Hanno picconato Kossiga

Il corpo del “presidente emerito (di che?)” è ancora caldo caldo, stipato sotto il lenzuolino bianco romano, che già, da un lato e dall’altro, ci si affanna a rivendicarne amicizia, intrecci, aneddoti. Cossiga è morto. E la notizia, che rimpalla di media in media, freneticamente danza lugubre e martellante come un tam tam nella giungla per un ciccione, già ha intasato i maroni più di Maroni. Sarebbe giusto ed azzeccato, per quel che mi riguarda, opporre un sonoro CHISSENEFREGA! In realtà a nessuno frega niente di Cossiga per lo meno nella misura in cui a Cossiga non sbatteva un emerito (presidente?) degli altri. Della loro vita, della loro morte, dei loro pensieri, delle loro idee. È morto un ciarlatano, platonico oratore, capace attaccante, sagace nell’offende, ma improprio ed inopportuno nel parlare. Ha sempre parlato troppo, il picconatore. Ma anche troppo poco. Tempo fa dichiarò in tv di essersi sempre trovato nei posti di più grande responsabilità (e potere) per caso, in assenza di altre figure più consone. In realtà il buon Francesco ha giocato sui segreti di Stato, che ha goduto nel celare. Si è fatto grande delle cose non dette e mai rivelate. Quei segreti – altro che il meridionale perbenista “pace all’anima sua” – se li porta nella tomba, insieme a quell’aura di falso (falsissimo) anticonformista che, chiamato in causa oggi al Tg 3 da Valeria Ferrante, gli affibia oggi Pierferdy Casini. Uno al cui confronto Topo Gigio, Marielle Ventre e Giovanni Muciaccia danno l’impressione di Marx, Lenin e Mao Tze Tung.

Farebbero bene, i pennivendoli di regime, intrisi di berlusconite sin nelle ossa, a ricordare che, nel fatidico 1978, l’anno dell’uccisione di Aldo Moro, il buon Francesco era Ministro degli Interni e che, per indagare sulla sparizione del suo compagno di merende, dette vita ad un comitato di crisi pieno zeppo (ma pieno zeppo così) di massoni pidduisti. Burattinaio in un mondo di burattini, Cossiga non volle trattare unicamente per garantire la salvaguardia delle “istituzioni democratiche”. Fatto sta che Steve Pieczenik, consulente psicologico nel caso Moro, spedito a mo’ di lettera gialla in Italia dal governo filantropico di Jimmy Carter, nel film – inchiesta “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”, a precise domande, ammise che:

  1. In quei giorni, ”la decisione conseguente, il prezzo per mantenere la stabilità politica era la morte di Aldo Moro
  2. 2. Giunti alla quarta settimana di prigionia ed aumentati i rischi di comunicazione da parte di Moro di segreti di stato, “è stato necessario prendere la decisione se poteva vivere o morire” e “la decisione finale è stata di Cossiga e, presumo, di Andreotti

Come premio per i servigi resi allo Stato (il suo silenzio) fu ricompensato, a distanza di appena un anno, con l’elevazione a Presidente del Consiglio dei Ministri. E, sei anni dopo, nel 1985, ereditò da Sandro Pertini la nomina di Presidente della Repubblica, ottavo nella storia d’Italia. In vita, Cossiga è stato l’esempio lampante del malaffare politico, l’emblema del compromesso, l’utilizzatore finale delle strategie politiche antisessantottine. Tifoso ad oltranza del manganello, concepiva la reazione poliziesca in maniera simil venatoria: la caccia al rosso, meglio se giovane e studente, il suo spot prediletto. Altro che Cossiga lo stratega. Piuttosto, piccolo Tambroni, miserrimo Scelba di infimo rango. Un parolaio alla bene e meglio, il buon Franceschiello. Reo confesso referente della Gladio che ha definito “lecita” e “doverosa”. Come dire, una spia. Grandezze italiote, quelle di avere un Capo di Stato che, in nome di un non meglio precisato bene supremo della Repubblica trama per nome e per conto di una potenza straniera contro un partito politico del suo paese, nato nelle strade, nei campi, negli alberghi sgarrupati, cresciuto versando sangue sulle strade.

Non che la vecchiaia l’avesse redento. Appassionato di spionaggio ed esoterismo, il picconatore sardo oscillava, nel perfetto stile neodemocristiano, tra le diverse sponde del fiume. Un po’ con l’uno, un po’ con l’altro. Ma soprattutto, bianco fuori e nero dentro, di quel fascismo latente mai abbandonato. Aveva rinnegato l’amore – cornificato – che lo univa a Silvietto, il cavaliere senza cavallo, nel nome del furore antigiustizialista, la stessa abitudine ad attaccare le istituzioni, i giudici, la magistratura; ha dato vita a gente come Clemente Mastella; ha rilasciato interviste in cui esaltava la violenza poliziesca contro studenti e “maestre – ragazzine”. (Servendosi della compiacenza della stampa e dall’importanza accreditatagli, si permise, appena due anni fa, di dispensare consigli così: Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano da GIORNO/RESTO/NAZIONE”, giovedì 23 ottobre 2008). Con Cossiga scompare un vecchio pazzo. Muore mezza Repubblica, quella che lui ha concorso ad insozzare e da cui ha giocato, spesso, a prendere le distanze. Con lui scompaiono i segreti di Stato. O, per lo meno, un’altra possibilità di venirne a capo. Con lui all’inferno, va negli abissi un’altra incatramata cassaforte, chiusa a dieci mandate da mafia, massoneria, spionaggio e controspionaggio, politica, affaristi e chissà chi altro. Ora non resta che sperare in Andreotti. E stiamo apposto…

ECCO L’INTERVISTA RILASCIATA AD ANDREA CAGNINI NEL 2008

da GIORNO/RESTO/NAZIONE”, giovedì 23 ottobre 2008

INTERVISTA A COSSIGA «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei»
di ANDREA CANGINI

– ROMA. PRESIDENTE Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».
Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

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