Raccontare, resistere. Recensione de “Il mio nome è Victoria”

Avere 27 anni e, da un giorno all’altro, sentirsi riversato addosso il carico di un passato violento. Come la materializzazione fisica di un incubo collettivo. Credere di sapere tutto di sé stessi, della propria storia personale, della propria vita, del proprio stare al mondo, delle scelte e delle ragioni politiche. Coscientizzare l’estraneità alle cose circostanti, rendersi conto di avere indosso una mimetica politica ereditata da genitori morti per un ideale e non sapersela spiegare alla luce dell’appartenenza della famiglia poi rivelatasi di adozione. Avere stampati addosso, sulla pelle mulatta, occhi ed espressioni come un marchio a fuoco, sinonimi viventi di un essere preciso, ricco in sé, cablato indelebilmente su nomi e cognomi che il tempo ha nascosto al di sotto della menzogna storica, della falsa appartenenza, venduto alla dittatura militare come la dignità di un popolo intero, quello argentino. Poi, casualmente, d’un tratto, avere gli occhi aperti. La tirannia che sfonda le spranghe dell’ingresso principale e ne entra senza chiederne il permesso, la morte come status permanente ed ineluttabile della storia personale. Occhi colti nell’attimo di una fotografia che diventano occhi di madre e di padre. I tratti essenziali della vita di Victoria Donda, divenuta nel 2007 la più giovane parlamentare argentina, sono questi. Martellanti, profondi, ripetuti, incalzanti. Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, pagina dopo pagina, Victoria la ragazza, più ancora che Victoria la parlamentare, si fa sommergere e vi si lascia spesso sovrastare. Appaiono sotto forma di dubbi, domande cui cerca di dare risposta per scoprire sé stessa. Al testo, edito da Corbaccio, la Donda affida le tappe del suo passato tormentato: il progresso itinerante che l’ha costretta a nascere sotto dittatura, strappata alla madre dopo due settimane appena; a subire passivamente ed inconsciamente il cambio di nome, da Victoria, simbolo vivente di una madre resistente che affida all’eredità dell’anagrafe la tenacia dell’ideale anti fascista, ad Anania; sino alla scoperta, alla maturazione della consapevolezza di essere la “nipote numero 78”, rintracciata dalle Nonne di Plaza de Mayo. Con essa, montano in Victoria emozioni e delusioni, scompaiono i sorrisi e compaiono le problematicità. E mentre si disvelano le verità, mentre la crudeltà della vita prende il posto della sicurezza timida, si scoperchia il vaso di colpevoli e deferenti. Attorno a quest’universo putrido, il fetido marcire della tortura, delle connivenze politiche, di colpevoli incolpevoli, della politica come forma di dominio dell’uomo sull’uomo. Quella che Victoria, raccontando, resistendo, ha voluto combattere.

Victoria Donda, Il mio nome è Victoria, Corbaccio Editore

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Published in: on 4 agosto 2010 at 22.29  Lascia un commento  

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