1921 – 2011. Novanta ragioni per crederci. Auguri

 

Congresso di Livorno del 1921 – Fondazione del PCI (Era venerdì anche quel giorno…)

di Antonio Gramsci

Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea (1). A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica.

La classe operaia è classe nazionale e internazionale. Essa deve porsi a capo del popolo lavoratore che lotta per emanciparsi dal giogo del capitalismo industriale e finanziario nazionalmente e internazionalmente. Il compito nazionale della classe operaia è fissato dal processo di sviluppo del capitalismo italiano e dello Stato borghese che ne è l’espressione ufficiale. Il capitalismo italiano ha conquistato il potere seguendo questa linea di sviluppo: ha soggiogato le campagne alle città industriali e ha soggiogato l’Italia centrale e meridionale al Settentrione.

La questione dei rapporti tra città e campagna si presenta nello Stato borghese italiano non solo come questione dei rapporti tra le grandi città industriali e le campagne immediatamente vincolate ad esse nella stessa regione, ma come questione dei rapporti tra una parte del territorio nazionale e un’altra parte assolutamente distinta e caratterizzata da note sue particolari. Il capitalismo esercita così il suo sfruttamento e il suo predominio: nella fabbrica direttamente sulla classe operaia; nello Stato sui più larghi strati del popolo lavoratore italiano formato di contadini poveri e semiproletari.

E certo che solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale; è certo che solo la classe operaia può condurre a termine il laborioso sforzo di unificazione iniziatosi col Risorgimento. La borghesia ha unificato territorialmente il popolo italiano; la classe operaia ha il compito di portare a termine l’opera della borghesia, ha il compito di unificare economicamente e spiritualmente il popolo italiano.

Ciò può avvenire solo spezzando la macchina attuale dello Stato borghese, che è costruita su una sovrapposizione gerarchica del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive della nazione; questo rivolgimento non può avvenire che per lo sforzo rivoluzionario della classe operaia direttamente soggiogata al capitalismo, non può avvenire che a Milano, a Torino, a Bologna, nelle grandi città da cui partono i milioni di fili che costituiscono il sistema di dominio del capitalismo industriale e bancario su tutte le forze produttive del paese.

In Italia, per la configurazione particolare della sua struttura economica e politica, non solo è vero che la classe operaia, emancipandosi, emanciperà tutte le altre classi oppresse e sfruttate, ma è anche vero che queste altre classi non riusciranno mai a emanciparsi se non alleandosi strettamente alla classe operaia e mantenendo permanente questa alleanza, anche attraverso le più dure sofferenze e le più crudeli prove. Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale borghese (forma legale del predominio del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore.

I riformisti portano come «esemplare» il socialismo reggiano, vorrebbero far credere che tutta l’Italia e tutto il mondo può diventare una sola grande Reggio Emilia. La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud per abbattere lo Stato borghese, per fondare lo Stato degli operai e contadini, per costruire un nuovo apparecchio di produzione industriale che serva ai bisogni dell’agricoltura, che serva a industrializzare l’arretrata agricoltura italiana e a elevare quindi il livello del benessere nazionale a profitto delle classi lavoratrici.

 

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Non ditelo a Ruby…

Foggia, Viale Fortore, 17 gennaio 2011

Lezioni di Storia (rec. “Lezioni sul Novecento”, P. Scoppola, Laterza 2010)

Esistono i millantatori, ed esistono gli storici. Pietro Scoppola è uno di quelli che non vorresti morisse mai come portatore sano, sanissimo, di una dose estrema di verità, lucidità, passione. Quando, nel 2007, è entrato anche lui nella schiera di coloro cui ha dedicato una vita intera, gli studi storico-politici del nostro paese hanno, di colpo, subito il colpo. Perché Scoppola non era capace di ripetere, per due volte, lo stesso discorso. O, per la precisione, sottendeva, a discorso diverso, ideali e valori identici.

Scoppola era un docente universitario talmente umano da sembrare un nonno. Con l’austerità di un nonno, il rispetto di un nonno, la saggezza di un nonno. Giudicava e non sbagliava. Scoppola non era semplicemente uno studioso, ma una traccia di memoria nel mezzo del revisionismo andante suonato dall’orchestra di Piazza Della Loggia, della sinfonica della Stazione di Bologna, dal trio di Ustica ed il duo del Moby Prince.

Ecco perché, recuperare Pietro Scoppola, le sue bacchettate ai colleghi, ai politici, ai partiti, ma anche quelle inferte ai semplificatori della verità (a coloro, per dire, che da un giorno all’altro derubricavano le formazioni politiche dalla Resistenza a vecchiume da spazzar via i da accantonare sotto i tappeti) è, oggi, un atto di piccola resistenza quotidiana. L’ha fatto, ad esempio, la casa editrice Laterza appena l’anno scorso. Riprendendo alcune lezioni tenute dallo storico nella Sala Aldo Moro della Sapienza di Roma, ha rimesso in circolazione quei batteri positivi di cui Scoppola ha infettato muri, pareti, banchi. Nasce così “Lezioni di Storia” (Laterza 2009). Come l’attività normale di uno studente fuori corso, con una sbobinatura.

Bastano poche pagine per rendersi conto che si tratta dello Scoppola migliore, quello che, a contatto con i giovani, nell’emergenza di non far svanire nelle nebbie del nulla i valori democraticamente più puri, sferza il revisionismo ed i revisionisti. Falsi maestri della Storia, in effetti protagonisti politicamente interessati. Perché se è vero che la Storia, e soprattutto certa Storia (leggi antifascismo, leggi resistenza, leggi Costituzione, leggi movimenti contadini ed operai, leggi stragi di Stato) non ha mai avuto bisogno di fare il tagliando per testarne la verità, è pur vero che di meccanici che l’hanno intesa smontare e rimontare, motore al contrario e trazione invertita, ci sono stati. Eccome. Scoppola, come Galilei, li cita, li scandaglia, li squassa. Senza boria, senza paroloni, senza additarli. Scoppola non fa nulla, non si serve della confusione o di alchimie revansciste, né di furori di piazza o di baracca. Solo, lascia intuire. E, nell’intuizione, lascia capire.

Nelle sue parole, e tra le pagine, si materializzano gli elementi chiave del Novecento.

La lezione su “Identità nazionale e Resistenza” è un galateo italico, l’epifania di quel che dovrebbe essere l’Italiano ma che l’Italiano non è, perso fra velinismi, giustizialismi infiniti e dibattimenti velleitari.

Quella su “Costituzione e Costituente” l’abbecedario della contemporaneità, il modello in base al quale intagliare la società dell’oggi (ma qualcuno l’ha smarrito). È qui che Scoppola raggiunge il suo apice, intavola l’esegesi della democrazia leggendo fra gli anfratti dell’antifascismo. È qui che smitizza chi, a torto, si è automitizzato: abbatte senza remore morali quanti hanno letto la Resistenza in virtù di un interesse di parte, di una semplice e crudele resa dei conti personale. Ne fa non solo un momento, pur esistente, di lotta civile, ma il trait d’union fra l’esperienza bellica agli sgoccioli e la stesura della Carta Costituzionale. Lo interpreta, aulicamente, come “momento morale” e associa la fase armata a quella non violenta.

Nelle pagine sulla “Tradizione marxista e doppiezza comunista”, esalta Antonio Gramsci (che considera la “parte originale” della fazione comunista italiana), interpreta i dubbi di Togliatti (doppio sì, ma vero artefice della democrazia), ridimensiona il Partito Socialista; come in quelle su “La Democrazia Cristiana” non può esimersi dal criticare l’assuefazione di una parte del mondo scudo crociato alla Chiesa (senza generalizzare l’esperienza collettiva, sostanzialmente più laica che clericale).

Infine, giunge all’oggi, all’attacco berlusconiano alle istituzioni, allo smantellamento della Costituzione, alla Lega secessionista ed a un centrodestra confuso che confonde ed ipnotizza un’intera generazione di elettori dimentichi di ben altre esperienze politiche.

Strano a dirsi, perché forse non era suo intento: ma leggendo Scoppola viene quasi il magone per la Prima Repubblica.

Pietro Scoppola, “Lezioni sul Novecento”, Laterza 2010

Giudizio: 4 / 5 – Eterno

Nicola ricorda Lorenzo. La vittoria dei semplici

La seguente lettera è una risposta al mio articolo. Credo sia importante riportarla integralmente. Non perché esplichi qualcosa di nuovo e di inedito sulla vita di Lorenzo. Ma soltanto per il grado di tenerezza infinita e di bene fraterno di cui si fa portatrice. Chi la scrive è Nicola, un “collega” di Lorenzo Pinto. Si rivolge, da macchinista, ad altri macchinisti. I maiuscoli sono tutti i suoi. Io, da parte mia, non posso che essere con lui, anche non conoscendolo di persona. Grazie Nicola, COMPAGNO, AMICO lontano.

Cari colleghi,compagni,la tragedia appena verificatasi (la scomparsa del macc.LORENZO PINTO)
Ci porta bruscamente alla realta’ della durezza della vita ,ma ancor di piu’ ci
Fa riflettere di quanto le persone,una volta che non ci sono piu’,
lasciano dei vuoti incolmabili.
Lorenzo oltre a essere un collega era un COMPAGNO,un amico e molto
spesso un tramite tra colleghi e dirigenza – colleghi e sindacato ,esponendosi sempre in 1’persona,un Uomo che non dimenticava mai,come spesso facciamo quasi tutti ,i problemi delle altre persone (della societa’) anche non ferrovieri; anzi ci faceva notare che nonostante tutte le difficolta’della nostra categoria eravamo fortunati ad avere un lavoro, uno stipendio una pensione al contrario di altri ,soprattutto giovani,che avevano delle serie difficolta’a sbarcare il lunaraio, e potevamo cosi utilizzare il tempo per esprimere le nostre idee.
Era una persona che cercava di tenere unita una categoria oramai ridotta
al qualunquismo ,nessuno di noi puo’negare le mail che inviava ai macchinisti con l’invito a farle girare.
Ci teneva informati delle linee sindacali,ci faceva partecipi delle sue idee,
non giudicava mai,rifacendomi a una canzone di Rino Gaetano,mai niente e nessuno senza prima averlo visto o sentito.
Penso che questa sia una grande strada che ci ha indicato, percio’ compagni ,colleghi perche’ il suo esempio non cada nel nulla continuiamo il suo lavoro ,siamo uniti scambiamoci informazioni,pensieri e soprattutto sentiamoci uniti come il nostro compagno Lorenzo ci sentiva.
Concludo,penso,non sbagliando firmando questi pensieri non con un solo nome ma con: TUTTI I TUOI COMPAGNI MACCHINISTI
e con una frase che tu dicevi sempre:
GUAGLIU’ VI VOGLIO BENE

Ciao Lorenzo

Grazie, camerata Letizia

 

Fn. Ma non sono fascisti, però...

Si chiama corto circuito. Senza trasposizioni semantiche. Ovvero: una connessione a bassa resistenza fra due elementi di un circuito elettrico. È quanto accaduto nell’intera Milano morattiana.

La bassa resistenza è quella della politica. Un ameba informe dalla testa berlusconiana, dal corpo craxiano e dal ventre fascista.

I due elementi, la ragione e la degenerazione. Il circuito la democrazia.

Corto circuito. Costo: 20 mila euro. Circa. Tanto, infatti, è il valore del locale assegnato in Corso Buenos Ayres, previa presentazione di richiesta, all’associazione Forza Nuova. “Associazione culturale e sociale senza scopo di lucro”.

Associazione?

Culturale?

Lucro?

L’annebbiamento della memoria, la rottura degli argini di quel buon senso che, caduto Tambroni, ha consentito di dribblare azioni provocatorie, oltraggi alla memoria, sputi ciamurrotici sulle polaroid ingiallite della Resistenza.

Ma il politicante che tutto può e tutto deve, il notaio delle decisioni, il ratificatore delle regole senza morale, il lacchè delle carte bollate, imbelle esecutore mandatario di uno sciatto presente inzuppato nel nulla ideologico e valoriale, non distingue. Esegue. E lo fa con la nonchalance del finto ragionevole, come fosse il depositario di un qualche codice fatato e segreto, scrigno di segni e di simboli.

Le gare pubbliche il suo punto di vista, l’appalto la conditio sine qua non del respiro. Che sia tutto, se tutto deve essere. Buono o luceferino. Ma che sia documentato.

Nel corto circuito della ragione, si fa festa. Un corteo di cortigiani incartati di nero e testa rapata. Nella camera del delitto, quella tolta alla comunità (Medaglia d’Oro per la Resistenza e sede della grande insurrezione finale che capvolse il Ventennio nazifascista) ed assegnata, per soldi, per la giustizia della burocrazia, per l’imperium delle graduatorie, ad un manipolo di xenofobi da far accapponar la pelle del collo di zio Adolfo, i camerati meneghini si riuniranno, annunciano, “per una festa fino a notte fonda”.

Sì.

La notte della ragione. Una notte talmente buia da far rimbombare, di stella in stella, di lacrima di pioggia in lacrima di pioggia, di gocciolina di nebbia in gocciolina di nebbia, le parole auto celebrative del Camerata Marco Mantovani. Lui, che di Fn è il portavoce (si son dati anche una struttura interna in barba a tutte le regole, ma quelle buone), tiene ad ammantarsi di verginità innocente. Già. Perché lui non è un autonomo, uno studente sfigato, un ricercatore, un cassintegrato, un disoccupato con figli sul groppone, una babysitter in nero, una badante stesa in terra sotto gli occhi della gente.

Non sia mai detto.

Non c’è da scherzare.

“Noi non abbiamo l’abitudine di occupare illegalmente gli spazi”.

“Noi”.

Loro.

Infatti. Hanno sempre preferito sgombrarli quegli spazi. A forza di botte.

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