Tutti i panni sporchi di Arpab: “Chi non è con noi è uno spione!”

Inceneritore La fenice (pietrodommarco.it)

Foggia – E non è finita qui. La vicenda Fenice riesce sempre a regalare nuove perle ed incredibili risvolti. Ping pong da un campo all’altro. Ovvero, dalla bugia alla formalità, scavalcando la rete della verità. Martedì (7 giugno), si è tenuto a Potenza un incontro presso la sede dell’Arpa Basilicata. Un incontro interlocutorio che avrebbe, di fatto, dovuto far luce sul futuro dell’ambiente lucano, sui dati mancanti. Squarciare, insomma, il velo di mistero che avvolge buona parte dell’operato della società che gestisce il termovalorizzatore operante all’interno dell’indotto della Sata di Melfi.

DIRITTI E DOVERI – Come sempre, un vacuo blaterare. Nessuna soluzione, nessuna proposta, nessuna forma di risoluzione delle problematiche. Piuttosto, tra le parti, un gelo che, ossimoricamente, è quanto mai arroventato. I rapporti sono tesi. Da un lato, l’Agenzia per il controllo dell’Ambiente che dovrebbe vigilare e non vigila, legata a doppio mandato con l’Edf. Il quadro è chiaro. Dopo la speranza che il cambio al vertice (a gennaio, da Vincenzo Sigillito a Raffaele Vita) potesse produrre qualche schiarimento nel cielo plumbeo dell’incenerimento, è sopraggiunta la desolazione di una continuità imbarazzante. Anche perché chi comanda le fila dell’Arpab è Bruno Bove, potentissimo Coordinatore provinciale, uomo onnipresente e tentacolare, uno di quelli che con Fenice ci va a braccetto. E non da oggi. Nei suoi poteri, c’è il monitoraggio sui pozzi di emungimento per il controllo della qualità delle acque che, attraverso falda, scaricano nell’Ofanto.

Tra i suoi doveri, al contrario, l’obbligo di capire. Ad esempio, come mai ci sia almeno un pozzo essiccato (su cui, dunque, non è possibile campionare i dati). Quali sono le ragioni di questa anomalia? E perché non è stato mai segnalato il problema? Sta all’Arpa, inoltre, spiegare che fine abbiamo fatto i dati del monitoraggio dei pozzi nel periodo compreso fra 2000 e 2006. Sei anni di silenzio e, per bocca dell’ex direttore Arpab Sigillito – e dello stesso Bove – sei anni in cui, senza limiti, Fenice ha inquinato a spron battuto sapendo di inquinare e violando molti dei limiti imposti allo smaltimento, accogliendo senza controllo tonnellate di materiali pericolosi proveninenti da ogni parte d’Europa.

CONTROLLO POZZI: SEMPRE PEGGIO – Martedì, piuttosto che spiegare queste cose, l’Arpa ha cercato di rasserenare gli animi sulla giustezza della strategia d’incenerimento. E soprattutto, è stato Bove a lavorare ai fianchi del ragionamento per modellare il pensiero degli astanti. Bove non ha usato mezze misure, ha scansato il dito dietro cui si è ricoperto per anni ed ha ammesso che “Fenice è un punto importante dello smaltimento dei rifiuti in Basilicata”. Liet motiv usurante. La strategia va avanti: negare la ricaduta sull’ambiente e difendere ad oltranza l’operato del termodistruttore lucano. Malgrado i dati di marzo sul monitoraggio dei pozzi (da pochissimi giorni resi pubblici) parlino chiaro e confermino un preoccupante livello, nell’acqua, di nickel e manganese. Metalli pesanti. L’uno e l’altro cause accertate di malattie degenerative per l’organismo umano. Provocano non soltanto tumori, ma anche infezioni, allergie, morbi (esempio il manganese è una delle principali cause del parkinson).

SINDROME NIMBY? – Malattie vere, dunque. Il tutto, mentre Bove calcava la mano sulla sindrome Nimby (acronimo di not in my backyard), come motivo principe della mancata differenziata in Basilicata e concentramento della spazzatura nei forni crematori dello stabilimento dell’Edf. Edf che, come scritto da Stato, ha domandato, malgrado le palesi violazioni dei limiti e dei controlli, addirittura l’aumento di possibilità d’incenerimento di uno dei due forni. Richiesta insolita. Se si pensa che, già in questo momento, i valori di alcuni metalli oltrepassano finanche i limiti previsti per legge.

BOLOGNETTI: “PER LORO CHI DENUNCIA E’ UNA SPIA” – Ed anche sull’aumento l’Arpab fa finta di niente. Bove ha anzi implicitamente ammesso che non si può impedire a Fenice di espandere la capacità crematoria ed accusato chiunque vi si opponga – primo fra tutti Maurizio Bolognetti, esponente della Direzione Nazionale dei radicali – di essere una “spia”. Bolognetti non ha tenuto l’offesa. E, commentando l’incontro, ha risposto per le rime, anche se a posteriori, al Coordinatore dell’Arpab. “Ho provato la sgradevole sensazione di trovarmi di fronte ad una mera operazione di marketing, tesa a migliorare la disastrata immagine dell’agenzia regionale per l’ambiente dopo la famigerata gestione Sigillito”, scrive a Stato. Peggio: “Più uno specchietto per le allodole che una reale volontà di confrontarsi con cittadini e associazioni”. Tutta un montatura, dunque? Parrebbe di sì. La strategia dell’Arpab è da rivergination. Una ricreazione imenea che, tuttavia, non si addice ad un uomo scaltro e scafato come Bove. Bolognetti lo sa, ne è conscio. Ma sa anche che lo scontro cruento, in questo momento, causerebbe più danni che benefici. In ogni caso, il suo onito è evidente: “Bove e soci, anziché perdersi in valutazioni politiche e in aggressioni a chi rivendica conoscenza e trasparenza, farebbero bene a limitarsi a parlare dei monitoraggi effettuati, di reagenti e dei monitoraggi che non ci sono stati”. Di più: “Da mesi chiediamo di accrescere il tasso di trasparenza dell’Agenzia e di mettere tutti i documenti inerenti la vicenda Fenice sul sito dell’Arpa Basilicata. Da mesi, ascoltiamo un monotono refrain: “occorre tempo”. E’ proprio così difficile – si chiede Bolognetti – caricare on-line i verbali delle conferenze di servizio, le analisi di rischio e i piani di caratterizzazione?” Risposta: “Francamente, risulta difficile crederlo”.

LAVELLO – Il tutto mentre, per le strade di Lavello, è apparso un camion, di quelli utilizzati per diffondere le pubblicità, con una gigantografia di un manifesto funebre. “Grazie Fenice. Dacci oggi il nostro cancro quotidiano”, la scritta. La manifestazione di dissenso, ispirata dal comitato Diritto alla Salute del centro del Vulture-melfese, ha fatto da cornice (e da prodromo) all’evento potentino.

L’AUDIO (grazie a Maurizio Bolognetti) – Incontro in Fenice. Bove: \”Spione\”

p.ferrante@statoquotidiano.it

FOCUS, GLI ARTICOLI DI STATO – 1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

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1921 – 2011. Novanta ragioni per crederci. Auguri

 

Congresso di Livorno del 1921 – Fondazione del PCI (Era venerdì anche quel giorno…)

di Antonio Gramsci

Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea (1). A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica.

La classe operaia è classe nazionale e internazionale. Essa deve porsi a capo del popolo lavoratore che lotta per emanciparsi dal giogo del capitalismo industriale e finanziario nazionalmente e internazionalmente. Il compito nazionale della classe operaia è fissato dal processo di sviluppo del capitalismo italiano e dello Stato borghese che ne è l’espressione ufficiale. Il capitalismo italiano ha conquistato il potere seguendo questa linea di sviluppo: ha soggiogato le campagne alle città industriali e ha soggiogato l’Italia centrale e meridionale al Settentrione.

La questione dei rapporti tra città e campagna si presenta nello Stato borghese italiano non solo come questione dei rapporti tra le grandi città industriali e le campagne immediatamente vincolate ad esse nella stessa regione, ma come questione dei rapporti tra una parte del territorio nazionale e un’altra parte assolutamente distinta e caratterizzata da note sue particolari. Il capitalismo esercita così il suo sfruttamento e il suo predominio: nella fabbrica direttamente sulla classe operaia; nello Stato sui più larghi strati del popolo lavoratore italiano formato di contadini poveri e semiproletari.

E certo che solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale; è certo che solo la classe operaia può condurre a termine il laborioso sforzo di unificazione iniziatosi col Risorgimento. La borghesia ha unificato territorialmente il popolo italiano; la classe operaia ha il compito di portare a termine l’opera della borghesia, ha il compito di unificare economicamente e spiritualmente il popolo italiano.

Ciò può avvenire solo spezzando la macchina attuale dello Stato borghese, che è costruita su una sovrapposizione gerarchica del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive della nazione; questo rivolgimento non può avvenire che per lo sforzo rivoluzionario della classe operaia direttamente soggiogata al capitalismo, non può avvenire che a Milano, a Torino, a Bologna, nelle grandi città da cui partono i milioni di fili che costituiscono il sistema di dominio del capitalismo industriale e bancario su tutte le forze produttive del paese.

In Italia, per la configurazione particolare della sua struttura economica e politica, non solo è vero che la classe operaia, emancipandosi, emanciperà tutte le altre classi oppresse e sfruttate, ma è anche vero che queste altre classi non riusciranno mai a emanciparsi se non alleandosi strettamente alla classe operaia e mantenendo permanente questa alleanza, anche attraverso le più dure sofferenze e le più crudeli prove. Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale borghese (forma legale del predominio del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore.

I riformisti portano come «esemplare» il socialismo reggiano, vorrebbero far credere che tutta l’Italia e tutto il mondo può diventare una sola grande Reggio Emilia. La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l’emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l’emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l’alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud per abbattere lo Stato borghese, per fondare lo Stato degli operai e contadini, per costruire un nuovo apparecchio di produzione industriale che serva ai bisogni dell’agricoltura, che serva a industrializzare l’arretrata agricoltura italiana e a elevare quindi il livello del benessere nazionale a profitto delle classi lavoratrici.

 

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