Diffidate di chi non ama i gatti (Recensione de “Lo zen del gatto” – Ludovica Scarpa, Ponte alle Grazie 2010)

.::: Colei che la mia vita ama più di sè stessa:::.

Il libro

Zorro è un gatto berlinese, tigrato, sornione e furbo, ammaliante come solo una piccola tigre casalinga può essere. Si divide tra la strada e il condominio dalle porte rosse, arancioni e gialle che lo ha eletto ospite d’onore.

Dicono che abbia un padrone, porta una medaglietta con su scritto nome e indirizzo, ma non illudetevi, Zorro appartiene solo a se stesso e illude tutti col suo fare ora diffidente ora affettuoso.

Zorro non conosce lamentele nè disperazione, non si preoccupa se trova un uscio chiuso, perché sa che davanti alle sue fusa e al suo guardare fiero altre mille porte si apriranno.

Zorro non ha legami, resta silenzioso nel suo angolo, ma pur sempre in agguato; Zorro non si preoccupa, agisce.

Zorro non pretende, non domanda, non scodinzola; è un felino, è altezzoso, ha bisogno solo di uno sguardo con i suoi occhi a biglia.

Zorro ama le piccole cose, una mosca può diventare il suo diletto, orecchio teso, movimenti pronti, pazienza infinita.

La sua ciotola non è mai troppo piena o troppo vuota, Zorro attende, sa che sarà soddisfatto, perché lui è il Gatto e sa di esserlo.

Zorro, il nostro maestro zen peloso e striato, lui che non vuol farsi accettare per forza, lui che tiene il mondo sotto i cuscinetti, ci insegna che la cosa più importante è esserci e basta, che non bisognerebbe viver meglio ma semplicemente viver bene.

D’altronde, basta una “scrollata di coda”.

LUDOVICA SCARPA, “LO ZEN DEL GATTO”, PONTE ALLE GRAZIE 2010

Giudizio: 3 / 5 – Piacevole

Annunci

Wikileaks ci fa un baffo…

ABBIAMO L’ANTEPRIMA DEL PRIMO INCONTRO FRA MARA CARFAGNA ED ALESSANDRA MUSSOLINI

(quella che dice “Non mi abbasso al tuo livello” è, ovvio, la “fine” Carfagna)

“Io chiedo alla storia una storia”. Quella di Giorgio… (recensione di “Basta uno sparo” Wu Ming 2 – Transeuropa 2010)

“Tu chiedi alla Storia chi è stato per primo. Io chiedo alla Storia una storia”. Piccola come un catino stracolmo di rabbia, grossa ed ingombrante come un mare fluttuante di ingiustizia. La storia narrata in “Basta uno sparo” – reading di “Razza Partigiana, preziosismo audio (per le parole) – visivo (per la stampa) dei Wu Ming 2 – è quella di Giorgio Marincola, unico partigiano nero della Resistenza. Somalo di Mahadaay Weyn, Somalia italiana. Somalo, dunque, soltanto a metà. Piuttosto, italiano di quella italianità di ritorno donatagli in eredità genetica dal padre, un soldato, innamorato di tale Aschiro Hassan. Una “diavolessa”: nera come la pece e dalla capigliatura ombrellifera.

Che storia, quella di Giorgio Marincola. L’Africa, la Calabria, gli studi, il campo di concentramento di Bolzano. Il mare, tanto mare, il pianoforte, la vita nell’agio culturale, la laurea in Medicina prima del freddo, degli spasmi lancinanti di una vita costipata. Quell’auspicio insondabile e mai domo di ritornare nel paese natale, la scelta finale di combattere per l’Italia in Italia. E di morirvi. Nell’ultima strage nazista sul territorio nazionale. Un nome che è un epigramma brutale e sadico, l’emblema della sconfitta: Stramentizzo. Un villaggio che non c’è più, ormai annullato dalla costruzione di una diga.

“Immaginate una valle alpina. Pascoli, boschi, un torrente, le Dolomiti che spuntano oltre le prime vette”.

Stramentizzo, Molina di Fiemme. La Val di Fiemme. Il teatro dell’eccidio. Trentasei cadaveri in un bosco. Trentasei testimoni della barbarie. Trentasei modi diversi di urlare alla ferocia, di rispondere “Libertà”, di dare il petto alla morte, alla Storia, all’ingiustizia. Trentasei e, in mezzo, quel neo. Un ragazzo di colore. Ovvero, Giorgio Marincola. Lui, la dannazione di non passare inosservato e quella memoria resistente marchiata a fuoco sulla pelle. Le immagini prendono forma al suono delle parole. Ascoltandole, rimbombano come fossero tamburi immani. Entrano nelle orecchie per non uscirvi più.

“Se già la conoscete, immaginate la Val di Fiemme, un posto benedetto dalla Natura ma funestato dalla Storia”.

Le miniere di Prestavel, la funivia del Cermis. E, lissù, a mille metri, quel piccolo cimitero. A valle, l’Avisio, un letto di rabbia ed acqua che gorgoglia e rimbomba e urla. Le lapidi, poche, sono sovrastate dalla lapide di quell’ultimo eccidio raccontato in “Basta uno sparo”. Un timbro indelebile apposto dall’uomo per perpetrare la follia dell’uomo.

Giorgio Marincola, in quei posti, non ci sarebbe dovuto essere. O, meglio ancora, ci sarebbe potuto non essere. Nel 1945, sotto la neve di gennaio, era stato arrestato in Val di Serra. Tradotto in carcere a Biella, finì poi a Torino. E, infine, al Polizei und Durchgangslager di Bolzano, destinato alla ricostruzione della ferrovia del Brennero.

Giorgio Marincola, alias Renato Marino, alias Tenente Mercurio, in quei posti aveva il diritto di non esserci. Opzione vigliacca ma giustificabile che ripudiò. Fuori dal campo di Bolzano, rinunciò alla fuga in Svizzera. “Poter avere un fucile” per dare in pasto alla giustizia le sue prede.

Fu così che fu Val di Fiemme. Cavalese, sede del Cln, poi Stramentizzo. Infine la morte.

Lottare per la vita. Vincere per la vita. Perdere per la vita. Morire per la vita. Per un sogno lungo un giorno di più, per diventare impermeabili alle fruste sulla schiena, per elevarsi, straniero contro un esercito straniero, alla schiera dell’eroe. Inconsapevolmente. Senza disturbare. Peculiarità somatica della vera razza partigiana.

Il libro potete richiederlo sul sito della Transeuropa (link sull'immagine)

WU MING 2, BASTA UNO SPARO. STORIA DI UN PARTIGIANO ITALO – SOMALO NELLA RESISTENZA ITALIANA (CON AUDIO CD “RAZZA PARTIGIANA”), TRANSEUROPA, 2010

Giudizio: 5 / 5

LINK TRANSEUROPA: http://www.transeuropaedizioni.it/rassegna_online/186_WuMing_Satoquotidiano.pdf

Il fascio… romantico

 

Bolzano, stadio Druso, ottobre 2010

(cancellato)

Grazie, camerata Letizia

 

Fn. Ma non sono fascisti, però...

Si chiama corto circuito. Senza trasposizioni semantiche. Ovvero: una connessione a bassa resistenza fra due elementi di un circuito elettrico. È quanto accaduto nell’intera Milano morattiana.

La bassa resistenza è quella della politica. Un ameba informe dalla testa berlusconiana, dal corpo craxiano e dal ventre fascista.

I due elementi, la ragione e la degenerazione. Il circuito la democrazia.

Corto circuito. Costo: 20 mila euro. Circa. Tanto, infatti, è il valore del locale assegnato in Corso Buenos Ayres, previa presentazione di richiesta, all’associazione Forza Nuova. “Associazione culturale e sociale senza scopo di lucro”.

Associazione?

Culturale?

Lucro?

L’annebbiamento della memoria, la rottura degli argini di quel buon senso che, caduto Tambroni, ha consentito di dribblare azioni provocatorie, oltraggi alla memoria, sputi ciamurrotici sulle polaroid ingiallite della Resistenza.

Ma il politicante che tutto può e tutto deve, il notaio delle decisioni, il ratificatore delle regole senza morale, il lacchè delle carte bollate, imbelle esecutore mandatario di uno sciatto presente inzuppato nel nulla ideologico e valoriale, non distingue. Esegue. E lo fa con la nonchalance del finto ragionevole, come fosse il depositario di un qualche codice fatato e segreto, scrigno di segni e di simboli.

Le gare pubbliche il suo punto di vista, l’appalto la conditio sine qua non del respiro. Che sia tutto, se tutto deve essere. Buono o luceferino. Ma che sia documentato.

Nel corto circuito della ragione, si fa festa. Un corteo di cortigiani incartati di nero e testa rapata. Nella camera del delitto, quella tolta alla comunità (Medaglia d’Oro per la Resistenza e sede della grande insurrezione finale che capvolse il Ventennio nazifascista) ed assegnata, per soldi, per la giustizia della burocrazia, per l’imperium delle graduatorie, ad un manipolo di xenofobi da far accapponar la pelle del collo di zio Adolfo, i camerati meneghini si riuniranno, annunciano, “per una festa fino a notte fonda”.

Sì.

La notte della ragione. Una notte talmente buia da far rimbombare, di stella in stella, di lacrima di pioggia in lacrima di pioggia, di gocciolina di nebbia in gocciolina di nebbia, le parole auto celebrative del Camerata Marco Mantovani. Lui, che di Fn è il portavoce (si son dati anche una struttura interna in barba a tutte le regole, ma quelle buone), tiene ad ammantarsi di verginità innocente. Già. Perché lui non è un autonomo, uno studente sfigato, un ricercatore, un cassintegrato, un disoccupato con figli sul groppone, una babysitter in nero, una badante stesa in terra sotto gli occhi della gente.

Non sia mai detto.

Non c’è da scherzare.

“Noi non abbiamo l’abitudine di occupare illegalmente gli spazi”.

“Noi”.

Loro.

Infatti. Hanno sempre preferito sgombrarli quegli spazi. A forza di botte.

Campagna elettorale 2 giugno 1946 in Capitanata. La politica delle botte…

Eccolo lo spartiacque della storia democratica d’Italia, l’avvento della Prima, lugubre, Repubblica, la linea di partenza di una nuova fase, lo sparo in alto verso la corsa frenetica della conquista delle masse, più elementi elettorali che corpo di diritto vero e proprio: il 2 giugno 1946. E, quando si dice 2 giugno 1946, si intende l’intero contesto spazio-temporale che lo racchiude e lo netta. Città, paesi, piazze da un lato, ore, giorni, settimane, mesi dall’altro. Un plasmarsi duale. Dal gennaio al giugno, furono le bandiere e le voci a prendere le piazze, a ritagliare alla politica quelle zone fino a qualche tempo prima interdette. Due le fazioni, due addirittura i tricolori: quello con lo stemma sabaudo che garriva al suono della Marcia Reale e quello con il bianco “puro”. Da un lato Partito Monarchico (quel che ne rimaneva, per lo meno), ampi settori democristiani e cattolici, la totalità dei qualunquisti (che ne vedeva un balzo ai fasti liberali), qualche liberale; dall’altro, convintamente, socialisti e comunisti (per i quali, la Repubblica popolare rappresentava il primo passo verso il glorioso cammino socialista), repubblicani, azionisti, pochi liberali e coraggiosi cattolici (pochissimi). Rispetto al primo questo secondo gruppo era indubbiamente più compatto, meno sfilacciato. Idealmente convinto e trainato, sostanzialmente, dai partiti marxisti, il blocco repubblicano non cedette neppure per un tratto di strada alle sirene dell’incerto. Scevro da condizionamenti esterni, seppe fare della costanza battente la sua forza, puntando, inoltre, sul binomio Monarchia – fascismo.

Di contro, soprattutto in casa Dc, Alcide De Gasperi non seppe trovare una quadra strategica, chiuso a tenaglia com’era tra laicismo e cattolicesimo. Fu così che il Vaticano entrò appieno nella contesa, sponsorizzando la Monarchia (anche con il famoso ritornello “Scegliete per Dio ed il Re”), patrocinando (anche finanziariamente e logisticamente) il blocco anti repubblicano ed obbligando la Democrazia Cristiana ad una semplice opera di comprimaria. La campagna elettorale, di fatto la prima dell’era contemporanea (prima di allora non v’era suffragio universale e, quindi, la partecipazione finiva per essere risicata e meno emozionalmente sentita), sviscerò i sentimenti repressi, dando sfogo a vizi e virtù italiche. In campo, tutti gli elementi sociali. Accanto ai partiti, le associazioni, la Chiesa, gruppi sportivi, scout e Madonne. La votazione, più che in altri frangenti (anche se meno rispetto a quanto avverrà due anni più tardi), mise in luce le contraddizioni di un popolo soltanto all’apparenza unito. le croci sulle schede divennero questioni di vita e di morte. Conquistarle alla propria parte politica una missione più ancora che un impegno. Per questo, non mancarono tensioni e rivalità in misura molto maggiore che rispetto alle amministrative. Scontri ed incidenti erano all’ordine del giorno.

Ovunque in Italia, con una netta evidenziazione nel Meridione (senza l’eccezione della Capitanata), propagandare si traduceva anche nel boicottaggio dell’avversario. Fu, quella per il Referendum, una vera e propria battaglia. Il miglior bastone fra le ruote propagandistiche era, ovviamente, la chiassata. Vere e proprie manifestazioni di disturbo erano organizzate in ottemperanza al politically scorrect. Bambini e ragazzetti di strada venivano sobillati, in cambio di pochi spiccioli, acchè producessero urla e strepiti in date ore ed in dati posti. Manco a dirlo, quelle e quelli dei comizi. L’aria era particolarmente frizzante. Ringalluzziti dai buoni risultati conseguiti alle amministrative – dove avevano conquistato i maggiori centri – i social comunisti puntarono ad alzare la mira ed a capovolgere un verdetto che, in Capitanata almeno, pareva già scritto. E, con la mira, s’alzò anche il tono. Con conseguenza sull’ordine pubblico.

L’obiettivo era quello di palesare le incertezze soprattutto del maggiore dei partiti monarchici, la Dc. E di farlo in pubblico. Ad esempio, il 6 maggio, a poco meno di un mese dal voto, a Manfredonia scoppiarono incidenti perché, durante un comizio, il candidato Dc Raffaele Pio Petrilli tergiversò a dichiararsi. Scaramucce politiche, vero. Ma, con il passare dei giorni e con l’acuirsi della tensione, schizzò anche il picco di pericolosità. Finchè, il 26 maggio, a San marco in Lamis, un qualunquista venne accoltellato a seguito di una rissa scoppiata con alcuni comunisti. I documenti delle forze dell’ordine segnalarono analoghi incidenti – pur senza vittime – nei comuni di Cagnano, Candela, San Giovanni e Torremaggiore. Ma, al di là delle tensioni, la campagna del 1946 si conformò anche come il primo confronto – scontro fra idee diverse. Con tanto di tentativi incrociati di sottrarre voti alla fazione opposta tramite messaggi di natura trasversale. Fu così che, da sinistra, più di una volta, si sfociò nel teologico e, dal cattolicesimo, nel politico più profondo.  Battaglie cartacee di manifesti, volantini, comizi. E parole, parole, parole. Tante parole per istruire, indottrinare, convincere. Talvolta senza neppure spiegare a fondo le ragioni. A riprova di quanto appena detto, la Biblioteca di Foggia conserva un documento di eccezionale valore, firmato dal blocco dell’Alleanza repubblicana. In risposta alla propaganda ecclesiastica ed al continuo pungolo che questa esercitava sulle donne, l’Ad redisse un volantino intitolato semplicemente “Dedicato alle donne”. E Gesù Cristo entrò in campagna elettorale come una sorta di rivoluzionario socialista ante litteram: “Morto sulla croce predicando l’uguaglianza degli uomini e la libertà degli uomini e disprezzando i privilegi e le ingiustizie sociali”. Come dire: l’opposto di quanto espresso dai partiti erti a baluardo della conservazione monarchica. Non è tutto. Per dar credito alla tesi, il concetto venne sottolineato con tanto di citazione di San Girolamo, secondo cui “pazzo è colui che sopporta di vivere sotto un re”.

È uno degli innumerevoli casi in cui Santi e Figli di Dio vennero “tirati per la giacchetta”. Meglio, per la tonaca. D’altra parte, agli osservatori più acuti non poteva che interessare soprattutto un altro fattore, ben più pesante e determinante per le sorti del voto. Ovvero, la presenza, sul suolo italico, delle truppe angloamericane. Vicini alla Chiesa ed ai democristiani (in verità più per opportunismo politico che per vera convinzione religiosa), i governi militari premevano contro la Repubblica per timore che fosse, come detto, l’inizio del cammino verso il socialismo. O, almeno, verso un sistema politico tale da rendere l’Italia non assuefatta, nei bisogni, al denaro straniero. Quindi, di riflesso, difficilmente controllabile politicamente. Michele Lanzetta, segretario azionista di Capitanata, un mese prima del voto, indirizzò una lettera al Corriere di Foggia proprio con l’intento di mettere in luce il pericolo alleato: “I promessi interventi – scrisse – di potenze straniere desiderose di aiutarci o della Monarchia al di sopra ed al di fuori dei partiti sono fanfaluche”. Il fronte monarchico, al contrario, non era del tutto convinto dell’associazione fra repubblica e marxismo. Il connubio fu un’evidente forzatura strategica per mettere in cattiva luce i sostenitori del nuovo sistema istituzionale e per spaventare le masse. Rimane a tutto diritto nella storia del tempo un volantino redatto dall’Uomo Qualunque e fatto girare praticamente in ogni ganglo della Capitanata. non ne rimangono molte copie. L’unica è conservata nel Fondo Simone della Magna capitana di Foggia. Lo riportiamo per intero:

Io credo in Nenni, dittatore e creatore del caos e del disordine, ed in Togliatti, suo unico figliuolo, nostro tiranno, il quale fu concepito per opera di Satana, nacque da promessa fallace, patì sotto benito Mussolini, perseguitato e seppellito (dice lui!) e dopo vent’anni risuscitò da morte, riscese in Italia, salì al Governo ove siede alla destra di Nenni, dittatore, di là da venire a giudicare i miseri e gli onesti. Credo nel socialcomunismo, nella distruzione dell’Italia, nella miseria dei poveri, nell’annullamento della giustizia, nella morte di tutti e così sarà.

Nenni, Togliatti, Stalin. Il comunismo e l’anticomunismo; la guerra e la fame, la dittatura, la distruzione, la miseria, la morte. La strada della pubblicizzazione ideale dei monarchici era segnata lungo questi binari. Sostanzialmente in stallo, la Dc si aggregò al traino. Un numero sempre maggiore di pubblicazioni hanno dimostrato dell’imbarazzo del segretario De Gasperi di fronte allo strapotere curiale. Tuttavia, nessuna levata di scudi sopravvenne dai settori democristiani. Anche se, va detto, non tutti accettarono di schierarsi con i Savoia. E lo stesso De Gasperi non ha mai fatto totale luce sul suo voto. Ma la corrente monarchica democristiana era realmente forte. Un volantino propagandistico riportò una frase attribuita a da De Gasperi: “Siete sicuri di esser pronti per la Repubblica? Io, comunque, non vi posso garantire che la Repubblica sarà democristiana”. Nulla di dimostrabile, comunque.

Ma l’incertezza fu fortissima soprattutto fra la gente. Emblematico è un trafiletto riportato ne Il Corriere di Foggia, riportante un simpatico siparietto tra un giornalista della testata ed un cittadino del capoluogo, avvenuto pochissime ore prima delle elezioni:

Parla Saragat. Un tale che mi è vicino applaude calorosamente e si mostra compiaciuto della dichiarazione dell’illustre esponente socialista. Gli chiedo: “Mi scusi, ma lei poco fa non applaudiva anche quando parlava De Gasperi e quando suonava la Marcia Regale?” L’altro, piuttosto risentito, mi fa: “Che c’è da stupirsi? Non sono forse libero di applaudire chi mi pare e piace? In regime democratico mi è forse impedito di farlo?” “Ma per carità – gli rispondo io – faccia pure […] ma scusi la mia indiscrezione, può dirmi per chi voterà il 2 giugno?” “Non ho ancora deciso. Ma mi regolerò in questo modo: se domenica il cielo sarà nuvoloso, voterò per la repubblica. Se ci sarà il sole, per la Monarchia. Tanto per me questa o quella…”.

LEGGI ANCHE SU http://www.statoquotidiano.it/25/11/2010/il-secondo-risorgimento-a-foggia-x/37937/

“Storie di pugni”. Jack London si dà allo sport

Jack London, "Storie di pugni", Piano B edizioni 2010

“Questa gara tra uomini con guantoni imbottiti non è qualcosa di superficiale, una moda del momento o di una generazione (…) È qualcosa di profondo come la nostra coscienza ed è radicato in ogni fibra del nostro essere. È cresciuto come è cresciuta la nostra lingua. È un’istruttiva passione di razza (…) È il richiamo della scimmia e della tigre dentro di noi, credetemi. Questo istinto è chiuso in noi come un uomo in carcere. Non possiamo scinderlo da noi (…) Ci piacciono le sfide: è la nostra natura”.

Una natura da combattimento, da lotta, da ring. Una ritualità antica come il desiderio di vittoria, come la voglia di non soccombere. La boxe, quell’insieme di attimi in cui uno di più può risultare fatale. Lo sport delle regole e della forza, muscoli aperti al vento, scoperti di fronte ad altri muscoli, compattati in un muro fibroso di resistenza fisica, morale, intellettiva. Uomo contro uomo, un fronteggiarsi di ideali, di esigenze, di vissuti. Storie dentro e fuori il quadrato che si contrastano e si confondono nel sangue e nelle gocce di sudore, negli spasmi di dolore e nell’annebbiamento encefalico.

Sporca e tosta, la boxe è la vita che entra nell’agonismo. Ci hanno provato in tanti raccontarla. Jack London c’è riuscito. La Piano B, casa editrice toscana, ha messo insieme quattro sue storie: racconti e testimonianze giornalistiche. Un amalgama di reale e di creatività; un intrecciarsi pulsante di ribellione e arresa, un avvicendarsi rutilante di forze e debolezze.

“Storie di pugni” è mal di bicipiti, è un montante nello stomaco, un dolore nel cervello. “Storie di pugni” è la sintesi dei colpi presi in pieno volto, è il sangue che vola sul tappeto, il setto nasale che si maciulla sotto la pressione dei guantoni. “Storie di pugni” è una letteratura che non va in clinch, cui non occorre appoggiarsi su altro che su sé stessa, che non chiede pause al tempo, ma sul tempo si impone con il suo vomitare crudo e secco. Con il suo linguaggio sporco, i suoi scenari impregnati di fumo.

Ed il Jack London che vi si scorge è lo scrittore delle tematiche forti, un documentatore sociale più efficace di una video camera, più incisivo di una lama nella carne. Il London di “Storie di pugni” è il pungolo costante della coscienza. Nei primi tre racconti cozzano dicotomie tutte afferibili all’incedere della storia umana: politica contro affare, vita contro morte, fame contro gloria. Finanche, amore contro amore. “Il messicano”, “Una bistecca”, “Il gioco”, sono tre enzimi che innescano l’inevitabile reazione emozionale. Uno stantuffo sentimentale, con le emozioni che incedono di pari passo con quelli dei protagonisti.

Pietre grezze, mai affinate. Lavorate al massimo del minino.
L’inedito “Il match del secolo” è il colpo finale. Si tratta di un lungo reportage, dieci giorni di investigazione intima e nel contempo riflessione sportiva dell’autore, condotto da London nel 1910, anno in cui venne inviato dal New York Herald per seguire lo scontro fra il pugile nero Jack Johnson ed il bianco James Jeffries. Il match del secolo, appunto. In teoria destinato a fare epoca, in pratica una formalità per l’imbattibile Johnson. L’opposizione fra due mondi discostati, razze umane che si giocavano il primato nell’unica maniera incisiva: combattendo.
Gemma.

JACK LONDON, STORIE DI PUGNI, PIANO B 2010
Giudizio: 4 / 5

LEGGI SU http://www.statoquotidiano.it/24/11/2010/palloni-di-carta/37775/

LINK SUL SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.pianobedizioni.com/rassegnastampa.aspx

SU PAPERBLOG: http://it.paperblog.com/storie-di-pugni-jack-london-si-da-allo-sport-165762/

Dov’è il Foggia?!?

IL MIGLIORE: Santarelli

IL PEGGIORE: Torta

 

 

 

 

 

 

 

Santarelli: 5.5 Nel naufragio generale è l’unico che prova a disporre la vela rossonera lasciando il vento in poppa. Incolpevole sui tre gol dei Molossi.

Caccetta. 4 Un rebus di quelli da fare invidia alla Settimana Enigmistica. Magari scopriremo, un giorno, che gli autori, con lui, hanno sbagliato fin dall’inizio. Non corre, non dribbla, non attacca, non difende. Insomma, non fa un bel niente. Butta la palla avanti alla viva il parroco. Impalpabile

Tomi 5. Prova a spingere ma il motore è ingolfato peggio di una Sigma degli anni Settanta. Due dei tre gol della Nocerina vengon fuori dalla sua fascia di competenza e non basta certo il grossettino che – indirettamente – propizia il gol della bandiera del Foggia. Come il compagno di sgroppate, non fa nulla per meritarsi la pagnotta. Rimandato

Salomon: 4.5. Un voto in più per il gol. È tutto dire. Perde palloni in quantità industriale. Come i terzini, non fa filtro e non avvia le azioni. In poche parole, galleggia nel pantano. Chi l’ha visto

Torta 4. Il Natale si avvicina ed il presepe necessita di un dormiente? Eccolo qua. La leggenda narra che sia giunto a Foggia da Torino, niente popodimeno che dal settore juventino. Nella capanna zemaniana, in effetti, scocchia e non poco. Usatelo anche come bue. Tanto è lo stesso

Rigione 4.5. Tutti lo saltano, anche le lumache che pullulano nel campo zuppo di Nocera Inferiore. Lento e macchinoso. Ha dimenticato i fondamentali e marca stando dietro all’avversario per tutta la partita. Gli consigliamo un giro a Collegno: smemorato

Agodirin: 5.5. Per lo meno ci prova. Corre per un tempo (ovviamente il secondo) e mette anche dentro un pallone invitante su cui Insigne gigioneggia a 2 millimetri dalla linea di porta. Meno lucido di altre occasioni, si abbandona a corse inutili. Furia cieca

Kone: 4. Non si è mai visto uno più lento di lui. Fa spavento. Ci mette una vita ad alzare la gamba ed effettuare un passaggio. Speriamo di non trovarcelo medico altrimenti la bara non ce la leva nessuno. Latte alle ginocchia

Sau: 5. Il folletto non vuole beccare la pioggia e va a stiparsi sotto al fungo. Non si vede, non si sente, non si tocca. Un passaggio a vuoto ci può stare. Che non diventi l’abitudine. Giustificato con libretto

Burrai: 5. Tra lui e Salomon è il suq dell’inconsistenza. Sono, in due, il ventre molle della manovra. Non ne prendono una. Strano. Ma vero

Insigne: 5. No, bimbo cattivo, non si fa. Va bene la giornata storta ma mettere dentro a un centimetro dalla porta non è questione di fortuna, né di forma fisica. È cessaggine. Goffo

Transito consentito… a sinistra

Bari, centro storico – 11 settembre 2010

Il poeta che dimenticava sè stesso – recensione Adan Buenosayres (Leopoldo Marechal, Vallecchi 2010)

– colei che la mia vita ama più di sè stessa –


Leopoldo Marechal, ADAN BUENOSAYRES

Cosa ci fanno nelle notte di Buenos Aires un poeta fuori moda, dimentico maestro elementare dal cappello imbutiforme, un filosofo, due strampalati inventori, un astrologo e un sociologo dalle gambe corte?

Si dirigono alla casa di un morto che nessuno conosce… Semplice no?Lineare?

È buio pesto ed ogni occasione è quella giusta per arrovellarsi in pensieri contorti e rivelazioni sconcertanti sul senso della vita, della poesia, dell’amore.

Si filosofeggia alla grande insomma, si inciampa, ci si ubriaca o ci si inebria, questo a seconda dei gusti, in discorsi allucinati ed allucinanti, in cui il protagonista, l’Adàn Buenosayres del titolo, eccelle già più degli altri.

Come se già non bastassero le misticheggianti elucubrazioni dei protagonisti, per la strada si aggiungono nuovi esilaranti incontri.

Tra uno stregone che invece di agognati buoni auspici per il futuro dispensa parolacce, un gliptodonte gigante che defeca in maniera altrettanto gigante, “risate wagneriane” ed altri surreali fenomeni, il povero lettore si perde. Colpa anche all’utilizzo di parole in lunfardo, una specie di slang composto da termini di più dialetti europei, usati in forma contratta.

Una lettura impegnativa e non certo solo per la corposità del libro, che pure, all’epoca della sua uscita, suscitò non poco entusiasmo tra i protagonisti della scena culturale argentina.

Intenzione dell’autore, Leopoldo Marechal, era quella di metter insieme più generi, l’epico, il cavalleresco, il surreale e seguire le unità aristoteliche di tempo, spazio, azione.

Peccato che alla fine tutte queste buone intenzioni si risolvono in un calderone di paroloni inutilmente complessi e in situazioni tragicamente slegate.

Piacerà ai lettori spocchiosi, quelli che non leggono ciò che “gli altri” leggono; soddisferà quanti fanno finta di leggere solo quello che “gli altri” non leggono.

Pachidermico, a tratti snervante. Bella la copertina.

LEOPOLDO MARECHAL, ADAN BUENOSAYRES, VALLECCHI 2010

Giudizio: 2.5 / 5

LEGGI ANCHE SU http://www.statoquotidiano.it/20/11/2010/macondo-la-citta-dei-libri-9/37685/

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: