Eroi oppure esaltati?

 

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Sei morti in Afghanistan. Si, morti. Perchè la morte non ha bandiera. Non sono morti militari, non sono morti italiani. L’esistenza di una persona in carne ed ossa puoi misurarla servendoti delle scale, dei paramentri, degli standard. Così le dai un mestiere, una nazionalità, una cittadinanza. Con i morti non puoi farlo. Al massimo, puoi dargli sepoltura. Sono morti degli esseri, dei corpi. Sono morti dei piedi, delle mani, degli occhi, dei cervelli. Forse, non so, dei cuori. Sono morti come sono morti tanti altri. Di quella che i professori a scuola, spiegagandoci la Commedia dell’Alighieri, ci hanno obbligato a definire “morte violenta”. Ho sempre cercato di trovare una morte che non sia violenta. Perchè violenza è ciò che porta cambiamenti. La morte è comunque una violenza. Non trapasso. Non decesso. Morte.

E allora, davanti a queste categorie; dinanzi a questa esaltazione smasmodica e squillante di una morte normale e cercata, mi fermo, mi domando e dico. Ma i militari italiani facenti parte delle truppe OCCUPANTI in Afghanistan, avessero fatto i pescivendoli, sarebbero morti? E se fossero morti da operai, da braccianti, da stagnini, investiti da un’auto mentre erano al lavoro, sarebbero diventati eroi comunque? I giornali avrebbero dedicato loro 13 pagine? Li avrebbero celebrati? sarebbero andati alla ricerca delle loro vite, delle loro foto? Oppure avrebbero trovato le loro storie così tanto “normali” da non meritare approfondimenti? E, quindi, la loro morte così scialba da diventare addirittura fantasma? Come mai, continuo a chiedermi, quando muore un operaio appena se ne parla. Ed, anzi, turba la quiete pacifica del berlusconismo latente in ogni italiano? Vale a dire quel senso di sicurezza che finisce per essere alterato da questi errori di sistema?

Come tanti che non si fermano alla retorica, ho visto anche io le foto dei militari. E non solo di quelli morti ammazzati mentre, con le loro autoblindo, percorrevano strade afghane, consumavano benzina afghana, respiravano aria afghana. Ma anche dei loro colleghi. Tute mimetiche ed armi da fuoco, spanate in facca ad un bambino, ad una donna, ad un vecchio. Questa è quella che loro chiamano missione di pace. E’, piuttosto, controllo. Obbligare gli altri, quelli che hanno bisogno, a credere che la pace risieda nella forza. Vivere sotto controllo, sotto il radar della bocca di un mitra, come l’occhio owelliano, genera rabbia. E la rabbia genera l’orgoglio. E l’orgoglio la voglia di riscatto. Dai fucili dei taliban, ai fucili degli occidentali.

E ricordo ancora con vivido candore, nella mente, le immagini e la prosopea nazionalista dopo l’altro grande attentato compiuto nei confronti di un contingente tricolore: il primo, quello di Nassirya (19 novembre 2003). Ricordo le celebrazioni, le bandiere bardate a lutto, stringate di nero, le mezz’aste. Ricordo il cordoglio di allora. Che è lo stesso di ora. Stesse facce sofferenti, stesse parole intristite, stesso convincimento di essere baluardi di una democrazia afghana che non è zoppicante. Semplicemente non c’è. E ricordo, soprattutto, la caserma dei soldati. Le bandiere della Repubblica di Salò. Tricolore, aquila e fascio. E, se non lo si fosse ben capito all’impatto visivo generale, la scritta: “camerati italiani”. Cherchez la femme. Forse è ora di tornare a riparlarne. Forsa è ora di aprire gli occhi. Di smetterla, ancora una volta, con la falsa retorice dell’eroe per tornare ad usare un termine: esaltati.

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Published in: on 19 settembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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