Referendum, beni comuni e la sfida del vento


MA siamo realmente certi che tutti coloro i quali, oggi, festeggiano la vittoria referendaria, poi vogliano davvero la messa in pubblico dei beni comuni? Sono sicuri di quel che accadrà adesso? O che, perlomeno, potrebbe accadere? No, perché il dato, se lo dovessimo leggere così, nudo, crudo e spietato com’è, non lascia alcun tipo di appello ad arringhe liberiste. Il 57 e rotto per cento della popolazione residente in Italia – e per popolazione intendiamo non il Golem servilistico del capo di Arcore, bensì tutti quanti hanno avuto il coraggio di sfidare la cappa afosa della prima domenica d’estate per votare -, vuole tornare alla comunità.

Quando diciamo comunità, però, non diciamo internet e socialforum, creatività da accattonaggio simbolico notoria un quarto d’ora che poi si tramuta in letteratura da url e link. Bensì intendiamo il colore delle piazze spontanee, scese in strada malgrado l’improba sfida. L’oscurantismo ha perso. E, nel contempo, ha dimostrato che dei megafoni, che siano internettizzati o televisivi, si può fare a meno. A patto che, ovvio, alla base, sussista un’idea di fondo comune. Un’idea così radicale e radicata da spaventare ed insieme attrarre; un’idea così precisa e di parte da obbligare a prendere parte per questo o per quello. Questa è l’idea che ha sbancato, rotto con gli schemi del passato, coartato gli elettori a dire si o a dire no. Un’onda così grande da divenire tsunami. Tanto grande e potente da poter fare a meno dei villeggianti del fine settimana, della gioventù distratta, dei pidiellini riverenti, dei piddini nuclearisti, delle Roccella di turno, della narrazione di Vendola, dei congiuntivi di Di Pietro.

E’, quello votante, un popolo che ha deciso consapevolmente di fare a meno delle delegazioni dei governanti; che ha spazzato via la sussidiarietà anacronistica fra gente comune ed affaristi. Che ha compreso come il “bene in comune” (la definizione è di Alberto Lucarelli, insigne costituzionalista, redattore dei quesiti ed ora assessore della Giunta De Magistris a Napoli) sia molto più conveniente della “comunità di chi ha i beni”. Quindi, di quell’esigua minoranza di oncologi dai secondi fini e possidenti alla ricerca dell’affare del secolo.

Ecco perché, adesso, la vittoria del Si e del quorum necessita di un nuovo e più importante balzo in avanti. Ecco perché questo mitico risultato, destinato ad entrare nella Storia alla voce “grandi battaglie civili” – vinte, come l’interruzione di gravidanza e il divorzio – non deve essere gettato nell’orticaio del dimenticatoio. Richiede anzi un surplus di attenzione. Una vigilanza civile e politica. Il premier Silvio Berlusconi ha già annunciato, come un monito maldestro, il prossimo settore d’investimento dei padroni della terra. Ha già fatto intendere che la conquista del potere economico già passa per il vento e per la luce del sole. Berlusconi, appunto. Ma non solo. Molti di quelli che hanno sostenuto e combattuto per la pubblicizzazione del servizio idrico, per evitare che un bene pubblico remunerasse le casse del singolo o dell’impresa, alimentando una volta di più l’aziendalismo della Natura, sono fra i primi che guadagnano (eccome) con il business eolico. Che non si fanno scrupoli nel sottrarre, per pochi spicci, le terre alle piccole famiglie contadine, alle coltivazioni secolari ed alle nidificazioni storiche di volatili.

E sono i primi, per giunta, a negare l’impatto delle pale, ad invocare una deregulation che lasci i loro polsi svincolati per impiantare su terreni e siti archeologici, nel mare e sulle sponde dei fiumi, sui crinali e nel bel mezzo delle piane. Molti dei propugnatori, da decenni, scendono a patti con imprenditori concussi con le mafie locali, mortificatori del paesaggio e del vero bene comune: la terra.

Ed allora la proposta, quella che azzererebbe ogni dubbio, è una pubblicizzazione del vento come risorsa comune, attraverso la creazione di società a capitale pubblico che sottraggano al guadagno del singolo per dare alla comunità. Soprattutto, normativizzando l’installazione, regolamentando la diffusione micologica degli orrendi pali. Infine, creando opportunità di lavoro chiare e limpide, gestioni che escludano, a prescindere, la dubbia provenienza del capitale economico. La sfida del 2012 è questa dunque: evitare che pale e pannelli cessino di essere fonte sicura di riciclaggio, copertura morale di sistemi criminosi. E tornino nelle mani di tutti nell’unico modo utile e positivo: come beni in comune.

Stato Quotidiano, editoriale 14 giugno 2011

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Ubik, Mercoledì 15 giugno, presentazione “Transgender”, Gianfranco Meneo

Corrompo, quindi sono

Il malaffare, Longanesi

Si parte da qui, da pagina 138. “La corruzione è la normalità, non l’eccezione. Il dono stagionale, la bustarella, il pizzo, la percentuale metodica sull’affare o la tangente occasionale rappresentano la norma, non un comportamento eccezionale”. Garantisce Carlo Alberto Brioschi ne “Il malaffare. Breve storia della corruzione” (Longanesi, 2010). È in questa ammissione, sconsolata, pronunciata a braccia basse, quasi rassegnata, che è racchiuso tutto il messaggio del suo libro. Il giornalista, già autore di una precedente opera simile, ha dato appena alle stampe questa nuova rassegna di casi storici.

Malvessazioni istituzionali, politiche, sociali. Piaghe da decubito morale, da eccessivo adattamento su modus agendi che, rimanendo nel novero del normale, si sono affermati come tali. Una storia datata, remota nel tempo e diffusa nello spazio. Non caratteristica peculiare di un popolo, di una società, di una sola ed uniformata civiltà, bensì una macchia oleosa, facilmente spandibile, che tutti unge e tutti sporca. Tanto che, se uno se ne macchia, inevitabilmente, finirà per rendere sporchi anche gli altri. Un tema scottante ed attuale, quello della corruzione. Suffragato da una casistica ampia.

Per annodare il filo del discorso, Brioschi risale addirittura alla Grecia antica, onde poi districarsi sulle strade romane (prima repubblicane, poi imperiali), passar sul Medioevo ed il Rinascimento, asfaltare il perbenismo assolutorio della Francia Rivoluzionaria ed approdare lucidamente al berlusconismo. Brioschi non si dissocia di tanto da “La Casta”. Ma, a differenza di quello, questo amplia il raggio della considerazione, attraverso una trattazione enciclopedica ed esaustiva del fenomeno. Citazioni, rimandi letterari e filosofici, esemplificazioni politiche: per comporre la storia della tangente (mazzetta, raccomandazione, favore che sia), tutto fa brodo nella minestra dell’autore. Ed ogni ingrediente ne insaporisce il gusto.

È lo sguardo privilegiato del giornalista, sempre a contatto col fatto, con la notizia allo stato puro dell’arte, a fare di un libro normale, uno scrigno di informazioni e citazioni. Una sommatoria di casi che oltrepassano dichiarazioni, intenti ed ideologie, collocandosi tanto in un campo di pensiero, quanto in quello opposto. Un virus immune ad ogni antidoto? No, piuttosto un malato che rigetta la medicina. Di corruzione non si muore. Magari ci si rafforza. A punto tale da conformarsi, la mazzetta, come l’esegesi stessa del potere, la sua spiegazione, la sua concretizzazione. Se posso, quindi, sono.

E la politica è, da sempre, stata il ricettacolo della contaminazione. L’epicentro focale di un sistema indistruttibile (in quanto fondato sui bisogni concreti della gente normale: il lavoro, la casa, l’asilo…). Usufruttuaria di mansioni, distributrice di favori, Babbo Natale della comunità.

Con l’avvento di Berlusconi e l’imporsi della sua visione aziendalista dello Stato, il vizio è diventato scontatezza. Si fa così, perché così è normale. E l’Italia, stuprata e contenta, è rimasta incinta di questo gioco. Nulla di nuovo, l’arrendevolezza. È un vessillo nazionale, più unificante degli Azzurri del calcio. Lo diceva già Umberto Saba (e lo ricorda Brioschi, non a caso): “È col parricidio che si inizia una rivoluzione. Gli italiani invece vogliono dare al padre ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”.

CARLO ALBERTO BRIOSCHI, “IL MALAFFARE. BREVE STORIA DELLA CORRUZIONE”, LONGANESI 2010

Giudizio: 3.5 / 5 Illuminante

Il poeta che dimenticava sè stesso – recensione Adan Buenosayres (Leopoldo Marechal, Vallecchi 2010)

– colei che la mia vita ama più di sè stessa –


Leopoldo Marechal, ADAN BUENOSAYRES

Cosa ci fanno nelle notte di Buenos Aires un poeta fuori moda, dimentico maestro elementare dal cappello imbutiforme, un filosofo, due strampalati inventori, un astrologo e un sociologo dalle gambe corte?

Si dirigono alla casa di un morto che nessuno conosce… Semplice no?Lineare?

È buio pesto ed ogni occasione è quella giusta per arrovellarsi in pensieri contorti e rivelazioni sconcertanti sul senso della vita, della poesia, dell’amore.

Si filosofeggia alla grande insomma, si inciampa, ci si ubriaca o ci si inebria, questo a seconda dei gusti, in discorsi allucinati ed allucinanti, in cui il protagonista, l’Adàn Buenosayres del titolo, eccelle già più degli altri.

Come se già non bastassero le misticheggianti elucubrazioni dei protagonisti, per la strada si aggiungono nuovi esilaranti incontri.

Tra uno stregone che invece di agognati buoni auspici per il futuro dispensa parolacce, un gliptodonte gigante che defeca in maniera altrettanto gigante, “risate wagneriane” ed altri surreali fenomeni, il povero lettore si perde. Colpa anche all’utilizzo di parole in lunfardo, una specie di slang composto da termini di più dialetti europei, usati in forma contratta.

Una lettura impegnativa e non certo solo per la corposità del libro, che pure, all’epoca della sua uscita, suscitò non poco entusiasmo tra i protagonisti della scena culturale argentina.

Intenzione dell’autore, Leopoldo Marechal, era quella di metter insieme più generi, l’epico, il cavalleresco, il surreale e seguire le unità aristoteliche di tempo, spazio, azione.

Peccato che alla fine tutte queste buone intenzioni si risolvono in un calderone di paroloni inutilmente complessi e in situazioni tragicamente slegate.

Piacerà ai lettori spocchiosi, quelli che non leggono ciò che “gli altri” leggono; soddisferà quanti fanno finta di leggere solo quello che “gli altri” non leggono.

Pachidermico, a tratti snervante. Bella la copertina.

LEOPOLDO MARECHAL, ADAN BUENOSAYRES, VALLECCHI 2010

Giudizio: 2.5 / 5

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Nel nome di Giuda

Faccia pure corna e corna doppie, Sandro Veronesi. Ma se non è destinato ad esplodere questo “XY”, allora realmente bisognerebbe incominciare a pensare che il mondo ruoti all’incontrario. Perché, quest’ultima sua fatica, messa al mondo con una gestazione lunghissima – quattro anni di lavoro – è uno dei migliori romanzi apparsi sulla scena italiana degli ultimi anni.

Sapiente lui, Veronesi, a crearci attorno un’attesa quasi nevrotica, da spasmo. Ottimo il lavoro della Fandango, un battage inarrestabile e martellante ed un gioco col tempo calcolato alla perfezione. Un sito, il lancio de La Repubblica, l’anticipazione, il trailer. La presentazione dei personaggi, il disvelamento dell’origine dei loro nomi via web.
Il tutto, miscelato, impacchettato e regalato in un’edizione semplice ma efficace. E favorito, val la pena dirlo, dalla struttura interna del libro stesso. Magistrali i personaggi, caratteristiche pesate, parole col contagocce anche se spesso perse in una miriade (troppe?) di pensieri. Con il filtro, senza il filtro, ragionati o casuali. Magistrale l’arzigogolio della vicenda, che si perde fra un omicidio ed un mistero, si imbottisce di psicologia, psichiatria, psicanalisi, si innalza al Cielo con la religione. Magistrale il modo di portare avanti due personalità difformi come fosse un progetto unico, con la naturalezza del grande scrittore. Magistrale il prospetto dei luoghi, l’ambientazione, disegnata vividamente a tinte ora candide ora forti.
“XY” è un calderone. Anzi, è come due paioli ripieni di addensante che non attendono che essere fusi (e che si fonderanno dopo oltre 300 pagine).
X come Giovanna Gassion, la psicologa trentina prima sconfortata, poi tenace, prima arresa poi mai doma, prima spenta, poi vitale, rassegnata e vincitrice, colpevole ed innocente,  peccatrice volontaria e volontaria redenta. Ingabbiata in rapporti da fuor di testa: una storia agli sgoccioli, una madre ossessiva, un prete diverso.
Già, il prete, don Ermete. L’imposible, la Y. Martello ed incudine nello stesso tempo. Un passato sapientemente lasciato nel vago, spesso nel buio. Misterioso. Misterioso lui, misterioso il suo paese, San Giuda. Settantadue case, qualche anima sparuta e nemmeno un giornalaio, nemmeno una scuola, nemmeno il barbiere.
Un’entità chiusa, una casta civile, un blocco di piombo. Unito e compatto in principio, sfaldato e menzognero alla fine. È su San Giuda, sulle sue contraddizioni, sui suoi segreti, sui suoi dolori, che si abbatte la furia della morte. Dieci cadaveri. Tutte morti diverse. Depistaggi. Riunioni di ministri. Scena alterata. Una nuova verità. Creata. Artefatta. Artificiale. Umanamente e ragionevolmente comprensibile. Rassicurante (per quanto può esserlo un attentato terroristico).
Una verità subito rivelata che toglie al testo il sapore del giallo e sbianca anche le tinte noir, lasciando spazio alla psicologia, alle confessioni intime ed insieme alle soluzioni necessarie da metter su per non portare allo sbando la comunità trentina.

Giovanna e don Ermete. Don Ermete e Giovanna. Attori duali ed a volte dicotomici. Scienza contro fede, scienza e fede, scienza più fede. Incompatibili e poi stampelle l’un dell’altro. Fra di loro, malattie mentali ed eventi inspiegabili. Ma quando uno squalo aggredisce ed uccide in pieno bosco, quando si muore, in undici, in modo differente, in un’apoteosi della simbologia fobica piuttosto che in maniera “normale”, la ragione non può che arrestarsi.
E ritorna il mistero; quel mistero da tacere, quel mistero da accettare. Quel mistero che fa crescere, che dona saggezza e matura le scelte conseguenti di Giovanna ed Ermete. Perché è inutile spiegare quel che le parole non possono spiegare o dipanare mentalmente quel che la mente non afferra. Perché “se ci sono le parole per dirlo, è possibile”. Ma, non per questo, svelabile.
Non resta che leggerlo. Classico del futuro.
Sandro Veronesi, “XY”, Fandango Libri, 2010
Giudizio: 4.5 / 5

LEGGI ANCHE SU http://www.statoquotidiano.it/13/11/2010/macondo-la-citta-dei-libri-8/37312/

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