Maurizio Crozza 6 – Ballarò 22 marzo 2011

Dicevano che era colpa degli immigrati… Ed invece la metafora foggiana sono i cassonetti bruciati

I cassonetti in Via Montegrappa

Basta una notte di illegittima follia, come tante nel capoluogo, ma più forte, più estrema, più eclatante, per sfregiare il volto di una città per più giorni. Basta un pizzico di euforia, una stilla di entusiasmo, un tappo di spumante che salta più in alto del necessario ed ecco sciogliersi la maschera lenitiva di una comunità apparentemente pacifica.

Da una settimana giacciono nei quartieri limitrofi alla stazione ferroviaria. Quello praticamente commutato in una sorta di cimitero a cielo aperto. Morti ammazzati e morti incidentati, occasionali corto circuiti del software capitalista e globalizzato. Ma, questa volta, non si tratta di cadaveri, di morti violenti o accidentali. Questa volta parliamo dei cassonetti della spazzatura.

Associazione forse spiritosa, ma da quelle scatole di plastica si può dedurre molto della società che ne usufruisce. Molto del grado di evoluzione civica e civile, nell’età del rifiuto perenne ed emergenziale, passa per la compostezza (o meno) del deposito del sacchetto. Dove c’è ordine, solitamente, c’è un senso civico ed un rispetto della collettività maggiore a fronte di un contesto in cui, indifferenziatamente, le buste finiscono un po’ dove il genio fantasioso del momento detta. Plastica nel vetro, vetro nella carta, carta nell’organico (che, per inciso, a Foggia neppure esiste come categoria a se stante), organico, di solito, a terra, insieme a divani, televisori, cartoni di varia risma e cromia.

E, come se tutto ciò non bastasse, come se il panorama determinato da una raccolta singhiozzante non fosse ancora abbastanza e l’odore che, a targhe alterne, circola nell’autostrada dell’aria foggiana procedendo a zaffate, solo un contorno folkloristico, ci si mette anche il fuoco. Che a volte purifica, altre volte meno.

Già, perché l’emergenza-botti echeggiava di bocca in bocca in quel di Napoli e più su, nelle stanze delle leve romane. E poi, per non essere da meno della città del sole, finisce che anche a Foggia ci si ritrovi con i roghi di fine anno. Falò mondezzari poco gloriosi e men che mai piaceoli all’olfatto. Invasioni fastidiose per gli occhi e forse non ancora troppo per la morale.

In Via Montegrappa, 50 metri dalla sede della Sita e 30 dall’ex sede dell’Inam, i cassonetti della spazzatura bruciati sono ben tre. Di immondizia nessuna traccia. Raccolta, Eppure il nero che ne ottenebra il giallino naturale rimembra alla memoria che anche da queste parti l’esagerazione è d’obbligo e che, in ogni caso, meglio non sostituire il vecchio cassonetto con il nuovo. Implicito: non ne vale la pena. Fatto sta che ormai il contenitore dell’indifferenziata è tutto sformato e lascia una fastidiosa traccia di fuligine sulle mani. Non viene da toccarlo e chi deposita i sacchetti se ne tiene a distanza di sicurezza. Allunga la gamba, corpo indietro e lancio dritto dentro.

Eppure è come se al peggio non ci fosse mai fine. Basta spostarsi di poco, lungo un percorso di miccette esplose, cartacce svolazzanti e bengala usati. Giusto nel cuore della Foggia interculturale, tra bazar cinesi e suq pachistani, odore di kebab e salse orientali, nel tratto di strada in cui Via Podgora impatta contro Via Piave (siamo ancora nel cuore del quartiere della stazione ma ad un tiro di schioppo dalla Villa Comunale), lo spettacolo attanaglia lo stomaco. Qui i cassonetti arsi sono due, di quelli verdi in plastica. Piatto facile per i denti acuminati e bollenti dei botti festosi.

Via Podgora angolo Via Piave

Come candele, si sono squagliati, consumati, accovacciati molto poco poeticamente su stessi. Tutto il contenuto di buste (ormai rotte, a loro volta sciolte dal calore) si è riversato in strada. Il marciapiede alle spalle, è inservibile. Una parte della carreggiata per le auto è invasa dagli scarti umani. Sono giorni che nessuno interviene.

Chiediamo ai negozianti. Qualcuno glissa, nessuno vuole apparire. Ma tutti lamentano la situazione. Molti di loro, nella sera di Capodanno, sono stati aperti. “I nostri clienti sono quasi tutti italiani – ammette uno di loro a Stato”. Eppure “questa parte è dimenticata e continuano a considerarci la causa di questa sporcizia”. La mentalità dominante, in effetti, circola frequente tra i foggiani. Il tam tam atavico dell’ “hanno fatto chiudere tutti i negozi italiani”. Ma la realtà storica parla di soldi versati in contanti agli ex gestori. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice.

Fatto sta che, quel che era una delle zone maggiormente curate e più considerate del capoluogo, pur mantenendo, anche se in forme diverse, la connotazione di centro economico (non si vendono più giocattoli ma bigiotteria, non più computer ma accorciacapelli, non più pizza e panini ma kebab) oggi è letteramente abbandonata a se stessa. Come fosse un’entità a parte.

I cassonetti bruciati, da giorni in terra con tutta la sporcizia ne sono la metafora più eclatante. Una metafora che, questi nuovi commercianti venuti da lontano, subiscono.

in prima-Stato Quotidiano. Link: http://www.statoquotidiano.it/06/01/2011/cassonetti-arsi-da-una-settimana-e-mai-rimossi-metafora-di-una-citta/39915/

Le menzogne del potere contro sè stesso. Wikileaks parla di Marracino

Il re è nudo ed è costretto a prestare alla verità il suo fianco debole. Anche se, facendolo, paradossalmente mostra il suo volto più spietato e crudo. Insabbiamenti, silenzi, normalizzazioni forzate. Come nel bel mezzo della guerra fredda, occorre edulcorare le conseguenze per giustificare le scelte che ad esse portano.
Chermes la femme. Il neo è allo scoperto. E, a metterlo in mostra, ci ha pensato ancora una volta il vituperatissimo Wikileaks.

Shot!

LA VERSIONE UFFICIALE – La storia di Salvatore Marracino, 28 anni, sanseverese, parà della Folgore di stanza in Iraq, sembrava essersi definitivamente chiusa con l’allestimento immediato di una versione ufficiale. “Fatalità” fu il termine usato allora per porre il lucchetto alla questione. Un’allora che risale al 15 marzo 2005. Durante un’esercitazione, Marracino, si sparò accidentalmente in faccia. Morendo sul colpo. Sfortuna e fatalità. Sembrava solo una coincidenza macabra, la sincronia fra l’ostruirsi della canna della sua pistola, ed il colpo che parte. Ed invece, cinque anni dopo, emerge una nuova testimonianza che rischia di mettere in discussione la ricostruzione. Diciamolo in italiano: per un lustro si è portata avanti una menzogna. Una perversione atroce e controproducente. È da brividi, alla luce di quanto emerge ora, leggere le dichiarazioni di Marco Follini, a quel tempo vicepresidente del Consiglio, sponda Udc, oggi traslocato, armi e bagagli, nel Pd: “Marracino è morto tentando di risolvere un inceppamento della sua arma”. Nel migliore dei casi, una delle cariche più alte del Paese di appartenenza del soldato defunto era stato tenuto all’oscuro delle cause della morte di un soldato in missione ufficiale. Nel peggiore, Follini ha mentito sapendo di mentire.

IL RAPPORTO – Ed allor va la pena di leggerlo il documento sputtanato in faccia a governi e gente di poca fede dal sito americano. Si tratta di un rapporto americano dello stesso 15 marzo, ovviamente top secret. Registra che “alle ore 13, un (militare italiano) stava prendendo parte a un’esercitazione di tiro a Nassirya. È stato accidentalmente colpito (alla testa)”. Stando così i fatti, ci sono pochi dubbi che ad ammazzare il giovane sanseverese sia stato il fuoco amico. Tuttavia, a causa di molti omissis, mancano ulteriori precisazioni. Rimangono i passaggi successivi: il trasferimento del ferito al campo e poi in ospedale. E, soprattutto, la classificazione dell’accaduto “come incidente”. Insomma, nessun colpevole.

Mah

I DUBBI – Ma che qualche dubbio si nutrisse in ambito militare, lo testimonia l’inchiesta avviata, a 48 ore dalla morte di Marracino, dal Procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, non del tutto convinto delle dinamiche dell’ “incidente”. Troppa, innanzitutto, l’esperienza del parà della Folgore, per credere che si rivolgesse contro il volto un’arma inceppata. Impegnato in missioni militari operative all’estero (Kosovo ed Afghanistan) da quasi dieci anni. E strana, inoltre, la ferita. L’autopsia, affidata a Vittorio Fineschi, direttore della scuola di specializzazione in medicina legale dell’Università di Foggia, accertò che il colpo fosse non al di sotto dello zigomo (come inizialmente confermato da fonti militari e come sarebbe normale alla luce della posizione assunta dal militare nel controllare la canna), ma all’altezza della fronte.

LA MAMMA – Ma insinuarono qualche interrogativo anche le parole pronunciate dalla mamma di Marracino, Maria Luigia Grosso, che, in occasione dei funerali di Stato riservati al figlio, pretese che fossero rischiarate le zone d’ombra. Maria Luigia che, oggi, intervistata dall’Ansa, torna a ribadire il fatto che, per anni, alla famiglia è stata concessa una sola verità. Ovvero, quella ufficiale. Che, paradossalmente, è quella probabilmente falsa.

Eroi oppure esaltati?

 

nassirya2 

Sei morti in Afghanistan. Si, morti. Perchè la morte non ha bandiera. Non sono morti militari, non sono morti italiani. L’esistenza di una persona in carne ed ossa puoi misurarla servendoti delle scale, dei paramentri, degli standard. Così le dai un mestiere, una nazionalità, una cittadinanza. Con i morti non puoi farlo. Al massimo, puoi dargli sepoltura. Sono morti degli esseri, dei corpi. Sono morti dei piedi, delle mani, degli occhi, dei cervelli. Forse, non so, dei cuori. Sono morti come sono morti tanti altri. Di quella che i professori a scuola, spiegagandoci la Commedia dell’Alighieri, ci hanno obbligato a definire “morte violenta”. Ho sempre cercato di trovare una morte che non sia violenta. Perchè violenza è ciò che porta cambiamenti. La morte è comunque una violenza. Non trapasso. Non decesso. Morte.

E allora, davanti a queste categorie; dinanzi a questa esaltazione smasmodica e squillante di una morte normale e cercata, mi fermo, mi domando e dico. Ma i militari italiani facenti parte delle truppe OCCUPANTI in Afghanistan, avessero fatto i pescivendoli, sarebbero morti? E se fossero morti da operai, da braccianti, da stagnini, investiti da un’auto mentre erano al lavoro, sarebbero diventati eroi comunque? I giornali avrebbero dedicato loro 13 pagine? Li avrebbero celebrati? sarebbero andati alla ricerca delle loro vite, delle loro foto? Oppure avrebbero trovato le loro storie così tanto “normali” da non meritare approfondimenti? E, quindi, la loro morte così scialba da diventare addirittura fantasma? Come mai, continuo a chiedermi, quando muore un operaio appena se ne parla. Ed, anzi, turba la quiete pacifica del berlusconismo latente in ogni italiano? Vale a dire quel senso di sicurezza che finisce per essere alterato da questi errori di sistema?

Come tanti che non si fermano alla retorica, ho visto anche io le foto dei militari. E non solo di quelli morti ammazzati mentre, con le loro autoblindo, percorrevano strade afghane, consumavano benzina afghana, respiravano aria afghana. Ma anche dei loro colleghi. Tute mimetiche ed armi da fuoco, spanate in facca ad un bambino, ad una donna, ad un vecchio. Questa è quella che loro chiamano missione di pace. E’, piuttosto, controllo. Obbligare gli altri, quelli che hanno bisogno, a credere che la pace risieda nella forza. Vivere sotto controllo, sotto il radar della bocca di un mitra, come l’occhio owelliano, genera rabbia. E la rabbia genera l’orgoglio. E l’orgoglio la voglia di riscatto. Dai fucili dei taliban, ai fucili degli occidentali.

E ricordo ancora con vivido candore, nella mente, le immagini e la prosopea nazionalista dopo l’altro grande attentato compiuto nei confronti di un contingente tricolore: il primo, quello di Nassirya (19 novembre 2003). Ricordo le celebrazioni, le bandiere bardate a lutto, stringate di nero, le mezz’aste. Ricordo il cordoglio di allora. Che è lo stesso di ora. Stesse facce sofferenti, stesse parole intristite, stesso convincimento di essere baluardi di una democrazia afghana che non è zoppicante. Semplicemente non c’è. E ricordo, soprattutto, la caserma dei soldati. Le bandiere della Repubblica di Salò. Tricolore, aquila e fascio. E, se non lo si fosse ben capito all’impatto visivo generale, la scritta: “camerati italiani”. Cherchez la femme. Forse è ora di tornare a riparlarne. Forsa è ora di aprire gli occhi. Di smetterla, ancora una volta, con la falsa retorice dell’eroe per tornare ad usare un termine: esaltati.

Published in: on 19 settembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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