Maurizio Crozza 14 – Ballarò 31 maggio 2011

Annunci

Silvio che non sa più prevedere l’insondabile

Tenetelo che cade...

BERLUSCONI avrebbe dovuto dar retta a Gertrude Stein. La scrittrice modernista statunitense scriveva: “Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa”. Ecco, avesse seguito questa strada, il Cavaliere avrebbe, probabilmente, salvato capra e cavoli. Perché – lo ha riconosciutoLuca Ricolfi nell’editoriale di sabato su La Stampa – sarebbe venuto da sé che, se voti per le amministrative, il tuo partito è dato in calo e tu stesso non brilli come un tempo di luce tua; se poi che il tuo migliore alleato si sbraccia per nettare i tuoi errori piuttosto che usare lo sbianchetto per rimuoverli, allora non conviene che pontificare che “un sindaco è un sindaco è un sindaco è un sindaco”. Ed invece Berlusconi ha deciso di giocarsi tutto. Di vincere tutto, amministrazioni e stima politica, o di perdere tutto. Ed a rivelarsi è stata la seconda delle due.

IL PARTITO-NON PARTITO – Ancora di più, ha perso il partito-non partito del Premier. Quell’entità nata ed affidata alle mammelle del capo. Ma che il capo stesso ha troppo badato ad ingozzare. Al punto da generarne una struttura ipertrofica ma solo in apparenza completa, anarcoide nei contenuti e, cosa peggiore, anarcoide nell’organizzazione sui territori. Un partito, quello del Cavaliere, che ha sempre creduto di poter contare sull’intervento salvifico, sul ruolo delpater familiae, sulla dichiarazione finale col botto, sulla politica urlata. Nel momento in cui ha dovuto fare i conti con la politica pura, ovvero, quando attorno al Pdl è stato creato il vuoto, si è resa evidente l’assenza della dotazione politica di base. Un gesto eclatante può risolvere un’elezione e, nell’anomalia Italia, può veicolarti un’intera epoca ventennale, ma non crea il presupposto perché ciò che lo sottende si radichi nella gente, e neppure nei tanti scimmiottatori del capo animatore. La fisima dei giudici comunisti, il refrain della persecuzione, la paranoia indotta del diverso. Tutta roba che si neutralizza con il neutralizzarsi del suo propugnatore ed unico beneficiario.

L’EROSIONE – Nel Pdl nessuno l’ha capito. E se l’hanno capito non sono intervenuti per arrestare la picchiata verso l’abisso. Già, perché le motivazioni della sconfitta di Berlusconi non sono da leggere soltanto nelle intemperanze contro l’avversario. Ma trovano epicentro nel logoramento materiale della fiducia del suo stesso bacino elettorale. Un’erosione inarrestabile, goccia d’acqua dopo goccia d’acqua. Che ha indebolito in premier ed azzerato quella formazione di lacché posti al suo seguito.

INDISCIPLINA – In questi ballottaggi, non è un caso, ha vinto l’indisciplina. Del popolo di centrodestra, ancora una volta dimostratosi allergico al ritorno ravvicinato alle urne (strategia che, probabilmente, sarà funzionale al Governo sulla questione referendaria ma che, intanto, si è riverberata negativamente nell’immediato); del terzo polo, che il Cavaliere dava come naturale terza gamba del centrodestra e che, al contrario ha spernacchiato il Pdl; degli elettori di centrosinistra, specie i giovani di De Magistris e di Pisapia, che sono della stessa pasta di quelli di Nichi Vendola e che son sordi alle accuse di estremismo ed anzi, dal radicalismo della speranza sono attratti. Ed è così che il Premier si è trovato al centro harakiri casuale. Lui, miccia vagante degli anni Novanta, elemento impazzito ed a tratti antipolitico, come Di Pietro (che, non a caso corteggiò un bel po’) nei toni e nei modi, ma agli antipodi sui contenuti, è caduto sull’imprevedibilità, sul non te l’aspettavi, sull’insondabile.

MILANO E NAPOLI – S’è imposto il contrappasso dei numeri, l’infantile gioco dello “specchio riflesso”. E così, anche dove i “suoi” guadagnavano quanto auspicato, gli “altri” riuscivano a fare di più. Fino a bissare e triplicare i consensi suppletivi. Lo dicono le cifre di Milano, dove, mentre laLetizia Moratti metteva in cascina 24 mila voti in più rispetto al primo turno, il Giuliano Pisapiane rubava 50 mila alla sua avversaria. Lo dicono addirittura impietosamente le cifre di Napoli. Gianni Lettieri, colui per il quale il premier ha messo la faccia nell’ultimo giorno di campagna elettorale, ha addirittura sgonfiato il suo portato elettorale di quasi 40 mila voti nel mentre Luigi De Magistrisfunzionava da Folletto, incamerando preferenze addirittura superiori alla somma di quelle ottenute, quindici giorni fa, da lui stesso, Pasquino e Morcone messe insieme.

CAPITANATA – Spostando il baricentro laddove la parlantina berlusconica ha meno presa, la Capitanata, ai ballottaggi, ha categoricamente opposto un muro all’avanzata del Popolo delle Libertà. Tre dei quattro comuni impegnati con la scadenza amministrativa hanno cambiato bandiera. Orta Nova, in quanto Peppino Moscarella, pidiellino con qualche tentazione futurista (ed oggi la domanda sarebbe spontanea: ma se fosse stato candidato con Fli, avrebbe vinto?) non è riuscito neppure a guadagnarsi l’accesso a questo dentro o fuori. Dopo 15 anni, nella città dei cinque reali siti la tendenza s’inverte. Dietro la vittoria di Iaia Calvio – successo insperato per un altro partito allo sbando come il Pd – ci sono senz’ombra di dubbio le trappole argute che, causa vendetta, Peppino il feudatario ha teso al suo amico-nemico Porcelli. Iaia ha incrementato il suo bottino preferenziale di 1500 schede. Schede indubbiamente lasciatele in dono dalla premiata coppia Lannes – Di Giovine, ma non solo. Impossibile non constatare che, dei 2281 voti di Moscarella, soltanto un centinaio si sono sciolti nel recipiente Porcelliware. La cinghia di trasmissione è stata volutamente inceppata dall’ex sindaco, poco restio a favorire i “congiurati” come li ha definitiGianvito Casarella, pidiellino cerignolano, nel corpo di una nota.

Passaggio che, con esiti opposti, ha dato il massimo di sé a Sannicandro. Al duo terzo Polo – pd, è riuscita la spallata finale a Nino Marinacci, già convinto di avere in tasca, se non tutta, almeno una buona fetta della torta della vittoria. Ed invece, a fronte d’un incremento praticamente nullo dell’ex sindaco, su Vincenzo Monte sono confluiti tutti i voti del perdente Squeo che, nei passati giorni, aveva, contemporaneamente, annunciato la non volontà d’accettazione d’incarichi amministrativi e chiamato i suoi elettori a serrare le fila contro il pericolo rappresentato, appunto, dall’ex consigliere provinciale.

Sconfitto a San Marco (che era, per il Pdl, una gara praticamente inutile) l’unico sollievo arriva da San Giovanni Rotondo, dove la litigiosità della sinistra, l’indecisione socialista sullo schieramento in cui trovar cadrega, e la voglia di tentare qualcosa di nuovo, premiano Luigi Pompilio che, sul fil di lana, ha la meglio sul cattolico del Pd Franco Bertani. Non è detto che, per il Pdl, sia una buona notizia. San Giovanni è terreno insidioso, ed i numeri, ad oggi, sono quel che sono. Senza contare il fatto che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe a breve aprirsi una fase di ricambio interno, con tanto di liti, scossoni e separazioni. Gabriele Mazzone è pronto ad andare via. Lui, 85 anni, il doppio di De Magistis, curriculum democristiano mai pentito, serrato nelle stanze dei bottoni, ha in mano le chiavi del partito. Il segreto della sconfitta è tutto qui.

Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

“Ci stanno uccidendo silenziosamente”. Parla Bolognetti

Foggia – MAURIZIO Bolognetti, Direzione Nazionale di Radicali Italiani, al telefono, è un fiume in piena: “Se presenti una denuncia per porre un freno al disastro ambientale e finisci per essere accusato di procurato allarme, significa che qualcosa non va come dovrebbe andare”. E, soprattutto, che in ballo ci sono una miriadi d’interessi. Sulla questione dell’inceneritore Fenice, di cui Stato Quotidiano si sta occupando, poi, ce ne sono di sfaccettati. Il Vulture melfese è ridotto ad un agglomerato di polveri sottili e metalli pesanti, gettati nell’aria, senza parsimonia, non solo dai 200 camini della Fiat, ma anche da quelli di Fenice. Impatto che diventa devastante se, in aggiunta, ci si aggiunge l’inquinamento della falda sottostante che finisce dritta dritta nell’Ofanto.

Non allusioni scortesi, ma dati di fatto, comprovati, sin dal 2006, da Arpa Basilicata, Crob di Rionero e dal Ministero della Salute (attraverso il rapporto Ispra 2009). L’esponente radicale (che sta per editare, per conto della Reality book, il testo “La peste italiana: il caso Lucania. Dossier sui veleni ambientali e politici che stanno uccidendo la Basilicata”) è uno dei più grandi conoscitori della situazione delle acque lucane. Dagli invasi del Pertusillo e di Camastra, fino, appunto, allo sversamento di sostanze tossiche nei fiumi. La questione di Fenice lo indigna con profondo disprezzo. Di quell’indignazione che non è aleatoria, ma si fonda sulle stime ed i dati. Quelli che ci sono e quelli che, per negligenza e per mistero cinico, non ci sono, scomparsi tra i fumi del tempo, inabissati nella fanghiglia tossica.

Partiamo dal marzo 2009, Bolognetti. Ovvero, da quando il caso Fenice deflagra come una bomba piena di chiodi…
.. e la Procura di Melfi, finalmente, apre un fascicolo. A proposito, quell’inchiesta non si sa a che punto sia giunta, quali sono le conclusioni. E’ finita a Potenza. Ma, anche lì, è nascosta. Tornando al marzo del 2009, alla pubblicazione dei primi dati Arpa. E’ curioso che si sia atteso tanto. Ormai è appurato che, sin da due anni prima, ovvero dal 2007, Vincenzo Sigillito, direttore dell’Arpa Basilicata, sapeva dell’inquinamento della falda. Sapeva lui, sapevano tutti nell’Ufficio. E non hanno pensato, guardi un po’ di avvertire il sindaco di Melfi che è la massima autorità in questi casi…

Scusi, vien da sé che sapeva anche la Regione Basilicata. E la Provincia di Potenza…
Gli unici a non sapere, si fidi, eravamo noi cittadini. Ci stavano uccidendo in silenzio, senza dirci nulla. Ha presente il gas metano, di cui non ti accorgi fintanto che le esalazioni non ti ammazzano? Ecco, esattamente in questo modo.

Sa di chi sono queste parole: “Già da marzo 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro ente lanciare l’allarme”?
Bruno Bove, coordinatore provinciale Arpab, pronunciate addirittura in televisione. Basterebbe questo, da solo, a chiudere la questione. Ma le aggiungo un altro elemento. Nel novembre di quello stesso anno, pur sapendo dell’azione deleteria di Fenice, come si deduce dalle affermazioni di uno dei maggiori responsabili di Arpa, il direttore Sigillito, ed una delegazione della società di gestione dell’inceneritore hanno tenuto un incontro pubblico. Durante quell’incontro, Sigillito, superiore di Bove disse che l’inceneritore di Melfi era, e cito, “una risorsa estremamente positiva”.

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Una presa di posizione, insomma…
No, fa molto di più. In quell’occasione afferma che l’incontro serve per sancire un “rapporto di collaborazione” fra di loro. Insomma, un organo di controllo sa che il suo interlocutore sta uccidendo ciò che a lui spetterebbe monitorare e come risolve? Scendendo a patti.

Perché la politica ha lasciato fare?
Perché? Qui in Basilicata tutti sanno che Bove è uomo di fiducia dell’attuale Presidente del Consiglio Regionale, Vincenzo Folino, piddino di ferro. E poi, insieme alla Campania, la Basilicata è una delle realtà in cui la politica ha un’incidenza fortissima sulle scelte. Veicola tutto. Tutto passa per la politica. E’ tutto lottizzato, compreso l’Arpa, dove anche i cessi sono lottizzati.

Quindi, lei dice, ci sono delle coperture forti che non possono essere rimosse. E smascherare il pesce piccolo significherebbe la brutta figura, se non la il tracollo politico, del pesce grande…
Esatto. Il fatto è che la politica, e quando dico politica dico i partiti politici, devono entrare nell’ottica di abbandono delle lottizzazioni. Si fa un gran parlare delle grandi aziende pubbliche. Prenda la Rai. Ma anche gli Uffici, i presidi del territorio devono essere tolti dal controllo degli artigli della politica. Che si creino delle strutture nuove, che si possano arricchire con elementi forti e preparati che entrano con rigorose selezioni, curriculum alla mano.

Sa che vuol dire, si?
Certo, che bisognerebbe iniziare a depurare innanzitutto i vertici. Chi sceglie i controllori.

Converrà che, ad un certo punto, la politica s’arresta. Insomma, i controlli sanitari, le Asl, i medici? E’ attraverso il monitoraggio dell’incidenza dell’inceneritore che può essere fatto passare il messaggio. Ma le ultime stime, pure molto negative, riguardano solo i tumori e sono datate 2006. Fonte: Crob di Rionero. Non crede ci sia un ritardo?
Io ho una mia opinione personale. Alle storie del Crob ci credo fino ad un certo punto. Anche lì ci sono interessi specifici. Altrimenti perchè non sono stati più diffusi altri dati? Piuttosto sento parlare medici di base, medici di famiglia normalissimi, che vivono ogni giorno a contatto con la gente. Non mi serve il Crob o l’Asb per sapere quello che loro mi dicono in continuazione. Ovvero, che la gente si sta ammalando. La gente del Vulture sta morendo. Popolazioni intere contraggono tumori ma non solo. la contaminazione dei metalli pesanti porta ripercussioni a livello cardio vascolare, infiammazioni degli organi, allergie. Mi chiedo: ma la Fenice, l’Arpa, la Provincia, la Procura di Melfi e quella di Potenza, la politica, queste cose le sanno? E se le sanno, come le sanno, non gl’interessa nulla?

Ci sono comitati di cittadini molto attivi. Non crede che potrebbero, ad esempio, fare una sottoscrizione popolare per finanziare un’analisi delle acque dell’Ofanto, della terra, dell’aria? Basterebbe poco.
Potrebbe essere una strada percorribile. Ma, ripeto, spetta al pubblico monitorare, non solo ai cittadini.

C’è chi parla di contaminazione dei prodotti. L’acque dell’Ofanto irriga campi di tre regioni e diverse province di queste tre regioni. Ma nessuno vuole parlare…
Ma perché c’è una cappa asfissiante. Io non so che cosa si celi esattamente dietro il concetto di mafia. Quel che so, però, è che qui, in Basilicata, dal Vulture alla Val D’Agri, c’è. Trovare gente che si vuole esporre in prima persona, rischiando anche di mandare a monte i sacrifici di una vita, non è facile. Vigono le dinamiche di paese. C’è tanta ammuina (rumorosità, ndr) virtuale. Dietro le tastiere tutti si sentono forti ed urlano indignazione. Poi, tranne quei pochi veramente attivi, c’è ben poco.

Ma le associazioni di categoria? La Cia dovrebbe…
La Cia? Macché

Fenice guadagna sull’immondizia. In Basilicata fa guadagno anche sulla loro pelle…
Certo. Pensi, nel primo trimestre 2011 Edf ha fatturato 19 miliardi di euro. Parliamo di miliardi, una montagna di soldi. Nessuno, ad esempio, si è mai chiesto come mai, un giocattolo così costoso, sia stato dato in gestione ad una srl (Fenice srl, ndr) che, come capitale sociale, non ha che 50 mila euro.

Per rischiare meno?
No, per rischiare zero

Che cosa chiede Bolognetti?
Non lo chiede solo Bolognetti, ma la collettività: bisogna rendere pubbliche tutte le informazioni possibili. In maniera precisa e puntuale, affidando i controlli ad un organo di vera garanzia. Quelle sull’immondizia. E’ giusto o non è giusto che il cittadino sappia che fine faccia la sua raccolta differenziata? E’ giusto o non è giusto che il cittadino sappia dove e come venga smaltito il suo R.S.U e come i rifiuti speciali? E poi le informazioni ambientali. La falda è inquinata. perché? Di chi è la responsabilità? Chi non ha controllato? Tutto. Serve una battaglia di trasparenza.

I rifiuti di fenice, per anni, hanno bruciato più del consentito…
Si, è vero. E, dopo averlo fatto, hanno chiesto l’ampliamento della capacità di uno dei due forni a loro disposizione. Il risultato è che abbiamo un tasso di mercurio nelle acque 140 volte superiore rispetto al consentito.

Ma non è tardi per muoversi?
In verità le dico che sì, forse molto è stato compromesso irrimediabilmente: la salute dell’ambiente e delle persone di certo.

FOCUS – L’inchiesta di Stato

Due ruote che non ruotano. Le bici verdi della Provincia di Foggia che scompaiono…

Le bici verdi a Palazzo Dogana (St)

Foggia – SONO mestamente ferme. Perlomeno, e siamo buoni, da qualche mesata buona. L’inverno, la scarsa voglia di ciclare, la poca educazione civica, la riduzione alla mobilità automobilistica, motori a fungere da colonna sonora e tubi di scappamento come Arbre Magic. Fragranza: grigio di città. La Provincia di Foggia le aveva battezzate, a suo tempo, biciclette verdi. Nel senso di: buone con e per l’ambiente. E del colore della speranza erano finanche state tinte. Quasi volessero svettare sulla metallizzazione scialba delle automobili da grande industria. Una metafora silenziosa e frullante.

Il progetto prende avvio nel novembre dell’anno scorso. L’Ufficio Ambiente, sollecitato con una certa pressione da alcune associazioni ambientaliste, decide che è giunto il momento di fare un salto un avanti. Il bike sharing viene considerato un passo troppo più lungo della gamba. Il timore è che i velocipedi possano essere rubati alla comunità, le rastrelliere danneggiate o vandalizzate, quando non del tutto asportate. Sono i limiti di una cittadinanza in regressione, resa oblunga dalle mani del tempo. Così, Palazzo Dogana, poi Viale Telesforo, decide di partire dall’alto, dai vertici. Chiaro come la luce del giorno l’intento pedagogico, la volontà di fungere da monito, da grimaldello per scardinare le cattive condotte e le altrettanto pessime pratiche di un contesto urbano che utilizza petrolio anche per le poche centinaia di metri. Onde poi percorrerne il doppio alla ricerca dei parcheggi.

Si parte dall’alto, quindi. E la provincia acquista 375 biciclette. (63 euro per ogni bicicletta). La loro destinazione finale sono i luoghi pubblici. In primis, quelli direttamente collegati con l’Ente. Ovvero, gli stessi uffici interni di entrambe le sedi e le scuole superiori. Passano pochi giorni e ad ogni scuola della Capitanata vengono destinate 2 biciclette. Che, nella maggior parte dei casi sono imbucate in chissà quale anfratto e, comunque, non utilizzate. Ma il monitoraggio latita, l’Ufficio preposto non ha mai controllato come fossero impiegati quegli strumenti (va da sé, sovvenzionati dalla collettività). Di conseguenza, non ha mai pensato ad un loro riutilizzo. Giovanni Dattoli, numero uno dell’ufficio ambiente, glissa cupo: “Ci penseremo”. Ma, ai fatti, la Provincia non sa che farne. Conferma che “l’idea del bike sharing sarebbe ottima” ma che, al momento “non ci sono abbastanza garanzie”.

Meglio, quindi, iniziare a distribuirle qui e lì, in giro per la Capitanata, a chi dimostra di poterne e di saperne fare un uso se non saggio, per lo meno non deleterio. Dattoli rivela a Stato di aver consegnato velocipedi al Nucleo Carabinieri in Pensione di Trinitapoli (una cosa da ridere, se si pensa che, il paese, ha cambiato provincia di pertinenza), alla sede manfredoniana di Legambiente ed alla Biblioteca Provinciale di Foggia. “A cui – aggiunge – abbiamo donato anche una rastrelliera”. Il dirigente, inoltre, ridimensiona anche i numeri. Le bici, in tutto, sono 375, 320 delle quali distribuite. E non oltre 400 come inizialmente rivelato.

Dattoli, poi, stima: “Dall’Ufficio Ambiente, ogni giorno escono per la città cinque biciclette”. Si tratta di impiegati che svolgono le mansioni di servizio. I foggiani la utilizzano, pare, anche per tornare a casa. Per quel che attiene lui, confessa candidamente di “non essere capace di andare in bici”. Poi cita un solo assessore che ha fatto richiesta di avere il mezzo: Billa Consiglio. Ci siamo appostati nel chiostro di Palazzo Dogana per una mattinata intera, senza tuttavia poter dare conferma di questo dato. Le bici in dotazione della sede provinciale, che dovrebbero essere 30, stando alle ammissioni di Dattoli, in verità non sono che 9. La maggior parte hanno ancora la plastica sul sellino. Chiaro ed incontrovertibile segno di inutilizzo. Una parte di queste, fino ad un paio di settimane fa, era relegata lontana dagli occhi, giusto di fronte ai bagni del piano terra. Non ci sono più. Ed allora, che fine hanno fatto? E le altre? Nessuno lo sa. Chiediamo in giro, al personale, agli impiegati. Nessuno ammette di averle usate mai e nessuno è a conoscenza del loro numero esatto. A quanto pare, neppure Dattoli.

LINK: http://www.statoquotidiano.it/25/05/2011/le-biciclette-verdi-che-la-provincia-non-sa-come-usare/49338/

Maurizio Crozza, 13 – Ballarò 24 maggio 2011

In bici, da Pergine a Torino, passando per Foggia

FRATELLI di ruota, la bici s’è desta. Anche a Foggia l’odore del fumo propagato nell’aria dalle 150 candeline spente da Madama l’Italia, giunge sottoforma di iniziativa. Frullando dal Piemonte savoiardo alla Sicilia borbonica, infatti, toccherà anche il capoluogo dauno “150° Unità d’Italia in bici”. Una maniera assolutamente originale di celebrare il Bel Paese e che presuppone uno stravolgimento della prospettiva e dei tempi. Non più e non già attraverso uno smunto ed impolverato finestrino, il collo coartato a movimenti tortuosi ed innaturali soltanto per trovarsi circondato della cromia dei semafori e dell’asfissia dei palazzoni; bensì, il ritmo naturalmente rallentato della bicicletta, la percorrenza umanizzata, alla mercé della manipolazione dell’essere vivente.

In tutto, 2223 chilometri, 18 tappe, 22 città intermedie. Alle spalle dei cinque “puerperi” del progetto e suoi muscolari esecutori, Claudio Imoscopi, Luciano Margoni, Adriano Moser, Dante Riccamboni e Giuseppe Broilo, un furgone d’appoggio che, a testa, guideranno. Partenza, il 26 maggio, da Pergine, centro principale della Valsugana trentina. E poi Sacile, Taglio di Po, Riccione, Tolentino, Ortona, Foggia, Matera, Altomonte, Sapri, Napoli. Lo sbarco a Palermo, l’immancabile Marsala, il trasbordo a Cagliari, il ritorno a Civitavecchia per raggiungere Roma e proseguire lungo il Tirreno con destinazione Orvieto, Viareggio, Chiavari, Voghera e, l’11 giugno, chiudere a Torino.

L’iniziativa, nata col patrocinio del Comune di Pergine, della presidenza del Consiglio della Provincia di Trento e della Regione Trentino Alto Adige e dell’Apt Valsugana, intende, come rendono noto gli organizzatori, ‘testimoniare un messaggio d’identità e unità nazionale’. Consegneranno a tutte le Amministrazioni delle tappe ‘ospitanti’ un quadro con sfondo tricolore, sormontato da una bicicletta affiancato dai due simboli di Pergine: il municipio e il Castello.

LINK: http://www.statoquotidiano.it/24/05/2011/in-bici-da-pergine-a-torino-passando-per-foggia/49301/

Red, vecchio tizzone d’inferno!

Mentre Pisapia negli anni ’70 veniva accusato di “rubare furgoni”cosa faceva Gabriele Ansaloni /Red Ronnie, ora consulente musicale e d’immagine della Moratti? Era a Bologna, che faceva la cronaca degli scontri di piazza per Radio Alice dalle barricate, con una evidente partecipazione per i dimostranti… (leggi tutto – guarda il video)

Red Ronnie, al secolo Gabriele Ansaloni, l’uomo di Bandiera Gialla e del Roxy Bar che è diventato consigliere e consulente di Letizia Moratti, da qualche giorno è al centro di un cortocircuito mediatico che passa sotto il nome di “effetto Pisapia”, con la sua pagina facebook presa d’assalto e lui che parla di “violenza mediatica”. Ma cos’è successo per scatenare tanta agitazione?

Dopo l’entrata a gamba tesa della Moratti, a Sky, con la falsa accusa raccontata a tempo scaduto sulla condanna di Pisapia – negli anni ’70 – per un furto d’auto commesso al fine di organizzare il pestaggio di un avversario politico, mercoledì scorso Red Ronniesulla sua pagina FB scriveva queste parole: “Primo esempio del vento che sta cambiando a Milano: cancellato LiveMi di sabato 21 maggio, in Galleria del Corso. Era l’inizio di LiveMi 2011 (che se vincerà Pisapia sarà cancellato dai progetti del Comune). Dava spazio a gruppi e artisti emergenti che potevano esibirsi con brani propri. In compenso Pisapia sta pensando a un megaconcerto con Jovanotti, Ligabue e Irene Grandi. Per dare voce a chi non ce l’ha.”

Insomma, incolpare dell’annullamento del concerto organizzato da Red per la giunta Moratti uno che non è ancora sindaco è il massimo…
Ebbene, tornando a noi, mentre ormai tutti sanno che il Pisapia“estremista/terrorista” che negli anni ’70 “rubava furgoni per organizzare pestaggi” è una colossale calunnia (Pisapia è stato assolto da quella falsa accusa con formula piena… ), pochi sanno invece cosa combinava il nostro Gabriele Ansaloni, non ancora Red Ronnie, nel ’77 a Bologna.

Ebbene, il giovane Ansaloni, DJ delle prime radio libere bolognesi, era un improvvisato ancorché entusiasta cronista degli scontri di piazza a Bologna del marzo 1977, avvenuti a seguito dell’uccisione dello studente Francesco Lorusso.
Nella registrazione che vi rproponiamo, corredata da immagini d’epoca, il Red racconta a Radio Alice gli scontri di piazza dal balcone della casa del suo amico Bonvi, il fumettista creatore delle“Sturmtruppen”, e lo fa con un’evidente simpatia per i manifestanti.
La perla, in questa registrazione, è quando Gabriele Ansaloni/Red Ronnie dice che il popolo sta cambiando opinione: “mentre ieri diceva basta con questi estremisti che sfacsciano le vetrine adesso dice basta con questa polizia che ci sta rompendo le palle..” Poi se la prende con le provocazioni fasciste e con una vecchietta che occupa il telefono della radio (sarà mica stata la nonna della Moratti?)

Impagabile Red, hai visto come si cambia in trent’anni? Cosa ti hanno fatto a San Patrignano?… A noi piace ricordarti così,cronista sulle barricate, altro che quei video melensi che fai andando in giro con la Moratti. Provaci ancora Red!

LINK: http://radio.rcdc.it/archives/provaci-ancora-red-79593/

Autobiografia inconsapevole

Senza Raymond Chandler, oggi, la letteratura avrebbe un grosso buco. Una lacuna indiscutibile proprio nel centro della parola “giallo”. Lui che questa parola l’ha rivoltata come una tasca stracolma di ciarpame, epurandola e liberandola dai fronzoli inutili e cucendovi attorno, a foderarla, un impenetrabile strato di colore multiforme. Tale e tanta da sfociare nella sovrabbondanza noir e pulp. Con il pulp, Chandler ha iniziato. Nel pulp Chandler si è specchiato. Ben prima di approdare all’universo Marlowe.

Per leggere Chandler è necessario conoscere Chandler. Non necessariamente averne contezza bibliografica. Piuttosto, trattarlo come un amico, un conoscente, un buon vicino. Sapere del suo odio per lo schematismo e per le convenzioni, accertarsi dei vezzi e dei vizi, scrutare senza remore nei suoi amori travagliati e nell’ammirazione passionale per i gatti.

Ecco perché il lavoro di raccolta di Dorothy Gardiner e Kathrine Sorley Walker acquisisce un valore postumo immane. Le frasi estrapolate dalle lettere private dello scrittore, parole espulse a calci in culo dall’angoscia, buttafuori nerboruta che staziona alla soglia dell’anima, come fossero ospiti indesiderati e quasi sgraditi, sono indicatori inequivocabili della complessità di Chandler. Satirico, spietato, caustico, mortificante, lucido, freddo, calcolatore, innamorato, disperato: nel mondo del quotidiano Chandler è tutto questo. Un mondo amalgamato con feste, successo e convenzione, ma anche composto con malattie miste al dolore e condito di un suicidio non riuscito di cui lui stesso si burla definendolo “un patetico spettacolino da due soldi”.

Tradurre l’intimità è difficile, ma possibile; lo dimostra, con “Parola di Chandler”, edito da Coconino Press (parente della Fandango) Sandro Veronesi; testo riportato alla luce dopo oltre 30 anni di assenza dai cataloghi italiani. Nasce così un mattoncino di verità umana, un esempio di realtà nuda e cruda. 350 pagine di riflessioni e saggi, inediti e lettere. 350 pagine che, come in un orologio appeso al muro dell’esistenza, ticchettano sentimenti, battono lacrime, segnano esperienze. Pagine che ci dicono che non esiste un solo Chandler e che, nel contempo, ogni uomo è uomo come tanti, come tutti. E’ uomo con la sua umana debolezza e con la sua forza rude ed a volte solo inscenata per la collettività.

Nella vita di Chandler e nella scrittura epistolare di Chandler c’è uno spartitraffico: un evento che lo segna, lo distrugge, lo crepa come cemento ancora troppo fresco per apporvi un chiodo. E’ la morte della moglie Cissy Pascal. da quel momento, chicchessia il destinatario del suo scrivere, Chandler lo inchioda ad una dolcezza nostalgica e quasi ossessiva, per anni segretamente covata. Arde il fuoco dell’urlo di dolore, s’infiamma nella morte la vita. E, come ogni fuoco, anche quello di Chandler è sottoposto ai venti. Il primo, quello della depressione che, come detto, appena due mesi dopo il lutto, lo indurrà a puntarsi una pistola contro. Eppure Raymond è un pupillo della beffa. Di lui si serve per svilire e strombazzare cinismo. A lui riserva il giochino stridente del fallimento. Commenterà un suo amico: “il più fallimentare tentativo di suicidio di tutti i tempi”.

Ma la scrittura gli resta attaccata indosso come un vestito inzuppato di colla vinilica e sudore acido. Chandler la intende come sfogo e come mestiere. Ma, soprattutto, come elemento di contraddistinzione; come rottura della banalità scribacchina, come strumento di maturazione, di perfezionamento, come una consequenzialità logica, raziocinante e rotolante, nulla abbandonato al caso. L’opposto della sua esistenza, insomma. Di quella sconvolgente e preziosa vita indolenzita ma senza la quale, oggi, saremmo inconsapevolmente più poveri.
Raymond Chandler-Sandro Veronesi-Igort, “Parola di Chandler”, Coconino 2011
Giudizio: 3 / 5 – Antologia

Maurizio Crozza 12 – Ballarò 17 maggio 2011

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: