Foggia, ecco come nasce un’emergenza (con Video)

[Stato Quotidiano, 20 ottobre 2011]

Ore 10. Cassonetti in Via De Petra dopo il passaggio di un side loader (St)

Foggia – UN side loader enorme s’avvicina che sono le 9.53 ai quattro cassonetti ubicati alla convergenza tra Via De Petra e Piazza Achille Donato Giannini. Alle loro spalle, uno dei muri di recinzione del campo Coni, una piazzetta in asfalto, un abbozzo di parchetto caduto in digrazia, senz’alberi nè ciuffi verdi. E non è questione di stagione. I quattro contenitori della spazzatura, vecchi, sfasciati e bruciati in più d’una occasione, traboccano. Sono circondati di stracci, valige, borse, scarpe. Tutta roba resa lercia dalla presenza indiscreta di residui di cibo, banchetto buono per cani e ratti.

In città, tutti evitano con discrezione di parlare di nuova emergenza. Dall’amministrazione alla Cgil si fa il giro delle reponsabilità, patata bollente che scoppierà dai troppi colpi subiti. L’ipotesi più accreditata è che la maledizione dipenda dalla saturazione delle discariche e dall’estinguimento dei fondi.

Ed invece, quel che accade a Foggia parla un linguaggio diverso, già ampiamente documentato, ad esempio, dalle inchieste pubblicate dal giornalista de l’Attacco Francesco Bellizzi (poi minacciato proprio per aver addossato buona parte delle responsabilità ai dipendenti della municipalizzata). E che si ripete quotidianamente sotto gli occhi dei cittadini. In Via De Petra succede che, svuotati due cassonetti, il camion vada via, lasciando in terra la maggior parte del lavoro (ma questa è opera che compete alle squadre manuali, invisibili) e altri due recipienti così come sono: pieni. Va via il camion, che sposta anche di qualche metro la collocazione dei cassonetti, onde evitare ulteriori storture della struttura, restano invece due ragazzi, un maschio ed una femmina. Con le mani affondate nella spazzatura hanno fatto compagnia al mezzo dell’Amica per buona parte del tempo. La macchina con le quattro frecce, loro alla ricerca di vestiti. Sono giunti con una macchina bianca, di fabbricazione tedesca e targa bulgara.

C’è da pensare che, più che i mezzi ed il carburante, alla politica servano delle mani che raccolgano quanto resta in giacenza sull’asfalto, a nutrire l’emergenza e a fagocitare gli ultimi scampoli di pulizia di un capoluogo in scacco della sporcizia. Come a conferma, dall’altra parte della strada, circa tre-quattrocento metri più avanti, dove Via De Petra s’interseca con via Luigi Einaudi (è una zona di cui abbiamo parlato spesso e che accoglie lo scheletro di un parco giochi trasformato in ectoplasmatica presenza) in uno spiazzo adibito a parcheggio a pochi passi dalla sede dell’Aci di Foggia, due side loader si incrociano. Gli autisti parcheggiano, scendano dalle rispettive cabine, si parlano in maniera concitata per qualche lunghissimo istante. Sbraitano. Ma è come se nessuno notasse che, a due metri da loro, due cassonetti strabordano di spazzatura. Quando risalgono, uno scappa in un senso ed uno nell’altro, mentre i cassonetti rimangono pieni ed intatti. Neppure dieci secondi dopo, due residenti di Via Luigi Imperati s’accostano, danno una rapida occhiata a quei mezzi i dissolvenza e scagliano con fare nervoso altre buste in terra. Proviamo, occultando la nostra identità, a brontolare, li riprendiamo. Loro rispondono per le rime e lamentano che non ci sono altre soluzioni. E indicano le sagome meccaniche dei mezzi che non ci sono più.

1. I DUE SIDE LOADER DI AMICA SI INCROCIANO IN UNO SPIAZZO DI VIA DE PETRA

CONFESERCENTI:”AUTOGESTIONE DEI RIFIUTI” – La loro è un’accusa silenziosa ma inappellabile, che fa seguito, senza clamore, a quelle lanciate, in questi giorni, da svariate associazioni cittadine. Tutte indignate e tutte identicamente convinte che l’errore sia a monte, nel sistema di gestione, nell’incapacità di chi raccoglie e di chi smaltisce, nella pochezza di un piano incosistente, piuttosto che nella mancanza di disciplina dei singoli. Proprio oggi, Carlo Simone, presidente provinciale di Confesercenti, ha lanciato un nuovo disperato appello a fare presto per scongiurare il deterioramento di una situazione ormai

2. I CASSONETTI DOPO IL PASSAGGIO DEI SIDE LOADER. NON LI HA SVUOTATI NESSUNO

al limite. La proposta dell’associazione dei negozianti è a metà strada tra proposizione e provocazione. Simone lancia infatti l’idea d’una “autogestione dei rifiuti”. Che fa il paio con l’ammissione d’inettitudine della municipalizzata di Corso del Mezzogiorno.

UN UNICO AMMASSO DI MONDEZZA – Dar torto a commercianti e popolazione è praticamente impossibile. Foggia è un unico ammasso di mondezza. E la sassaiola di martedì contro un camion dei pompieri chiamato a domare le fiamme che ardevano uno dei cassonetti della città è la prova provata di come il vandalismo abbia ceduto il passo all’organizzazione di una protesta urlata e scomposta. E mentre la politica si lancia in attestati di stima, è sufficiente un giro per le periferie per capire quanto, invece, il fenomeno sia ampio. Via Trinitapoli è un continuum di rifiuti bruciati ed un odore che colpisce dritto nei sensi. Ci vuole uno stomaco di ferro ed una grande resistenza per avvicinarsi ai cassonetti più distanti dal centro abitato. Una signora sulla sessantina, superata la lingua d’asfalto che divide il cancello del suo locale dal contenitore della spazzatura, lotta con i mucchi di piatti e di scarpe risparmiati dai roghi. In mano, un cassettino di plastica ricolmo di scarti alimentari. Ci guarda intimorita mentre scattiamo un paio di foto. Biascica qualche protesta, poi ritorna dentro.

RIONE MARTUCCI – Il panorama non cambia, anzi finisce col peggiorare, spostandoci in direzione Rione Martucci. Nel quartiere al di qua del passaggio a livello, c’è gente che sostiene di non vedere miglioramenti da almeno una settimana. “Siamo abbandonati a noi stessi”, grida in dialetto un uomo minaccioso solo all’apparenza. “Prima erano tutti qua a fare comizi, ma oggi sono tutti chiusi nelle loro stanze. E chi li ha visti più?” sbotta sua moglie che è un’insegnante in pensione. Abitano nel Rione da una vita, “da quando esiste, da quando era solo una campagna disordinata ma pulita”. La pulizia, ora, manca, ma sul disordine è cambiato poco. A confine con un campo con affaccio Poligrafico, due cassonetti restituiscono alla città mobilia varia ed eventuale, dai comodini ai tavoli. Tutto il resto del quartiere, dalle zone storiche, a quelle di nuova costruzione, è il sunto dell’abbandono. Mucchi di spazzatura giacciono miseramente dietro cancelli in ferro che richiamano alla mente promesse infinite di cantieri mai realizzati.

Villaggio artigiani (con tanto di sigle sui cartoni)

VILLAGGIO ARTIGIANI: “OBBLIGATI ALL’INDISCIPLINA” – A circa un chilometro, Villaggio Artigiani. Per un tratto della cronologia di quest’emergenza rifiuti, la zona produttiva del capoluogo ha rappresentato il punto più basso e pericoloso. Nemmeno un paio di mesi fa fu rinvenuta farina di sangue dell’Asl di Barletta. Da quel momento, sarebbe dovuto scattare il controllo serrato di istituzioni e magistratura. Invece, si è fatto a gara a chi la sparava più grossa, se le minoranze politiche o le maggiornaze governative. Con il risultato che le urla hanno a loro volta seppellito il problema, occultandolo. O, addirittura, retrocedendolo nella scala delle priorità programmatiche. Tutto, mentre Istat, Legambiente, Ispra, Svimez continuano a narrare racconti di sofferenza. Un città senza lavoro, esposta all’infiltrazione della mala, atterrita dai vandalismi che sono pane quotidiano, con un tasso di differenziata ridotto al lumicino e cervelli in fuga come non mai. “Una città dove, da 30 anni, a guadagnare sono i soli costruttori”, sentenzia Mimmo Di Gioia, Libera Foggia. Dall’imbocco della zona artigiana, fino alle casermette, dalle carceri sino alle traverse che sboccano su Via Manfredonia, è un inno alla crisi-spazzatura. Da quasi un anno, le piccole imprese invocano un piano raccolta speciale. D’altra parte, anche se in aumento, gli appartamenti sono minoranza. Ecco perché le buste non sono molte. Quel che abbonda nei cassonetti sono materiali speciali, a volte, specialissimi. Si trova traccia di bidoni in latta con fondi sporchi di oli e solventi, una marea di cartellette contenenti fatturazioni (c’è anche sovrimpresso il nome del destinatario, caso mai si volesse intervenire con certezza sanzionatoria), pezzi in plastica, alluminio ed in metallo, spesso molto ingombranti. “Prima l’Amica, poi il sindaco ci avevano assicurato che avrebbero provveduto – si lamenta un meccanico – E invece, guardati intorno”. Confessa la sua propria indisciplina, ma solo perché “da queste parti non abiamo alternative all’indisciplina”. A detta sua, “non vogliono risolvere il problema”.

CEP E MACCHIA GIALLA – Spostandosi verso la periferia Sud, lo scenario non muta. Cep e Macchia Gialla sono allo stremo, con la peggiorazione dello sverso dei cantieri che, in barba alle leggi, si adeguano a gettare il materiale di risulta all’interno del tratturo Foggia-Incoronata. Diversi cassonetti sono vuoti, ma tutt’intorno è una geremiade di sacchi e scarpe e carte e stendibancheria e vecchi zaini e ante e mobili. I vestiti sono gettati alla rinfusa. “Sono le nuove bancarelle del mercato”, si rattrista Tonino Soldo, Legambiente Foggia. Infatti, tra un bidone e l’altro, vanno aumentando le auto con targhe bulgare e

Benvenuti a Foggia, Viale degli Aviatori (St)

rumene che percorrono a velocità limitata le lingue d’asfalto ed i ragazzi africani che, da primo mattino, spingono, goffi, carrozzine caricate con bustoni gialli pieni di ogni cosa. “Quelle della mia misura le uso. Alcune le regalo ai miei amici. Altre ancora provo a venderle o a scambiarle per fare qualche soldo e poter mangiare”, ci racconta in francese un ragazzo congolese non dopo un piccola resistenza e la garanzia che non l’avremmo fotografato. Frigoriferi a frotte invece, stazionano in tutte le strade d’uscita della città. A poca distanza dall’Ipercoop, ad esempio, ce ne sono ben tre, accantonati nei pressi di un solo cassonetto. Un ragazzo, all’apparenza bulgaro o rumeno, lo sta martellando per staccarne un’anta. Chiediamo a cosa serva, ci guarda strano e fa per alzarsi. Gli s’avvicina un cane, scaccia anche lui e, placido, il quadrupede va a banchettare fra la spazzatura. Per chi arriva, Foggia comincia da qui. Per chi vi esce, vi finisce.

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VIDEO, LA CITTA’ RICOPERTA DI RIFIUTI@RR

Un giorno di maggio, a Capaci



recensione di “Giovanni Falcone” (Giacomo Bendotti, Becco Giallo 2011), da Stato Quotidiano – Macondo la città dei libri del 22 ottobre

“Non si può chiedere a un alpinista perché lo fa. Lo fa e basta”. Erano queste le parole usate da Giovanni Falcone per spiegare la sua dedizione alla causa dell’antimafia. Una dedizione dolorosa, quasi una militanza, che gli regalò in cambio anni da protetto, nella bambagia della scorta che si fa controllo, si fa cappa, si fa oppressione. Eppure, il Falcone uomo, cessato d’essere in un giorno di maggio del 1992, amava la vita almeno nella stessa misura in cui il Falcone giudice amava la causa della giustizia. Il mare di Sicilia, il pacchetto dei Toscani, l’amore per i libri e per Francesca (Morvillo, che sposa in seconde nozze del 1986 e che, con il giudice, cadrà per mano di Cosa Nostra) s’intersecavano ineluttabilmente con le inchieste, con le confessioni di Tommaso Buscetta, con le pubbliche aggressioni di Leoluca Orlando e Totò Cuffaro. Oggi, 19 anni dopo, quell’inestricabile combinazione d’eventi esce dalla storia per riassumersi in una graphic novel. Autore, Giacomo Bendotti (27enne sceneggiatore benedetto dal dono del cantastorie). Un lavoro veloce ma per nulla distratto, rigoroso ma non per questo scevro di emotività, intriso della forza propria dei sogni eretti ed infranti. Diretto, come certi pugni. Come quei cazzotti nello stomaco che t’aspetti ma che, ogni volta, mozzano il respiro giusto quell’attimo da annientare la ragione del mondo d’intorno. Essenziale e disadorno. Un lavoro così puro che non abbisogna di fronzoli. E lo capisci subito, da quel titolo che non è un titolo, ma una carta d’identità: “Giovanni Falcone”. Non serve aggiungere altro agli editori della Becco Giallo, sempre in prima linea in fatto di memoria civile. Basta questo per narrare quel che serve narrare. Bastano poche lettere per trasformare un ‘fumetto’ qualsiasi nella storia recente di una Nazione.

Una storia da cui non scampano amici e detrattori. Che furono di Falcone e che saranno di Paolo Borsellino. E, man mano che la si legge, nei tratti sicuri tracciati da Bendotti, si torna indietro, fino a quei giorni vissuti in compagnia di deflagrazioni e di sirene, pezzetti immediatamente percebili di una strategia sotterranea che doveva condurre Stato e mafia a divenire compari, compagni di banco, amici di merenda. Quell’epoca che ha segnato ineluttabilmente il volto di almeno due generazioni di cittadini, seppellito la Prima Repubblica sotto quintali di tritolo e sfregiato definitivamente il volto di un Paese, dal 1992 non sarà più lo stesso. Addirittura, non sarà più se stesso. Intimorito, frastornato, rincintrullito da quei rumori forti, dall’estetica della morte dei morti ammazzati, da immagini che sono immagini di guerra, con tanto di bombe, di stragi, azzeramento dei diritti umani. Una guerra che non è stata dichiarata ma che i suoi morti li ha già lasciati sul campo (1983, Rocco Chinnici; 1985, Nino Cassarà; 1990, Giovanni Bonsignore).

Eppure saranno Capaci e Via D’Amelio i punti di non ritorno. Saranno Capaci e Via D’Amelio, a tramutare lo strazio in indignazione e l’indignazione in sdegno. La scena finale della novel, che è la scena finale di una vita, è anche la scena finale di un’Italia che si credeva al riparo, immmune dai suoi vizi. L’ultimo fotogramma di Bendotti rappresenta la deflorazione subita dall’Italia da parte del male. Più di Portella della Ginestra, più del massacro di Reggio Emilia, più di Ustica e della stazione di Bologna, è a Capaci, in quell’ultimo fotogramma raffigurato dall’alto, che si legge l’intera biografia del nostro popolo, il cui verrà di lì a poco a Palermo.

“La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione, e avrà quindi anche una fine”, disse Falcone mentre conduceva un processo (‘il maxiprocesso’) che portò sul banco degli imputati 475 persone, 207 detenuti, 25 collaboratori di giustizia; che trasse 450 capi d’imputazione (90 omicidi) infliggendo 342 condanne, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere e multe per oltre 11 miliardi di lire. La sua morte ha potuto rallentare i lavori, ma non li ha più fermati, come non ha soppresso la Procura Nazionale da lui stesso voluta. Falcone è stato lo scoppio del motore, il suo sangue, l’olio degli ingranaggi. La macchina della Storia cammina grazie a questo.

Giacomo Bendotti, “Giovanni Falcone”, Becco Giallo 2011
Giudizio: 4 / 5 – Fratelli d’Italia

Diabolicamente, Twain

Henry Nash Smith, curatore della versione originale di Letters from the Earth, definì questo lavoro di Mark Twain, “doppiamente postumo”. Innanzitutto, perché, la pubblicazione successe di oltre mezzo secolo la morte del suo creatore, visto che Twain scomprave nel 1910 e l’opera venne edita soltanto nel 1962. In secondo luogo, perché dovette vincere le resistenze dell’unica erede del padre nobile della letteratura americana contemporanea, sua figlia Clara Clemens (i suoi quattro fratelli erano tutti deceduti prima della morte dello scrittore), combattuta tra la necessità della conoscenza e l’opportunità di scalfire l’immagine del padre. Dubbio più che comprensibile. In un ipotetica scala valoriale-letteraria, le undici epistole che compongono il libercolo, l’ultimo, di Twain, si trova esattamente agli antipodi in quanto a contenuti, ideali e plot rispetto all’innocuo Le avventure di Tom Sawyer. Quello è divertimento e spensieratezza, questo è filosofia, morale.

Ma Twain, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è Tom Sawyer. La sua narrativa è racchiusa nelle marachelle di quel guappo vagabondo. Biforcare i destini del creatore e della creatura significherebbe mortificare generazioni di rigorosi cristiani che hanno fatto delle adventures del ragazzetto motivo pedagogico, formativo. Addirittura, un modello da seguire, per quello spirito d’indipendenza che, nei suoi estremi di ribellione, riesce sempre a ricondursi a ragione. Che è ordine. La pubblicazione della bozza definitiva delle Lettere, pronta nel 1939, se pubblicata seduta stante, sarebbe rutilata rovinosamente su un intero sistema. Avrebbe posto di fronte agli Stati Uniti un mondo diverso, fatto di dissidenza e poca obbedienza, dove un elemento ribelle, una scheggia impazzita s’arroga il siritto di critica rispetto allo status quo.

E’ il 1939, nel mondo sta per scoppiare la guerra e gli Usa provano a riorganizzarsi dopo la peggior crisi economica nella storia del giovane capitalismo. Perciò, bisogna andare avanti credendo nei giusti idoli. Che sono silenziosi, non alzano troppo il capo, non soffrono d’isteria. Finisce così che le Lettere sono accantonate in un cantuccio. E anche in Italia ci arriveranno solo nel 1962, oggi recuperate grazie al prezioso lavoro di recupero della Casa editrice Piano B, titolare di una collana punzecchiante chiamata ‘la mala parte’. Il carico esplosivo restituito, cent’anni dopo la redazione da parte del narratore di Florida, resta immutato. Twain veste i pannni dell’Arcangelo Satana, cacciato via dal paradiso dalle bizze un Dio altero e presuntoso, per nulla disposto ad ammettere che si critichi il proprio creato. Per punizione, viene esiliato in Terra. Dove osserva, medita, legge. E comunica le sue impressioni agli altri arcangeli. Le sue parole, di Satana e di Twain, sono stracolme di potenziale destabilizzante. In dubbio c’è non solo la Sacra Scrittura, come parrebbe ad un’analisi apparente, ma tutto un universo morale fondato sulla religione cristiana. Satana smonta dalle fondamenta i fondamenti della storia dell’Ebraismo, deride le leggende del Vecchio Testamento, destruttura la narrazione biblica.

Con la stessa rabbia (ma forse con eccessiva ripetitività), le Lettere si fanno beffe del puritanesimo della castità e dell’Arca di Noé. Twain, forse conscio della fine vicina, incattivito dalla solitudine e dalla dimenticanza, rinchiuso nel suo pensare sarcastico e filosofeggiante, riflessivo ma spregiudicato, non usa filtri. Parla dell’Uomo e parla di Dio senza porli su piani diversi, ma come interconnessi da un rapporto di potere, il servo ed il padrone, il dominato ed il dominante, l’esecutore ed il teorizzatore. Descrive con minuzia le contraddizioni di questo rapporto, le studia, le forza. Presta la sua mano, non casualmente prorpio all’Arcangelo del male, l’unico che non abbia soggiaciuto a queste condizioni. Non lo fa per vacua mission demoniaca, né per un’avventata redenzione all’incontrario, ma perché, in Satana, si riassume il simbolo del pensiero ramingo, eremita, emarginato. Con cui condivide quasi tutti, insofferenza compresa.

Mark Twain, “Lettere dalla Terra”, Piano B 2011
Giudizio: 3 / 5 – Indignado

Maurizio Crozza 22 – Ballarò 18 ottobre 2011

Michela, da fotografa a ‘cake painter’. “Una sfida culturale”

Foggia – FINO a pochi mesi fa, prima di chiudere lo storico studio di Corso Roma, leggere alla voce ‘Michela Di Bari‘ significava rinvenirvi, di fianco, la mansione di fotografa. Una vita trascorsa dietro l’obiettivo, quella di Michela, a tirare avanti la ‘baracca’ raffinata a conduzione familiare di “Studio America”. Un mestiere che, con l’incedere degli anni e della tecnologia, va mano mano scivolando vero la denominazione non proprio protetta dell’ “altri tempi”. Con le digitali tendenti alla perfezione e l’approssimazione artistica tra professionista e dilettante (colmata dalla diffuzione di software gratuiti), meglio pensare ad altro. Specie se quell’altro è la passione di una vita, neppure troppo segreta. Anzi, per nulla tenuta nascosta.

UNA PASSIONE PRECOCE – Michela ha incominciato a lavorare sulle torte dall’età di 15 anni. Inizialmente in maniera del tutto disinteressata. Ad attrarre l’adolescente è il rito antico e sempre identico dell’impasto. Mani che si muovono, rumori di fruste e calore del forno nelle uggiose giornate di pioggia. Soprattuttto, l’attesa di ammirare il prodotto finito e di testarne la riuscita guardando l’immagine del suo lavoro attraverso lo specchio dei visi dei parenti. Sono stati loro i suoi primi avventori. Critici e promotori, ispiratori e delatori.

L’INGEGNERA DELLA DOLCERIA – Con il tempo e la maturazione di una propria consapevolezza, la culinaria s’incontra con la passione per l’arte figurativa. Michela pensa che sia giunto il momento di far ballare i sensi. L’olfatto ed il gusto, sfacciatamente corteggiati dalla vista. L’aiuta, in questo sogno ribelle, la propensione alla figurazione. Michela frequenta prima il ‘Perugini’, poi l’Accademia. A vent’anni capisce che può e deve dare un tocco in più a quelle torte già speciali. Renderle uniche. Regala l’armonia al ballo di cui sopra e partorisce le prime torte decorate. Cambia pelle Michela e la studentessa creativa e cuoca occasionale si trasforma in cake designer. “Ma – aggiunge a Stato – mi piace definirmi ed essere definita una cake painter“. Per dirla in breve, una pittrice delle torte, un’Ingegnera della cucina, chiamata ad abbinare costrutti, disegni, colori, forme, occasioni e sapori.

Torte e cup cake (composizione foto: Michela Di Bari, Foto America Foggia)

LA TORTA, QUESTA VOCAZIONE – Come ogni ‘artista’ alle prime armi, Michela non può che alimentare il suo talento nell’unico modo che il talento conosce per soddisfare la propria bramosia di crescere: coltivandolo. Studia, s’informa, supera la linea sottile che passa tra una normale cake maker ed un’innovatrice. “In questo momento capii che la mia ispirazione era tendente verso la tradizione dolciaria anglo-americana più che verso quella italiana”. Adotta come suo canone estetico la grandezza, mettendo al bando l’essenzialità. “La tradizione americana – spiega – prevede torte alte anche 12-15 centimetri, decorate e per nulla banali, con pan di spagna che non necessita di essere bagnato e che, dunque, lascia molto margine alla fantasia”. Da quel frangente, è un climax ascentente. Torte d’ogni foggia, dimensione, colore. Torte decorate a mano per intero, disegnate a pennello, torte dalla forma a scelta. Soprattutto, cosa fondamentale per lei, “mai la stessa torta”. Non soltanto perché, essendo artigianali, “non verranno mai identiche”. Ma anche perché “non eseguo mai due torte simili per forma e colore, neppure su richiesta pressante”. Le crazioni sono, insomma, uniche. Nascono dal talento e dall’inclinazione del momento.

TORTERIA – Michela ha deciso, adesso di farne un lavoro. Di farne il suo lavoro. Per carità, la fotografia resta, pur senza locazione fisica. Però, dando fondo ai rispermi, ha deciso di aprire una torteria che sarà inaugurata a breve in Via Guido D’Orso (Foggia, zona stadio Pino Zaccheria, nei pressi dell’ingresso curva Sud), verosimilmente fra il 22 ed il 29 di questo mese. Su chiamerà “Dolci, amore e fantasia”. Una decisione tosta, quella di Michela. Lei ha scelto di sfidare le convenzioni culinarie ed abitudinarie di una comunità intera mettendo in campo l’arte, ramazzando le abitudini e portando in auge ciò che, in altre parti d’Italia, già in auge è. Il suo locale, nelle intenzioni del momento, sarà una continua sorpresa, un fiume che scorrerà lento, regalando novità di tanto in tanto. Un pò museo, un pò ristorante. Qualcosa di non troppo diverso da una sala da tè artistica, dove, invece dei quadri, ci saranno montagne di foto.

CAKE POPS E CUP CAKE – “Si – confessa candida e motivata – è una sfida per me stessa e per la città, quella che lancio”. Un cambio di mentalità. Per dimostrare che, se si vuole, a Foggia si può vivere di fantasia al potere. E la fantasia della sua attività si chiamerè tisane, tè e cioccolata calda. Ma, sopratutto, di volta in volta, biscotti decorati, confetti decorati, cake pops, cup cakes. Nomi ‘forestieri’ con cui la tortaia-fotografa conta di far familiarizzare, quanto prima, l’intera cittadinanza. E, intanto, Michele già annuncia che, “ogni tanto”, regalerà “un tocco d’Oriente, con dolci di tradizione araba”. O, ancora, un tocco d’Occidente, “con dolci ereditati da altre esperienza dolciarie europee”.

CAKE SHOW, BOLOGNA – E che Michela sia brava sul serio lo dimostrano i riconoscimenti che le stanno giungendo da ogni parte d’Italia. Non soltanto i molti abbracci virtuali regalatele dal sempre più essenziale facebook, (il social network l’ha messa in contatto con una miriade di persone interessate alle sue creazioni, immortalandola nello starlet del dolce), ma anche gli inviti a manifestazioni di primissimo rilievo. La Di Bari, infatti, domani e dopodomani (15 e 16 ottobre) sarà protagonista a Bologna al “The Cake Show”, la prima fiera mercato italiana dedicata al mondo della Sugar Art e del Cake Design, evento che andrà in onda su Alice Tv, canale 416 di Sky. Michele è nel cast dello show, inserita fra i ranghi di una squadra che realizzerà, dal vivo, di fronte alle camere satellitari, la grande torta del logo dell’evento, in una piazza a pochi passi dai portici di Bologna. Un privilegio per pochissimi (tre).

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Arresti Fenice. Comunicato Comitatocontro inceneritori Foggia et al

E va bene, li hanno arrestati. Sigillito e Bove sono a casa, in custodia cautelare, arrestati come gli unici colpevoli di questo disastro ambientale chiamato Fenice. Non si può essere contenti. Non si gioisce mai di fronte ad un provvedimento d’arresto. Specie poi, se, ad esserne colpiti, sono coloro i quali, per anni, hanno avuto il compito di vigilare sulla nostra sicurezza, sulla salute.

Insomma, siamo stati traditi, noi cittadini, non già da chi avvelena, ma da chi avrebbe dovuto, con noi e per noi, evitare che questo accadesse. E tutto questo lo sapevamo già. Lo sapevamo prima che lo dicessero i giornali nazionali, lo sapevamo già prima che uscissero le carte e che uno strano incendio desse fuoco ad una parte dell’impianto melfitano. Anzi, non soltanto lo sapevamo. Ma lo dicevamo, accodandoci alle voci fortissime del Comitato Diritto alla salute di Lavello e all’associazione Ola che, insieme a quella di Maurizio Bolognetti, hanno urlato per fermare uno scandalo immane, grande così. Lo dicevamo partecipando alle manifestazioni organizzate a Lavello e a Cerignola, dove il gruppo Marcegaglia sta mettendo in atto una follia non dissimile da quella Edf. Lo dicevamo con il nostro impegno concreto, nel quotidiano, nelle mille domande rivolte a chi di dovere, nelle continue prese di posizione che ci hanno resi invisi anche a quelli che, un tempo, si proclamavano amici.

Ma c’è una cosa di cui diffidiamo: dei facili entusiasmi. Non è la prima volta che una Procura focalizza l’attenzione sull’inceneritore di Melfi. E, se già una volta (grazie anche a procuratori dai comportamenti strani), è stato silenziato tutto, il pericolo più grande è di trovarsi di fronte ad un nuovo caso di insabbiamento. I due arresti dei due dirigenti Arpa ci sembrano un contentino, un dare alla folla ciò che la folla vuole, per non andare più a fondo. Significa togliere il grasso dalla superficie mentre, all’interno, i batteri continuano ad operare, sgretolando la società civile con i denti di morte. Un dente si chiama arsenico, uno nichel, uno manganese, uno ferro, uno benzene. E se Bove e Sigillito hanno la grandissima responsabilità di aver appoggiato questo stato di cose, non possiamo fare a meno di chiederci chi, invece, queste cose le muove. E perché non cali su di loro la mannaia della giustizia con la stessa, durissima, mano con cui è caduta sui due Dirigenti regionali. Che, detto fino in fondo, sono semplicemente i capretti sacrificali dei bagordi pasquali dei mammasantissima della multinazionale francese”. “Perché, ricordiamo a chi fa festa prematuramente, di fronte agli incendi, alle carte, alle rivelazioni, persino agli arresti, l’impianto mortifero continua ad operare, imperterrito, come niente fosse. Vanificando l’idea stessa di giustizia e sacrificandola, per l’ennesima volta all’altare dell’interesse.

(Firmato: Comitato contro gli inceneritori Foggia – Acli ambiente – Anni Verdi – Verdi Ambiente Società –VAS – Legambiente, Rifondazione Comunista)

Potenza, svolta Fenice. Arrestati Sigillito e Bove. “Dati mai comunicati”

Inceneritore La fenice (pietrodommarco.it)

Potenza – Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata) e Bruno Bove (coordinatore Arpab prvincia di Potenza) sono stati appena arrestati. Si trovano ai domiciliari. Il gip di Potenza, Tiziana Petrocelli, su richiesta del pm Salvatore Colella, ha inoltre disposto il divieto, per due mesi, di ricoprire cariche direttive per l’attuale e l’ex procuratore responsabile dell’impianto, Mirco Maritano e Giovanni De Paoli.

Già alla fine di settembre erano circolate voci su avvisi di garanzia emessi sulla questione dell’inquinamento provocato dal termodistruttore La Fenice di San Nicola di Melfi. La società che gestisce l’impianto, la francese Edf, è indagata. Intanto, ieri sera, dagli schermi di Canale 5 la ministra Stefania Prestigiacomo ha promesso ricorso all’Istituto Nazionale della Sanità.

LE ACCUSE – Nel mirino degli inquirenti, quanto evidenziato tempo fa proprio da Stato. Ovvero, l’Arpab, pure essendo in possesso dei dati, ne evitava la diffusione. Non solo ai cittadini ed all’associazionismo, ma, cosa ancor più grave, agli stessi Enti del territorio. Il tutto, schermando, di fatto, le attività dell’inceneritore Edf. La Procura, anche se con notevole ritardo, ha inoltre ascritto agli imputati (avrebbe potuto farlo anni fa), il “pericoloso inquinamento” della falda acquifera sottostante l’inceneritore, alterata da metalli pesanti e componenti organiche.

DON MARCELLO COZZI, LIBERA: “ACCERTARE RESPONABILITA'” – “La magistratura ha tutti gli strumenti per andare fino in fondo e per scalare le gerarchie politiche e tecniche che hanno responsabilità a vario titolo, ma continuiamo a chiederci: quanta gente ancora in Basilicata deve rimetterci la vita prima che le istituzioni locali possano finalmente prendere coscienza che le denunce dei cittadini, in questi casi, vanno prese sul serio invece di essere tacciate di proclami allarmistici? Chiediamo di sapere quali sono gli affari che si nascondono dietro i silenzi lucani sull’avvelenamento dell’ambiente”. Lo afferma in un comunicato don Marcello Cozzi, responsabile di “Libera” Basilicata. “Il lavoro della magistratura – aggiunge – dovrà fare il suo corso ma in qualunque direzione andrà, è doveroso prendere coscienza che le persone che nel frattempo si sono ammalate o che ci hanno rimesso la vita, prima ancora di essere vittime di una malattia, vengano considerate vittime del malaffare”

RESTAINO, REGIONE BASILICATA: “SONO SERENO” – “Ho ricevuto questa mattina un invito a presentarmi al Pm in relazione ad un’inchiesta nella quale risulto essere indagato. Le ipotesi per le quali sono in corso accertamenti a mio carico riguardano la gestione operativa dell’Arpab, mentre non c’è alcun collegamento con le ipotesi di reato della vicenda Fenice. Segnatamente, si ipotizza un mio ruolo nel consigliare l’allora Direttore generale dell’Agenzia su come ottenere finanziamenti dalla Regione, nelle attività di reclutamento del personale presso la stessa Arpab e nella difesa dell’agenzia, attraverso un comunicato stampa diramato a seguito dell’audizione del Direttore generale presso la terza commissione consiliare. Nel dichiararmi assolutamente sereno anche per l’occasione di poter chiarire che mi viene offerta, esprimo piena fiducia in quanti stanno effettuando gli accertamenti per le vicende che mi riguardano e per le ipotesi più inquietanti a carico di altri, convinto che l’accertamento della verità sia un interesse superiore e comune a tutti”

LA DIFESA DI ARPAB: “ALTERAZIONI PER MESSA IN SICUREZZA” – Nel sito “Fenice” è in atto una attività di Messa In Sicurezza di Emergenza (MISE) tramite emungimento da pozzi barriera (22 pozzi serie 100). Lo rende noto in un comunicato l’Arpab (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente di Basilicata).
Nella valutazione dei dati relativi al monitoraggio delle acque sotterranee nell’area del termodistruttore – posegue la nota – non si può prescindere dal considerare i numerosi fattori che influenzano il risultato analitico stesso, quali ad esempio:
• i continui interventi di MISE influiscono modificando i flussi sotterranei; il crescente emungimento dai pozzi di MISE determina una scarsità di acqua all’interno dei pozzi P1-P9 previsti dal piano di monitoraggio con conseguente difficoltà di campionamento. Da ciò potrebbe scaturire la presenza di superamenti delle CSC dei parametri oggetto del monitoraggio nonchè la comparsa di nuovi occasionali superamenti (arsenico e 1,2,3-tricloropropano a maggio 2011, ferro e benzene a settembre 2011);
• particolare attenzione va posta nell’analisi critica dei dati che riguardano i composti volatili (tricloroetilene, tricloroetano, ecc…). Questi composti sono molto sensibili alle variazioni che subisce il sistema ad opera degli emungimenti e degli impianti pilota utilizzati per testare le tecnologie di bonifica. La variabilità della loro distribuzione nei vari punti ed i relativi valori di concentrazione non consentono di effettuare precise valutazioni;
• ovviamente solo a valle della bonifica del sito si potrà dare piena e chiara lettura dei dati provenienti dai pozzi di monitoraggio P1-P9 pubblicati sul sito istituzionale dell’Agenzia.
Tra le ulteriori considerazioni che possono essere fatte sulla complessa problematica del sito è bene evidenziare che:
1. i composti relativi al processo industriale sono monitorati;
2. tutti i superamenti delle CSC sono monitorati;
3. nuovi superamenti delle CSC si possono avere per concentrazione degli inquinanti in punti di richiamo come i pozzi;
4. nuovi superamenti delle CSC si possono avere per fenomeni di degradazione di alcuni contaminanti;
5. eventuali, improvvisi ed elevati valori potranno essere legati al particolare tipo di intervento di bonifica che si andrà a porre in essere.
Valutazioni attendibili vanno espresse paragonando ampi periodi di monitoraggio. Considerazioni aventi per riferimento periodi limitati o peggio raffronti mensili – conclude l’Arpab – sono fuorvianti e non rappresentano significativamente la reale situazione del sito contaminato.

MAZZEO: “CHIUDERE FENICE IN ATTESA DI RISCONTRI” – “In attesa di avere tutte le risposte inerente al problema inquinamento prodotto da Fenice, alla realizzazione del progetto di bonifica, che sarà solo presentato il prossimo 18 ottobre, e la messa in essere di veri e sicuri meccanismi di controllo su tutte le emissioni, è opportuno sospendere l’attività del termovalorizzatore, nel pieno rispetto delle leggi vigenti”. E’ quanto afferma il vicepresidente del Consiglio regionale, Enrico Mazzeo (Idv) in un intervento inviato oggi alla stampa locale. Mazzeo lamenta “troppe inadeguatezza degli organi tecnici, ma anche in primo luogo della politica che ha stentato e stente a controllare e prendere decisioni chiari ed efficaci. ‘L’esortazione’ del ministro dell’Ambiente ai responsabili, ai diversi livelli, per la chiusura di Edf Fenice, deve essere interpretata come una sconfitta per tutti noi, maggioranza ed opposizione. Il centro sinistra ha il dovere di arrivare a conclusioni univoche e condivise, evitando decisioni divergenti e contraddittorie, con le politiche declamate a livello nazionale”

Fenice, lo stillicidio continua. A settembre anche ferro e benzene

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Lavello (Potenza) – QUESTA volta – come se fosse la prima – si è reso necessario spingere forte sull’acceleratore per ottenere la pubblicazione dei dati relativi al monitoraggio delle acque dei pozzi a valle dell’inceneritore Fenice. Evidentemente, la pubblicazione delle ‘carte nascoste’ e l’incendio scoppiato una decina di giorni fa (c’è stata un’interrogazione parlamentare della radicale Elisabetta Zamparutti), hanno tramutato queste settimane in una pentola a pressione stracolma di acqua già bollente. Il caso Fenice è divenuto caso nazionale. Oltre all’anunciato ritorno di Striscia la Notizia, si è occupato dell’inceneritore melfitano anche il sito web del quotidiano La Repubblica. Un’inchiesta, quella di Repubblica, che non ha aggiunto nulla di sconvolgentemente nuovo, tornando a ricalcare i passi della (mala) gestione decennale di Edf. Ma anche delle reticenze di Arpab, Asl e Procure di Melfi e di Potenza e riducendo quasi a zero l’invece immane lavoro condotto sul terreno da ambientalisti e Radicali.

ECO CAPITANATA – Intanto, mentre la diffusione della notizia va avanti con insistenza, le carte pubblicate oggi da Via della Chimica confermano l’esizialità di Fenice. L’impianto continua ad inquinare a piene mani, indipendenetemente che gli scheletri emergano o meno dagli armadi. Finora, tranne il sindaco di Melfi Valvano e poche associazioni, nessuno si è spinto a chiedere il sequestro dell’inceneritore amato alla follia dalla Regione Basilicata e da svariati esponenti del Partito Democratico lucano. E si fa fatica a capire cosa si attenda oltre, stando anche il fatto che, per molto meno, nella vicina Cerignola si è chiuso Eco Capitanata, stabilimento simile, per molto meno.

METALLI PESANTI – A settembre, pur rientrando nella norma l’arsenico, si è registrato un aumento dei metalli pesanti più pericolosi: ovvero, nichel e manganese. Si tratta degli eterni ‘compagni di vita’ della popolazione del Vulture. Ma non solo, dato che, come scritto proprio dal quotidiano di Scalfari, “oltre alla zona del Vulture – Alto Bradano lucano, dove vivono circa centomila persone, l’inquinamento potrebbe toccare, se il fiume risultasse contaminato, anche le province di Foggia e Bari”. E lo fa senza dubbio. Presenza abbondante di nichel (cancerogeno ma sopratutto insistente a livello di allergie), è stata rinvenuta in sei pozzi su nove (come a luglio). Sballate le cifre dei pozzi di rilevamento numeri 3, 5, 6, 7, 8 e 9, con violazioni che sforano di oltre 15 volte il limite fissato dal D.Lgs. n.152/06. La stima più allarmante è stata quella registrata sulle acque del pozzo numero 8, dove, a fronte di un tetto massimo di 20ug/l, sono stati rilevati 308 ug/l. Non va meglio per quel che attiene il manganese. Come a luglio, cinque i pozzi contaminati (settembre: 2, 4, 5, 6, 8), con dati estremamente peggiori rispetti a quelli di due mesi fa. Prima di agosto, infatti, i ‘pozzi maledetti’ restituivano stime comprese fra i 265 e i 650 ug/l. Il mese scorso, al contrario, i nanogrammi hanno sforato (e non è comunque la prima volta, è anche andata molto peggio) quota 1000. E’ quanto si registra alla casella del sesto dei pozzi piezometrici, dove, contro un limite di 50 ug/l stabilito per legge, si quantificano 1021 nanogrammi di manganese per litro. Ovvero, oltre 20 volte in più di quanto consentito dalla già clemente normativa statale.

FERRO – Ma, come sempre, non mancano le new entry. E’ il caso del ferro, presente nei rilevamenti del mortifero pozzo numero sei, dove, anche se di poco, i livelli sforano la soglia d’attenzione (296 ug/l contro i 200 massimi previsti per legge). Si legge su Wikipedia: “Un apporto eccessivo di ferro tramite l’alimentazione è tossico perché l’eccesso di ioni ferro reagisce con i perossidi nel corpo formando radicali liberi. Finché il ferro rimane a livelli normali, i meccanismi anti-ossidanti del corpo riescono a mantenere il livello di radicali liberi sotto controllo. La dose quotidiana di ferro consigliata per un adulto è 45 milligrammi al giorno, 40 milligrammi al giorno per bambini fino a 14 anni. Un eccesso di ferro può produrre disturbi (emocromatosi); per questo l’assunzione di ferro tramite medicinali va eseguita sotto controllo medico ed in caso di oggettiva carenza di ferro”. Insomma, a tossico, è tossico, non corrono dubbi.

“SPEGNERE FENICE” – Laconico il commento del Comitato Diritto alla Salute di Lavello: “A questo punto la Provincia non ha più motivo di tenere in essere l’autorizzazione provvisoria”. Come dire: Fenice va chiusa. Tanto più perché, oltre ai metalli pesanti, persistono nelle acque valori eccedenti di alifatici clorurati cancerogeni (in particolare allarmano tricloroetilene e tetracloroetilene) e, altra novità, il benzene (pozzo numero 7). “Chi ha il potere di bloccare, sospendere, spegnere l’inceneritore lo deve fare immediatamente e senza indugio”, chiosa l’associazione lavellese. Sperando che non sia già troppo tardi per intervenire.

p.ferrante@statoquotidiano.it

FOCUS, TUTTA L’INCHIESTA FENICE DALLE PAGINE DI STATO
1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

4. Melfi, i panni sporchi di Arpab: “Giusto che Fenice chieda di bruciare di più” (Stato Quotidiano, 9 giugno 2011)
5. Fenice la rabbia del Comitato di Lavello: “Una presa in giro” (Stato Quotidiano, 14 giugno 2011)
6. Fenice avvelena ancora. A maggio riscontrato Arsenico (Stato Quotidiano, 20 giugno 2011)

7. Fenice, Comitato di Capitanata: “Clamoroso silenzio delle istituzioni” (Stato Quotidiano, 21 giugno 2011)
8. Bolognetti in tackle su Arpab: “Qualcuno blocchi Fenice”
9. L’intervista al Coordinatore Arpa di Potenza, Bruno Bove (28 giugno 2011)
10. Bolognetti contro Bove: “Se ci sono i dati, allora li tiri fuori” (4 luglio 2011)
11. La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice” (9 luglio 2011)
12. Fenice, la battaglia va avanti. Le associazioni denunciano Edf (Stato Quotidiano, 29 settembre 2011)

Maurizio Crozza 21 – Ballarò 11 ottobre 2011

Da Scampìa a Foggia, l’urlo di Don Aniello: “Di fronte all’illegalità, politica cieca”

Aniello Manganiello, a sinistra, con la professoressa Mariolina Cicerale (St)

Fggia – “Immaginate grandi viali a doppia carreggiata dominati da un palazzone costruito a forma di vela. Immaginate una struttura dove abitano centinaia di famiglie, in condizioni disumane. Immaginate una costruzione enorme, in cemento armato il cui intento era quello di riprodurre la cultura del vicolo”. Don Aniello Manganiello è costretto a fare appello all’immaginazione, all’evocazione. Sa però che quelle immagini opprimenti sono nel bagaglio visivo di tutta Italia. Compresse, forse, ma presenti. L’obiettivo è di ricrearle, di dar loro materialità visiva affinché tracimino dalla sua bocca agli occhi dei centinaia di studenti medi questa mattina presenti nell’aula magna del Liceo Classico Lanza. Ad invitarlo a parlare, per presentare il suo primo e unico libro “Gesù è più forte della camorra”, una squadra composta da Paolo Delli Carri, presidente del Forum dei Giovani e dal duo Giusi Trecca e Mariolina Cicerale rispettivamente Dirigente scolastico e docente.

L’UNICO RISCHIO E’ IL SANGUE – Don Aniello, a Scampia, c’è rimasto 16 anni (fino al 2010, prima di essere trasferito a Roma). E per tre lustri ha lottato a fianco della popolazione del quartiere napoletano, ha affiancato i ragazzi, cercando di costruir loro intorno un’impalcatura legalitaria. Ha compiuto azioni dure ed eclatanti, ha impegnato la sua personale sicurezza nella battaglia del quotidiano. Ha staccato l’acqua ai malavitosi, si è posto di traverso al monopolio economico, gli ha sottratto parti di territorio. Li ha sfidati sulla sua stessa terra. Già, perché, come tiene a sottolineare in tre distinte circostanze, “è importante avviare un processo di antimafia culturale, ma serve ancora di più prendersi dei rischi”. Poi, per non lasciare dubbi, specifica che vanno bene anche “quelli che Leonardo Sciascia chiamava professionisti dell’antimafia”, ma “per contrastare la camorre serve un passaggio ulteriore, serve il coraggio, serve il rischio. E l’unico rischio è il sangue”. Come dire, se scegli questa parte della barricata, devi essere consapevole della possibilità che qualcosa vada storto. La camorra affronta i problemi con la soppressione.

SCAMPIA, 80 MILA ABITANTI, 15 MILA PREGIUDICATI – Come quella volta che ha soppresso il sogno di un ragazzo vicino al sacerdote. “Voleva aprire un deposito di bibite, il che cozzava contro gli interessi della malavita. Così giunse il no della camorra e non se ne fece nulla”. Tutto a Scampia passa per il placet degli Scissionisti. Le attività economiche sono gestite dalla camorra, in maniera diretta o attraverso una serie di prestanome. Chi fa di testa sua, nel migliore dei casi paga il pizzo. Altrimenti è costretto a chiudere. O, in alternativa, a cedere la propria attività in maniera graduale. Un sistema che ricorre ovunque ci sia racket, dalla Puglia fino alla Sicilia, Passando per Campania, Basilicata e Calabria. Tanto per rimanaere a Sud. Fra i brividi dei ragazzi, assorti come in un film dell’orrore, don Aniello ci metta dentro le cifre. 80 mila abitanti, tasso di disoccupazione attestato al 70%, 15 mila affiliati ai o assoldati dai clan. Non c’è dunque da sorprendersi se l’80% degli abitanti adulti crede che ad incidere in positivo sullo sviiluppo del quartiere sia la mala, contro il 10% che riserva una buona parola per la Chiesa ed il restante 10 equamente spartito fra Stato e scuola. La camorra dà lavoro. Un corriere guadagna anche un migliaio di euro. Oltre ad avere, comunque, la protezione del clan.

CAMORRA: POLITICA COLPEVOLE – “Ma la camorra non è come Cosa Nostra o come la ‘ndrangheta. La camorra è frammentata, con molti interessi particolari, una miriadi di clan, gruppi, famiglie in contrasto fra di loro. Finisce così che, essendo pochi gli ambiti e tante le famiglie interessate, si giunge alla guerra”, illustra don Manganiello per spirito di chiarezza. L’importanza di comprendere il fenomeno riveste un ruolo cruciale nella prevenzione dello stesso. “E’ urgente – s’infiamma – far capire alla gente che la mafia è un boomerang, che salassa energie, che prosciuga risorse, che va a scapito della comunità”. Un’arma a doppio taglio che, comunque sia, ferisce chi crede d’impugnarlo ed invece ne è schiavo. Chiede un cambio di passo, più opposizione. Soprattutto, rivolge i suoi messaggi alle amministrazioni, alla politica. Al tavolo, il Comune di Foggia è presente nella persona di Matteo Morlino (Assessore Pubblica Istruzione) che, da un lato è stato capace di denunciare parte delle illegalità del territorio, ma, dall’altro, si è limitato a dire che, in fondo, c’è di peggio che stare a Foggia. Manganiello, però, non ha timori reverenziali. Camicia sbottonata e colletto bianco sporgente, crocifisso al collo, fissa nell’Aula Magna del Lanza un epigramma di Paolo Borsellino che, oggi come allora (quando venne citata, la frase, da Lirio Abbate e Peter Gomez, ne “I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento”), fa tremare i polsi: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. E a Foggia si sono messi d’accordo spesso, mafia e politica e, insieme ai poteri forti del mattone e della terra, hanno sparso sangue sull’asfalto. Quello del costruttore antiracket Giovanni Panunzio e dell’esattore Franco Marcone. Ma anche quello di innocenti inconsapevoli e meno innocenti coinvolti appieno nel sistema. E proprio ai governi territoriali, manganiello lancia un monito: “Come fa la gente a denunciare quando, di fronte agli abusi, chi è addetto al controllo ed alla repressione gira gli occhi dall’altra parte?”

“COMBATTETE L’INDIVIDUALISMO” – Ai ragazzi che lo interrogano, alla fine, chiede di non essere chiamato “prete anticamorra”, perché “ogni sacerdote deve essere contro la camorra, per vocazione”. Ma anche di non aver paura (e anche qui torna il giudice Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno”) e di scongirare la solitudine l’elitarismo: “L’individualismo è direttamente proporzionale alla crisi di legalità. Fate rete, mettetevi insieme, e sarete più forti”.

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