Dicevano che era colpa degli immigrati… Ed invece la metafora foggiana sono i cassonetti bruciati

I cassonetti in Via Montegrappa

Basta una notte di illegittima follia, come tante nel capoluogo, ma più forte, più estrema, più eclatante, per sfregiare il volto di una città per più giorni. Basta un pizzico di euforia, una stilla di entusiasmo, un tappo di spumante che salta più in alto del necessario ed ecco sciogliersi la maschera lenitiva di una comunità apparentemente pacifica.

Da una settimana giacciono nei quartieri limitrofi alla stazione ferroviaria. Quello praticamente commutato in una sorta di cimitero a cielo aperto. Morti ammazzati e morti incidentati, occasionali corto circuiti del software capitalista e globalizzato. Ma, questa volta, non si tratta di cadaveri, di morti violenti o accidentali. Questa volta parliamo dei cassonetti della spazzatura.

Associazione forse spiritosa, ma da quelle scatole di plastica si può dedurre molto della società che ne usufruisce. Molto del grado di evoluzione civica e civile, nell’età del rifiuto perenne ed emergenziale, passa per la compostezza (o meno) del deposito del sacchetto. Dove c’è ordine, solitamente, c’è un senso civico ed un rispetto della collettività maggiore a fronte di un contesto in cui, indifferenziatamente, le buste finiscono un po’ dove il genio fantasioso del momento detta. Plastica nel vetro, vetro nella carta, carta nell’organico (che, per inciso, a Foggia neppure esiste come categoria a se stante), organico, di solito, a terra, insieme a divani, televisori, cartoni di varia risma e cromia.

E, come se tutto ciò non bastasse, come se il panorama determinato da una raccolta singhiozzante non fosse ancora abbastanza e l’odore che, a targhe alterne, circola nell’autostrada dell’aria foggiana procedendo a zaffate, solo un contorno folkloristico, ci si mette anche il fuoco. Che a volte purifica, altre volte meno.

Già, perché l’emergenza-botti echeggiava di bocca in bocca in quel di Napoli e più su, nelle stanze delle leve romane. E poi, per non essere da meno della città del sole, finisce che anche a Foggia ci si ritrovi con i roghi di fine anno. Falò mondezzari poco gloriosi e men che mai piaceoli all’olfatto. Invasioni fastidiose per gli occhi e forse non ancora troppo per la morale.

In Via Montegrappa, 50 metri dalla sede della Sita e 30 dall’ex sede dell’Inam, i cassonetti della spazzatura bruciati sono ben tre. Di immondizia nessuna traccia. Raccolta, Eppure il nero che ne ottenebra il giallino naturale rimembra alla memoria che anche da queste parti l’esagerazione è d’obbligo e che, in ogni caso, meglio non sostituire il vecchio cassonetto con il nuovo. Implicito: non ne vale la pena. Fatto sta che ormai il contenitore dell’indifferenziata è tutto sformato e lascia una fastidiosa traccia di fuligine sulle mani. Non viene da toccarlo e chi deposita i sacchetti se ne tiene a distanza di sicurezza. Allunga la gamba, corpo indietro e lancio dritto dentro.

Eppure è come se al peggio non ci fosse mai fine. Basta spostarsi di poco, lungo un percorso di miccette esplose, cartacce svolazzanti e bengala usati. Giusto nel cuore della Foggia interculturale, tra bazar cinesi e suq pachistani, odore di kebab e salse orientali, nel tratto di strada in cui Via Podgora impatta contro Via Piave (siamo ancora nel cuore del quartiere della stazione ma ad un tiro di schioppo dalla Villa Comunale), lo spettacolo attanaglia lo stomaco. Qui i cassonetti arsi sono due, di quelli verdi in plastica. Piatto facile per i denti acuminati e bollenti dei botti festosi.

Via Podgora angolo Via Piave

Come candele, si sono squagliati, consumati, accovacciati molto poco poeticamente su stessi. Tutto il contenuto di buste (ormai rotte, a loro volta sciolte dal calore) si è riversato in strada. Il marciapiede alle spalle, è inservibile. Una parte della carreggiata per le auto è invasa dagli scarti umani. Sono giorni che nessuno interviene.

Chiediamo ai negozianti. Qualcuno glissa, nessuno vuole apparire. Ma tutti lamentano la situazione. Molti di loro, nella sera di Capodanno, sono stati aperti. “I nostri clienti sono quasi tutti italiani – ammette uno di loro a Stato”. Eppure “questa parte è dimenticata e continuano a considerarci la causa di questa sporcizia”. La mentalità dominante, in effetti, circola frequente tra i foggiani. Il tam tam atavico dell’ “hanno fatto chiudere tutti i negozi italiani”. Ma la realtà storica parla di soldi versati in contanti agli ex gestori. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice.

Fatto sta che, quel che era una delle zone maggiormente curate e più considerate del capoluogo, pur mantenendo, anche se in forme diverse, la connotazione di centro economico (non si vendono più giocattoli ma bigiotteria, non più computer ma accorciacapelli, non più pizza e panini ma kebab) oggi è letteramente abbandonata a se stessa. Come fosse un’entità a parte.

I cassonetti bruciati, da giorni in terra con tutta la sporcizia ne sono la metafora più eclatante. Una metafora che, questi nuovi commercianti venuti da lontano, subiscono.

in prima-Stato Quotidiano. Link: http://www.statoquotidiano.it/06/01/2011/cassonetti-arsi-da-una-settimana-e-mai-rimossi-metafora-di-una-citta/39915/

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