Fenice, ecco le ‘carte nascoste’. 2002-2007 fu lustro di morte

da Stato Quotidiano, 19 settembre 2011

Inceneritore La fenice (pietrodommarco.it)

Foggia – CI SONO voluti nove anni, svariati morti e ancor più malati, manifestazioni di piazza, la creazione di Comitati di cittadini, diverse interrogazioni parlamentari, l’interessamento della stampa di mezzo meridione, un fascicolo (scomparso) presso la Procura della Repubblica di Melfi (ora insabbiato a Potenza). Ci sono voluti nove anni, dunque, perchè un ufficio pubblico svelasse, un lustro di magagne dell’inceneritore La Fenice. L’Arpab ha infatti reso pubblici, attraverso il suo sito ufficiale, i dati dei rilevamenti dei pozzi piezometrici a valle dell’inceneritore sito nella zona industriale della città lucana. Ed è un avverbio, il finalmente, che lascia presto il posto alla preoccupazione.

BOLOGNETTI: “ANGOSCIA E INDIGNAZIONE” – Le cifre riportate nelle dieci pagine contenenti le 29 tabelle con i rilevamenti sulle acque sono una funesta conferma delle teorie avanzate, con fragore inascoltato dall’esponente dei Radicali Lucani, Maurizio Bolognetti (e giornalista per conto della Radio del Partito di Marco Pannella ed Emma Bonino) e dal Comitato per la Salute sorto a Lavello proprio per opporsi all’attività dell’impianto della multinazionale Edf. “Lo sapevo, l’ho detto, l’ho ripetuto come un mantra. Eppure, nel leggere che i signori della monnezza della Edf hanno inquinato le matrici ambientali del vulture-melfese, la falda acquifera fin dal 2002, monta l’angoscia e l’indignazione”, piange di dolore Bolognetti. E’, il giornalista, uno di quelli più bersagliati della vicenda, messo in mezzo da amministrazioni e funzionari Arpab come sobillatore e provocatore.

DAL 2002 – E la realtà è proprio come lamentata da Bolognetti. L’inceneritore melfitano, la cui attività ha serie ripercussioni anche sul tratto pugliese del fiume Ofanto (la cui acqua viene utilizzata per irrigare i campi. A questo punto si apspetta una presa di posizione ufficiale anche dell’Autorità di bacino, tirata in ballo, un paio di mesi fa, dal Comitato foggiano d’opposzione all’impianto della multinazionale francesce), ha inquinato a tutto spiano sin dal 2002. Con la complicità di Arpa e Regione Basilicata e nel silenzio quasi totale delle amminstrazioni di Lavello e Melfi. Le cifre, d’altronde, non lasciano adito ad interpretazioni. A partire dal gennaio del 2002 e sino al luglio del 2007, i valori registrano un inquinamento perpetuo ed inquietante, con picchi mai raggiunti neppure nel periodo attuale. Le popolazioni del Vulture, in particolare, hanno dovuto fare i conti con le scomode convivenze di Cromo, Mercurio, Piombo, Cadmio e Nichel. Tutti elementi chimici estremamente pericolosi per la salute dell’individuo, molti dei quali, come il Nichel ed il cadmio, con grande incidenza su donne incinte e neonati e con altissimi tassi cancerogeni ed infiammatori.

L’INTERPRETAZIONE – Sostanze proibite, velenose e pericolose che attestano uno smaltimento “non ortosso”, sempre al di sopra dei parametri fissati già prima del (per nulla restrittivo) Decreto Legislativo 152 del 2006. Roba scottante, per un impianto che, da oltre 10 anni, è sotto l’occhio della popolazione e di un paio di associazioni ambientaliste e che opera con permessi ballerini, mai definitivi e concessi più sulla garanzia che nell’effettività dei riultati. E che, malgrado tutto, nel tempo ha ricevuto incomprensibili attestati di stima dagli stessi organi di controllo che, a stagioni alterne, l’hanno derubricato alla voce “risorsa” o a quello “opportunità”. Partendo dal circuito di posti di lavoro che, attorno all’inceneritore (ricordiamo, gestito, da inizio 2011, da una srl, che ha ereditato il testimone da una – identica – spa) ruota. “Qui parliamo di stato di diritto e legalità, di Costituzione (violata) e del diritto alla conoscenza negato”, ha commentato a caldo Bolognetti.

E allora eccole le famose carte nascoste. Cinque anni in cui i parametri vengono doppiati, triplicati, decuplicati, elevati a potenze superiori alla enne. Non c’è stato, lo dicono le carte, un solo mese in cui Fenice abbia limitato i danni.

NICHEL – Il segnalatore più inquietante è certo quello del nichel. Segnalati sforamenti in 193 casi, a fronte di un limite massimo consentito picchettato a quota 20 ug/l, il metallo pesante è stato rintracciato in quantità che definire abbondanti è ben meno che un eufemismo. A marzo 2003 ha toccato quota 2600 ug/l (130 volte di più del consentito), a luglio 2006 addirittura il pozzo di emungimento numero 9 ha restituito 7032 ug di nichel per litro. Che, tradotto, significa 351.6 volte di più rispetto a quanto fissato dalla legge. Si tratta di casi limite, punte di un iceberg (oltre i 100 ug/l il nichel è andato spesse volte nel corso dei cinque anni “di buco”) che si sta scogliendo sotto i colpi della verità. Dati, sottolineano dal Comitato per la Salute di Lavello, “leggibili ed interpretabili in maniera inequivocabile”. E che, chiaremente, non possono che allarmare. La comunità scientifica internazionale, come confermato tempo fa a Stato Quotidiano dall’Assessore alla Sanità della Regione Puglia, Tommaso Fiore, sta effettuando esperimenti di laboratorio per scoprire la correlazione fra il metallo pesante e l’autismo. Nichel che, già di noto e già di suo, è una delle sostanze a più alto contenuto di allergeni presenti in natura. Oltre ad essere in possesso di buona fama di cancerogeno.

PIOMBO – E’ l’altro gentile frequentatore delle lande melfesi. Il piombo, presente proporzionalmente in quantità minore rispetto al nichel, ha fatto registrare un picco spaventoso nel corso delle rilevazioni del marzo 2006 (evidentemente, l’annus horribilis per l’inceneritore Edf e peggio anora per le popolazioni di un’intera area transregionale), quando i valori (quasi sempre comunque al di sopra del tasso permesso), a fronte dei 10 ug/l consentiti, hanno toccato quota 700 (pozzo 1, settanta volte al di sopra della norma), 590 (pozzo 2, 59 volte più del permesso), 550 (pozzo 3, stima 55 volte superiore ai 10 ug/l), 220 (pozzo 4, 22 spanne più in alto del normale), 240 (pozzo 5, 24 volte di troppo). Piombo che, se possibile, ha effetti ancora più devastanti sul funzionamento del sistema umano. Assorbito essenzialmente attraverso la respirazione e la nutrizione, non viene metabolizzato, ma per larga parte escreto, mentre il resto (circa 20%) si distribuisce nei tessuti e in particolare nel sangue, nei tessuti minerali (ossa e denti), nei tessuti molli (reni, midollo osseo, fegato e cervello). E’ un metallo fortemente intrusivo che distrugge letteramente ciò che attacca, provocando malattie non di poco conto. Il piombo, infatti, è sostanza in grado di danneggiare praticamente tutti i tessuti, in particolare i reni e il sistema immunitario. La manifestazione più subdola e pericolosa dell’avvelenamento da piombo è quella a carico del sistema nervoso. Negli adulti il danno da piombo si manifesta soprattutto con neuropatia. Provoca encefalopatia, i cui sintomi sono vertigini, insonnia, cefalea, irritabilità e successivamente crisi convulsive e coma. La neuropatia da piombo colpisce soprattutto nello sviluppo, con turbe comportamentali e danni cognitivi. Studi epidemiologici hanno mostrato una forte correlazione fra il livello di piombo nel sangue e nelle ossa e scarse prestazioni in prove attitudinali.

MERCURIO – Luglio 2003, gennaio e marzo 2004, maggio 2007. I rilevamenti tenuti nascosti restituiscono alla luce anche la presenza, nelle falde, del deleterio mercurio. Così come il piombo, il mercurio, estremamente tossico, agisce a livello nervoso. Molto nocivo anche per la cute.

CROMO – Altra sostanza con cui si scherza poco. Composti del cromo vengono usati in coloranti e vernici, chiaramente smaltiti, in quanto Rifiuti speciali e industriali (presenti anche nelle auto della vicina Fiat), a Fenice. La sua presenza è associata all’aumento di carcinomi, specie quelli del seno e del polmone. Ma è sostanza che aggredisce, e non poco, pelle, occhi, e sistema respiratorio. Fra marzo 2006 e maggio 2007, è presente con una certa pericolosità nei pozzi di emungimento a valle dell’inceneritore francese. A fronte di una quantità massima fissata a quota 50 ug/l (e silenziosamente sforata con discreta cadenza sin dal 2002), i numeri certificano, nel marzo 2007 addirittura una presenza di 1000 ug/l di cromo all’interno del pozzo 6, che erano stati 600 ug/l appena nel luglio dell’anno precedente, 454 due mesi prima e diverranno 557 a luglio. Guarda caso, questi tetti massimi di sforamento dei limiti, segno che non tratta di occasionalità, ma di un malfunzionamento nella macchina del controllo e dell’intervento, sono stati registrati nelle acque dell’identico pozzo, il numero 6. Che cosa significa? E come mai questo aumento repentino è avvenuto proprio nel 2006, dopo che, nel gennaio, il monitoraggio era andato buca? E perchè proprio a gennaio, ovvero nello stesso mese in cui Fenice presenta alla Regione la concessione Aia? Interrogativi che, al momento, restano insoluti.

CADMIO – Nell’ultimo rilevamento “ignoto”, quello cronologicamente risalente al luglio di quattro anni fa, riscontrate tracce di cadmio in 6 dei 9 pozzi. Il materiale, presente nei minerali dello zinco, è voce inedita, precedentemente non riscontrata. Potrebbe essere dovuta allo smaltimento massiccio di materiale industriale o pile in disuso. Il cadmio infatti, viene utilizzato per le batterie ricaribili, ma se ne rinviene in tracce anche nei rottami di ferro ed acciaio. Inutile dire che, a sua volta, ha ricadute deleterie sulla salute dell’uomo, con conseguenza riscontrabili sul funzionamento dei sistemi circolatorio e renale.

LE REAZIONI – La pubblicazione delle cifre ha sollevato un discreto polverone negli ambienti politici lucani. Malgrado, come specifica a Stato Michele Solazzo, Comitato contro “La Fenice” di Capitanata, “si trattasse solo di dare la conferma di un segreto di Pulcinella”. Il primo a prender parte alla sfilza dei sorpresi, l’ex primo cittadino di Melfi, Ernesto Navazio. A Mariateresa Labanca, giornalista del Quotidiano di Basilicata, Navazio ha rivelato di essere “basito”. E ancora: “Eravamo seduti su una polveriera e nessuno si è preso la briga di farcelo sapere”.

PROVINCIA, REGIONE, PD – Iscritti a parlare anche il presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza ed il suo Assessore all’Ambiente Massimo Macchia. I due, “in ordine alla vicenda del termovalorizzatore di Fenice”, hanno diramato un comunicato stampa doroteo, moderato nei termini e fumoso sull’azione da intraprendere. Una lunga nota in cui rimpallano l’intera responsabilità all’Arpab, scaricando la coscienza dalle proprie mancanze: “Abbiamo mantenuto il silenzio in questi giorni – giustificano – pensando che tutti i soggetti istituzionali si potessero ritrovare ad una tavolo, cosi come avevamo chiesto qualche settimana fa con la richiesta della convocazione straordinaria dell’osservatorio ambientale per discutere degli ultimi risultati del monitoraggio su Fenice. Vicende cosi delicate, questo e’ il nostro parere, si governano con chiarezza, fermezza, trasparenza ed assunzione di responsabilità. E allora se dovesse essere utile, anche noi, nel coro delle dichiarazioni, ne aggiungiamo qualcuna”. Nulla di nuovo, insomma, ma che apre un fronte di guerra tutto interno al centrosinistra di governo del capoluogo lucano. Tirando in ballo l’Arpab, infatti, Macchia e Lacorazza gettano una patata bollente nelle mani della Regione, dove il presidente Vito De Filippo e l’Assessore all’Ambiente Agatino Mancusi, dovranno muoversi facendo ben attenzione a non intaccare le spartizioni di potere foraggiate dal pd (lo stesso Bruno Bove, mammasantissima dell’Arpab potentina, è uomo del Presidente del Consiglio regionale Vincenzo Folino, piddino di ferro, per 5 anni segretario regionale Ds) e, nel contempo, non scontentare un intero popolo che, ora più che mai, di fronte all’evidenza, invoca giustizia. Così, mentre Mancusi prende tempo, addirittura rinvendicando il diritto di capire cosa “significhino effettivamente quei dati” (bislacco che Mancusi, Assessore all’Ambiente, non lo sappia), De Filippo promette di dar vita ad una Commissione regionale d’Inchiesta che dovrà appurare le responsabilità retroattive di politica, enti e, ovviamente, di Fenice. “Per quanto attiene gli effetti di questi sforamenti sulla salute dei cittadini della zona Nord Basilicata, rimandiamo l’Assessore Mancusi ad una attenta lettura di quanto contenuto nella letteratura scientifica internazionale che lui, in qualità di medico, dovrebbe ben conoscere”, è la risposta, piccata e netta, dei cittadini di Lavello. Che tornano a chiedere la chiusura dell’inceneritore: “Bisogna bloccare immediatamente l’attività di FENICE-EDF attraverso la revoca della autorizzazione temporanea della Provincia e l’annullamento della procedura autorizzativa AIA del Dipartimento Ambiente Regione Basilicata”.

Ma la storia non si fermerà, andrà avanti. Maurizio Bolognetti proverà a capire dove sia terminato il fascicolo nascosto tra le pieghe della Procura potentina. E, in questa storia di coincidenze ed insabbiamenti, che uccide tre Regioni di veleni e spazzatura, si scrive un nuovo capitolo strano. Quello di un anno, il 2011, che si è aperto con il cambio della ragione sociale di una società (la farfalla Fenice Spa, 300 milioni di capitale sociale si ri-tramuta nella crisalide Fenice srl, capitale sociale 50 mila euro) ed è giunto ad epifania quasi 10 mesi dopo, con il disvelamento del più richiesto dei segreti. Se fra i due eventi dovesse esservi un legame diretto, un filo conduttore, si tratterebbe o di naso fino (di Edf) o di una strategia studiata a tavolino. Con buona pace della Procura.

p.ferrante@statoquotidiano.it

IL COMUNICATO DI MAURIZIO BOLOGNETTI – Non siamo carne da macello, non siamo cittadini di serie B, non vogliamo essere il costo che qualcuno è disposto a pagare per fare carriera, acquisire benemerenze o ingrassare il conto in banca. Da tre anni chiedevo conto dei monitoraggi effettuati dall’Arpa Basilicata tra il 2002 e il 2007. Bene, adesso Raffaele Vita ha deciso di abbattere il muro di omertà e di pubblicare quei dati on-line sul sito dell’Agenzia. Lo sapevo, l’ho detto, l’ho ripetuto come un mantra. Eppure, nel leggere che i signori della monnezza della Edf hanno inquinato le matrici ambientali del vulture-melfese, la falda acquifera fin dal 2002, monta l’angoscia e l’indignazione.

Davanti agli occhi si materializza lo sguardo di Lucia Lenoci, un’ insegnante di Cerignola, che venerdì sera ha partecipato al sit-in organizzato dal Comitato diritto alla salute di Lavello fuori ai cancelli dell’inceneritore.
Lucia, che mi ha detto: “la politica siamo noi, dobbiamo ribellarci”.
Inceneritore e non termovalorizzatore. Questi non valorizzano niente, ma in compenso ci hanno regalato veleni e inquinamento. Hanno appestato l’aria, l’acqua e la terra.

La politica? Quale? Quella di assessori regionali all’ambiente che da mesi lanciano accuse di allarmismo e procurato allarme? Di quale politica parliamo? Di quella espressa da un ceto partitocratico che tenta di distruggere l’immagine di chi chiede il rispetto di leggi e convenzioni internazionali, non limitandosi a protestare, ma avanzando proposte sulla gestione del ciclo dei rifiuti, sulla nomina dei direttori delle Arpa, in materia di trasparenza e diritto alla conoscenza? Parliamo di questa politica?

Solo poche ore fa l’Assessore regionale all’ambiente Agatino Mancusi ha parlato della necessità di tutelare la psiche dei cittadini del vulture. Un tentativo, l’ennesimo, di minimizzare la gravità della situazione. Come quando parlando di pozzi di petrolio da costruire in prossimità di invasi e ospedali, beffardamente si parla di “VIE”(Valutazione d’impatto emozionale). E intanto, alla faccia della “emozionalità” veniamo condannati dalla Corte di giustizia europea per la violazione della direttiva 2008/1/CE che impone il rilascio di un’autorizzazione per tutte le attività industriali e agricole che presentano un notevole impatto inquinante. Fenice opera da anni in assenza di una “Autorizzazione Integrata Ambientale”. Altro che psicologia e emozionalità, qui parliamo di stato di diritto e legalità, di Costituzione(violata) e del diritto alla conoscenza negato. Ma come avrebbero potuto dare l’autorizzazione a quelli della Fenice, se adesso troviamo conferma a ciò che era più di un sospetto: inquinano non da 4 anni, ma da dieci e probabilmente da un minuto dopo l’inizio delle loro attività. Il silenzio omertoso e complice di enti di controllo e istituzioni è durato non un anno e mezzo, ma dieci anni!!!

E continuano a bruciare Rsu e rifiuti speciali e pericolosi, tanti. Ma che importa, tanto a Melfi c’è un procuratore che nel settembre del 2009 ebbe a dichiarare che non aveva sequestrato l’inceneritore perché persona responsabile. Da due anni e mezzo si protraggono indagini, prima a Melfi, poi a Potenza, che al momento hanno portato al nulla. Disastro ambientale, disastro colposo, omissione di atti d’ufficio, violazione del D.LGS 152/2006 e del D.LGS 4/2008, avvelenamento colposo, avvelenamento di sostanze alimentari, violazione di convenzioni internazionali e dell’art. 32 del dettato costituzionale, potrebbero essere queste le ipotesi di reato che una qualche procura potrebbe ipotizzare, formulare, contestare, ma ahimé, al momento nulla di tutto questo è avvenuto e, come al solito, qualcuno ha addirittura provato ad agitare la clava dell’allarmismo e del procurato allarme. Colpirne uno, verrebbe da dire perquisirne uno, per educarne cento.

Leggo i dati dal 2002 al 2007 e mi stropiccio gli occhi. I veleni finiti nella falda, almeno quelli che hanno controllato(chissà come), si chiamano Cromo, Mercurio, Piombo, Nichel, Cadmio e poi l’arsenico, che appare e scompare pochi mesi fa, i Voc, la trielina.

Stanno operando quelli di Fenice con un’ autorizzazione “provvisoria”, rilasciata dalla Provincia di Potenza nelle “more” del rilascio dell’AIA da parte della Regione. Viene da sorridere, ma c’è da piangere. Il gioco delle tre carte, dove nessuno vuole assumersi responsabilità. IDV, ricordi che ha una nutrita pattuglia in Consiglio regionale che certo non ha certo brillato su questa vicenda. Quanti sono quelli che sapevano e hanno taciuto? Non credo che le responsabilità possano essere circoscritte solo a Sigillito(ex direttore Arpab) e Bove(funzionario Arpab).

Nel giugno del 2009, il direttore dell’Arpab rispose alla richiesta radicale, finalizzata ad ottenere l’accesso agli atti, con un no motivato dall’inchiesta aperta dalla procura di Melfi. Sigillito disse che c’era il segreto istruttorio. Rispondemmo che i dati ambientali non possono essere sottoposti a nessun segreto. Dopo mesi di pressioni, ad ottobre del 2009, l’Arpa quei dati li tirò finalmente fuori. Da settimane, non chiedetemi come, noi quei dati li avevamo già. Dissero che era venuto meno il segreto. Un mese prima un funzionario dell’agenzia aveva dichiarato: “Sapevamo dell’inquinamento, ma non era nostro compito denunciarlo”. Pubblicarono i dati, ma solo a partire dal dicembre 2007. Gli altri, quelli che leggiamo oggi, dissero che non c’erano.

A novembre 2009, il direttore Sigillito, audito presso la III Commissione regionale, dichiarò: “In data 16 ottobre sono venuto a conoscenza del fatto che l’Arpab non ha effettuato analisi sulle acque di monitoraggio di Fenice dal 2002, cioè da quando ha avuto l’incarico da parte della Giunta regionale.”

Tutto finito? Macchè, in questa storia un po’ kafkiana e un po’ surreale, i colpi di scena non finiscono mai. Sono gli effetti speciali prodotti dalla costola lucana de “La Peste italiana”. A giugno 2011, il solito funzionario Arpab, il solito Bove, dichiara in un’intervista rilasciata a “Stato Quotidiano” che i dati ci sono, ma che non può prendersi la responsabilità di azioni di cui non conosce le ripercussioni. Bove afferma: “Se mi danno l’autorizzazione a diffonderle, le diffondo”. Eppure, la foglia di fico del segreto istruttorio era caduta due anni prima. Eppure, avevano detto che non c’erano. Domande: Quali ripercussioni? Può un funzionario pubblico arrogarsi il diritto di negare dati ambientali? Di fronte a tutto questo, leggere frasi del tipo “la Regione detta le regole” è davvero ridicolo. Qui le regole sono diventate carta straccia e di certo se qualcuno ha dettato qualcosa non credo si tratti di coloro che avrebbero dovuto governare e tutelare questo territorio. Sul mio spazio Facebook, Giuseppe Festa ha scritto: “E ora all’attacco”. Si caro Giuseppe, all’attacco per chiedere legalità, giustizia, rispetto dello Stato di diritto e del dettato costituzionale, delle leggi della Repubblica e delle convenzioni internazionali. Tutti i ministri interrogati, ad iniziare dalla signora Prestigiacomo, su questa vicenda non hanno mai inteso rispondere. Non una risposta alle interrogazioni presentate da Elisabetta Zamparutti e dal gruppo radicale alla Camera. Muti anche loro. Muti come i pesci del Pertusillo, che, si sa, si sono suicidati. E muta pure la Commissione ambiente, che vanta tra le sue fila l’on. Salvatore Margiotta.
Lo confesso, a questo punto mi aspetto dalle istituzioni lucane e in primis dal governatore Vito De Filippo uno scatto di reni. La “ricreazione” è finita e deve finalmente prevalere il senso dello Stato, della difesa della Res pubblica.

Ai sindaci del Vulture, invece, voglio ricordare che un qualche margine è loro concesso dagli articoli 50 e 54 del D.LGS 267/2000. Abbiamo davvero bisogno che qualcuno torni a governare il nostro territorio. Abbiamo bisogno che qualcuno si decida a far rispettare le regole. Ora, subito, è necessario anteporre la tutela della salute pubblica e dell’ambiente ad interessi altri. Perché non è stata una pagina edificante quella scritta fino ad oggi e si è scherzato fin troppo sulla salute dei cittadini lucani. Fare il “profeta di sventure” può essere sgradevole, ma, ahimè, ogni giorno andiamo sempre più convincendoci che quanto affermato da Marco Pannella è assolutamente vero: “La strage di legalità ha sempre per corollario, nella storia, la strage di popoli”.
Per dirla con Lucia, la politica, quella buona, quella che si interessa della polis era in piazza a Melfi, davanti ai cancelli di Fenice. La politica partitocratica ne segua l’esempio. Se nulla cambierà, non resterà che appellarsi al Presidente della Repubblica in quanto garante del dettato costituzionale e a quella Europa, che anche in materia di tutela dell’ambiente e della salute, così come sull’amministrazione della giustizia, ci ha ripetutamente condannati.

A chi ci accusa di spargere “veleno sociale”, rispondiamo che l’unico veleno è quello di un regime che fa del potere un fine anziché un mezzo. La Edf deve pagare i danni prodotti, ad iniziare da quello di immagine. L’inceneritore va immediatamente chiuso. Con il Comitato Diritto alla salute dico: “Mo Avast” e confido nella capacità del governatore De Filippo di saper ascoltare le istanze delle popolazioni del Vulture.


FOCUS – ECCO LE CARTE!

FOCUS 2 – L’INCHIESTA FENICE ATTRAVERSO GLI ARTICOLI DI STATO QUOTIDIANO
1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

4. Melfi, i panni sporchi di Arpab: “Giusto che Fenice chieda di bruciare di più” (Stato Quotidiano, 9 giugno 2011)
5. Fenice la rabbia del Comitato di Lavello: “Una presa in giro” (Stato Quotidiano, 14 giugno 2011)
6. Fenice avvelena ancora. A maggio riscontrato Arsenico (Stato Quotidiano, 20 giugno 2011)

7. Fenice, Comitato di Capitanata: “Clamoroso silenzio delle istituzioni” (Stato Quotidiano, 21 giugno 2011)
8. Bolognetti in tackle su Arpab: “Qualcuno blocchi Fenice”
9. L’intervista al Coordinatore Arpa di Potenza, Bruno Bove (28 giugno 2011)
10. Bolognetti contro Bove: “Se ci sono i dati, allora li tiri fuori” (4 luglio 2011)
11. La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice” (9 luglio 2011)

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“Ci stanno uccidendo silenziosamente”. Parla Bolognetti

Foggia – MAURIZIO Bolognetti, Direzione Nazionale di Radicali Italiani, al telefono, è un fiume in piena: “Se presenti una denuncia per porre un freno al disastro ambientale e finisci per essere accusato di procurato allarme, significa che qualcosa non va come dovrebbe andare”. E, soprattutto, che in ballo ci sono una miriadi d’interessi. Sulla questione dell’inceneritore Fenice, di cui Stato Quotidiano si sta occupando, poi, ce ne sono di sfaccettati. Il Vulture melfese è ridotto ad un agglomerato di polveri sottili e metalli pesanti, gettati nell’aria, senza parsimonia, non solo dai 200 camini della Fiat, ma anche da quelli di Fenice. Impatto che diventa devastante se, in aggiunta, ci si aggiunge l’inquinamento della falda sottostante che finisce dritta dritta nell’Ofanto.

Non allusioni scortesi, ma dati di fatto, comprovati, sin dal 2006, da Arpa Basilicata, Crob di Rionero e dal Ministero della Salute (attraverso il rapporto Ispra 2009). L’esponente radicale (che sta per editare, per conto della Reality book, il testo “La peste italiana: il caso Lucania. Dossier sui veleni ambientali e politici che stanno uccidendo la Basilicata”) è uno dei più grandi conoscitori della situazione delle acque lucane. Dagli invasi del Pertusillo e di Camastra, fino, appunto, allo sversamento di sostanze tossiche nei fiumi. La questione di Fenice lo indigna con profondo disprezzo. Di quell’indignazione che non è aleatoria, ma si fonda sulle stime ed i dati. Quelli che ci sono e quelli che, per negligenza e per mistero cinico, non ci sono, scomparsi tra i fumi del tempo, inabissati nella fanghiglia tossica.

Partiamo dal marzo 2009, Bolognetti. Ovvero, da quando il caso Fenice deflagra come una bomba piena di chiodi…
.. e la Procura di Melfi, finalmente, apre un fascicolo. A proposito, quell’inchiesta non si sa a che punto sia giunta, quali sono le conclusioni. E’ finita a Potenza. Ma, anche lì, è nascosta. Tornando al marzo del 2009, alla pubblicazione dei primi dati Arpa. E’ curioso che si sia atteso tanto. Ormai è appurato che, sin da due anni prima, ovvero dal 2007, Vincenzo Sigillito, direttore dell’Arpa Basilicata, sapeva dell’inquinamento della falda. Sapeva lui, sapevano tutti nell’Ufficio. E non hanno pensato, guardi un po’ di avvertire il sindaco di Melfi che è la massima autorità in questi casi…

Scusi, vien da sé che sapeva anche la Regione Basilicata. E la Provincia di Potenza…
Gli unici a non sapere, si fidi, eravamo noi cittadini. Ci stavano uccidendo in silenzio, senza dirci nulla. Ha presente il gas metano, di cui non ti accorgi fintanto che le esalazioni non ti ammazzano? Ecco, esattamente in questo modo.

Sa di chi sono queste parole: “Già da marzo 2008 eravamo a conoscenza dei livelli preoccupanti di mercurio nella falda, ma non spettava al nostro ente lanciare l’allarme”?
Bruno Bove, coordinatore provinciale Arpab, pronunciate addirittura in televisione. Basterebbe questo, da solo, a chiudere la questione. Ma le aggiungo un altro elemento. Nel novembre di quello stesso anno, pur sapendo dell’azione deleteria di Fenice, come si deduce dalle affermazioni di uno dei maggiori responsabili di Arpa, il direttore Sigillito, ed una delegazione della società di gestione dell’inceneritore hanno tenuto un incontro pubblico. Durante quell’incontro, Sigillito, superiore di Bove disse che l’inceneritore di Melfi era, e cito, “una risorsa estremamente positiva”.

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Una presa di posizione, insomma…
No, fa molto di più. In quell’occasione afferma che l’incontro serve per sancire un “rapporto di collaborazione” fra di loro. Insomma, un organo di controllo sa che il suo interlocutore sta uccidendo ciò che a lui spetterebbe monitorare e come risolve? Scendendo a patti.

Perché la politica ha lasciato fare?
Perché? Qui in Basilicata tutti sanno che Bove è uomo di fiducia dell’attuale Presidente del Consiglio Regionale, Vincenzo Folino, piddino di ferro. E poi, insieme alla Campania, la Basilicata è una delle realtà in cui la politica ha un’incidenza fortissima sulle scelte. Veicola tutto. Tutto passa per la politica. E’ tutto lottizzato, compreso l’Arpa, dove anche i cessi sono lottizzati.

Quindi, lei dice, ci sono delle coperture forti che non possono essere rimosse. E smascherare il pesce piccolo significherebbe la brutta figura, se non la il tracollo politico, del pesce grande…
Esatto. Il fatto è che la politica, e quando dico politica dico i partiti politici, devono entrare nell’ottica di abbandono delle lottizzazioni. Si fa un gran parlare delle grandi aziende pubbliche. Prenda la Rai. Ma anche gli Uffici, i presidi del territorio devono essere tolti dal controllo degli artigli della politica. Che si creino delle strutture nuove, che si possano arricchire con elementi forti e preparati che entrano con rigorose selezioni, curriculum alla mano.

Sa che vuol dire, si?
Certo, che bisognerebbe iniziare a depurare innanzitutto i vertici. Chi sceglie i controllori.

Converrà che, ad un certo punto, la politica s’arresta. Insomma, i controlli sanitari, le Asl, i medici? E’ attraverso il monitoraggio dell’incidenza dell’inceneritore che può essere fatto passare il messaggio. Ma le ultime stime, pure molto negative, riguardano solo i tumori e sono datate 2006. Fonte: Crob di Rionero. Non crede ci sia un ritardo?
Io ho una mia opinione personale. Alle storie del Crob ci credo fino ad un certo punto. Anche lì ci sono interessi specifici. Altrimenti perchè non sono stati più diffusi altri dati? Piuttosto sento parlare medici di base, medici di famiglia normalissimi, che vivono ogni giorno a contatto con la gente. Non mi serve il Crob o l’Asb per sapere quello che loro mi dicono in continuazione. Ovvero, che la gente si sta ammalando. La gente del Vulture sta morendo. Popolazioni intere contraggono tumori ma non solo. la contaminazione dei metalli pesanti porta ripercussioni a livello cardio vascolare, infiammazioni degli organi, allergie. Mi chiedo: ma la Fenice, l’Arpa, la Provincia, la Procura di Melfi e quella di Potenza, la politica, queste cose le sanno? E se le sanno, come le sanno, non gl’interessa nulla?

Ci sono comitati di cittadini molto attivi. Non crede che potrebbero, ad esempio, fare una sottoscrizione popolare per finanziare un’analisi delle acque dell’Ofanto, della terra, dell’aria? Basterebbe poco.
Potrebbe essere una strada percorribile. Ma, ripeto, spetta al pubblico monitorare, non solo ai cittadini.

C’è chi parla di contaminazione dei prodotti. L’acque dell’Ofanto irriga campi di tre regioni e diverse province di queste tre regioni. Ma nessuno vuole parlare…
Ma perché c’è una cappa asfissiante. Io non so che cosa si celi esattamente dietro il concetto di mafia. Quel che so, però, è che qui, in Basilicata, dal Vulture alla Val D’Agri, c’è. Trovare gente che si vuole esporre in prima persona, rischiando anche di mandare a monte i sacrifici di una vita, non è facile. Vigono le dinamiche di paese. C’è tanta ammuina (rumorosità, ndr) virtuale. Dietro le tastiere tutti si sentono forti ed urlano indignazione. Poi, tranne quei pochi veramente attivi, c’è ben poco.

Ma le associazioni di categoria? La Cia dovrebbe…
La Cia? Macché

Fenice guadagna sull’immondizia. In Basilicata fa guadagno anche sulla loro pelle…
Certo. Pensi, nel primo trimestre 2011 Edf ha fatturato 19 miliardi di euro. Parliamo di miliardi, una montagna di soldi. Nessuno, ad esempio, si è mai chiesto come mai, un giocattolo così costoso, sia stato dato in gestione ad una srl (Fenice srl, ndr) che, come capitale sociale, non ha che 50 mila euro.

Per rischiare meno?
No, per rischiare zero

Che cosa chiede Bolognetti?
Non lo chiede solo Bolognetti, ma la collettività: bisogna rendere pubbliche tutte le informazioni possibili. In maniera precisa e puntuale, affidando i controlli ad un organo di vera garanzia. Quelle sull’immondizia. E’ giusto o non è giusto che il cittadino sappia che fine faccia la sua raccolta differenziata? E’ giusto o non è giusto che il cittadino sappia dove e come venga smaltito il suo R.S.U e come i rifiuti speciali? E poi le informazioni ambientali. La falda è inquinata. perché? Di chi è la responsabilità? Chi non ha controllato? Tutto. Serve una battaglia di trasparenza.

I rifiuti di fenice, per anni, hanno bruciato più del consentito…
Si, è vero. E, dopo averlo fatto, hanno chiesto l’ampliamento della capacità di uno dei due forni a loro disposizione. Il risultato è che abbiamo un tasso di mercurio nelle acque 140 volte superiore rispetto al consentito.

Ma non è tardi per muoversi?
In verità le dico che sì, forse molto è stato compromesso irrimediabilmente: la salute dell’ambiente e delle persone di certo.

FOCUS – L’inchiesta di Stato

Fenice, un caso di (a)normale inquinamento

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Lavello – LA Fenice è un inceneritore. Per la precisione, il più grande inceneritore europeo. E’ situato nella zona industriale di San Nicola di Melfi. Nel 1999, la Fiat l’ha messo in funzione (il ricatto è in marchionnese: o accettate l’inceneritore o addio posti di lavoro). A Sud, ovviamente, dopo aver tentato, invano, di insediarlo in Piemonte, nella zona di Biella. Le ceneri della Fenice-inceneritore, non sono quelle della Fenice-volatile. In questa zona bellissima e sciagurata, tuffata nel verde della Lucania settentrionale, con vista privilegiata su Daunia e Campania, le ceneri sono sinonimo di morte, di malattie. Le vite non rinascono, s’interrompono.

L’OFANTO – Fenice, che ha due forni, uno a griglia ed uno rotante, opera a cielo aperto. A sei chilometri da Lavello, il centro abitato più vicino, a tre dal fiume Ofanto. Corso d’acqua fra i più grandi dell’Italia meridionale, le cui acque sono utilizzate per l’irrigazione dei campi di tre regioni: Puglia, Basilicata e Campania. Inutile spiegare che, le ceneri, s’immettono nel ciclo dell’acqua depositandosi infine, senza colpo ferire, sulla superficie del fiume causando danni irreparabili. Di più. La Fenice è anche responsabile dell’inquinamento di una falda acquifera che, guarda caso, scorre sotterranea proprio in direzione dell’Ofanto.

I PROBLEMI – La segnalazione giunge a Stato anonima. E proviene dallo sterminato paesaggio del Basso Tavoliere, sponda cerignolana. Da queste parti, di campagna si vive. La coltivazione continua ad essere l’elemento preponderante dell’economia. E, in generale, dell’area compresa fra il centro divittoriano e la città di Foggia. L’inquinamento delle falde o, comunque, dell’oro blu utilizzato per l’irrigazione è vista come una tragedia. Nessuno lo può dire, nessuno può esporsi apertamente. In ballo, in questa storia, ci sono intere partite di prodotti ortofrutticoli. Quegli stessi prodotti che venivano immessi sui mercati internazionali, Germania in primis. E che, adesso, pare stiano iniziando ad essere rispediti al mittente. Mettere in giro la notizia, oltrepassare il filtro del silenzio, potrebbe voler significare la bancarotta. Qualcuno, come R.F., abbozza un timido “Può darsi”, onde poi rifiutare anche soltanto di approfondire. Dovesse essere confermata – come pare lo sia – la notizia della contaminazioni da metalli pesanti dei prodotti agricoli del Basso Tavoliere e della prima Murgia barese, la morte dell’economia autoctona sarebbe ineluttabile. Ecco perché, al momento, fra agricoltori e produttori vige il più assoluto riserbo. Pur montando la rabbia verso l’avvelenatore. Non va dimenticato inoltre che non si è lontani dal vulcano spento del Vulture. Ovvero, da quel terreno produttivo di acque in bottiglia che, al consumatore, vengono spacciate come sane.

A destra, Nicola Abbiuso (St)

LE CIFRE – La Fenice è un cancro. Nel solo anno 2009, stando agli ultimi dati emessi dal rapporto dell’ISPRA (si attendono a giorni i nuovi, quelli riferiti al 2010), ovvero l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, su 39.614 tonnellate trattate, ben 20.884 sono di rifiuti pericolosi. Di questi, non tutti sono di provenienza nazionale. Alcuni viaggiano dalle lande francesi. Il rapporto ISPRA afferma che i rifiuti pericolosi bruciati in Italia nella ambito dei R.U. sono 54 mila tonnellate di questi 34.482 sanitari ed ospedalieri e 19.907 di altra natura, questi ultimi – si evince – tutti bruciati a Fenice. Di più, alla Fenice, malgrado manchi del tutto ogni sorta di autorizzazione in questo senso, ed anzi, la stessa Provincia di Potenza, non più tardi della fine di gennaio di quest’anno abbia espressamente posto un freno per mancanza di autorizzazione, vengono smaltiti anche diversi quantitativi proprio di materiale sanitario. Lo dice lo stesso Ispra, ovvero il Ministero, nel rapporto succitato. Nel 2008, a Melfi ne sono state smaltite, certe, 978.

E LE CARTE? – Il tutto, quasi a coronamento, senza la certificazione necessaria. Nel 2000, infatti, la Regione Basilicata rilascia alla Fenice spa, all’epoca società di gestione dell’inceneritore (poi, con un’opera di perfetto maquillage, da pochissimi mesi passata alla Fenice srl – mentre la proprietà rimane nelle mani della società transalpina – con capitale sociale di appena 50 mila euro e con oltre 50 operai sul groppone), l’Autorizzazione Integrata Ambientale. Tuttavia è un provvedimento temporaneo, limitato nel tempo e ridotto a cinque anni. Nel frattempo, anno 2001, la ditta viene venduta all’Edf che gestisce al di là delle Alpi svariate decine di centrali nucleari ed è, in un qualche modo, l’interfaccia silenziosa della Edison.

AIA – Prima del rilascio della concessione definitiva dell’AIA, l’Ente lucano si riserva di monitorare la situazione. Ma i controlli sono ballerini, quando non del tutto inesistenti. Di volta in volta, nessuno si oppone allo strapotere del duopolio Edf-Fiat, malgrado le tante interrogazioni parlamentari, e malgrado inizi a scendere in campo l’attivismo della cittadinanza di Lavello. Che si inizia a chiedere chi e perché abbia dato inizio al sistema perverso per cui, la popolazione di 19 paesi dell’Alta Basilicata, ovvero del Vulture, sono tenuti, a partire dal 2000, a smaltire i rifiuti non mediante strumenti pubblici, ma per mezzo dell’inceneritore melfitano. Una contraddizione che monta e che cresce anno dopo anno, con punta nel 2009. E’ l’anno in cui i danni si moltiplicano. E, guarda caso, è lo stesso anno in cui il Comune di Melfi si vede costretto ad emanare un’ordinanza di non utilizzo dell’acqua dei pozzi. L’acqua è insicura e non ci sono le condizioni per operare in igiene. Passano due anni e, a gennaio 2011, così, è la Provincia di Potenza a mettere le cose in chiaro. Con un comunicato stampa secco ed inequivocabile, precisa che l’AIA – undici anni dopo! – “non [è] ancora rilasciata”. E che l’impianto è stato, appunto, autorizzato ad operare “con Determinazione Dirigenziale della Regione Basilicata n. 75F/2000/D/498 del 19.10.2000 (durata anni 5), successiva Determinazione Dirigenziale di questo Ufficio n. 2986 del 19.10.2005 di rinnovo (durata anni 5), ed in ultimo con Determinazione Dirigenziale di questo Ufficio n. 3065 del 14.10.2010”. In realtà, Fenice ha presentato richiesta soltanto nell’anno 2006, precisamente il 31 marzo, Richiesta che, ad oggi, è ancora in “corso di istruttoria”.

L’AUMENTO DI CAPIENZA – Ed una cosa particolarmente strana è che, a distanza esatta di un quinquennio, l’ultimo giorno di marzo di quest’anno, la Fenice, dopo aver accettato (a chiosa di un tavolo tecnico svoltosi a Potenza ed a cui hanno preso parte Comune di Melfi, Regione Basilicata, Provincia di Potenza, Arpab, Asp e Fenice ovviamente) di svolgere un’analisi di rischio, decide che è giunto il momento di dare un’accelerata. In quel momento, essendo i valori in calo, l’impresa lascia passare il messaggio dell’impatto zero sull’ambiente. Come dire: “Ad inquinare l’acqua non siamo stati noi”. E presenta addirittura una proposta di aumento della capienza di uno dei due forni (quello a griglia), chiedendo – la risposta deve darla la Regione – di passare dalle attuali 30 mila tonnellate annue a 39 mila. Più incenerimento significa più rifiuti, più rifiuti più energia, più energia più acqua. Si calcola infatti che, oltre ad inquinare, la coppia Fenice-Edf e Fiat, sprechi una quantità di liquido vitale pari a 12,5 milioni di metri cubi all’anno. E si tratta di acqua assolutamente potabile.

SALUTE – Non basta. Dai 200 camini della Fiat, più da quelli di Fenice vengono fuori quantità enormi di nano particelle (12 milioni di metri cubi all’ora di fumi sono immessi nell’atmosfera). Il che incide in maniera diretta ed inequivocabile sulla salute. Ma, anche in questo caso, i controlli non sono bastevoli. Uno degli animatori del Comitato per la Salute di Lavello, Nicola Abbiuso, ci dice che “le ultime stime risalgono al 2006”. E sono certamente parziali. Fanno in effetti i conti soltanto sull’aumento dei tumori (sono esplosi quelli alla prostata, al colon ed allo stomaco in sugli uomini; mammella, fegato e retto per le donne; ma, a parte qualche raro caso, quasi tutti gli organi sono colpiti). Al contrario, le nanoparticelle provocano allergie e serie ripercussioni sul sistema cardiocircolatorio, aumentando il rischio d’infarti. Ma l’Asp latita. Ed anche il Crob di Rionero in Vulture, uno dei maggiori centri in Italia in materia oncologica, in effetti fa poco. “Su cinque persone ricoverate al Crob – stima Abbiuso a Stato – tre sono di Lavello”. Tutto questo l’Arpab lo sa e, per anni, lo nasconde. O, per lo meno, fa finta che il problema non sussista. Tanto che, interpellato dalla stampa e sollecitato dai comitati pubblici, l’ex Direttore dell’Ufficio per l’ambiente della Basilicata, Vincenzo Sigillito, è costretto ad ammettere l’evidenza. Ovvero sia del fatto che l’Arpab era a conoscenza, già nel 2007, del problema dell’inquinamento delle falde ofantine. Quel che, al contrario, appare strano, è che, invece, lo stesso Sigillito, il cui atteggiamento è sempre stato alquanto ciondolante rispetto alla questione, afferma che l’Ufficio non dispone dei dati sul monitoraggio dell’area Fenice nel quinquennio 2002-2006.

I METALLI PESANTI – Nel corso del tempo, ad aumentare – e a preoccupare – è soprattutto la presenza di metalli pesanti, inquinanti per le acque, dannosi per la salute. Cromo, nichel e mercurio sono costanti rilevate nelle acque dei nove pozzi di emungimento collocati alle spalle dell’impianto. A seconda della rilevazione, i loro valori mutano. L’ultimo rilevamento, risalente ad un paio di mesi fa, ha visto un netto abbassamento dei valori. Tuttavia questo è dovuto alla realizzazione della cosiddetta barriera idrica. Ovvero di una serie di pozzi che, nei fatti, depurano l’acqua alterando la veridicità dei valori del campione rilevato.

Le apparenze – e solo quelle – sono salve.

p.ferrante@statoquotidiano.it
Link: Stato Quotidiano

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