Che la notte inizi. Lew Tabackin a Foggia

Sassofonista e flautista. Per la precisione, uno dei migliori al mondo. Il migliore al mondo. Lo dicono le migliori penne di jazz, lo dicono le maggiori riviste di settore, ne concordano gli intenditori. Quest’anno, ha incassato (e non certo per la prima volta nella sua pluridecennale carriera), il“Down Beat”. Come a dire: fratello, sei il migliore di tutti con quel flauto fra le dita. È Lew Tabackin, d’altra parte. Una leggenda vivente. Russo ma di Filadelfia, con il Giappone nell’animo. Emissione concreta dell’introspezione sentimentale. Quell’amore mai finito che, sin dal 1968, lo unisce a sua moglie, la pianista giapponese (altra cima assoluta in un mare di normali) Toshiko Akiyoshy. Una sincope di vibrazioni e contaminazioni; un gioco, uno scherzo cadenzato con virtuoso incedere. Sviluppate nel conservatorio della sua città natale, poi raffinate a New York, infine affinate da esperienze, amicizie, collaborazioni multiple.

Tabackin è un’artista nel senso più puro del termine. Con il fiato dà vita all’arte, con le dita pennella melodie, non semplicemente suoni. Jazz più oriente vuol dire proprio sax più flauto. Foggia lo accoglierà con la timidezza del novello, con il timore dell’inesperto, con la paura di chi si fronteggia al mito. Due settimane appena, il 29, poi la magia che impreziosirà il calendario della rassegna “Lune…dì Jazz”, organizzata presso il Moody di Via Nedo Nadi.

Atmosfere da sogno ed un concerto che avrà inizio alle 22.26, l’ora dei jazzistiLa notte, le stelle, il blu che sfocia nel nero. L’aria che si fa leggera, con il fresco dell’esterno compensato dal fulgido calore delle note. Che avvampano turbinanti e coinvolgono senza possibilità di sfuggirvi. Con lui una buona fetta del miglior jazz nostrano. Marco Tamburrini dipingerà la tela del Moody con la sua tromba,Giuseppe Bassi darà tratti decisi di contrabbasso, Roberto Gatto sigillerà a colpi di batteria. Una formazione da urlo.

Ma, a ribadire che al meglio può non esserci fine, il 30, a partire dalle 20, si terrà un Corso di perfezionamento musicale dal titolo “Interplay: il ruolo di ogni singolo strumento nel quartetto”. Un seminario che verrà svolto dai quattro musicisti coadiuvati da Enzo Nini, docente jazz presso il Conservatorio di Foggia.

Che la notte inizi…

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Published in: on 16 novembre 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Per una sera Foggia ha ucciso paranoia

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Una Festa Mesta, come il titolo di uno dei loro più celebri pezzi. Ma solo nel pubblico. Perché i Marlene Kuntz, che hanno chiuso il sipario del calendario estivo foggiano, hanno energizzato, per una sera soltanto, il teatro Mediterraneo. Arrivati da Cuneo per assurgere al ruolo di multivitaminico del Foggia Estate, in definitiva. Calato nel grande corpo della città in maniera coatta. Come una siringa. Somministrato a grandi bustine effervescenti dal sapore acidulo e grezzo. Un appuntamento per esperti del settore, qualcuno commentava, il concerto dei Marlene Kuntz, che però ha raccolto giovani e meno giovani, fino a riunire famiglie intere. La formazione piemontese, capitanata da un Cristiano Godano rinnovato nel look (capelli corti e sbarbato rispetto all’inizio della tournèe), ha coinvolto fino al ballo sfrenato, fino al pogo, le seicento persone accorse nello spazio concerti di Via Galliani. Tasto dolente, quello della scelta della location. Relegato in soffitta lo sconclusionato progetto del Teatro Tenda, immotivatamente snobbato il campo Fiera, lo spazio è risultato certamente inappropriato per l’accoglienza di un evento del genere. Non tanto per la risposta della cittadinanza, innamorata, stando alle cifre, dei classiconi strappalacrime alla Claudio Baglioni. Quanto più perché, la disposizione di sedili e palco ha funto da deterrente rispetto ad un concerto da viversi al top dell’adrenalina. Da Sonica, a Cara è la fine, da Ape Regina a Questo e altro da Ineluttabile a La canzone che scrivo per te, fino ai pezzi del loro ultimo lavoro, “Uno” (anno 2007), i Marlene hanno ripercorso tutto il repertorio che li ha resi celebri a livello nazionale. Sonorità sporche, eruttate dalla chitarre graffianti di Riccardo Tesio, dalle pulsazioni iperventilanti della batteria di Luca Bercia, dall martellare del basso di Luca Saporiti, dal lamento malinconico del violino di Davide Arneodo. Riff che ormai sono pezzi consistenti del panorama musicale nazionale, testi che, nella loro profonda difficoltà, richiamano al cuore la rabbia e l’amore, la disperazione e la speranza. E la voce del leader e trascinatore, Godano, a fissarli nelle orecchie degli ascoltatori ed imprimerle nel cielo della Capitanata. Stretto nella sua camicetta nera su pantaloni a zampa, sbruffone in quella sua aria dark, strafottente negli sguardi con cui si regala al pubblico da distanza più o meno ravvicinata, sull’ultimo lembo del palco, prima del fossato che lo divide dai fan. La scaletta regala anche Impressioni di Settembre, uno dei manifesti delle generazioni progressive degli anni settanta. Un salto indietro nel tempo, mascherato. Con gli Mk, il pezzo targato Premiata Forneria Marconi (è il primo singolo della band e risale al 1971) si traspone, si sporca, si imbastardisce, forse in meglio, acquistando una carica maggiore di potenza. Perdendo parte delle sue atmosfere poetiche ma subendo un tremendo scossone di rock. E la scena ne guadagna. Grazie anche ad una buona direzione del parco luci (peccato per l’acustica, scarsa, del Mediterraneo, che ha ovattato molte note, neutralizzandole fino a sbiadirle) e ad un Cristiano Godano che regge la scena da grandissimo professionista, abbozzando movenze suadenti a fremiti spasmodici. Tre volte sul palco, due uscite successive al concerto. Bis e ter chiesti ed ottenuti. Ed ogni volta, ricalcando il palco di Foggia, ogni volta sempre più energia e sempre più voglia. L’impressione è che tra musicisti e pubblico si sarebbe andati fino a notte fonda, fino a mattino. Fino a nuotare nell’aria.

(pubblicato su l’Attacco sabato 19 settembre 2009. Foto Francesca De Sandoli)

Published in: on 24 settembre 2009 at 22.29  Comments (1)  
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