“Io chiedo alla storia una storia”. Quella di Giorgio… (recensione di “Basta uno sparo” Wu Ming 2 – Transeuropa 2010)

“Tu chiedi alla Storia chi è stato per primo. Io chiedo alla Storia una storia”. Piccola come un catino stracolmo di rabbia, grossa ed ingombrante come un mare fluttuante di ingiustizia. La storia narrata in “Basta uno sparo” – reading di “Razza Partigiana, preziosismo audio (per le parole) – visivo (per la stampa) dei Wu Ming 2 – è quella di Giorgio Marincola, unico partigiano nero della Resistenza. Somalo di Mahadaay Weyn, Somalia italiana. Somalo, dunque, soltanto a metà. Piuttosto, italiano di quella italianità di ritorno donatagli in eredità genetica dal padre, un soldato, innamorato di tale Aschiro Hassan. Una “diavolessa”: nera come la pece e dalla capigliatura ombrellifera.

Che storia, quella di Giorgio Marincola. L’Africa, la Calabria, gli studi, il campo di concentramento di Bolzano. Il mare, tanto mare, il pianoforte, la vita nell’agio culturale, la laurea in Medicina prima del freddo, degli spasmi lancinanti di una vita costipata. Quell’auspicio insondabile e mai domo di ritornare nel paese natale, la scelta finale di combattere per l’Italia in Italia. E di morirvi. Nell’ultima strage nazista sul territorio nazionale. Un nome che è un epigramma brutale e sadico, l’emblema della sconfitta: Stramentizzo. Un villaggio che non c’è più, ormai annullato dalla costruzione di una diga.

“Immaginate una valle alpina. Pascoli, boschi, un torrente, le Dolomiti che spuntano oltre le prime vette”.

Stramentizzo, Molina di Fiemme. La Val di Fiemme. Il teatro dell’eccidio. Trentasei cadaveri in un bosco. Trentasei testimoni della barbarie. Trentasei modi diversi di urlare alla ferocia, di rispondere “Libertà”, di dare il petto alla morte, alla Storia, all’ingiustizia. Trentasei e, in mezzo, quel neo. Un ragazzo di colore. Ovvero, Giorgio Marincola. Lui, la dannazione di non passare inosservato e quella memoria resistente marchiata a fuoco sulla pelle. Le immagini prendono forma al suono delle parole. Ascoltandole, rimbombano come fossero tamburi immani. Entrano nelle orecchie per non uscirvi più.

“Se già la conoscete, immaginate la Val di Fiemme, un posto benedetto dalla Natura ma funestato dalla Storia”.

Le miniere di Prestavel, la funivia del Cermis. E, lissù, a mille metri, quel piccolo cimitero. A valle, l’Avisio, un letto di rabbia ed acqua che gorgoglia e rimbomba e urla. Le lapidi, poche, sono sovrastate dalla lapide di quell’ultimo eccidio raccontato in “Basta uno sparo”. Un timbro indelebile apposto dall’uomo per perpetrare la follia dell’uomo.

Giorgio Marincola, in quei posti, non ci sarebbe dovuto essere. O, meglio ancora, ci sarebbe potuto non essere. Nel 1945, sotto la neve di gennaio, era stato arrestato in Val di Serra. Tradotto in carcere a Biella, finì poi a Torino. E, infine, al Polizei und Durchgangslager di Bolzano, destinato alla ricostruzione della ferrovia del Brennero.

Giorgio Marincola, alias Renato Marino, alias Tenente Mercurio, in quei posti aveva il diritto di non esserci. Opzione vigliacca ma giustificabile che ripudiò. Fuori dal campo di Bolzano, rinunciò alla fuga in Svizzera. “Poter avere un fucile” per dare in pasto alla giustizia le sue prede.

Fu così che fu Val di Fiemme. Cavalese, sede del Cln, poi Stramentizzo. Infine la morte.

Lottare per la vita. Vincere per la vita. Perdere per la vita. Morire per la vita. Per un sogno lungo un giorno di più, per diventare impermeabili alle fruste sulla schiena, per elevarsi, straniero contro un esercito straniero, alla schiera dell’eroe. Inconsapevolmente. Senza disturbare. Peculiarità somatica della vera razza partigiana.

Il libro potete richiederlo sul sito della Transeuropa (link sull'immagine)

WU MING 2, BASTA UNO SPARO. STORIA DI UN PARTIGIANO ITALO – SOMALO NELLA RESISTENZA ITALIANA (CON AUDIO CD “RAZZA PARTIGIANA”), TRANSEUROPA, 2010

Giudizio: 5 / 5

LINK TRANSEUROPA: http://www.transeuropaedizioni.it/rassegna_online/186_WuMing_Satoquotidiano.pdf

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