Corrompo, quindi sono

Il malaffare, Longanesi

Si parte da qui, da pagina 138. “La corruzione è la normalità, non l’eccezione. Il dono stagionale, la bustarella, il pizzo, la percentuale metodica sull’affare o la tangente occasionale rappresentano la norma, non un comportamento eccezionale”. Garantisce Carlo Alberto Brioschi ne “Il malaffare. Breve storia della corruzione” (Longanesi, 2010). È in questa ammissione, sconsolata, pronunciata a braccia basse, quasi rassegnata, che è racchiuso tutto il messaggio del suo libro. Il giornalista, già autore di una precedente opera simile, ha dato appena alle stampe questa nuova rassegna di casi storici.

Malvessazioni istituzionali, politiche, sociali. Piaghe da decubito morale, da eccessivo adattamento su modus agendi che, rimanendo nel novero del normale, si sono affermati come tali. Una storia datata, remota nel tempo e diffusa nello spazio. Non caratteristica peculiare di un popolo, di una società, di una sola ed uniformata civiltà, bensì una macchia oleosa, facilmente spandibile, che tutti unge e tutti sporca. Tanto che, se uno se ne macchia, inevitabilmente, finirà per rendere sporchi anche gli altri. Un tema scottante ed attuale, quello della corruzione. Suffragato da una casistica ampia.

Per annodare il filo del discorso, Brioschi risale addirittura alla Grecia antica, onde poi districarsi sulle strade romane (prima repubblicane, poi imperiali), passar sul Medioevo ed il Rinascimento, asfaltare il perbenismo assolutorio della Francia Rivoluzionaria ed approdare lucidamente al berlusconismo. Brioschi non si dissocia di tanto da “La Casta”. Ma, a differenza di quello, questo amplia il raggio della considerazione, attraverso una trattazione enciclopedica ed esaustiva del fenomeno. Citazioni, rimandi letterari e filosofici, esemplificazioni politiche: per comporre la storia della tangente (mazzetta, raccomandazione, favore che sia), tutto fa brodo nella minestra dell’autore. Ed ogni ingrediente ne insaporisce il gusto.

È lo sguardo privilegiato del giornalista, sempre a contatto col fatto, con la notizia allo stato puro dell’arte, a fare di un libro normale, uno scrigno di informazioni e citazioni. Una sommatoria di casi che oltrepassano dichiarazioni, intenti ed ideologie, collocandosi tanto in un campo di pensiero, quanto in quello opposto. Un virus immune ad ogni antidoto? No, piuttosto un malato che rigetta la medicina. Di corruzione non si muore. Magari ci si rafforza. A punto tale da conformarsi, la mazzetta, come l’esegesi stessa del potere, la sua spiegazione, la sua concretizzazione. Se posso, quindi, sono.

E la politica è, da sempre, stata il ricettacolo della contaminazione. L’epicentro focale di un sistema indistruttibile (in quanto fondato sui bisogni concreti della gente normale: il lavoro, la casa, l’asilo…). Usufruttuaria di mansioni, distributrice di favori, Babbo Natale della comunità.

Con l’avvento di Berlusconi e l’imporsi della sua visione aziendalista dello Stato, il vizio è diventato scontatezza. Si fa così, perché così è normale. E l’Italia, stuprata e contenta, è rimasta incinta di questo gioco. Nulla di nuovo, l’arrendevolezza. È un vessillo nazionale, più unificante degli Azzurri del calcio. Lo diceva già Umberto Saba (e lo ricorda Brioschi, non a caso): “È col parricidio che si inizia una rivoluzione. Gli italiani invece vogliono dare al padre ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”.

CARLO ALBERTO BRIOSCHI, “IL MALAFFARE. BREVE STORIA DELLA CORRUZIONE”, LONGANESI 2010

Giudizio: 3.5 / 5 Illuminante

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