che si aprano, sul corridoio, stanze tutte identiche. Il tempo, al contrario, ha giocato a renderle uniformi nell’utilizzo: nessuno.

IL BAR – A metà percorso con la prima porta che si apre giunto in faccia al senso di percorrenza, sulla destra, un atrio più vasto. C’è un bancone che è azzardato dire devastato ma non è nemmeno usufruibile. Alle spalle, attrezzatura varia da cucina, forno-frigo-vetrina. Poche decine di metri e, camminando per il corridoio, s’oltrepassa uno stipite. C’è un pannello elettrico nuovo nuovo, sfuggito alla metodica distruzione riservata ai termosifoni-climatizzatori. Non c’è traccia di sporcizia sui muri mentre nell’aria si captano segnali di vita. Le stanze sono deserte, certo. Ma è questa l’ala che, dall’esterno, lascia intravedere le tracce abitate. C’è anche un bagno. L’odore è riprorevole. Uno dei water è intasato e sporco. Il fetore è da mal di stomaco. Probabilmente, nel progetto iniziale, questi sarebbero dovuti essere gli spogliatoi.

Il corridoio. Sulla destra, si aprono le stanze; sulla sinistra, dalle finestre, ci si affaccia sulla piscina (P.F, St)

LA PISCINA – Lungo una delle parti corridoio, quella dove non s’aprono le stanze, i finestroni danno sulla vasca vuota. L’acqua non c’è mai stata, ma d’inverno, dopo le piogge abbondanti, ristagna. Adesso non è che un deposito di erba, alberi e materiale da risulta alto circa tre metri. Le gradinate grigio tufo, vuote, hanno un qualcosa di post moderno. O, peggio, di post bellico.

BOLLENTI SPIRITI – Determina dirigenziale del Comune di Foggia numero 74. Data: 13 maggio 2011. Procedura numero 689. Dirigente: Fernando Biagini. I numeri ed i nomi non sempre dicono tutto. In ogni caso, all’interno di questa determina c’è scritto ben di più di quanto indichi l’oggetto. Infatti, ufficialmente, si tratta della liquidazione dell’onorario di un anonimo professionista,Vincenzo Anselmi. Ma, sotto le righe, se ne deduce ben altro. Ovvero che, grazie al “Progetto di riqualificazione urbana Foggiattiva”, nel 2006 Corso Garibaldi avrebbe ottenuto oltre 700 mila euro dalla Regione Puglia. Fondi, questi (da integrare con un bonus obbligatorio di 73 mila euro, in tutto 773 mila euro, dunque), assumibili dal portafogli munifico, d’invenzione vendoliana, “Bollenti Spiriti” e destinati, appunto, al “recupero funzionale ed alla ristrutturazione di due strutture” (sic!). Ovvero, l’anfiteatro di Parco San Felice (mecenate: Agostinacchio, fra le critiche di un’intera città che resistette a lungo al tentativo di ridimensionare a cemento l’unico polmone verde del capoluogo). E, appunto, la piscina comunale olimpionica di Via Galliani. Per la realizzazione materiale del progetto, il Comune di Foggia crea una fantomatica Unità Operativa-tecnico-amministrativa-gestionale esterna (con determina dirigenziale 584/2008, poi modificata 1535/2008), di cui Anselmi è esperto gestionale.

Di “Foggiattiva” si trova traccia, ancora una volta, nei documenti. A darne riprova, sono le determine dirigenziali, ma questa volta della Regione Puglia. La 057/dir/2007/0050, siglata dal Dirigente delle Politiche giovanili dell’ente barese, è quella che dona il denaro a Foggia. E che, ufficialmente dà il via libero a Foggiattiva. Vale a dire, alla creazione di “un centro d’aggregazione e inclusione giovanile basato sulla realizzazione di un centro servizi diviso per aree tematiche”. Il Comune specifica addirittura le aree: “area di collocazione musicale, redazione giornalistica, magazine cittadino e contact center”. Nulla di tutto questo è stato, in un lustro, realizzato.

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  1. Buttare via i soldi pubblici in questo modo uccide chi lavora e uccide i giovani che vorrebbero vivere e fruire di zone di svagog, ritrovo e crescita fisica e mentale


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