Hanno picconato Kossiga

Il corpo del “presidente emerito (di che?)” è ancora caldo caldo, stipato sotto il lenzuolino bianco romano, che già, da un lato e dall’altro, ci si affanna a rivendicarne amicizia, intrecci, aneddoti. Cossiga è morto. E la notizia, che rimpalla di media in media, freneticamente danza lugubre e martellante come un tam tam nella giungla per un ciccione, già ha intasato i maroni più di Maroni. Sarebbe giusto ed azzeccato, per quel che mi riguarda, opporre un sonoro CHISSENEFREGA! In realtà a nessuno frega niente di Cossiga per lo meno nella misura in cui a Cossiga non sbatteva un emerito (presidente?) degli altri. Della loro vita, della loro morte, dei loro pensieri, delle loro idee. È morto un ciarlatano, platonico oratore, capace attaccante, sagace nell’offende, ma improprio ed inopportuno nel parlare. Ha sempre parlato troppo, il picconatore. Ma anche troppo poco. Tempo fa dichiarò in tv di essersi sempre trovato nei posti di più grande responsabilità (e potere) per caso, in assenza di altre figure più consone. In realtà il buon Francesco ha giocato sui segreti di Stato, che ha goduto nel celare. Si è fatto grande delle cose non dette e mai rivelate. Quei segreti – altro che il meridionale perbenista “pace all’anima sua” – se li porta nella tomba, insieme a quell’aura di falso (falsissimo) anticonformista che, chiamato in causa oggi al Tg 3 da Valeria Ferrante, gli affibia oggi Pierferdy Casini. Uno al cui confronto Topo Gigio, Marielle Ventre e Giovanni Muciaccia danno l’impressione di Marx, Lenin e Mao Tze Tung.

Farebbero bene, i pennivendoli di regime, intrisi di berlusconite sin nelle ossa, a ricordare che, nel fatidico 1978, l’anno dell’uccisione di Aldo Moro, il buon Francesco era Ministro degli Interni e che, per indagare sulla sparizione del suo compagno di merende, dette vita ad un comitato di crisi pieno zeppo (ma pieno zeppo così) di massoni pidduisti. Burattinaio in un mondo di burattini, Cossiga non volle trattare unicamente per garantire la salvaguardia delle “istituzioni democratiche”. Fatto sta che Steve Pieczenik, consulente psicologico nel caso Moro, spedito a mo’ di lettera gialla in Italia dal governo filantropico di Jimmy Carter, nel film – inchiesta “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”, a precise domande, ammise che:

  1. In quei giorni, ”la decisione conseguente, il prezzo per mantenere la stabilità politica era la morte di Aldo Moro
  2. 2. Giunti alla quarta settimana di prigionia ed aumentati i rischi di comunicazione da parte di Moro di segreti di stato, “è stato necessario prendere la decisione se poteva vivere o morire” e “la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti

Come premio per i servigi resi allo Stato (il suo silenzio) fu ricompensato, a distanza di appena un anno, con l’elevazione a Presidente del Consiglio dei Ministri. E, sei anni dopo, nel 1985, ereditò da Sandro Pertini la nomina di Presidente della Repubblica, ottavo nella storia d’Italia. In vita, Cossiga è stato l’esempio lampante del malaffare politico, l’emblema del compromesso, l’utilizzatore finale delle strategie politiche antisessantottine. Tifoso ad oltranza del manganello, concepiva la reazione poliziesca in maniera simil venatoria: la caccia al rosso, meglio se giovane e studente, il suo spot prediletto. Altro che Cossiga lo stratega. Piuttosto, piccolo Tambroni, miserrimo Scelba di infimo rango. Un parolaio alla bene e meglio, il buon Franceschiello. Reo confesso referente della Gladio che ha definito “lecita” e “doverosa”. Come dire, una spia. Grandezze italiote, quelle di avere un Capo di Stato che, in nome di un non meglio precisato bene supremo della Repubblica trama per nome e per conto di una potenza straniera contro un partito politico del suo paese, nato nelle strade, nei campi, negli alberghi sgarrupati, cresciuto versando sangue sulle strade.

Non che la vecchiaia l’avesse redento. Appassionato di spionaggio ed esoterismo, il picconatore sardo oscillava, nel perfetto stile neodemocristiano, tra le diverse sponde del fiume. Un po’ con l’uno, un po’ con l’altro. Ma soprattutto, bianco fuori e nero dentro, di quel fascismo latente mai abbandonato. Aveva rinnegato l’amore – cornificato – che lo univa a Silvietto, il cavaliere senza cavallo, nel nome del furore antigiustizialista, la stessa abitudine ad attaccare le istituzioni, i giudici, la magistratura; ha dato vita a gente come Clemente Mastella; ha rilasciato interviste in cui esaltava la violenza poliziesca contro studenti e “maestre – ragazzine”. (Servendosi della compiacenza della stampa e dall’importanza accreditatagli, si permise, appena due anni fa, di dispensare consigli così: Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano da GIORNO/RESTO/NAZIONE”, giovedì 23 ottobre 2008). Con Cossiga scompare un vecchio pazzo. Muore mezza Repubblica, quella che lui ha concorso ad insozzare e da cui ha giocato, spesso, a prendere le distanze. Con lui scompaiono i segreti di Stato. O, per lo meno, un’altra possibilità di venirne a capo. Con lui all’inferno, va negli abissi un’altra incatramata cassaforte, chiusa a dieci mandate da mafia, massoneria, spionaggio e controspionaggio, politica, affaristi e chissà chi altro. Ora non resta che sperare in Andreotti. E stiamo apposto…

ECCO L’INTERVISTA RILASCIATA AD ANDREA CAGNINI NEL 2008

da GIORNO/RESTO/NAZIONE”, giovedì 23 ottobre 2008

INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei»
di ANDREA CANGINI

– ROMA. PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».
Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

Quei giorni d’estate del 1943

Tratto – rivisto e corretto – da Piero Ferrante, La storia taciuta del popolo di Capitanata. Foggia e la Capitanata nel primo quinquennio post fascista (1943 – 1948), di prossima pubblicazione e già pubblicato a puntate sulla rivista “Sudest Quaderni”



I Gangsters dell’aria: la Guerra prima del 25 luglio

La guerra scosse per la prima volta la provincia di Foggia in un triste giorno di primavera. Era il 28 maggio 1943. E, ignara, la popolazione dauna ancora non sospettava neppure la luttuosità a venire. Sino ad allora il dolore, gli stenti, la paura e la morte sembravano infatti lontani, relegati in un orizzonte distante. Certo, la guerra imperversava ovunque, seminava morte sui campi di battaglia. Ma la Russia, l’Europa e finanche il Nord Italia apparivano delle realtà, sebbene atroci, tuttavia remote, che  entravano nella quotidianità, spesso, soltanto di riflesso. Ogni mamma, è vero, aveva almeno un figlio al fronte; ogni padre nel lavorare il campo o nel trasportare il carretto, scrutava l’orizzonte col pensiero rivolto alle lacrime mai versate per infondergli coraggio; ogni bambino sognava di imitare le imprese dei fratelli maggiori, eroi involontari di una Patria capace di prendere e mai di dare ed intanto, stando ad alcuni racconti che, tramandati oralmente, sono destinati all’oblio eterno, immaginavano di compiere  imprese facendo la spola tra la canonica e la propria casa. Erano tempi difficili, quelli quando la fame era compagna quotidiana, quando si correva ad ascoltare la radio del fascio nella speranza di notizie che assicurassero la guerra lontana dal proprio familiare, e ci si rivolgeva, come ad un santo, a chi potesse averne. Eppure, anche allora, la morte, per usare un’espressione di Gloria Chianese, rientrava nell’ambito dell’ineluttabilità: infatti, «se la morte di un familiare in Grecia, in Africa e nei Balcani era considerata un evento doloroso, era accettata come tradizionale ed inevitabile conseguenza della guerra». Ma questa “nuova guerra” assunse immediatamente connotati estremamente diversi, ad esempio, da quelli della Grande Guerra. E nella sua enorme sproporzione di potenziale distruttivo, nella sua drammaticità  vivisezionatrice delle famiglie, cambiò la percezione stessa della morte. Agì sull’inconscio di una popolazione abituata a non fuggire per vivere, usa a dettarsi i bioritmi nell’alternarsi delle stagioni e delle ore e non nelle sirene antiaeree, avvezza a respirare l’aria pura del mattino o a soffrire la calura del giorno estivo e non quella mefitica del rifugio. La morte in casa, luogo inviolabile in quanto sede del valore più grande per il popolo di Capitanata (la famiglia), era impensabile. Ed inaccettabile. Ma, a partire da quel fatidico ventotto, divenne drammatica abitudine. Non avevano suscitato particolare allarme le uniche due incursioni effettuate, prima di allora, senza vittime, né danni eccessivi, nei cieli di San Severo (13 febbraio) e su Celenza Valfortore (13 marzo). A Foggia, in particolare, le sirene municipali suonavano ogni mattina quasi come fosse un atto scaramantico. Tutti i giorni, alle 10, ne veniva piuttosto testata la corretta funzionalità. C’era perfino un codice stabilito: sirena continua segnalava un allarme semplice, sirena a singhiozzi (con suono intermittente e rauco) un pericolo effettivo ed imminente. Le difese precauzionali erano scarse, nonostante l’importanza strategica della città data la sua posizione di ponte tra nord e sud e di appoggio verso l’est e la massiccia presenza di soldati tedeschi, circa 2000 unità tra soldati e civili e, soprattutto una media di 200 velivoli, di cui 133 della sola Stukaschule. A riprova della sicurezza dei cieli foggiani, sopravviveva allora l’atavica convinzione che  né terremoti né carestie potessero superare la protezione eretta dalla Madonna Dei Sette Veli, protettrice del capoluogo. Mai come in questo frangente storico tale sicurezza venne sfatata e mai fu tanto fatale in termini di vite umane soppresse dal cieco furore di un nemico che non conosceva le tradizioni e non credeva nelle leggende. In  quel primo drammatico giorno di maggio non ci fu il tempo né di far suonare le sirene, né di appellarsi alla Madonna. Alle 8,30, nell’ora di maggior  viavai per studenti e lavoratori, tre formazioni di Fortezze Volanti (le formazioni aeree d’attacco dell’aviazione anglo-americana) ognuna di  20 – 30  apparecchi, ruppero i ritmi della vita quotidiana, squarciarono il cielo primaverile di Foggia e portarono morte e distruzione. I bersagli individuati da mesi di silenziose ricognizioni nei cieli della Capitanata (l’ultima, sfuggita a tanti, il 24), vennero colpiti: a ripetizione, l’aeroporto Gino Lisa, la Ferrovia, la cartiera e l’adiacente Centro Chimico Militare tedesco, persino lo Stadio Zaccheria funsero da bersagli immobili. Foggia, che solo tre giorni prima era stata deliziata dalle note del “Rigoletto”, interpretato al “Teatro Flagella”, dal baritono Gino Bechi, dal tenore Antonio Salvarezza, dalla soprano Liana Cortini, fu costretta a dimenticare il suono armonioso degli strumenti ed a stuprare le proprie orecchie con l’assordante rumore della morte. E fu solo l’inizio di quella strategia di guerra che, nel giro di appena quattro mesi, stritolò passato, presente e futuro di un’intera provincia e delle sue genti. Il giorno seguente, oltre ad un reiterato e più violento attacco aereo sul capoluogo, ci furono mitragliamenti anche nell’agro di Lucera – S.Severo e nei pressi di Sant’Agata di Puglia, che seppero molto poco di guerra e molto più di terrorismo. Emblematico, nonostante la retorica di regime, fu  lo sdegno riportato in un articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno del 30 maggio riguardo proprio la ferocia usata contro i civili di alcune campagne in territorio di Lucera:

Mentre si svolgevano fervidi ed operosi i lavori nei campi, a mezzogiorno i gangsters dell’aria hanno fatto la loro apparizione anche nel cielo […] di Capitanata. Così nei dintorni di Lucera  qualche contadino è stato mitragliato nelle campagne. La stessa sorte subivano una ventina di muli.

La vicenda non mancò di suscitare sdegno a livello nazionale tanto che anche Il Corriere della Sera dello stesso giorno riportò, con identica enfasi, la notizia dell’eccidio di Lucera, e il baritono Gino Bechi donò «al Segretario Federale [di Cerignola] ben 5000£ per gli orfani delle vittime della criminale incursione nemica su Foggia». Quella anglo-americana fu una mossa studiata, pensata, ponderata; fu il risultato della mente di un carnefice più che di un soldato: il «comandante di rozzi principi [che] non aveva dubbi intellettuali né scrupoli morali sulla validità della politica del bombardamento a tappeto» (John Keegan, Uomini e battaglie della Seconda Guerra mondiale 1939 – 1945. Le strategie, le operazioni, le armi, Rizzoli,  Milano 1989, p. 425), l’Air Chief Marshal Travers Harris, Capo dei Bombardieri della Royal Air Force, che gli stessi inglesi denominarono “Harris il Bombardiere” o, come ricorda Antonio Guerrieri, “il macellaio”. Trovandosi in posizione di assoluta preminenza tra le truppe alleate, riuscì ad affermare, come necessaria per la vittoria finale, la strategia dei «bombardamenti a tappeto», che prevedeva l’annientamento totale del nemico attraverso una costante e tenace attività di rastrellamento aereo delle città. A suo modo di vedere, era fondamentale per l’evoluzione bellica, il coinvolgimento e lo stravolgimento, non soltanto della vita militare del popolo nemico, ma di tutto ciò che lo riguardasse. E fu così che, loro malgrado, i civili foggiani si stritolati in un meccanismo becero e violento, avviato irreversibilmente verso la soluzione estrema. Il Comandante teorizzò, a tal proposito, che fosse necessario «sconvolgere l’esistenza delle popolazioni, con distruzioni indiscriminate e non selettive» da attuarsi mediante «bombardieri strategici d’ alta quota e velocità (le Fortezze volanti B.17 o i Liberators B.24), in gruppo. Ogni formazione  costituita da 18 o 21 veicoli i quali […] sganciano il loro carico di bombe contemporaneamente…». E tale progetto dissennato, in Capitanata, riuscì più devastante che altrove. Le azioni aeree si susseguirono con una cadenza giornaliera per diverso tempo. Infatti, dopo il 28 e 29, nuove incursioni si verificarono il 30 con le stesse modalità. Giulio Castelli, su La Gazzetta del Mezzogiorno del primo giugno scrisse:

Il nemico aveva obiettivi prestabiliti […] i quartieri di abitazioni che si trovano lontani da qualsiasi obiettivo militare… Dappertutto le popolazioni sono colpite, inseguite, crivellate nelle campagne, nelle case coloniche, nei casolari dell’agro, nei comuni sperduti, con forme di autentica cannibalesca caccia all’uomo (Giulio Castelli, “L’infuriata ferocia dei Liberatori”, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 1 giugno 1943)

Ma se le parole dell’articolista che, a sostegno della sua tesi, cita anche la definizione di «assassini dell’aria» usata sul Giornale d’Italia, sono indubbiamente da considerarsi in un ottica di parzialità vista la chiara connessione alle finalità e, più in generale alla politica del regime, devono necessariamente essere valutate con maggior attenzione quelle della popolazione civile, vero termometro nelle situazioni calde, soprattutto alla luce del fatto che, nella città di Foggia, tre cittadini su cinque non si riconoscevano più nella politica del fascismo e 9 ferrovieri su 10 erano apertamente antifascisti. Secondo quanto riportato dal diario di Padre Tempesta traspare, però, un chiaro disappunto dei foggiani innanzi alla distruzione della città e una forma di insofferenza verso coloro che amavano definirsi “i liberatori”:

Padre, questi sono i liberatori americani? Questi sono i galantuomini inglesi?…Ecco, uccidono gli innocenti, distruggono le nostre case, ci ammazzano! (Padre Odorico Tempesta, Foggia nelle ore della sua tragedia, Edizioni del Rosone, Foggia)

Per un popolo abituato a convivere con tutti, cordiale, ospitale e, in fondo, ingenuo, tutto ciò era inammissibile. Il fascismo chiese gli uomini migliori in cambio di poche ed inutili terre, in cambio di una gloria imperitura dalla forma di medaglie e titoli di eroismo con cui le donne non poterono riscaldarsi nelle gelide notti d’inverno ed i figli non poterono giocare, trasformò le loro città in feudi di soldati tedeschi e loro, silenziosi, lo accettarono. Ed in silenzio morirono anche per tutto il mese di giugno fino al 16 e al 22 luglio, ed ancora il 19 agosto, apoteosi di una storia dolorosa che, unico caso in Italia, spopolò del tutto una città lacerata allorché, significativamente, andarono via, verso porti più sicuri, anche i Santi Protettori: l’Iconavetere e le reliquie dei Santi Guglielmo e Pellegrino, difatti, ripararono a San Marco in Lamis.  Distruzione, fame, povertà, morte: questa l’eredità che la guerra lascerà alla Capitanata con uno strascico lungo almeno un decennio.

“La vera rivoluzione”: la guerra fino all’armistizio

L’ incrollabile «fede Fascista e di profondo patriottismo della Capitanata» (“I gangster dell’aria: l’alta fede di Foggia fascista”, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 giugno 1943), pomposamente messa in luce su La Gazzetta del Mezzogiorno del 4 giugno 1943, iniziò a vacillare sotto i micidiali colpi dell’aviazione anglo- americana. Le bombe di luglio furono le più letali. Il 16, nei bombardamenti degli aeroporti e della ferrovia, perirono 1.293 persone; mentre 7.643 furono le vittime accertate dell’incursione del 22, quella tristemente più nota. Chi poté andò via, altri misero in salvo, per lo meno, donne e bambini. La città si svuotò quasi interamente causando l’immobilismo anche nei servizi pubblici, tanto che il comandante del IX Corpo d’ Armata, il generale Armellini, si vide obbligato ad ordinare il ritorno forzato nel capoluogo di tutti i funzionari, impiegati ed addetti ai servizi pubblici e, quasi per dare una dimostrazione di forza al nemico mediante la continuazione della normalità di una vita incapace di arrendersi anche dinanzi alle bombe, ai negozianti a agli artigiani. Ma Foggia, indubbiamente il centro più colpito nella provincia e nell’intera Puglia, non poté non fare i conti con le sue ferite laceranti. Il cuore della città era piagato. La maggior parte delle abitazioni, dei negozi, delle vie di comunicazione, erano state squartate dalle bombe e ognuno piangeva un caro, un amico, un congiunto più o meno prossimo, perito sotto i grappoli mortali dell’aviazione nemica, di quegli apparecchi che, scherno del destino, portavano un nome incoraggiante quanto beffardo: Liberators, i Liberatori… In più, nei giorni successivi ai bombardamenti, si susseguirono varie esplosioni: erano gli ordigni a scoppio ritardato che assolvevano con regolare efficacia alla loro missione di morte. La distruzione finì per prestare il fianco alla diffusione dello sciacallaggio tanto che, L’Azione Democratica, settimanale politico lucerino vicino alle posizioni del  Partito Liberale, a posteriori (siamo nell’agosto del 1944) parlò della nascita dell’associazione denominata «Amici del Furto» (“Tutta Foggia ne parla! ma?”, in L’Azione Democratica, 5 agosto 1944). La speranza di una svolta ad una guerra oramai persa venne infusa, nei foggiani, dalla notizia, diffusa nella mattinata del 25 luglio, della caduta del fascismo e dell’arresto del Duce. La fine del regime fece credere nella possibilità della fine di una guerra devastante e devastatrice, nella fine della fame, delle file interminabili, tessera annonaria alla mano, per dividersi quel poco che la Patria poteva dare, nella fine della barbarie, delle bombe, della morte;e fece credere nel ricongiungimento delle famiglie. La Gazzetta del Mezzogiorno del 28 luglio titolava, abbastanza emblematicamente: L’ITALIA HA FINALMENTE LA SUA VERA RIVOLUZIONE. E, inneggiando alla ritrovata libertà: Un solo dovere: riconquistare la Patria e noi stessi!

Iniziò così il Governo Badoglio, la grande illusione di una libertà che, però, non arrivò mai. Le norme di disciplina, compresi il coprifuoco e l’oscuramento vennero, in taluni casi, addirittura inasprite; la tessera annonaria continuò ad essere ancora l’unico cordone ombelicale che vincolava la gente alla speranza. Un documento della Questura di Foggia indirizzato, nell’agosto del 1943, ai Commissariati di Pubblica Sicurezza di Manfredonia, San Severo e Cerignola, stabilì l’oscuramento dalle ore 21 alle 5,30. Norme esagerate (il motivo ufficiale era il riposo dei militari) anche se paragonate con quelle fasciste: basti pensare che, in un dispaccio questurino del 31 marzo del ’43, l’oscuramento, con inizio alle ore 21,30, poteva già concludersi alle 4,30 facilitando, certamente, gli spostamenti di tutti i lavoratori che, soprattutto dai paesi della Provincia dovevano recarsi nel capoluogo. Inoltre, stando alle indicazioni dettate da Badoglio, venne vietato qualsiasi assembramento pubblico, giudicato potenzialmente eversivo: chiunque violasse le norme ed i comportamenti da lui stabiliti, rischiava la morte perché

qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto un delitto[…]poco sangue versato inizialmente risparmierà fiumi di sangue in seguito[…]non è ammesso il tiro in aria, si tira sempre a colpire[…]i caporioni dei disordini siano senz’altro fucilati[…]il militare che, impegnato in servizio, compia il minimo gesto di solidarietà coi dimostranti venga immediatamente passato per le armi[…].

Ma, nonostante queste restrizioni che, a dirla tutta, si distaccarono ben poco dall’autoritarismo del fascismo, la gente di Capitanata riprese, anche se in maniera appena percettibile, all’indomani della notizia, a tornare al lavoro, speranzosa che, con la caduta del fascismo, le truppe anglo-americane avessero assolto il proprio compito. Ma la povertà rimase. Anzi, in una città a dir poco devastata, finì per aumentare; e, con essa, inevitabilmente, i problemi connessi con l’ordine pubblico. Come detto, molti si diedero allo sciacallaggio che, purtroppo, finì per diventare la prima vera testimonianza della parte conclusiva della guerra come, poi, quello dei magazzini e degli ammassi lo sarà del dopoguerra. Il 12 agosto La Gazzetta Del Mezzogiorno riportò la notizia dell’arresto di quattro individui (tre uomini ed una donna), sorpresi «dalle pattuglie dislocate nel quartiere fortemente danneggiato dall’ultima incursione nemica (si deve immaginare che questo quartiere non meglio specificato fosse quello adiacente la Ferrovia), mentre rubavano fra le macerie». Il 19, sempre la Gazzetta, segnalò problemi di ordine pubblico a Foggia culminati con l’arresto di un ventenne per furto aggravato ai danni di un impiegato della Prefettura: entrato nella casa sinistrata dopo i bombardamenti di luglio, venne sorpreso «asportando una bicicletta» e, successivamente, di due individui che, forse affamati, forse per immettere prodotto sul mercato nero, vennero colti in flagrante mentre tentavano di sottrarre grano da un ammasso. E ancora il 29 luglio 1944, il Tribunale di Foggia  condannò a sei anni di reclusione e a £5 di multa ciascuno,  due germani foggiani, Ciro ed Angela Svamazio, colpevoli di aver trafugato, il 28 agosto 1943, materassi, cuscini, una macchina da cucire ed altri oggetti da una casa sinistrata rimasta incustodita. Ad infrangere le speranze furono gli accadimenti del mese di agosto. Il 16 vennero bombardati gli aeroporti intorno a Foggia (il centro cittadino, almeno stavolta, venne risparmiato), la miniera di bauxite della società Montecatini in territorio di S. Giovanni Rotondo e l’agro di Lucera. Il 19, su tutto il territorio della provincia (a quanto segnalato dal Bollettino delle Forze Armate n. 1182), su Orsara (dove ci fu anche una vittima) e su Foggia in particolare, si scatenò un bombardamento fatale per le sorti della guerra e della città dispensato nell’arco di 24 ore. Vennero colpiti il Municipio, il Palazzo del Governo, l’Amministrazione Provinciale, il Palazzo delle Poste, gli Ospedali, la Croce Rossa, numerose chiese (tra cui la Cattedrale), il Museo, i Vigili del Fuoco, il Liceo Musicale, diversi panifici, l’acquedotto, le linee elettriche, le strade urbane e migliaia di case. Praticamente tutta la città  ammetteranno le Forze Armate. Altre 9.521 persone vennero stroncate d’improvviso.  La BBC e la Reuter parlarono di 4.000 grosse bombe sganciate sul solo capoluogo, notizia ripresa sia dall’Eiar, sia da La Gazzetta del Mezzogiorno ed espressa in questi termini:

[…]i piloti che hanno partecipato all’incursione su Foggia… hanno precisato che tremende esplosioni hanno squassato il centro della Città, i cui edifici furono visti sommergere in un mare di polvere e di fiamme. Secondo le dichiarazioni, su Foggia sarebbero state sganciate 4000 bombe di grosso calibro

Foggia è in ginocchio. Quei pochi abitanti rimasti in città  presero la strada della fuga verso la provincia. Il colpo di grazia le venne dato dalle incursioni, tutte sulla città, del 20, del 21 e, in particolare del 25 agosto che uccisero ancora più di un altro migliaio di persone. Il Bollettino del Comando Supremo n. 1188, che inquadrava come obiettivo la ferrovia e gli aeroporti, segnalò come zone colpite dai velivoli partiti dalla Tunisia, dalla Libia e dall’ Algeria, anche  il centro abitato e la periferia. Gli attacchi, compiuti in cinque ondate successive, colpirono, oltre che gli impianti già danneggiati (specialmente quelli del deposito locomotive) anche  la strada statale per Manfredonia, il golfo del centro sipontino (causando anche un morto) e lo scalo ferroviario di Rocchetta Sant’Antonio (altri 3 morti). Fu l’ultimo attacco consistente (in verità gli attacchi cesseranno solamente dopo la stipula dell’armistizio). La città si svuotò divenendo un deserto completo. Tutti gli uffici pubblici vennero trasferiti nei centri della provincia. La Prefettura emigrò a Bovino, poi a Lucera; il Tribunale, l’Intendenza, la Procura del Regno, l’ Ispettorato Agrario Provinciale, il Gruppo dei CC. RR., l’ Archivio Provinciale di Stato, l’Ufficio Provinciale del Lavoro, l’Istituto di Previdenza Sociale, il deposito dei cavalli stalloni sono a Lucera, dove rimasero fino al 1944; il distretto militare finì a San Severo; l’Acquedotto Pugliese, nell’edificio scolastico di Ascoli Satriano. E, così, divenne la meta favorita degli sciacalli, sia civili, sia militari. Pochi furono coloro che, nel turbinio di morte e desolazione, caricarono su spalle o carretti di fortuna, quello che avevano. Si attivò, grandezza nella sciagura, la macchina della fratellanza solidale. Migliaia e migliaia di sfollati vennero accolti nelle case di gente di paese, parenti, amici o perfetti sconosciuti, sensibili al dolore dei fratelli di città che, per la follia dell’uomo, persero tutto. A Bovino l’afflusso in massa di oltre due sfollati foggiani causò «delle gravi difficoltà dell’alimentazione […] e risultano assorbite già tutte le scorte di farina, pasta e grano» già il 24 luglio 1943. A Castelluccio dei Sauri, per la loro sistemazione, il Podestà locale dovette ricorrere all’uso di due aule scolastiche  mentre ad Orsara furono approntati ripari in località Giardinetto. Sulle loro teste si svolgeva, intanto, la grande meccanica della politica. Dopo lo sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 luglio 1943, le truppe anglo-americane, spinte dall’impetuosa golosità imperialista di Churchill, puntarono decise verso il continente. Per diverso tempo il Sud divenne il territorio di battaglia tra gli anglo-americani  e le truppe italo-tedesche. Fino al giorno, insieme glorioso ed infame, dell’armistizio. È l’8 settembre quando il maresciallo Badoglio ne annunciò la firma con Eisenhower. Ebbe termine così una lotta impari che, a detta dei più, il Paese non volle; e finì, più che con un accordo militare, con un atto di resa incondizionata e disperata di un Italia annichilita, stremata e prostrata dalla durezza della guerra, annientata dalle bombe nei suoi gangli vitali. A momenti di giubilo della popolazione si unì ben presto il timore di una situazione potenzialmente pericolosa. Difatti in tutta l’Italia meridionale, dove poi si costituì il Regno del Sud con prima sede a Brindisi, i tedeschi imperavano e controllavano più o meno saldamente il territorio. È il periodo della doppia occupazione quando il Sud sarà terreno di battaglia tra due eserciti. La paura di ritorsioni efferate colse la popolazione. Iniziò, così l’ultima fase della guerra (il 13 ottobre l’Italia liberata dichiara guerra alla Germania nazista), che, se non  la più cruenta, certamente fu la più barbara, fatta di ritorsioni, vendette, morti innocenti e città inermi come grandi palcoscenici di una guerra il cui risultato, ora, non era più veicolato dagli italiani. L’VIII Armata delle truppe anglo-americane (i nuovi amici che fino a ieri erano nemici) sotto il comando di Montgomery saliva da sud, da Reggio Calabria tra schiaccianti vittorie e puntava dritto su Foggia, fulcro designato per la direzione della operazioni di guerra. E i tedeschi, allo sbando, in ritirata verso nord, verso Roma, ultimo tentativo di difesa di un baluardo che voleva dire “grandezza”.

“Yoani Sanchez chi ti paga?”

tratto da 3 dicembre ’09 -M.Carena http://www.agoravox.it

L’ultima “dissidente” cubana fabbricata dai mainstream globali porta il nome di Yoani Sanchez. Curiosamente essa NON compare nella lista dei “dissidenti cubani” di Wikipedia (en.wikipedia.org/wiki/Category:Cuban_dissidents). Strano. Questa sedicente “blogger antisistema” afferma di guadagnarsi da vivere facendo la guida turistica (peraltro senza autorizzazione, eh già, il regime…) e di riuscire a gestire il suo blog “dissidente” usando le connessioni satellitari delle hall degli alberghi. Strano. Visto che, come lei stessa ripete come un disco rotto, a Cuba c’è una grande povertà, dove li prende i soldi per aggiornare il suo blog? La Sanchez viene spacciata dai media occidentali come una vittima della censura del regime cubano. Strana censura. Visto che è proprio col web che “agisce” questa pretesa “cyberdissidente”.
Il blog della Sanchez (www.desdecuba.com/generaciony/) è stato tradotto in 18 lingue. I suoi post vengono ripresi e propalati ossessivamente dalla propaganda occidentale tra cui, in Italia, il settimanale “Internazionale”, dove la Sanchez ha una rubrica fissa e La Stampa dove Gordiano Lupi cura la traduzione del blog in lingua italiana. Il Fatto Quotidiano, poi, ha addirittura indetto una raccolta di firme, da inoltrare all’ambasciata cubana, in risposta alla presunta aggressione che la blogger avrebbe subito, il 6 novembre di quest’anno, da parte della polizia del suo Paese. Strano. Abbiamo verificato (su Alexa) che non esistono altri casi al mondo di illustri sconosciuti tradotti in 18 lingue. Anzi, nemmeno il “Washington Post” o “Al Jazeera” o il blog del Beppe nazionale hanno una tale schiera di traduttori ufficiali. E, per le decine di giornalisti colombiani o messicani morti ammazzati ogni anno, non sono state proposte rubriche o raccolte firme in Italia, né gli vengono dedicati vibranti editoriali sui mainstream. Solo il blog della Sanchez, tra i milioni di blog al mondo, riceve tanta attenzione dai mainstream. Lo stesso blog, inoltre, è registrato su GoDaddy, la compagnia usata dal Pentagono per la cyberguerra. Una coincidenza.
Di cyberguerra USA contro Cuba ci parla anche Gianni Minà in “Latinoamerica” (n 106) (www.giannimina.it/index.php). Per non parlare poi del server in Germania (Cronos AG Regesburg); grazie a ciò la bloggera alla moda ha a disposizione una memoria a lungo e altissimo traffico, per non dire di una banda enorme, cose sconosciute al resto dei cubani (Cuba è priva di connessioni via cavo col resto del mondo a causa dell’embargo USA).
Il blog di Yoani Sanchez è una vera stranezza, per chi voglia usare il cervello e non ululare alla Luna non appena si nomina la “Cuba” della rivoluzione socialista di Fidel Castro, come fanno i giornalisti proni al regime neoliberale, che detta loro cosa scrivere, cosa pensare, cosa farci pensare. E, ancora più strano, non esistono prove della presunta aggressione di cui sarebbe stata recentemente vittima la Sanchez (fulviogrimaldi.blogspot.com/2009/11/yoani-sanchez-pesci-pilota-e-pesci.html). Se i “giornalisti” dei periodici prima menzionati avessero rispettato la prima regola del giornalismo, ovvero quella di verificare le “notizie” si sarebbero accorti che non c’era nulla a suffragare le menzogne della bloggera così alla moda oggi.
Nulla a parte il vaniloquio di un brand propagandistico costruito dai poteri forti che impongono lo sfruttamento del pianeta e che non possono tollerare l’esempio di giustizia sociale della Revolucion cubana. Sì, perché, se hai fame, la giustizia sociale è molto più importante dei cosiddetti “diritti umani” e della cosiddetta “libertà di espressione”, null’altro che vecchi arnesi propagandistici al servizio della guerra ideologica delle cosiddette “democrazie” occidentali. Quelle di Guantanamo, della pena di morte, di Stefano Cucchi, del lavoro minorile, delle elezioni senza preferenza, della privatizzazione dell’acqua… Ma sputare sul socialismo, negli ambienti della casta e nei regimi cosiddetti “democratici post industriali”, paga. Paga sempre. Specie quando ci si rivolge a popoli sempre più ignoranti e lobotomizzati dalla tv di stato.
In Italia, Paese di grande libertà di espressione, dove un vecchio satrapo, amico dei peggiori dittatori del pianeta, ha in pugno il 90% della tv, dove il mestiere di giornalista è regolamentato dallo stato e dove lo stesso stato tiene a libro paga (aiuti all’editoria) gli organi di propaganda, pardon, di “informazione”, e ne nomina i direttori di rete, nessuno di questi sedicenti “giornalisti” (mainstream), dico nessuno, si è preso la briga di verificare le affermazioni della Sanchez. C’è qualcuno, però, che lo ha fatto. Si chiama Fernando Ravsberg, corrispondente della BBC che, trovando la blogger (dopo la pretesa “aggressione poliziesca”) in perfette condizioni di salute e senza alcun segno apparente di percosse, le ha chiesto prove a sostegno delle sue affermazioni. Si è sentito rispondere (testuale): “Ho diverse contusioni, in particolare sui glutei, ma non posso mostrarle”… Insomma: i segni erano sul sedere e lei, per pudore, non poteva mostrarli… Verrebbe da riderle in faccia! E sono queste le “fonti” dei nostri mainstream. E’ così che, giorno dopo giorno, si perpetua il lavaggio del cervello. Bisogna far odiare al popolino catodicamente eterodiretto (noi) anche la parola stessa “socialismo”, così da permettere alle classi dirigenti (padrone dei media) la privatizzazione di tutto il possibile e l’immaginabile. E qui diamo la parola a Stefano Citati che, sul Fatto Quotidiano (n 41, 8 nov 2009), sostiene con un suo pezzo la raccolta di firme per la Sanchez. “Quello che è successo all’Avana è un avvertimento mafioso in stile camorra-Gomorra, è stato scritto (dalla Sanchez, ndr), ma ricorda ancor più le modalità della sparizione di tanti oppositori ai regimi fascisti latinoamericani degli anni 70/80”. “Avvertimento mafioso stile camorra” ? Ogni commento, per chi non abbia dato il cervello all’ammasso o non scriva per soldi come i giornalisti mainstream, è superfluo.
Che la Sanchez, marionetta della propaganda USA, non sappia bene cos’è la camorra, passi. Più grave che non lo sappia Citati, avallando la fantasiosa e ridicola prosa della bloggera alla moda. E se Citati conoscesse la storia saprebbe che i “desaparecidos” sono stati diverse decine di migliaia e non sono mai tornati, a differenza della Sanchez e del suoi pretesi venti minuti di “rapimento”. Citati ha insultato la memoria dei desaparecidos, e mi ha ricordato una recente infelice battuta del premier sul medesimo argomento. Una battuta tanto disgustosa che non voglio nemmeno ricordare e che mi ha fatto vergognare di essere italiano. Sempre Citati ci racconta poi che la “cyberdissidente” sarebbe stata “gettata fuori dall’auto, con escoriazioni e lividi…”, che però nessuno ha avuto modo di vedere. Se la Sanchez fosse stata a Villa Grimaldi o vittima dei Casalesi porterebbe segni ben diversi o, più facilmente, sarebbe morta. Solo Citati può lanciarsi, con sprezzo del ridicolo, in paralleli tanto strampalati quanto offensivi per le vere vittime. E’ evidente che sia l’uno che l’altra non sanno di cosa parlano. Purtroppo Citati è in abbondante compagnia. Contro Cuba abbiamo puntualmente i dotti elzeviri di Pierluigi Battista sul Corsera e poi gli articoli di Rocco Cotroneo, che diffama Cuba da Rio de Janeiro. Su Repubblica è Omero Ciai a intervistare gli assassini della mafia cubano-americana di Miami invece delle vittime. Per La Stampa è invece tal Gordiano Lupi che si accolla il duro lavoro di propalare pseudonotizie prive di ogni verifica, traducendo il blog della Sanchez. E si potrebbe continuare. E questi sarebbero dei giornalisti? Questi sono ignobili corifei del regime che disonorano e stuprano una delle più nobili professioni umane: raccontare la verità. Dove sarebbero i segni delle percosse, signora Sanchez? Chi accusa ha l’onere della prova. Chi ti ha fornito e chi ti paga il blog ad alta tecnologia, su server tedesco e su dominio del Pentagono? Come fai tu, illustre signora nessuno, senza nemmeno delle pubblicazioni, ad essere insignita di premi (Gasset da ElPais) ed avere contratti a suon di migliaia di euro per il tuo primo libro di quest’anno (15000 euro di anticipo da Rizzoli)? Come mai proprio tu, che non sei nemmeno una prigioniera di coscienza “ufficiale” (54 secondo Amnesty nel 2008), e non altri? Che rapporti hai col gruppo Prisa, proprietario di El Pais, lo stesso che ti ha conferito il “premio letterario Gasset”? In realtà il blog della Sanchez è un’arma mediatica di propaganda contro la Revolucion cubana. Null’altro. Il Pentagono ebbe a dire, tempo addietro, che “il web è un sistema d’arma”.
Il governo USA, nel 2008, ha stanziato 45 milioni di dollari per “un cambio di governo drastico” nell’isola. Sin dai tempi di Jefferson e Quincy Adams si parlava dell’annessione di Cuba come “necessaria” ed “irrinunciabile”. L’embargo più lungo (e vergognoso) della storia del mondo, quello contro la Cuba socialista, è lì a dimostrarci che, ai piani alti dell’imperialismo, nulla è cambiato. Per questo terroristi armati e finanziati dagli USA come i Basulto, i Carriles, i Frometa, i Bosch vivono felici e protetti a Miami e rilasciani persino interviste in tv e giornali. Per questo i mainstream ci obbligano pavlovianamente ad associare le conquiste sociali di Cuba con le più spaventose dittature immaginabili. E’ questo il lavaggio del cervello. E’ definire la sanità o l’istruzione universali come “marxismo-leninismo” e la più bassa mortalità infantile del continente americano (USA inclusi) come “mancanza di libertà di espressione”.
E 70mila medici (spesso in giro per il mondo) e il 35% del parlamento composto da donne noi siamo addestrati dai mainstream ad associarli all’ “illiberale regime castrista”… La verità è che, secondo Amnesty International, attualmente vi sono una cinquantina di prigionieri politici a Cuba. Punto. Niente tortura, niente lavoro minorile, niente guerra, niente analfabetismo, nessun problema di disoccupazione o di trovare casa. E, soprattutto, nessun giornalista ammazzato. Mai. E’ in Italia che li ammazzano i giornalisti NON a Cuba. Ricordatevelo, penosi pennivendoli mainstream, quando vomitate le vostre calunnie gratuite contro Cuba socialista. Cuba non scatena guerre imperialiste, non effettua, come l’Italia, rapimenti di stato (Abu Omar), torture di stato (Genova 2001), leggi razziste (reato di clandestinità).
A Cuba non si massacrano i detenuti come in Italia (Stefano Cucchi). I prigionieri politici ci sono anche in Occidente. Anche in Italia (Michele Fabiani, per esempio), in Francia (Julien Coupat, per esempio), negli USA (Mumia Abu Jamal, per esempio e gli esempi sarebbero molti). Invece di puntare il nostro dito (sporco di sangue) dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Sotto moltissimi aspetti, guardando al (pur imperfetto e migliorabile) socialismo cubano, noi occidentali opulenti, violenti e razzisti, dovremmo arrossire di vergogna. Solo la nostra stolida arroganza, una sesquipedale ignoranza e la propaganda mainstream ce lo impediscono. Ma non sarà certo la nostra ridicola autorappresentazione a cambiare la realtà dei fatti, della storia.
Quella storia fatta dal popolo di Cuba, e nata dal sogno di un pugno di giovani ragazzi che fecero una rivoluzione. Una vera rivoluzione di un Paese del terzo mondo che non voleva rimanere vittima dell’Occidente.
La storia di Fidel Castro, un uomo (nelle parole di Garcia Marquez) “di costumi austeri e di illusioni insaziabili, con un’educazione formale all’antica, di parole pesate e di modi delicati, e incapace di concepire un’idea che non sia straordinaria”. L’anima di quella “rivoluzione imperdonabile” (William Blum) che, col suo esempio, ha dimostrato che “un altro mondo è possibile”. Sempre.
Oggi tutta l’America Latina si muove nel solco tracciato dalla Revolucion. E’ questa la Storia. E’ questa la realtà che i mainstream e le bloggere prezzolate potranno calunniare, infangare, distorcere, ma mai cancellare. Nemmeno la bloggera alla moda oggi: Yoani Sanchez. Che parla tanto di “censura” e di”regime” e poi, per coerenza, calunnia il suo Paese col web in banda larga. E coi soldi di chissà chi ???

l’articolo di EUGENE ROBINSON è su:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/01/04/AR2010010402723.html

Published in: on 11 agosto 2010 at 22.29  Lascia un commento  

Ciao Peppino… Non muori nemmeno se ti uccidono

La Camera del lavoro territoriale di Foggia esprime, in una nota, il più vivo cordoglio per la scomparsa di Peppino Papa, storico dirigente della CGIL, “protagonista di quella straordinaria storia di lotte per l’emancipazione del lavoro e l’affermazione dei diritti che ha caratterizzato la nostra terra, esempio di rigore morale e di impegno civile sempre attuale”. Papa Era nato a Motta Montecorvino nel 1920, il 7 ottobre prossimo avrebbe compiuto 90 anni. Figlio di braccianti, egli stesso pastore e bracciante fin da giovanissimo, fu eletto segretario della Camera del Lavoro di Lucera nel 1944. Un percorso alla guida del sindacato parallelo a quello di Giuseppe Di Vittorio alla guida della Cgil nazionale. Come Di Vittorio, fin da piccolo, avendo frequentato la scuola fino alla quinta elementare, fu “assettato di sapere e cultura, strumento di emancipazione delle classi proletarie”. Fu tra i protagonisti del grande sciopero dei braccianti lucerini nel giugno del 1949 a sostegno del rinnovo del contratto nazionale, manifestazioni che sfociarono in disordini e scontri con la polizia. Papa assieme ad altri 125 tra operai e operaie venne arrestato e rinchiuso nel carcere che aveva ospitato Di Vittorio molti anni prima. Oltre che nel sindacato Papa condusse la sua battaglia politica e sociale nel Partito Comunista: fu sindaco di Lucera per 12 anni, dal 1956 al 1960 e dal 1963 al 1967, e successivamente eletto nel consiglio regionale. La ricostruzione della vita e dell’attività politico-sindacale di Peppino Papa e del movimento contadino nel primo e nel secondo dopoguerra è al centro del volume edito nel 2007 e curato dal segretario generale dello SPI CGIL di Capitanata, Giovanni Novelli, dal titolo “Neanche se mi uccidi – Vita di Peppino Papa”.

Published in: on 10 agosto 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Gli scagliozzi… la ricetta per le sere d’estate

Scagliozzi Foggiani (polenta fritta)

Ingredienti: •polenta •olio di semi per friggere •sale

Se vi capitasse di non consumare tutta la polenta preparata potete conservarla in frigo per 2 0 3 giorni e utilizzarla in un secondo momento. In frigo, la polenta, assume una consistenza più compatta e vi permette di tagliarla con più facilità (sarebbe meglio tagliare dei triangolini dello spessore di un centimetro circa). Friggerli in olio di semi, fino a quando non avranno un aspetto dorato. E mo magn’t e nun stubbetejate

[polenta-fritta.jpg]

Boicottare Israele, un dovere civico

Per porre fine al senso di onnipotenza dello stato di Israele, sedicente padrone delle sorti del Medio Oriente e turbatore degli equilibri internazionali, nazione e popolo vittimista e nel contempo endemicamente violento ed aggressore, occorre partire innanzitutto dal disinvestimento. Disinvestire significa innanzitutto fare in modo che un’area geografica che genera soldi per sè stessa dominando territori non suoi, non abbia più la complicità degli altri stati e della comunità internazionale, da sempre pesantemente (e pericolosamente) sbilanciata verso i centri di potere che si dimostrano lacchè statunitensi. Disinvestire significa costringere il sistema economico sionista a fare i conti con l’etica, con lo sconosciuto sistema dei diritti civili. E, nello stesso tempo, i complici finanziatori ad aprire gli occhi sulle proprie responsabilità (leggendo il link che riporto in calce, leggerete aziende italiane “insospettabili”, spesso ritenute virtuose per la gestione dei rapporti di produzione e per il rispetto dei diritti sindacali). Il disinvestimento dal basso, invece, si traduce nella piccola grande azione quotidiana dell’assunzione di responsabilità personale nei gesti concreti. Il boicottaggio è, nella fattispecie, l’arma del consumatore contro l’imposizione del consumo irresponsabile di massa.

Ecco la lista, comunque incompleta, delle aziende israeliane coinvolte nell’occupazione palestinese. Al link http://www.boicottaisraele.it/files/index.php?c2:o11:e1 è anche possibile prendere visione delle ditte italiane correlate con quelle israeliane (dalla Barilla alla Bauli, dalla Bburago alla Unilever… e tante tante altre). Inoltre non bisogna dimenticare, per avere la assoluta certezza di un boicattaggio completo, di fare attenzione al codice al barre, vero e proprio scrigno informativo del prodotto. Le prime tre cifre del codice indicano la provenienza dello stesso. Alle cifre 7 – 2 – 9 fanno riscontro i prodotti israeliani.

 

 

AHAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M. CHEMICALS S.R.L./Milano

AMCOR: purificatori e condizionatori d’aria, insetticidi

ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica

CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village

CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE, Barbaresco (Cuneo)

CARMEL: prodotti d’esportazione come avocados, fiori recisi e succhi di frutta

CALVIN KLEIN: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele

DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO varietà Medjoul e Deglet Nour

EPILADY/MEPRO: epilatori

HALVA: barrette di sesamo

INTEL: microprocessori e periferiche

JAFFA: agrumi

MOTOROLA: prodotti di irrigazione e fertilizzanti

MUL-T-LOCK Ltd: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e attrezzature

NECA: saponi

PRETZELS: snack salati della Beigel

SALI DEL MAR MORTO: prodotti cosmetici

Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni

SODA-CLUB Ltd.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di soda e soft drinks

SOLTARN Ltd: pentole e tegami in acciaio antimacchiaBevande: Askalon, Latroun, National Brewery Ltd., Carmel, Eliaz Benjamina Ltd., Montfort, Yarden Vineyards, International Distilleries of Israel Ltd. (Sabra), Gamla, Hebroni Budini: OSEM, MATA, Israel Edible Products Ltd. -Telma
Cipolle: Beit Hashita, Carmit, Sunfrost
Formaggi: Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd., Tnuva, Central Co-op, MATA, Haolam Frutta: Assis Ltd., Carmel Medijuice,
NOON, PRI-TAIM, Agrexco USA Ltd., Yakhin, PRI-ZE, FIT (Federation of Israel Canners), Jaffy’s Citrus Products
Prodotti a base di pomodoro: FIT, Medijuice, Pardess, Yakhin, VITA
Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): Carmit, Elite, Geva, Rimon, Karina, Lieber, Oppenheimer, OSEM, Taste of Israel, Israel Edible Products – Telma
Olive: Beit Hashita, H&S Private Label, Shan Olives Ltd. (Hazayith)
Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: Assis Ltd., I&B Farm Products, Meshek Industries (Beit Yitshak 778) Ltd., VITA
Pesce: Noon, Yonah, Carmel, Ask retailer/frozen fillets
Prodotti a base di tacchino: Hod Lavan, Soglowek, Yarden, Ask retailer/butcher/Deli Prodotti dietetici: Elite, Froumine, OSEM, Israel Edible Products – Telma, Kedem, Afifit Ltd., Magdaniat Hadar Ltd., Tivon
Prodotti di forneria: Affifit Ltd., Barth, Elite, Einat, Froumine, Hadar, Israel Edible Products – Telma, Magdaniat Hadar Ltd., OSEM, Taste of Israel
Prodotti vegetali: Yakhin, PRI-TAIM, PRI-ZE Growers/MOPAZ, Sanlakol, Carmelit Portnoy, Tapud, Sun Frost Salse per pizza: Jaffa-Mor, VITA, H&S Private Label, MATA
Zuppe, salse e dadi: Israel Edible Products Ltd. – Telma, OSEM, MATA, Gourmet Cuisine
Software e componenti per computer: Four M, Cimatron, Eliashim Micro Computers, Sintel, Ramir (Adacom), Rad, Orbotech, Shatek, Scitex, 4th Dimension Software Ltd., magic Software, 32-bit

VEGGIE PATCH LINE: hamburger di soia e prodotti alternativi
Generi :
marche Abbigliamento: Ask Retailer; Gottex, Gideon Oberson, Sara Prints, Calvin Klein Aromi e spezie: MATA, Deco-Swiss, Israel Dehydration Co. Ltd.

Published in: on 4 agosto 2010 at 22.29  Comments (1)  

Raccontare, resistere. Recensione de “Il mio nome è Victoria”

Avere 27 anni e, da un giorno all’altro, sentirsi riversato addosso il carico di un passato violento. Come la materializzazione fisica di un incubo collettivo. Credere di sapere tutto di sé stessi, della propria storia personale, della propria vita, del proprio stare al mondo, delle scelte e delle ragioni politiche. Coscientizzare l’estraneità alle cose circostanti, rendersi conto di avere indosso una mimetica politica ereditata da genitori morti per un ideale e non sapersela spiegare alla luce dell’appartenenza della famiglia poi rivelatasi di adozione. Avere stampati addosso, sulla pelle mulatta, occhi ed espressioni come un marchio a fuoco, sinonimi viventi di un essere preciso, ricco in sé, cablato indelebilmente su nomi e cognomi che il tempo ha nascosto al di sotto della menzogna storica, della falsa appartenenza, venduto alla dittatura militare come la dignità di un popolo intero, quello argentino. Poi, casualmente, d’un tratto, avere gli occhi aperti. La tirannia che sfonda le spranghe dell’ingresso principale e ne entra senza chiederne il permesso, la morte come status permanente ed ineluttabile della storia personale. Occhi colti nell’attimo di una fotografia che diventano occhi di madre e di padre. I tratti essenziali della vita di Victoria Donda, divenuta nel 2007 la più giovane parlamentare argentina, sono questi. Martellanti, profondi, ripetuti, incalzanti. Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, pagina dopo pagina, Victoria la ragazza, più ancora che Victoria la parlamentare, si fa sommergere e vi si lascia spesso sovrastare. Appaiono sotto forma di dubbi, domande cui cerca di dare risposta per scoprire sé stessa. Al testo, edito da Corbaccio, la Donda affida le tappe del suo passato tormentato: il progresso itinerante che l’ha costretta a nascere sotto dittatura, strappata alla madre dopo due settimane appena; a subire passivamente ed inconsciamente il cambio di nome, da Victoria, simbolo vivente di una madre resistente che affida all’eredità dell’anagrafe la tenacia dell’ideale anti fascista, ad Anania; sino alla scoperta, alla maturazione della consapevolezza di essere la “nipote numero 78”, rintracciata dalle Nonne di Plaza de Mayo. Con essa, montano in Victoria emozioni e delusioni, scompaiono i sorrisi e compaiono le problematicità. E mentre si disvelano le verità, mentre la crudeltà della vita prende il posto della sicurezza timida, si scoperchia il vaso di colpevoli e deferenti. Attorno a quest’universo putrido, il fetido marcire della tortura, delle connivenze politiche, di colpevoli incolpevoli, della politica come forma di dominio dell’uomo sull’uomo. Quella che Victoria, raccontando, resistendo, ha voluto combattere.

Victoria Donda, Il mio nome è Victoria, Corbaccio Editore

Published in: on 4 agosto 2010 at 22.29  Lascia un commento  

Sedici anni dopo il Foggia torna a Campo Tures…

Ai piedi dei ghiacciai dolomitici perenni, a pochi chilometri dal confine di stato che separa Italia ed Austria, l’atmosfera è quella dei bei tempi. Ora, più che mai, non più e non già andati. Perché, tanto per usare le parole del regista – zemanofilo incallito – Giuseppe Sansonna, i tifosi del Foggia hanno incominciato ad aspettare Zdenek Zeman sin dal giorno in cui, quindici anni fa, il boemo lasciò il Tavoliere, tanti ricordi, qualche rimpianto, ed una miriade di domeniche da Zaccheria sold out. La compagine rossonera, al lavoro nel fresco di Valdaora, ha ripercorso un’altra tappa della Zemanlandia che fu: Campo Tures. Nome suggestivo di ritiri estivi, richiami di serie A, del trio ricomposto Casillo – Zeman – Pavone. Mancano i nomi di grido, nel perfetto stile zemaniano. Mancano, nel campetto schiacciato tra le Alpi ed i boschi, sovrastato da amanti del parapendio ed immerso in olezzi bovini portati dalle intervallanze del vento, le chiassose boutade dei calciatori al telefonino, le resse dei tifosi locali a caccia di autografi e foto, i flash di curiosi e giornalisti. Ma nel giorno in cui i giovani rossoneri strapazzano i giovanissimi componenti della squadra dilettantistica locale dell’Ssv Taufers per cinque reti a zero, dalle tribune gli occhi sembrano essere tutti puntati verso la panchina e quella cariatide del calcio, colui che, primo fra tutti, nell’opinione generale, ha sfidato i poteri forti, scoperchiato il sistema corrotto del palazzo a scacchi bianco e nero, componente imprescindibile dell’urbanistica della tirannia moggiana. Zeman è tornato laddove tutti hanno continuato a vederlo per circa due decenni. Nell’immaginario collettivo dauno – e, a dire il vero, non solo – la panca del Foggia sta alla sua vita come una sedia in paglia sta ad una vecchia nonna dal passato contadino e dai ricordi sbiaditi della guerra e delle giovani Italiane. Tutti lo sanno. Alla stregua di come tutti avrebbero scommesso fiumi d’oro colato sul rinascere del primo vecchio amore. Le voci che risorgevano anno dopo anno, ancor più nei momenti di tribolazione per i tifosi rossoneri, erano panacea per lenire e depotenziare le patetiche promesse di Sensi e Coccimiglio, delle dichiarazioni entusiastiche di trainer sconosciuti ma sedicenti illustri che speravano, in fondo, di supplire Mister Simpatia nei cuori dei tifosi, inconsci che, alla fin fine, stavano semplicemente scaldandone il posto. Come lui, come il boemo dalle poche parole, nessuno è stato mai. Con la sola, proporzionatamente calcolata, eccezione di Pasquale Marino. Il calore di Campo Tures, laddove l’Alto Adige chiama sé stesso Sudtirol e parla quasi esclusivamente tedesco, è l’esplosione di gioia a lungo repressa di una tifoseria (parte emersa del sentimento della città intera) abituata a tramutare trasferte in esodi, a giocare in casa anche fuori dalle mura amiche. Anche in occasione di queste (tutto sommato) misere ed inconcludenti amichevoli estive, di supporters ce ne sono, di volta in volta, oltre un centinaio. Ovvio, con il traino immancabile di vezzi come di vizi, con il seguito di cori d’amore come di fumogeni in campo, di sfottò e di nuovi canti arrangiati sui pullmini. Birra (alcolica, cosa rara da queste parti dove, di domenica, nelle strutture sportive e nelle zone adiacenti se ne somministra solo di analcolica) e panini con i wurstel in luogo di lupini e caffè borghetti. E poi tutta una sommatoria antropologica di vecchi emigrati pugliesi unificati da un dialetto caduto in disuso rintanati sotto le tribune all’ombra come una lettera d’amore in una busta che attendeva soltanto di essere disseppellita dalle viscere del tempo e scartata con ansia. Veneti, trentini, lombardi, altoatesini. Tifosi lontani che esibiscono magliette d’antan con vecchi finanziatori e sponsor tecnici, alcuni con al collo sciarpette retrò dai roboanti proclami; chi a decantare che “Baiano e Signori erano n’ata cosa”, chi a suggerire a Peppino Pavone – che, nel dopopartita, gioca a pallone con i nipotini – acquisti di squadre locali per rintuzzare un organico in parte ancora carente di elementi. Il Foggia non è ancora la squadra che promette calcio e vittorie, i meccanismi hanno bisogno di essere oliati, gli schemi rodati, le strategie non sono state mandate giù come Zeman vorrebbe. L’allenatore guarda imperturbabile e studia. Ma il tempo a disposizione prima dell’inizio della regoular season della Lega Pro consente di andare abbastanza per il sottile. Vero è che sentire lo speaker recitare i nomi di Gomis – Candrina – Iozzia, non dà le stesse sensazioni dell’udire il boato sul trio Mancini – Codispoti – Grandini; e che Laribi, Kolawone Agodirin e Regini non valgono Rambaudi, Baiano e Signori. Ma nessuno, dagli spalti, ancora si lancia in dissertazioni sulla disposizione in campo di giocatori che, fino a qualche giorno fa, ignoravano l’esistenza l’un dell’altro. Quando tornerà a prender caramelle dalla tribuna, Zeman avrà la stessa accoglienza con cui era stato salutato sedici anni fa.

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