Il ladro d’acqua non era lui ma fu arrestato per comodità


(Un racconto di Wu Ming per i quesiti sull’acqua, Liberazione 8 maggio 2011)

Sul blocco di pane nero c’era stampigliata una data: 4-4-2012. C’era anche un’altra scritta: Bundeswehr. Gli aiuti per le aeree D provenivano spesso dalla Germania. C’erano wurstel, barattoli di sottaceti, birra analcolica. Persino qualche bottiglia d’acqua da bere.
Forse solo le prugne sciroppate non erano di provenienza tedesca. Winston sorrise tra sé. Forse gli aiuti per le aeree D in Germania – dovevano pur essercene – provenivano dall’Italia.
Winston aprì l’ugello di un fornetto da campeggio e mise sulla fiamma una padella annerita. Tagliò una fetta di margarina rancida, ruppe i gusci di due uova sui bordi della padella, fece cadere chiara e tuorlo sul metallo sfrigolante di grasso vegetale.
Tagliò due fette dell’antico pane di segale, aprì una lattina di birra. Guardò le bottiglie d’acqua: sarebbero bastate per una settimana.
Quel che mancava era l’acqua per le altre cose. Per lavarsi, per lavare i panni. Per cucinare roba non fritta, non unta. Per lavare le pentole dopo che avevi cucinato. Se ti lavavi, addio acqua per fare la pasta.
Occorreva fare delle scelte.
***
A Winston non piaceva andare ai bagni pubblici. Ognuno aveva una tessera che consentiva otto ingressi al mese. Otto docce al mese, per i poveri: in quel periodo dell’anno, con il caldo e l’umidità vicina al 90%, non bastava di certo.
Winston odiava sentirsi sporco, tendeva a lavarsi più del dovuto. Così addio pasta, addio verdura cotta, addio zuppe liofilizzate, che arrivavano anch’esse, beffarde, con le razioni D. Per farle, ci voleva l’acqua.
Winston campava di wurstel, tonno, pane dell’esercito tedesco fabbricato anni prima, lattine su lattine di bevanda al caffé.
L’acqua da bere era il vero problema. Era razionata, in quasi tutte le case del quartiere. Era costosa, come luce e gas. Quasi nessuno, in quel quartiere prossimo alla collina, poteva pagare acqua luce e gas. Chi poteva sceglieva l’acqua, e Winston non era tra i fortunati.
Gli accordi tra fornitori e pubblica amministrazione prevedevano due ore al giorno di elettricità sociale a tutti, e distribuzione di acqua due volte la settimana. Ma la maggior parte del tempo, gli interruttori non servivano a nulla, gli elettrodomestici dormivano inutili. In molti avevano incominciato a disfarsene. Gli apparecchi ancora decenti venivano veduti per pochi soldi. Gli altri, frigoriferi e lavatrici soprattutto, arrugginivano al sole, per strada. Le lavatrici aprivano il loro occhio attonito, e i frigoriferi non erano che cassoni vuoti. Ogni tanto un camion militare passava a tirarli su.
***
Winston ricordava bene com’era prima della Svolta: in fondo non era passato tanto tempo. Per molti versi, la sua condizione attuale gli ricordava le estati dell’infanzia: ore e ore, giorni e giorni senza niente di preciso da fare. Ogni tanto, arriva qualcuno e si occupa di te.
Passava il tempo peregrinando per il quartiere, nelle aeree ex-industriali, dove l’erba spaccava il cemento e all’ombra delle lamiere crescevano piante che non ricordava di avere mai visto, piante che sembravano nutrirsi dell’antico odore del ferro e della gomma, delle esalazioni di discariche improvvisate, d’acqua piovana pesante di residui chimici.
Là dove la periferia annegava nell’indistinto minerale e vegetale, blocchi di cemento sconnessi e intrico di rovi, Winston si sentiva bene. Aveva recuperato la conoscenza precisa, perfetta del territorio attorno a casa che hanno i bambini sugli otto-dieci anni, quelli a cui è stato consentito di vagare, e conosceva ogni anfratto, ogni luogo dove sedersi all’ombra per sorseggiare soda al caffé, i posti buoni per accendersi una sigaretta e guardare il fumo ascendere, e lasciare andare il tempo, giorno dopo giorno.
Uscì di casa nella vampa delle tre del pomeriggio. La via era muta, l’asfalto pieno di buche bruciava. Difficile incontrare qualcuno a quell’ora. Nello zaino, un po’ di pane tedesco, della cioccolata a scaglie, lattine al caffé. Senza un piano preciso, i passi lo portarono nell’area dove un tempo aveva funzionato la fabbrica di biscotti, il magazzino dove da ragazzo era capace di entrare, attraverso i tetti, e l’altra fabbrica, quella grande, dove facevano il ferro, in diverse pezzature: sbarre, tondini, bulloni, chissà che altro. Il rumore di quelle fabbriche, il ronzio simile a un aeroplano della ventola sull’altissima facciata aveva accompagnato i lunghi pomeriggi di quel tempo andato. Winston ne udiva ancora il fantasma.
***
Scivolò attraverso un buco nella rete arrugginita e si ritrovo all’interno dello stabilimento. Un branco di randagi attraversava alla spicciolata lo spiazzo dove un tempo si erano fermati gli autocarri. Non era il loro territorio, gli animali procedevano in fretta, trotterellando, smagriti, forse impauriti. Winston si premurò di non incrociare i loro sguardi, attese la loro scomparsa oltre la siepe dilagante che chiudeva alla vista la strada tempestata di crateri che portava verso la città. Sul lato in ombra dell’edificio doveva esserci un bel fresco, pensò Winston. Aveva piovuto forte, la sera prima. L’aria s’era fatta ancora più torrida ma forse dietro il muro, all’ombra, il cemento e la terra erano ancora umidi. Un buon posto per sedersi, fumare una sigaretta e pensare.
Mentre avanzava nello spiazzo, Winston notò che i cani avevano lasciato orme. Orme bagnate, che evaporavano in fretta. Incuriosito, aumentò il passo. Il pane di segale e le uova pesavano sullo stomaco, e Winston si ritrovò madido di sudore.
***
Girò l’angolo, e si trovò all’ombra. Si appoggiò al muro, colpito da una stanchezza insolita. In quell’area dell’antico stabilimento, c’erano gradini addossati al muro che portavano in basso, verso una porta di lamiera arrugginita. Un corrimano di ferro dipinto in rosso doveva facilitare ascesa e discesa, ma era rotto, piegato malamente in più punti. Dalla scala in ombra proveniva un suono che non riusciva a distinguere. Si avvicinò, e capì che era lo scrosciare dell’acqua. Un rumore simile a una fontana.
Quando era stato un bambino, un tempo, l’acqua era talmente abbondante che c’erano fontane, nel centro della città, e fontanelle, e uno se aveva sete ci poteva bere.
Già. L’acqua delle fontanelle era buona da bere.
Si avvicinò, e scese qualche gradino. Sì, era acqua, e filtrava da sotto la porta in lamiera, il cui bordo inferiore era piegato e sollevato dal pavimento di qualche centimetro. L’area rettangolare tra porta, muro e gradini era piena d’acqua. Un’area di un metro quadro allagata da sette-dieci centimetri d’acqua. Fresca, non stagnante. Winston si avvicinò ancora. All’ombra, temette che la vista gli facesse un brutto scherzo.
In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso.
***
Quella notte, Winston sognò la città prima della svolta. La percorreva in motorino, fino in centro: era possibile accedervi in tutte le ore del giorno e della notte, uno non era confinato, o quasi, nell’area D. Nel sogno, le ruote passavano veloci sull’asfalto, sulla pavimentazione antica, sulle pozze d’acqua, e Winston si sentiva libero e felice. Era come se la mente volasse, a pochi metri dal suolo, e si dislocasse a piacimento nei luoghi della memoria. La vasca del palazzo Comunale, piena di carpe boccheggianti. La porta di S. Maria della Vita, nascosta tra i vicoli e l’odore di pesce che saliva dalle bancarelle. Poi il motorino e la mente presero ad ascendere, la strada portava in alto, in collina, ma Winston non aveva alcun interesse al panorama, alla città che si offriva alla vista giù in basso, oltre le curve. Giunse a una specie di chiesa, un convento diroccato. Lo percorse con la mente, in volo, anfratto dopo anfratto. C’erano uccelli, tra le rovine. Riconobbe piccioni, e smunti rapaci, implumi, che osservavano il mondo, aperto loro innanzi, con occhi di lavatrice.
Winston guardò il cielo e pensò che sarebbe piovuto. L’acqua fredda, lattea, dei suoi sogni.
***
Alla mattina, la domanda che gli girava in testa era la stessa di quando era andato dormire. Come si era prodotta la sorgente giù alla fabbrica, e come aveva fatto un pesce rosso a finirci dentro? La risposta più plausibile, che corrispondeva quasi per certo al vero, se n’era convinto, lo lasciava però insoddisfatto.
Un bambino aveva dovuto rinunciare al pesce rosso, perché la famiglia non era più in grado di pagare l’acqua. Dovevano avergli detto di far sparire il pesce, prima che morisse asfissiato nella boccia piena di liquido ormai senza ossigeno. Allora il bambino, vagando con un sacchetto di patisca, acqua sporca e pesce, si era imbattuto nel fenomeno, aveva lasciato il pesce al suo destino. Almeno sarebbe morto nell’acqua fresca. Oppure il bambino veniva ogni giorno a nutrirlo: Winston lo avrebbe fatto. Oppure, era stato il bambino stesso, sgattaiolando dentro la fabbrica, a produrre il fenomeno, la perdita d’acqua. Del resto, le tubature erano marce.
Uscì di casa nell’aria ancora fresca del mattino. Da poco era cessato il coprifuoco notturno; i pochi che lavoravano uscivano per raggiungere i confini dell’area D, mostrasse i lasciapassare, prendere i mezzi pubblici, andare a badare dei vecchi o pulire pavimenti. Winston sperava di incontrare il bambino, quella mattina. Forse sarebbe tornato per dar da mangiare al pesce rosso: allora Winston avrebbe capito come stavano le cose. Oppure, avrebbe trovato il modo per entrare nella fabbrica in rovina- quell’area da fuori sembrava inaccessibile. Forse sarebbe occorso forzare la porta in lamiera. Dentro, Winston avrebbe visto se l’acqua era buona da bere.
Si affrettò. Varco lo spiazzo dove il giorno prima aveva incontrato i cani, Svoltò l’angolo, e incrociò una selva di sguardi stupiti.
***
Uomini in divisa gialla, con lo stemma del Munifico Comune. La divisa era una specie di assurda cerata gialla.
Pompieri. Quelli che intervenivano in caso di furto d’acqua. In pochi istanti gli furono addosso.
– Quando si dice la fortuna -, disse l’unico in divisa da funzionario.
– Nemmeno la fatica di andarselo a cercare, il ladro d’acqua.
Lo sedarono. Le gambe cedettero, Winston vacillò. Prima di perdere i sensi, vide uno degli uomini tenere in mano, all’altezza degli occhi, un sacchetto di plastica trasparente.

E adesso pedala (Recensione de “La mia prima bicicletta” – Ediciclo 2010)

AA.VV, La mia prima bicicletta, Ediciclo 2010

Trentuno come il padrone di casa per la smorfia. Trentuno, come i giorni massimi incastonati nella pagina di calendario di un mese. Trentuno come le storie racchiuse in “La mia prima bicicletta”, un manualetto edito da Ediciclo. Racconti. Macchè racconti, ricordi. Macchè ricordi, memorie. O ancora pensieri, sfoghi, filosofie, confessioni, retroscena. A volte confusi con gli attimi, sedati dagli anni, assopiti dal tempo. Altre volte perfetti come la luce folgorante, vividi come un soffio di tramontana preso in piena faccia.

Trentuno piccoli aneddoti. Trentuno: a ben pensarci, uno al giorno. Uno a sera. Da cavalcare liberamente, senza troppa concentrazione, senza troppi pensieri. Per lasciarsi andare al flusso dell’infanzia, per diventare l’ala di una rondine in perfetto equilibrio con l’aria da fendere, per sommergere le fatiche sotto le braci calde e consolanti di una passeggiata in campagna. Affidandosi all’acciottolare delle pietruzze al di sotto dei pneumatici della bici. Per la precisione, della prima bici.

Rossa, arancione, azzurra, bianca. Un sunto di tutti i colori del mondo, le prime due (tre, quattro) ruote personali sono la chiave per l’accesso alla prima grande, immane emozione vitale. Con l’epifania in quell’attimo supremo, sommo, dello stacco. Mano del papà che si stacca dal sellino del figlio. Un librarsi, un planare, un piccolo grande volo nella vita, lo sfondamento delle porte della consapevolezza dei propri limiti e delle proprie grandezze.

Paolo Colagrande, Maurizio Crosetti, Margherita Hack, Gianluca Morozzi, Gianni Mura, Darwin Pastorin, Paolo Rumiz, Susanna Tamaro, Wu Ming2. Tanti autori ed altri ancora. Giornalisti, scrittori, medici, interlucori con il foglio della propria personale e singolare esperienza. Redattori di un dizionario delle emozioni infantili; orchestrali della sinfonia del sogno, sgranatori del Santo Rosario della magia della bicletta.

Non già professionisti del pedale, quindi, ma partecipi di un destino che è destino d’amore. Tutti innamorati della meccanica del cammino, del progredire nel vento, della locomozione pulita e faticosa, del lavorio degli arti. Per questo, il loro scrivere non riassume un fine letterario, ma è respiro, è affanno, è vita quotidiana, è pioggia presa in dosso, è sabbia respirata a pieni polmoni, è sole inghiottito con i sensi. È pedale e freno.

Quando “ogni colpo di freno era come un no. È il no che forma. Il si parteggia, è acquiescenza, acquisizione, comunione, è sibilante, aderente. Il no è dialettica, identità, individua chi sei […] La vita comincia con un no. Con il primo respiro, la prima violenta, feroce boccata d’aria appena usciti dal grembo materno. È un no che dice non voglio morie, voglio essere, esistere, non annullarmi”.

La bici non è ciclismo, è movimento, è voglia di affermarsi. Voglia di essere. E di esserci. Se cercate conferme, qui ne avete trentuno.

AA.VV. “LA MIA PRIMA BICICLETTA”, EDICICLO 2010

Giudizio: 4 / 5

LINK SU http://www.statoquotidiano.it/15/12/2010/palloni-di-carta-4/38951/

“Io chiedo alla storia una storia”. Quella di Giorgio… (recensione di “Basta uno sparo” Wu Ming 2 – Transeuropa 2010)

“Tu chiedi alla Storia chi è stato per primo. Io chiedo alla Storia una storia”. Piccola come un catino stracolmo di rabbia, grossa ed ingombrante come un mare fluttuante di ingiustizia. La storia narrata in “Basta uno sparo” – reading di “Razza Partigiana, preziosismo audio (per le parole) – visivo (per la stampa) dei Wu Ming 2 – è quella di Giorgio Marincola, unico partigiano nero della Resistenza. Somalo di Mahadaay Weyn, Somalia italiana. Somalo, dunque, soltanto a metà. Piuttosto, italiano di quella italianità di ritorno donatagli in eredità genetica dal padre, un soldato, innamorato di tale Aschiro Hassan. Una “diavolessa”: nera come la pece e dalla capigliatura ombrellifera.

Che storia, quella di Giorgio Marincola. L’Africa, la Calabria, gli studi, il campo di concentramento di Bolzano. Il mare, tanto mare, il pianoforte, la vita nell’agio culturale, la laurea in Medicina prima del freddo, degli spasmi lancinanti di una vita costipata. Quell’auspicio insondabile e mai domo di ritornare nel paese natale, la scelta finale di combattere per l’Italia in Italia. E di morirvi. Nell’ultima strage nazista sul territorio nazionale. Un nome che è un epigramma brutale e sadico, l’emblema della sconfitta: Stramentizzo. Un villaggio che non c’è più, ormai annullato dalla costruzione di una diga.

“Immaginate una valle alpina. Pascoli, boschi, un torrente, le Dolomiti che spuntano oltre le prime vette”.

Stramentizzo, Molina di Fiemme. La Val di Fiemme. Il teatro dell’eccidio. Trentasei cadaveri in un bosco. Trentasei testimoni della barbarie. Trentasei modi diversi di urlare alla ferocia, di rispondere “Libertà”, di dare il petto alla morte, alla Storia, all’ingiustizia. Trentasei e, in mezzo, quel neo. Un ragazzo di colore. Ovvero, Giorgio Marincola. Lui, la dannazione di non passare inosservato e quella memoria resistente marchiata a fuoco sulla pelle. Le immagini prendono forma al suono delle parole. Ascoltandole, rimbombano come fossero tamburi immani. Entrano nelle orecchie per non uscirvi più.

“Se già la conoscete, immaginate la Val di Fiemme, un posto benedetto dalla Natura ma funestato dalla Storia”.

Le miniere di Prestavel, la funivia del Cermis. E, lissù, a mille metri, quel piccolo cimitero. A valle, l’Avisio, un letto di rabbia ed acqua che gorgoglia e rimbomba e urla. Le lapidi, poche, sono sovrastate dalla lapide di quell’ultimo eccidio raccontato in “Basta uno sparo”. Un timbro indelebile apposto dall’uomo per perpetrare la follia dell’uomo.

Giorgio Marincola, in quei posti, non ci sarebbe dovuto essere. O, meglio ancora, ci sarebbe potuto non essere. Nel 1945, sotto la neve di gennaio, era stato arrestato in Val di Serra. Tradotto in carcere a Biella, finì poi a Torino. E, infine, al Polizei und Durchgangslager di Bolzano, destinato alla ricostruzione della ferrovia del Brennero.

Giorgio Marincola, alias Renato Marino, alias Tenente Mercurio, in quei posti aveva il diritto di non esserci. Opzione vigliacca ma giustificabile che ripudiò. Fuori dal campo di Bolzano, rinunciò alla fuga in Svizzera. “Poter avere un fucile” per dare in pasto alla giustizia le sue prede.

Fu così che fu Val di Fiemme. Cavalese, sede del Cln, poi Stramentizzo. Infine la morte.

Lottare per la vita. Vincere per la vita. Perdere per la vita. Morire per la vita. Per un sogno lungo un giorno di più, per diventare impermeabili alle fruste sulla schiena, per elevarsi, straniero contro un esercito straniero, alla schiera dell’eroe. Inconsapevolmente. Senza disturbare. Peculiarità somatica della vera razza partigiana.

Il libro potete richiederlo sul sito della Transeuropa (link sull'immagine)

WU MING 2, BASTA UNO SPARO. STORIA DI UN PARTIGIANO ITALO – SOMALO NELLA RESISTENZA ITALIANA (CON AUDIO CD “RAZZA PARTIGIANA”), TRANSEUROPA, 2010

Giudizio: 5 / 5

LINK TRANSEUROPA: http://www.transeuropaedizioni.it/rassegna_online/186_WuMing_Satoquotidiano.pdf

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