Potenza, svolta Fenice. Arrestati Sigillito e Bove. “Dati mai comunicati”

Inceneritore La fenice (pietrodommarco.it)

Potenza – Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata) e Bruno Bove (coordinatore Arpab prvincia di Potenza) sono stati appena arrestati. Si trovano ai domiciliari. Il gip di Potenza, Tiziana Petrocelli, su richiesta del pm Salvatore Colella, ha inoltre disposto il divieto, per due mesi, di ricoprire cariche direttive per l’attuale e l’ex procuratore responsabile dell’impianto, Mirco Maritano e Giovanni De Paoli.

Già alla fine di settembre erano circolate voci su avvisi di garanzia emessi sulla questione dell’inquinamento provocato dal termodistruttore La Fenice di San Nicola di Melfi. La società che gestisce l’impianto, la francese Edf, è indagata. Intanto, ieri sera, dagli schermi di Canale 5 la ministra Stefania Prestigiacomo ha promesso ricorso all’Istituto Nazionale della Sanità.

LE ACCUSE – Nel mirino degli inquirenti, quanto evidenziato tempo fa proprio da Stato. Ovvero, l’Arpab, pure essendo in possesso dei dati, ne evitava la diffusione. Non solo ai cittadini ed all’associazionismo, ma, cosa ancor più grave, agli stessi Enti del territorio. Il tutto, schermando, di fatto, le attività dell’inceneritore Edf. La Procura, anche se con notevole ritardo, ha inoltre ascritto agli imputati (avrebbe potuto farlo anni fa), il “pericoloso inquinamento” della falda acquifera sottostante l’inceneritore, alterata da metalli pesanti e componenti organiche.

DON MARCELLO COZZI, LIBERA: “ACCERTARE RESPONABILITA'” – “La magistratura ha tutti gli strumenti per andare fino in fondo e per scalare le gerarchie politiche e tecniche che hanno responsabilità a vario titolo, ma continuiamo a chiederci: quanta gente ancora in Basilicata deve rimetterci la vita prima che le istituzioni locali possano finalmente prendere coscienza che le denunce dei cittadini, in questi casi, vanno prese sul serio invece di essere tacciate di proclami allarmistici? Chiediamo di sapere quali sono gli affari che si nascondono dietro i silenzi lucani sull’avvelenamento dell’ambiente”. Lo afferma in un comunicato don Marcello Cozzi, responsabile di “Libera” Basilicata. “Il lavoro della magistratura – aggiunge – dovrà fare il suo corso ma in qualunque direzione andrà, è doveroso prendere coscienza che le persone che nel frattempo si sono ammalate o che ci hanno rimesso la vita, prima ancora di essere vittime di una malattia, vengano considerate vittime del malaffare”

RESTAINO, REGIONE BASILICATA: “SONO SERENO” – “Ho ricevuto questa mattina un invito a presentarmi al Pm in relazione ad un’inchiesta nella quale risulto essere indagato. Le ipotesi per le quali sono in corso accertamenti a mio carico riguardano la gestione operativa dell’Arpab, mentre non c’è alcun collegamento con le ipotesi di reato della vicenda Fenice. Segnatamente, si ipotizza un mio ruolo nel consigliare l’allora Direttore generale dell’Agenzia su come ottenere finanziamenti dalla Regione, nelle attività di reclutamento del personale presso la stessa Arpab e nella difesa dell’agenzia, attraverso un comunicato stampa diramato a seguito dell’audizione del Direttore generale presso la terza commissione consiliare. Nel dichiararmi assolutamente sereno anche per l’occasione di poter chiarire che mi viene offerta, esprimo piena fiducia in quanti stanno effettuando gli accertamenti per le vicende che mi riguardano e per le ipotesi più inquietanti a carico di altri, convinto che l’accertamento della verità sia un interesse superiore e comune a tutti”

LA DIFESA DI ARPAB: “ALTERAZIONI PER MESSA IN SICUREZZA” – Nel sito “Fenice” è in atto una attività di Messa In Sicurezza di Emergenza (MISE) tramite emungimento da pozzi barriera (22 pozzi serie 100). Lo rende noto in un comunicato l’Arpab (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente di Basilicata).
Nella valutazione dei dati relativi al monitoraggio delle acque sotterranee nell’area del termodistruttore – posegue la nota – non si può prescindere dal considerare i numerosi fattori che influenzano il risultato analitico stesso, quali ad esempio:
• i continui interventi di MISE influiscono modificando i flussi sotterranei; il crescente emungimento dai pozzi di MISE determina una scarsità di acqua all’interno dei pozzi P1-P9 previsti dal piano di monitoraggio con conseguente difficoltà di campionamento. Da ciò potrebbe scaturire la presenza di superamenti delle CSC dei parametri oggetto del monitoraggio nonchè la comparsa di nuovi occasionali superamenti (arsenico e 1,2,3-tricloropropano a maggio 2011, ferro e benzene a settembre 2011);
• particolare attenzione va posta nell’analisi critica dei dati che riguardano i composti volatili (tricloroetilene, tricloroetano, ecc…). Questi composti sono molto sensibili alle variazioni che subisce il sistema ad opera degli emungimenti e degli impianti pilota utilizzati per testare le tecnologie di bonifica. La variabilità della loro distribuzione nei vari punti ed i relativi valori di concentrazione non consentono di effettuare precise valutazioni;
• ovviamente solo a valle della bonifica del sito si potrà dare piena e chiara lettura dei dati provenienti dai pozzi di monitoraggio P1-P9 pubblicati sul sito istituzionale dell’Agenzia.
Tra le ulteriori considerazioni che possono essere fatte sulla complessa problematica del sito è bene evidenziare che:
1. i composti relativi al processo industriale sono monitorati;
2. tutti i superamenti delle CSC sono monitorati;
3. nuovi superamenti delle CSC si possono avere per concentrazione degli inquinanti in punti di richiamo come i pozzi;
4. nuovi superamenti delle CSC si possono avere per fenomeni di degradazione di alcuni contaminanti;
5. eventuali, improvvisi ed elevati valori potranno essere legati al particolare tipo di intervento di bonifica che si andrà a porre in essere.
Valutazioni attendibili vanno espresse paragonando ampi periodi di monitoraggio. Considerazioni aventi per riferimento periodi limitati o peggio raffronti mensili – conclude l’Arpab – sono fuorvianti e non rappresentano significativamente la reale situazione del sito contaminato.

MAZZEO: “CHIUDERE FENICE IN ATTESA DI RISCONTRI” – “In attesa di avere tutte le risposte inerente al problema inquinamento prodotto da Fenice, alla realizzazione del progetto di bonifica, che sarà solo presentato il prossimo 18 ottobre, e la messa in essere di veri e sicuri meccanismi di controllo su tutte le emissioni, è opportuno sospendere l’attività del termovalorizzatore, nel pieno rispetto delle leggi vigenti”. E’ quanto afferma il vicepresidente del Consiglio regionale, Enrico Mazzeo (Idv) in un intervento inviato oggi alla stampa locale. Mazzeo lamenta “troppe inadeguatezza degli organi tecnici, ma anche in primo luogo della politica che ha stentato e stente a controllare e prendere decisioni chiari ed efficaci. ‘L’esortazione’ del ministro dell’Ambiente ai responsabili, ai diversi livelli, per la chiusura di Edf Fenice, deve essere interpretata come una sconfitta per tutti noi, maggioranza ed opposizione. Il centro sinistra ha il dovere di arrivare a conclusioni univoche e condivise, evitando decisioni divergenti e contraddittorie, con le politiche declamate a livello nazionale”

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Fenice, lo stillicidio continua. A settembre anche ferro e benzene

L'area della Fenice; in rosso, i pozzi di emungimento (googlemaps)

Lavello (Potenza) – QUESTA volta – come se fosse la prima – si è reso necessario spingere forte sull’acceleratore per ottenere la pubblicazione dei dati relativi al monitoraggio delle acque dei pozzi a valle dell’inceneritore Fenice. Evidentemente, la pubblicazione delle ‘carte nascoste’ e l’incendio scoppiato una decina di giorni fa (c’è stata un’interrogazione parlamentare della radicale Elisabetta Zamparutti), hanno tramutato queste settimane in una pentola a pressione stracolma di acqua già bollente. Il caso Fenice è divenuto caso nazionale. Oltre all’anunciato ritorno di Striscia la Notizia, si è occupato dell’inceneritore melfitano anche il sito web del quotidiano La Repubblica. Un’inchiesta, quella di Repubblica, che non ha aggiunto nulla di sconvolgentemente nuovo, tornando a ricalcare i passi della (mala) gestione decennale di Edf. Ma anche delle reticenze di Arpab, Asl e Procure di Melfi e di Potenza e riducendo quasi a zero l’invece immane lavoro condotto sul terreno da ambientalisti e Radicali.

ECO CAPITANATA – Intanto, mentre la diffusione della notizia va avanti con insistenza, le carte pubblicate oggi da Via della Chimica confermano l’esizialità di Fenice. L’impianto continua ad inquinare a piene mani, indipendenetemente che gli scheletri emergano o meno dagli armadi. Finora, tranne il sindaco di Melfi Valvano e poche associazioni, nessuno si è spinto a chiedere il sequestro dell’inceneritore amato alla follia dalla Regione Basilicata e da svariati esponenti del Partito Democratico lucano. E si fa fatica a capire cosa si attenda oltre, stando anche il fatto che, per molto meno, nella vicina Cerignola si è chiuso Eco Capitanata, stabilimento simile, per molto meno.

METALLI PESANTI – A settembre, pur rientrando nella norma l’arsenico, si è registrato un aumento dei metalli pesanti più pericolosi: ovvero, nichel e manganese. Si tratta degli eterni ‘compagni di vita’ della popolazione del Vulture. Ma non solo, dato che, come scritto proprio dal quotidiano di Scalfari, “oltre alla zona del Vulture – Alto Bradano lucano, dove vivono circa centomila persone, l’inquinamento potrebbe toccare, se il fiume risultasse contaminato, anche le province di Foggia e Bari”. E lo fa senza dubbio. Presenza abbondante di nichel (cancerogeno ma sopratutto insistente a livello di allergie), è stata rinvenuta in sei pozzi su nove (come a luglio). Sballate le cifre dei pozzi di rilevamento numeri 3, 5, 6, 7, 8 e 9, con violazioni che sforano di oltre 15 volte il limite fissato dal D.Lgs. n.152/06. La stima più allarmante è stata quella registrata sulle acque del pozzo numero 8, dove, a fronte di un tetto massimo di 20ug/l, sono stati rilevati 308 ug/l. Non va meglio per quel che attiene il manganese. Come a luglio, cinque i pozzi contaminati (settembre: 2, 4, 5, 6, 8), con dati estremamente peggiori rispetti a quelli di due mesi fa. Prima di agosto, infatti, i ‘pozzi maledetti’ restituivano stime comprese fra i 265 e i 650 ug/l. Il mese scorso, al contrario, i nanogrammi hanno sforato (e non è comunque la prima volta, è anche andata molto peggio) quota 1000. E’ quanto si registra alla casella del sesto dei pozzi piezometrici, dove, contro un limite di 50 ug/l stabilito per legge, si quantificano 1021 nanogrammi di manganese per litro. Ovvero, oltre 20 volte in più di quanto consentito dalla già clemente normativa statale.

FERRO – Ma, come sempre, non mancano le new entry. E’ il caso del ferro, presente nei rilevamenti del mortifero pozzo numero sei, dove, anche se di poco, i livelli sforano la soglia d’attenzione (296 ug/l contro i 200 massimi previsti per legge). Si legge su Wikipedia: “Un apporto eccessivo di ferro tramite l’alimentazione è tossico perché l’eccesso di ioni ferro reagisce con i perossidi nel corpo formando radicali liberi. Finché il ferro rimane a livelli normali, i meccanismi anti-ossidanti del corpo riescono a mantenere il livello di radicali liberi sotto controllo. La dose quotidiana di ferro consigliata per un adulto è 45 milligrammi al giorno, 40 milligrammi al giorno per bambini fino a 14 anni. Un eccesso di ferro può produrre disturbi (emocromatosi); per questo l’assunzione di ferro tramite medicinali va eseguita sotto controllo medico ed in caso di oggettiva carenza di ferro”. Insomma, a tossico, è tossico, non corrono dubbi.

“SPEGNERE FENICE” – Laconico il commento del Comitato Diritto alla Salute di Lavello: “A questo punto la Provincia non ha più motivo di tenere in essere l’autorizzazione provvisoria”. Come dire: Fenice va chiusa. Tanto più perché, oltre ai metalli pesanti, persistono nelle acque valori eccedenti di alifatici clorurati cancerogeni (in particolare allarmano tricloroetilene e tetracloroetilene) e, altra novità, il benzene (pozzo numero 7). “Chi ha il potere di bloccare, sospendere, spegnere l’inceneritore lo deve fare immediatamente e senza indugio”, chiosa l’associazione lavellese. Sperando che non sia già troppo tardi per intervenire.

p.ferrante@statoquotidiano.it

FOCUS, TUTTA L’INCHIESTA FENICE DALLE PAGINE DI STATO
1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

4. Melfi, i panni sporchi di Arpab: “Giusto che Fenice chieda di bruciare di più” (Stato Quotidiano, 9 giugno 2011)
5. Fenice la rabbia del Comitato di Lavello: “Una presa in giro” (Stato Quotidiano, 14 giugno 2011)
6. Fenice avvelena ancora. A maggio riscontrato Arsenico (Stato Quotidiano, 20 giugno 2011)

7. Fenice, Comitato di Capitanata: “Clamoroso silenzio delle istituzioni” (Stato Quotidiano, 21 giugno 2011)
8. Bolognetti in tackle su Arpab: “Qualcuno blocchi Fenice”
9. L’intervista al Coordinatore Arpa di Potenza, Bruno Bove (28 giugno 2011)
10. Bolognetti contro Bove: “Se ci sono i dati, allora li tiri fuori” (4 luglio 2011)
11. La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice” (9 luglio 2011)
12. Fenice, la battaglia va avanti. Le associazioni denunciano Edf (Stato Quotidiano, 29 settembre 2011)

Maurizio Crozza 21 – Ballarò 11 ottobre 2011

Da Scampìa a Foggia, l’urlo di Don Aniello: “Di fronte all’illegalità, politica cieca”

Aniello Manganiello, a sinistra, con la professoressa Mariolina Cicerale (St)

Fggia – “Immaginate grandi viali a doppia carreggiata dominati da un palazzone costruito a forma di vela. Immaginate una struttura dove abitano centinaia di famiglie, in condizioni disumane. Immaginate una costruzione enorme, in cemento armato il cui intento era quello di riprodurre la cultura del vicolo”. Don Aniello Manganiello è costretto a fare appello all’immaginazione, all’evocazione. Sa però che quelle immagini opprimenti sono nel bagaglio visivo di tutta Italia. Compresse, forse, ma presenti. L’obiettivo è di ricrearle, di dar loro materialità visiva affinché tracimino dalla sua bocca agli occhi dei centinaia di studenti medi questa mattina presenti nell’aula magna del Liceo Classico Lanza. Ad invitarlo a parlare, per presentare il suo primo e unico libro “Gesù è più forte della camorra”, una squadra composta da Paolo Delli Carri, presidente del Forum dei Giovani e dal duo Giusi Trecca e Mariolina Cicerale rispettivamente Dirigente scolastico e docente.

L’UNICO RISCHIO E’ IL SANGUE – Don Aniello, a Scampia, c’è rimasto 16 anni (fino al 2010, prima di essere trasferito a Roma). E per tre lustri ha lottato a fianco della popolazione del quartiere napoletano, ha affiancato i ragazzi, cercando di costruir loro intorno un’impalcatura legalitaria. Ha compiuto azioni dure ed eclatanti, ha impegnato la sua personale sicurezza nella battaglia del quotidiano. Ha staccato l’acqua ai malavitosi, si è posto di traverso al monopolio economico, gli ha sottratto parti di territorio. Li ha sfidati sulla sua stessa terra. Già, perché, come tiene a sottolineare in tre distinte circostanze, “è importante avviare un processo di antimafia culturale, ma serve ancora di più prendersi dei rischi”. Poi, per non lasciare dubbi, specifica che vanno bene anche “quelli che Leonardo Sciascia chiamava professionisti dell’antimafia”, ma “per contrastare la camorre serve un passaggio ulteriore, serve il coraggio, serve il rischio. E l’unico rischio è il sangue”. Come dire, se scegli questa parte della barricata, devi essere consapevole della possibilità che qualcosa vada storto. La camorra affronta i problemi con la soppressione.

SCAMPIA, 80 MILA ABITANTI, 15 MILA PREGIUDICATI – Come quella volta che ha soppresso il sogno di un ragazzo vicino al sacerdote. “Voleva aprire un deposito di bibite, il che cozzava contro gli interessi della malavita. Così giunse il no della camorra e non se ne fece nulla”. Tutto a Scampia passa per il placet degli Scissionisti. Le attività economiche sono gestite dalla camorra, in maniera diretta o attraverso una serie di prestanome. Chi fa di testa sua, nel migliore dei casi paga il pizzo. Altrimenti è costretto a chiudere. O, in alternativa, a cedere la propria attività in maniera graduale. Un sistema che ricorre ovunque ci sia racket, dalla Puglia fino alla Sicilia, Passando per Campania, Basilicata e Calabria. Tanto per rimanaere a Sud. Fra i brividi dei ragazzi, assorti come in un film dell’orrore, don Aniello ci metta dentro le cifre. 80 mila abitanti, tasso di disoccupazione attestato al 70%, 15 mila affiliati ai o assoldati dai clan. Non c’è dunque da sorprendersi se l’80% degli abitanti adulti crede che ad incidere in positivo sullo sviiluppo del quartiere sia la mala, contro il 10% che riserva una buona parola per la Chiesa ed il restante 10 equamente spartito fra Stato e scuola. La camorra dà lavoro. Un corriere guadagna anche un migliaio di euro. Oltre ad avere, comunque, la protezione del clan.

CAMORRA: POLITICA COLPEVOLE – “Ma la camorra non è come Cosa Nostra o come la ‘ndrangheta. La camorra è frammentata, con molti interessi particolari, una miriadi di clan, gruppi, famiglie in contrasto fra di loro. Finisce così che, essendo pochi gli ambiti e tante le famiglie interessate, si giunge alla guerra”, illustra don Manganiello per spirito di chiarezza. L’importanza di comprendere il fenomeno riveste un ruolo cruciale nella prevenzione dello stesso. “E’ urgente – s’infiamma – far capire alla gente che la mafia è un boomerang, che salassa energie, che prosciuga risorse, che va a scapito della comunità”. Un’arma a doppio taglio che, comunque sia, ferisce chi crede d’impugnarlo ed invece ne è schiavo. Chiede un cambio di passo, più opposizione. Soprattutto, rivolge i suoi messaggi alle amministrazioni, alla politica. Al tavolo, il Comune di Foggia è presente nella persona di Matteo Morlino (Assessore Pubblica Istruzione) che, da un lato è stato capace di denunciare parte delle illegalità del territorio, ma, dall’altro, si è limitato a dire che, in fondo, c’è di peggio che stare a Foggia. Manganiello, però, non ha timori reverenziali. Camicia sbottonata e colletto bianco sporgente, crocifisso al collo, fissa nell’Aula Magna del Lanza un epigramma di Paolo Borsellino che, oggi come allora (quando venne citata, la frase, da Lirio Abbate e Peter Gomez, ne “I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento”), fa tremare i polsi: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. E a Foggia si sono messi d’accordo spesso, mafia e politica e, insieme ai poteri forti del mattone e della terra, hanno sparso sangue sull’asfalto. Quello del costruttore antiracket Giovanni Panunzio e dell’esattore Franco Marcone. Ma anche quello di innocenti inconsapevoli e meno innocenti coinvolti appieno nel sistema. E proprio ai governi territoriali, manganiello lancia un monito: “Come fa la gente a denunciare quando, di fronte agli abusi, chi è addetto al controllo ed alla repressione gira gli occhi dall’altra parte?”

“COMBATTETE L’INDIVIDUALISMO” – Ai ragazzi che lo interrogano, alla fine, chiede di non essere chiamato “prete anticamorra”, perché “ogni sacerdote deve essere contro la camorra, per vocazione”. Ma anche di non aver paura (e anche qui torna il giudice Borsellino: “Chi ha paura muore ogni giorno”) e di scongirare la solitudine l’elitarismo: “L’individualismo è direttamente proporzionale alla crisi di legalità. Fate rete, mettetevi insieme, e sarete più forti”.

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