Il bazar dei sogni (recensione “Cose Perdute”, Giallocoraggioso 2009 – 2010)

Un gioco maledettamente serio e commovente, “Cose perdute”. E, in quanto gioco, non si lascia scappare neppure l’occasione per far ridere. Brillante. Non sono bastati tre anni di assenza dal palcoscenico a rendere desueto uno dei cavalli di battaglia del Teatro dei Limoni. Anzi così come si offre sulla pedana nera di Vico Giardino, impolverato, leggermente consunto, usurato, più sporco e meno imbellettato, spogliato del carosello roteante di musicisti, riacquista una dignità a sé stante. Già, perché l’attenzione torna e si focalizza sugli snodi essenziali del racconto: sulla grande favola dei ricordi che non ci sono più e che il tempo ha preso in ostaggio, sull’allegra malinconia dei due protagonisti Miguel e Cornelio, prima giovani, poi vecchi, prima speranzosi poi disillusi, infine rassegnati nelle lacrime dell’inevitabilità. Solo un trucco, una concessione fatta alla rappresentazione, in questa stagione. Quel trucco si chiama Nicola Rignanese. L’attore impersona l’esattore del tempo, personaggio spietato quanto implacabile. La sua parola è legge, le sue scherzose filastrocche non già occasioni di battimano fanciullesco, ma punizioni, pretese di pagamenti, riscossioni. E quel che lui riscuote non sono soldi, bensì, appunto, anni. Trenta, quaranta, decine ogni qualvolta i due non riescono a soddisfare i clienti, a richiamare dal passato nel presente gingilli e cimeli smarriti nelle nebbie del tempo. Il tutto nel rispetto di regole non scritte ma comunque fissate che uniscono e nello stesso mentre fanno cozzare tra loro gli interessi dell’esattore e le necessità basilari dei due venditori. La scena come un bazar. Un posto speciale, in cui una semplice bicicletta assolve al ruolo di tramite fra presente e passato. Un carosello di ciarpame dimenticato, relegato nel cantuccio della memoria. Non corrono i secondi al suo interno. Ed il tempo diviene eterea raffigurazione di qualcosa che, in realtà, non c’è. Solo un simbolo. Anzi, piuttosto un pericolo. Entrarvi è come dimenticare che fuori c’è un’altra realtà, una dimensione concreta in cui il ticchettio tiranneggia sulle vite delle persone ed incombe come spada di Damocle sul loro capo.

Gamma di razze nella razza umana, risme di povertà e ricchezze, di superbia, follia e civetteria. Ognuno di loro è un protagonista, ognuno di loro la chiave di volta, ognuno di loro repentaglio momentaneo le cui parole sono dettami e non solo cortesi ricerche nei gangli degli anni andati. Battute e sketch allentano la tensione ed aiutano a rendere scorrevole uno spettacolo in bilico tra la fiaba e il quasi dramma. Limes pericoloso giocato sapientemente. Perché i sentimenti che si avvicendano dandosi il cinque, allegria e paura, rivalsa e terrore, hanno loro momenti definiti nell’alveo di “Cose perdute”. Sino all’inevitabile conclusione, fino alla chiosa, all’epifania dell’essere del bazar. Fino alle lacrime.

Da leggere ascoltando: Freddie Mercury, Time

Published in: on 19 dicembre 2009 at 22.29  Comments (2)  
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Il Nobel alla guerra

Quindi, alla fine, Barak Hussain Obama s’è intascato il premio Nobel per la Pace 2009. Non che ci fosse pericolo che, dopo essere stato svegliato nel cuore di una notte d’ottobre da un’intercontinentale norvegese, l’attribuzione potesse andare a monte. Già. Perché nel frattempo il coloured neo presidente statunitense avrebbe anche potuto metter su un nuovo Vietnam, perché la giuria che bocciò Gandhi non ammette passi indietro. Un premio alle intenzioni, si disse allora; un alloro per la speranza, abbozzò qualcuno; un riconoscimento per le parole, diremmo oggi. In sostanza, per dirlo in parole povere, poverissime, miserrime, si riconosceva ad Obama la capacità di aver dato speranza attraverso i suoi discorsi. Ma, a questo punto, non era meglio insignirlo della stessa onorificenza ma in campo letterario? Obama come Pablo Neruda. Paragone che fa ridere e non poco. E, fuor di razzismo, anche un abile ciarliero come Barak farebbe impallidire di ribrezzo il cantore del popolo cileno. Ma, si sa, il 2000 è epoca di riconoscimento posticci, di contaminazioni pericolose, di mal interpretati atti.

Se non fosse, la questione, maledettamente seria, ci sarebbe da ridere di gusto a vedere Obama posare sulla mensola della Stanza Ovale, magari accanto alle foto dei propri figli e della palla di baseball autografata da eroi yankee, il premio. E ci sarebbe da sbellicarsi ripensando al povero pacifista costretto dall’era storica e dall’ineluttabilità del momento ad aumentare il contingente statunitense in Afghanistan di trentamila unità (forse unità non rende: 30 mila soldati, militari, occupanti… 30 mila mitra puntati contro la popolazione inerte pronti a fare fuoco, 60 mila anfibi cuciti per pestare la dignità sabbiosa di un paese allo stremo, 30 mila cervelli di esaltati pronti a dare la vita, la propria e quella degli altri in maniera non richiesta e neppure disinteressata, ma pochi neuroni che si stanno spegnendo fra la depressione delle giornate di nulla, sollazzate da un ferimento, una sventagliata, un abuso, e la chimica). Nell’impervia dimora di Bin Laden, alla fine dell’anno che entra, saranno in centomila le divise stars and stripes. Unità di cui Obama è commander in chief. Comandante in capo, nessuno con la sua forza, nessuno con la sua autorità, nessuno con il suo potere. L’uomo più pacifico della terra, quello che si batte, in teoria, per l’integrità delle genti, dei mondi e dei valori, in effetti è il militare dei militari. Il più alto in grado, quello con i lustrini più sprilluccicanti. Le sue mani sono armi di per sé, il suo fiato gas letale. È sufficiente un suo accenno o diniego perché le sorti del mondo possano vagare per strade diverse. Una personalità di tal sorta, di per sé significante della potenza e della diversità sociale, etnica, economica, intrinsecamente razza padrona e non solo vagamente, ma espressamente, fascista, difficile possa incarnare dinamiche di pace e di futuro. Di mezzo, ci sono trentamila buoni motivi per dubitarne. È come se, per un’ipotetica valenza retroattiva, l’anno venturo a Oslo fosse invitato Genghis Kahn. Anche lui guerrafondaio, anche lui capo militare, anche lui con un impero da comandare. Anche lui convinto della superiorità delle proprie genti. “E’ quello che ci distingue da coloro a cui facciamo la guerra, la fonte della nostra forza” – ha decantato la virtù made in Usa alla cerimonia di premiazione il President; intendendo per “quello”, gli standard di democratizzazione e rispetto delle regole del gioco. Chi ne è dentro è buono, chi ne è fuori è canaglia e che gli si faccia la guerra. Questo modus cogitandi, anche in un mondo a – normale, si chiamava, si chiama e si chiamerà sempre imperialismo.

Da leggere ascoltando: Rage Against the Machine, Know your enemy

Published in: on 11 dicembre 2009 at 22.29  Comments (4)  
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Parole… Sante (recensione “Sante Pollastri” – Giallocoraggioso 2009 – 2010)

Come si racconta una storia attraverso le immagini, servendosi dei movimenti del corpo e senza lasciare che il fiato venga immortalato perennemente con il nero dell’inchiostro. “Sante Pollastri” è una produzione del Teatro del Cerchio di Parma e, in un parola, stupefa. Non tanto e non solo per l’interpretazione dell’attore e regista Mario Mascitelli. E neppure per l’avventurosa biografia di cui fa rivivere i momenti cruciali. Quanto più per la dovizia di trasformare le emozioni, i tormenti, le sofferenze di un’epopea vitale, in una pagina di storia. Un monologo sfumato, un gioco delle parti, articolazioni di pensieri e di punti di vista. C’è Sante il ciclista, c’è Sante il bandito, c’è Sante l’uomo, c’è Sante il tremante vecchietto che, a fascismo ultimato, non può far altro che mettersi a vendere pettini. Un confronto con sé stesso e con il pubblico che procede per rapidi flash, per immagini, per fotografie. Ecco che l’attore diventa un mimo parlante che non si spinge a dare giudizi, a prender posizione, ma si limita ai fatti. Piroetta da un lato all’altro, articola in una miscela di moto fisico e moto dell’anima, niente più che gli estratti di una vita. E come in un gioco, saltellando in una “campana” lunga poco meno di un’ora, casella per casella, rivivono sul palco le paure e gli stratagemmi di Sante Pollastri come perle incastonate nella quotidianità volontaria scelta a tredici anni. E poi c’è l’altra faccia, l’altro punto di vista. Quello tronfio e gloriosus di Giovanni Rizzo, commissario siciliano che di Sante Pollastri fece il cruccio della sua vita. Una sfida personale, l’autorità che tenta di imbrigliare la sua nemesi, il simbolo del suo rigetto, l’anarchia applicata alla vita. Ma anche nella benpensante Italia fascista, Sante è un eroe. La sua Novi Ligure, il vincolo con la quale non si tronca mai, lo apprezza, lo culla, lo custodisce. Forse non lo comprende, ma lo preserva dalle grinfie del potere. Malgrado questo il Rizzo che calca goffamente il palcoscenico, capelli tirati e sguardo da furbo, non assume i connotati del malvagio. Mascitello lo tramuta piuttosto nell’antieroe. Il perdente di una sfida che, man mano, con l’esperienza di Sante matura, diventa una partita a scacchi. Furbizia contro furbizia, uomini persi contro uomini persi. Serve far leva sulla debolezza del ciclista bandito: sull’ammirazione portata a livello apicale per Giradengo. La scena della cattura è l’apice del’intera rappresentazione. Il predatore stringe i suoi artigli sulla preda. Ed eccolo Sante comparire nudo con le sue debolezze. Nel carcere la tenacia non si soffoca solo per la consapevolezza che c’è sempre una via d’uscita. È il momento in cui entra in scena, forse unico caso, l’emozione. Il sentimento pervade il volto. Le luci trasversali, il fumo incupiscono l’atmosfera. Si ha l’impressione di non essere più di fronte allo spazio fisico, ma all’interno di un’anima. E quel fumo e quelle luci ne rappresentano i turbamenti ed insieme le speranze. Quelle di Sante di fuggire, quelle di Rizzo di colmare la distanza che lo separa dall’ultimo traguardo: Sante è stato arrestato in Francia, giudicato in Francia, incarcerato in Francia. Il supplizio, riassunto da Mascitelli nella persecuzione di una foto di Pollastri che il commissario porta con sé come un tormento, come una sottile pellicola di nastro adesivo sul cuore che non riesce ad andare via alonizzandone la piena felicità, come una spina, è quello di una vittoria dimezzata. Portare nelle patrie galere il pluriassassino, questa l’epifania della pienezza. Si prodiga, s’affanna s’impegna, ci riesce. Sempre con la sua sguaiatezza. Il brigante è in gabbia e vi esce soltanto con la domanda di grazia inoltrata da sua sorella. Ma la vita fuori, la libertà, questo inestricabile ed inafferrabile concetto, è dura, peggio delle sbarre. L’aria costa fatica, lavoro. “E io che so fare?”. Restano lui, vecchio, la sua solitudine ed una bicicletta: l’unico modo per ricominciare. Da zero.

Uomini che odiano… gli uomini (se stranieri è meglio)

LEGGENDO IL RAPPORTO STILATO DAL GERMAN MARSHALL FOUND: 8 italiani su 10, per una percentuale dell’81%, reputa l’immigrazione, quella clandestina, un problema. Ora, lungi da noi la volontà di voler mettere in mostra le magagne di un paese in cui si associa all’idea di ospitalità quell’antropologia antica di offrire una fetta di caciocavallo podolico all’amico o al parente. Tuttavia, a questo punto, qualche dubbio sulla bontà dell’italiano medio emerge. Eccome se emerge. Anche perchè, è umano, quando si teme qualcuno o qualcosa, la prima reazione cui ci si presta, piuttosto che puntare alla piena conoscenza di quel qualcuno o del fenomeno in cui egli è inserito e che il più delle volte lo schiaccia, è l’enfatizzazione. Così la percezione del reale finisce per essere tanto più alterata quanto maggiore è l’invocazione di protezione che l’individuo erge contro quello che ritiene un pericolo… Ecco motivato il secondo dato, che smonta tesi e congetture del Belpaese come terra naturale d’immigrazione: gli italiani stimano gli immigrati in una presenza non lontana da 20% circa dell’intera popolazione. Tac… sbagliato! Perchè la percentuale di stranieri che imbatardisce la razza meno pura del mondo, è di un miserrimo 7%… Un nulla… Ma Dio ci scampi da questo 7%! Dio tenga lontani da noi questi bambini sfruttati e queste donne malate (il 77% delle massaie impellicciate e degli impiegati tripponi, addossa agli irregolari la colpa dell’aumento della criminalità!), ghettizzate nei campi di concentramento cui la modernità tenta di dare nomi carezzevoli. Ultimo, ridondante, il C.A.R.A (Centro Assistenza Richiedenti Asilo), parola che evocherebbe coccole, ma che, da acronimo, è significato di un significante spietato: la fine della libertà ai bordi delle civiltà del consumismo e del benessere in rovina. Non luoghi siti nelle periferie di un impero in decadenza e perversione dove si puttanizza la televisione, dove si puttanizza la politica, dove si puttanizza il turismo, dove si puttanizzano finanche gli esami all’università… Sciami di puttane e puttanieri, un imbarazzate 93% di puttane e puttanieri evidentemente… Che, però, va detto, scopa ma ostenta traboccante clemenza. Di quella clemenza non certo filantropica, cosa credete! Già, perchè, secondo lo stesso rapporto del Marshall Found, se è vero che solo il 36% di casalinghe stanche chiede di mettere a norma le filippine, sudamericane, rumene o ucraine che sturano i loro cessi e passano la cera sul loro parquet, corrisponde anche a verità che il 53% degli italiani (uno dei dati più alti tra i Paesi monitorati) è a favore del diritto di voto amministrativo agli immigrati regolari. Che, alla luce di quanto sopra, regolari non saranno mai…

Link del rapporto: http://www.compagniadisanpaolo.it/file/pdf/TT_immigraz2009_ITa_430.pdf

Published in: on 4 dicembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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