«Quei dati? La magistratura mi ha detto di non divulgarli»

di Massimo Brancati

POTENZA – Preferisce non rilasciare dichiarazioni. Resta in silenzio e si dice tranquillo, convinto che in tutta questa storia lui ha la coscienza a posto. Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab, sapeva dei dati sull’inquinamento di Fenice nel periodo 2002-2006 ma all’epoca aveva negato pubblicamente l’esistenza di rilievi.

Alla commissione consiliare permanente della Regione che stava esaminando il caso arrivò a dire: «In data 16 ottobre 2009 ho saputo che l’Arpab non ha mai effettuato dal 2002 analisi sulle acque nell’ambito di Fenice».

Qualche tempo dopo, incalzato dal Radicale Maurizio Bolognetti, in una nota ufficiale cambiò versione: «… è pendente presso il tribunale di Melfi un procedimento inerente alle attività dell’inceneritore Fenice. Pertanto questa amministrazione non può divulgare notizie in merito».

Circostanza che è stata confermata qualche mese fa da Bruno Bove, coordinatore Arpab di Potenza, in un’intervista al giornalista di «Stato Quotidiano» Piero Ferrante: «I dati, come tutti gli altri, sono qui, presso la sede potentina dell’Arpa.

Ho ritenuto io di non diffonderli perché assunti dalla Procura e perché in corso un’indagine. Non mi prendo la responsabilità di azioni di cui non conosco le ripercussioni. Se mi danno l’autorizzazione a diffonderle, le diffondo».

Sabato scorso, evidentemente, questo via libera c’è stato. Ma è giusto tenere all’oscuro i cittadini su questioni che riguardano la loro salute? E perché la magistratura non è intervenuta pur sapendo che da dieci anni Fenice semina i suoi «veleni» nel terreno circostante? È necessario vederci chiaro. Nei mesi scorsi qualcuno ha tentato di addolcire la pillola spiegando che l’inquinamento riguarda i pozzi «spia» da cui l’acqua non viene munta per scopi potabili e irrigui. Ciò, in qualche modo, spiegherebbe perché la Procura non sia passata all’azione dopo tre anni di indagini. Sarebbe inquietante, d’altra parte, pensare che la magistratura, pur di «proteggere» una multinazionale, abbia chiuso entrambi gli occhi. Bloccare Fenice è l’appello lanciato dagli ambientalisti e dai residenti che denunciano l’aumento di malattie tumorali. La salute viene prima di tutto. Ma, considerando ciò che sta accadendo in questi giorni, il fragile sistema dello smaltimento di rifiuti urbani della Basilicata può reggere l’eventuale chiusura dell’inceneritore? I dati dicono di sì. Nell’impianto viene smaltita la parte secca di immondizia trattata a Venosa e Sant’Arcangelo, vale a dire il 30 per cento di quello che finisce in discarica. Un quota, dunque, che può essere assorbita anche senza il «mostro».


da La Gazzetta di basilicata 20 Settembre 2011

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Published in: on 20 settembre 2011 at 22.29  Lascia un commento  
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Il comunicato stampa del Comitato contro inceneritori Foggia su questione Fenice

La pubblicazione dei rilevamenti sui pozzi di emungimento dell’Inceneritore Fenice è l’ennesima dimostrazione di come un sistema criminale continui a pendere, come una spada di Damocle, sulle teste di migliaia di cittadini, con il beneplacito della politica.
Ci saremmo volontariamente risparmiati questo nuovo sfregio alla decenza pubblica. Venire a conoscenza di quanto, già da mesi, andiamo sostenendo in accordo con il Comitato per la Salute di Lavello, i Radicali Lucani di Maurizio Bolognetti, l’associazione ambientalista Ola e il Comitato contro gli inceneritori di Capitanata, è solo un passo in più di un processo di verità che, giorno dopo giorno, squarcia il velo di morte che Edf, con la complicità di Arpa, Provincia di Potenza, Regione Basilicata e Procura di Melfi prima e Potenza poi, hanno alzato. Un velo inspessito dalla mollezza, addirittura dall’ignoranza delle amministrazioni della Capitanata e della Puglia tutta. A seguito delle nostre richieste d’incontro con tutte le autorità pugliesi e daune, siamo stati ricevuti soltanto dall’Assessore alla Sanità della Regione Puglia, Tommaso Fiore. Silenzio assoluto, al contrario, ci è stato opposto dalla Provincia di Foggia (dove, d’altronde, restano imbarazzanti le contraddizioni dell’amministrazione, in loco contraria a tutti i processi di annessione del territorio, a Roma incastonati nei favori della Prestigiacomo) e dalla neonata sesta provincia. E allora ci chiediamo: dov’è il Presidente-barra-parlamentare Antonio Pepe? E dove l’Assessore-barra-Commissario del parco del Gargano Stefano Pecorella?
Dunque, Pulcinella ha detto: l’inceneritore è cattivo e sporco. E sta inquinando dal 2002. Praticamente, da quando è entrato in funzione. Da nove anni, in maniera ininterrotta, i fumi si spargono sulle terre, contaminano i campi, infettano i cibi, s’insinuano nella pelle. Fenice sversa nella falda nichel, cromo, mercurio, piombo, cadmio, arsenico, trialina. L’odore acre e grigio della morte si è sparso sul Vulture. È lui, l’impianto, il nuovo, vero e pericoloso vulcano. Che agisce silenzioso a pochi passi da una fabbrica di pasta, a un tiro di schioppo da fonti, ruscelli e un fiume, l’Ofanto, che bagna tre regioni. E, questo, in barba ad ogni referendum. Basta un’opportunità di guadagnano, per giunta banditesca, per mortificare il voto di 27 milioni di persone che hanno, lo scorso giugno, decretato che l’acqua non è in vendita, che è di tutti e tutti hanno il diritto ad accedervi. Evidentemente, vista l’assenza dei Comitati per l’Acqua pugliese e lucano, e, più nello specifico, di quello delle province di Foggia e di Potenza, qualcuno deve aver interpretato il referendum come una semplice occasione di festa, buona per sfoghi ludici piuttosto che come snodo cruciale di una battaglia che è solo agli albori.
Bolognetti ha parlato dei cittadini lucani come di “carne da macello”. Noi ci spingiamo più in là. I cittadini del Vulture sono carne già macellata ed abbandonata a marcire al sole tra verdura incenerita e frutta malata. Inutile ricordare, lo fanno abbondamentemente gli amici di Lavello, che tre malati su cinque ricoverati presso il Crob di Rionero in Vulture, sono proprio del centro lavellese. Ben venga allora la Commissione d’Inchiesta proposta dal Presidente della Regione Vito De Filippo. Ma chiediamo al Presidente un atto d’umiltà. Si presenti non come interrogatore di quella commissione, ma come interrogato. Spieghi ai cittadini del Vulture e, indirettamente, a quelli del barese e del foggiano, chi e perché ha deciso di occultare i dati. Chi ha deliberato la fine agricola di una terra che non ha altre vocazioni. E come mai un’Agenzia Regionale, a Potenza diretta da Bruno Bove, uomo vicinissimo al Partito Democratico, abbia volontariamente e deliberatamente deciso di non rivelare cinque anni di attività mortifera e criminale. Dica quali provvedimenti intende prendere per sanzionare Fenice. E quali contro chi non ha fatto nulla acché emergessero queste magagne. Si costituisca parte civile nel fascicolo aperto in Procura, il Presidente. Chieda conto di che fine abbia fatto il procedimento, traslato da Melfi a Potenza nell’indifferenza generale. E, finalmente, dopo un decennio di ignava presenza, incominci ad amministrare un corpo di cittadini e non un covo di interessi.
Troviamo inoltre patetico il tentativo del presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza e del suo assessore all’Ambiente, Massimo Macchia, di scaricare le proprie responsabilità occultandole dietro un dito di scusanti. Ricordino perché sono lì e ringrazino ogni giorno il cielo di avere nelle potenzialità dell’agire una missione da compiere, non un semplice lavoro di disbrigo pratiche. I fumi di Fenice non chiedono permessi. Dunque, non troveranno risposta nelle carte. Ecco perché anche noi chiediamo l’immediata chiusura dell’impianto Edf, un tavolo interregionale di confronto per affrontare, una volta per tutti, la questione della chiusura del ciclo dei rifiuti.

COMITATO CONTRO INCENERITORI DI FOGGIA
RIFONDAZIONE COMUNISTA FOGGIA
VERDE AMBIENTE E SOCIETA’ FOGGIA
LEGAMBIENTE CIRCOLO GAIA FOGGIA

Fenice, ecco le ‘carte nascoste’. 2002-2007 fu lustro di morte

da Stato Quotidiano, 19 settembre 2011

Inceneritore La fenice (pietrodommarco.it)

Foggia – CI SONO voluti nove anni, svariati morti e ancor più malati, manifestazioni di piazza, la creazione di Comitati di cittadini, diverse interrogazioni parlamentari, l’interessamento della stampa di mezzo meridione, un fascicolo (scomparso) presso la Procura della Repubblica di Melfi (ora insabbiato a Potenza). Ci sono voluti nove anni, dunque, perchè un ufficio pubblico svelasse, un lustro di magagne dell’inceneritore La Fenice. L’Arpab ha infatti reso pubblici, attraverso il suo sito ufficiale, i dati dei rilevamenti dei pozzi piezometrici a valle dell’inceneritore sito nella zona industriale della città lucana. Ed è un avverbio, il finalmente, che lascia presto il posto alla preoccupazione.

BOLOGNETTI: “ANGOSCIA E INDIGNAZIONE” – Le cifre riportate nelle dieci pagine contenenti le 29 tabelle con i rilevamenti sulle acque sono una funesta conferma delle teorie avanzate, con fragore inascoltato dall’esponente dei Radicali Lucani, Maurizio Bolognetti (e giornalista per conto della Radio del Partito di Marco Pannella ed Emma Bonino) e dal Comitato per la Salute sorto a Lavello proprio per opporsi all’attività dell’impianto della multinazionale Edf. “Lo sapevo, l’ho detto, l’ho ripetuto come un mantra. Eppure, nel leggere che i signori della monnezza della Edf hanno inquinato le matrici ambientali del vulture-melfese, la falda acquifera fin dal 2002, monta l’angoscia e l’indignazione”, piange di dolore Bolognetti. E’, il giornalista, uno di quelli più bersagliati della vicenda, messo in mezzo da amministrazioni e funzionari Arpab come sobillatore e provocatore.

DAL 2002 – E la realtà è proprio come lamentata da Bolognetti. L’inceneritore melfitano, la cui attività ha serie ripercussioni anche sul tratto pugliese del fiume Ofanto (la cui acqua viene utilizzata per irrigare i campi. A questo punto si apspetta una presa di posizione ufficiale anche dell’Autorità di bacino, tirata in ballo, un paio di mesi fa, dal Comitato foggiano d’opposzione all’impianto della multinazionale francesce), ha inquinato a tutto spiano sin dal 2002. Con la complicità di Arpa e Regione Basilicata e nel silenzio quasi totale delle amminstrazioni di Lavello e Melfi. Le cifre, d’altronde, non lasciano adito ad interpretazioni. A partire dal gennaio del 2002 e sino al luglio del 2007, i valori registrano un inquinamento perpetuo ed inquietante, con picchi mai raggiunti neppure nel periodo attuale. Le popolazioni del Vulture, in particolare, hanno dovuto fare i conti con le scomode convivenze di Cromo, Mercurio, Piombo, Cadmio e Nichel. Tutti elementi chimici estremamente pericolosi per la salute dell’individuo, molti dei quali, come il Nichel ed il cadmio, con grande incidenza su donne incinte e neonati e con altissimi tassi cancerogeni ed infiammatori.

L’INTERPRETAZIONE – Sostanze proibite, velenose e pericolose che attestano uno smaltimento “non ortosso”, sempre al di sopra dei parametri fissati già prima del (per nulla restrittivo) Decreto Legislativo 152 del 2006. Roba scottante, per un impianto che, da oltre 10 anni, è sotto l’occhio della popolazione e di un paio di associazioni ambientaliste e che opera con permessi ballerini, mai definitivi e concessi più sulla garanzia che nell’effettività dei riultati. E che, malgrado tutto, nel tempo ha ricevuto incomprensibili attestati di stima dagli stessi organi di controllo che, a stagioni alterne, l’hanno derubricato alla voce “risorsa” o a quello “opportunità”. Partendo dal circuito di posti di lavoro che, attorno all’inceneritore (ricordiamo, gestito, da inizio 2011, da una srl, che ha ereditato il testimone da una – identica – spa) ruota. “Qui parliamo di stato di diritto e legalità, di Costituzione (violata) e del diritto alla conoscenza negato”, ha commentato a caldo Bolognetti.

E allora eccole le famose carte nascoste. Cinque anni in cui i parametri vengono doppiati, triplicati, decuplicati, elevati a potenze superiori alla enne. Non c’è stato, lo dicono le carte, un solo mese in cui Fenice abbia limitato i danni.

NICHEL – Il segnalatore più inquietante è certo quello del nichel. Segnalati sforamenti in 193 casi, a fronte di un limite massimo consentito picchettato a quota 20 ug/l, il metallo pesante è stato rintracciato in quantità che definire abbondanti è ben meno che un eufemismo. A marzo 2003 ha toccato quota 2600 ug/l (130 volte di più del consentito), a luglio 2006 addirittura il pozzo di emungimento numero 9 ha restituito 7032 ug di nichel per litro. Che, tradotto, significa 351.6 volte di più rispetto a quanto fissato dalla legge. Si tratta di casi limite, punte di un iceberg (oltre i 100 ug/l il nichel è andato spesse volte nel corso dei cinque anni “di buco”) che si sta scogliendo sotto i colpi della verità. Dati, sottolineano dal Comitato per la Salute di Lavello, “leggibili ed interpretabili in maniera inequivocabile”. E che, chiaremente, non possono che allarmare. La comunità scientifica internazionale, come confermato tempo fa a Stato Quotidiano dall’Assessore alla Sanità della Regione Puglia, Tommaso Fiore, sta effettuando esperimenti di laboratorio per scoprire la correlazione fra il metallo pesante e l’autismo. Nichel che, già di noto e già di suo, è una delle sostanze a più alto contenuto di allergeni presenti in natura. Oltre ad essere in possesso di buona fama di cancerogeno.

PIOMBO – E’ l’altro gentile frequentatore delle lande melfesi. Il piombo, presente proporzionalmente in quantità minore rispetto al nichel, ha fatto registrare un picco spaventoso nel corso delle rilevazioni del marzo 2006 (evidentemente, l’annus horribilis per l’inceneritore Edf e peggio anora per le popolazioni di un’intera area transregionale), quando i valori (quasi sempre comunque al di sopra del tasso permesso), a fronte dei 10 ug/l consentiti, hanno toccato quota 700 (pozzo 1, settanta volte al di sopra della norma), 590 (pozzo 2, 59 volte più del permesso), 550 (pozzo 3, stima 55 volte superiore ai 10 ug/l), 220 (pozzo 4, 22 spanne più in alto del normale), 240 (pozzo 5, 24 volte di troppo). Piombo che, se possibile, ha effetti ancora più devastanti sul funzionamento del sistema umano. Assorbito essenzialmente attraverso la respirazione e la nutrizione, non viene metabolizzato, ma per larga parte escreto, mentre il resto (circa 20%) si distribuisce nei tessuti e in particolare nel sangue, nei tessuti minerali (ossa e denti), nei tessuti molli (reni, midollo osseo, fegato e cervello). E’ un metallo fortemente intrusivo che distrugge letteramente ciò che attacca, provocando malattie non di poco conto. Il piombo, infatti, è sostanza in grado di danneggiare praticamente tutti i tessuti, in particolare i reni e il sistema immunitario. La manifestazione più subdola e pericolosa dell’avvelenamento da piombo è quella a carico del sistema nervoso. Negli adulti il danno da piombo si manifesta soprattutto con neuropatia. Provoca encefalopatia, i cui sintomi sono vertigini, insonnia, cefalea, irritabilità e successivamente crisi convulsive e coma. La neuropatia da piombo colpisce soprattutto nello sviluppo, con turbe comportamentali e danni cognitivi. Studi epidemiologici hanno mostrato una forte correlazione fra il livello di piombo nel sangue e nelle ossa e scarse prestazioni in prove attitudinali.

MERCURIO – Luglio 2003, gennaio e marzo 2004, maggio 2007. I rilevamenti tenuti nascosti restituiscono alla luce anche la presenza, nelle falde, del deleterio mercurio. Così come il piombo, il mercurio, estremamente tossico, agisce a livello nervoso. Molto nocivo anche per la cute.

CROMO – Altra sostanza con cui si scherza poco. Composti del cromo vengono usati in coloranti e vernici, chiaramente smaltiti, in quanto Rifiuti speciali e industriali (presenti anche nelle auto della vicina Fiat), a Fenice. La sua presenza è associata all’aumento di carcinomi, specie quelli del seno e del polmone. Ma è sostanza che aggredisce, e non poco, pelle, occhi, e sistema respiratorio. Fra marzo 2006 e maggio 2007, è presente con una certa pericolosità nei pozzi di emungimento a valle dell’inceneritore francese. A fronte di una quantità massima fissata a quota 50 ug/l (e silenziosamente sforata con discreta cadenza sin dal 2002), i numeri certificano, nel marzo 2007 addirittura una presenza di 1000 ug/l di cromo all’interno del pozzo 6, che erano stati 600 ug/l appena nel luglio dell’anno precedente, 454 due mesi prima e diverranno 557 a luglio. Guarda caso, questi tetti massimi di sforamento dei limiti, segno che non tratta di occasionalità, ma di un malfunzionamento nella macchina del controllo e dell’intervento, sono stati registrati nelle acque dell’identico pozzo, il numero 6. Che cosa significa? E come mai questo aumento repentino è avvenuto proprio nel 2006, dopo che, nel gennaio, il monitoraggio era andato buca? E perchè proprio a gennaio, ovvero nello stesso mese in cui Fenice presenta alla Regione la concessione Aia? Interrogativi che, al momento, restano insoluti.

CADMIO – Nell’ultimo rilevamento “ignoto”, quello cronologicamente risalente al luglio di quattro anni fa, riscontrate tracce di cadmio in 6 dei 9 pozzi. Il materiale, presente nei minerali dello zinco, è voce inedita, precedentemente non riscontrata. Potrebbe essere dovuta allo smaltimento massiccio di materiale industriale o pile in disuso. Il cadmio infatti, viene utilizzato per le batterie ricaribili, ma se ne rinviene in tracce anche nei rottami di ferro ed acciaio. Inutile dire che, a sua volta, ha ricadute deleterie sulla salute dell’uomo, con conseguenza riscontrabili sul funzionamento dei sistemi circolatorio e renale.

LE REAZIONI – La pubblicazione delle cifre ha sollevato un discreto polverone negli ambienti politici lucani. Malgrado, come specifica a Stato Michele Solazzo, Comitato contro “La Fenice” di Capitanata, “si trattasse solo di dare la conferma di un segreto di Pulcinella”. Il primo a prender parte alla sfilza dei sorpresi, l’ex primo cittadino di Melfi, Ernesto Navazio. A Mariateresa Labanca, giornalista del Quotidiano di Basilicata, Navazio ha rivelato di essere “basito”. E ancora: “Eravamo seduti su una polveriera e nessuno si è preso la briga di farcelo sapere”.

PROVINCIA, REGIONE, PD – Iscritti a parlare anche il presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza ed il suo Assessore all’Ambiente Massimo Macchia. I due, “in ordine alla vicenda del termovalorizzatore di Fenice”, hanno diramato un comunicato stampa doroteo, moderato nei termini e fumoso sull’azione da intraprendere. Una lunga nota in cui rimpallano l’intera responsabilità all’Arpab, scaricando la coscienza dalle proprie mancanze: “Abbiamo mantenuto il silenzio in questi giorni – giustificano – pensando che tutti i soggetti istituzionali si potessero ritrovare ad una tavolo, cosi come avevamo chiesto qualche settimana fa con la richiesta della convocazione straordinaria dell’osservatorio ambientale per discutere degli ultimi risultati del monitoraggio su Fenice. Vicende cosi delicate, questo e’ il nostro parere, si governano con chiarezza, fermezza, trasparenza ed assunzione di responsabilità. E allora se dovesse essere utile, anche noi, nel coro delle dichiarazioni, ne aggiungiamo qualcuna”. Nulla di nuovo, insomma, ma che apre un fronte di guerra tutto interno al centrosinistra di governo del capoluogo lucano. Tirando in ballo l’Arpab, infatti, Macchia e Lacorazza gettano una patata bollente nelle mani della Regione, dove il presidente Vito De Filippo e l’Assessore all’Ambiente Agatino Mancusi, dovranno muoversi facendo ben attenzione a non intaccare le spartizioni di potere foraggiate dal pd (lo stesso Bruno Bove, mammasantissima dell’Arpab potentina, è uomo del Presidente del Consiglio regionale Vincenzo Folino, piddino di ferro, per 5 anni segretario regionale Ds) e, nel contempo, non scontentare un intero popolo che, ora più che mai, di fronte all’evidenza, invoca giustizia. Così, mentre Mancusi prende tempo, addirittura rinvendicando il diritto di capire cosa “significhino effettivamente quei dati” (bislacco che Mancusi, Assessore all’Ambiente, non lo sappia), De Filippo promette di dar vita ad una Commissione regionale d’Inchiesta che dovrà appurare le responsabilità retroattive di politica, enti e, ovviamente, di Fenice. “Per quanto attiene gli effetti di questi sforamenti sulla salute dei cittadini della zona Nord Basilicata, rimandiamo l’Assessore Mancusi ad una attenta lettura di quanto contenuto nella letteratura scientifica internazionale che lui, in qualità di medico, dovrebbe ben conoscere”, è la risposta, piccata e netta, dei cittadini di Lavello. Che tornano a chiedere la chiusura dell’inceneritore: “Bisogna bloccare immediatamente l’attività di FENICE-EDF attraverso la revoca della autorizzazione temporanea della Provincia e l’annullamento della procedura autorizzativa AIA del Dipartimento Ambiente Regione Basilicata”.

Ma la storia non si fermerà, andrà avanti. Maurizio Bolognetti proverà a capire dove sia terminato il fascicolo nascosto tra le pieghe della Procura potentina. E, in questa storia di coincidenze ed insabbiamenti, che uccide tre Regioni di veleni e spazzatura, si scrive un nuovo capitolo strano. Quello di un anno, il 2011, che si è aperto con il cambio della ragione sociale di una società (la farfalla Fenice Spa, 300 milioni di capitale sociale si ri-tramuta nella crisalide Fenice srl, capitale sociale 50 mila euro) ed è giunto ad epifania quasi 10 mesi dopo, con il disvelamento del più richiesto dei segreti. Se fra i due eventi dovesse esservi un legame diretto, un filo conduttore, si tratterebbe o di naso fino (di Edf) o di una strategia studiata a tavolino. Con buona pace della Procura.

p.ferrante@statoquotidiano.it

IL COMUNICATO DI MAURIZIO BOLOGNETTI – Non siamo carne da macello, non siamo cittadini di serie B, non vogliamo essere il costo che qualcuno è disposto a pagare per fare carriera, acquisire benemerenze o ingrassare il conto in banca. Da tre anni chiedevo conto dei monitoraggi effettuati dall’Arpa Basilicata tra il 2002 e il 2007. Bene, adesso Raffaele Vita ha deciso di abbattere il muro di omertà e di pubblicare quei dati on-line sul sito dell’Agenzia. Lo sapevo, l’ho detto, l’ho ripetuto come un mantra. Eppure, nel leggere che i signori della monnezza della Edf hanno inquinato le matrici ambientali del vulture-melfese, la falda acquifera fin dal 2002, monta l’angoscia e l’indignazione.

Davanti agli occhi si materializza lo sguardo di Lucia Lenoci, un’ insegnante di Cerignola, che venerdì sera ha partecipato al sit-in organizzato dal Comitato diritto alla salute di Lavello fuori ai cancelli dell’inceneritore.
Lucia, che mi ha detto: “la politica siamo noi, dobbiamo ribellarci”.
Inceneritore e non termovalorizzatore. Questi non valorizzano niente, ma in compenso ci hanno regalato veleni e inquinamento. Hanno appestato l’aria, l’acqua e la terra.

La politica? Quale? Quella di assessori regionali all’ambiente che da mesi lanciano accuse di allarmismo e procurato allarme? Di quale politica parliamo? Di quella espressa da un ceto partitocratico che tenta di distruggere l’immagine di chi chiede il rispetto di leggi e convenzioni internazionali, non limitandosi a protestare, ma avanzando proposte sulla gestione del ciclo dei rifiuti, sulla nomina dei direttori delle Arpa, in materia di trasparenza e diritto alla conoscenza? Parliamo di questa politica?

Solo poche ore fa l’Assessore regionale all’ambiente Agatino Mancusi ha parlato della necessità di tutelare la psiche dei cittadini del vulture. Un tentativo, l’ennesimo, di minimizzare la gravità della situazione. Come quando parlando di pozzi di petrolio da costruire in prossimità di invasi e ospedali, beffardamente si parla di “VIE”(Valutazione d’impatto emozionale). E intanto, alla faccia della “emozionalità” veniamo condannati dalla Corte di giustizia europea per la violazione della direttiva 2008/1/CE che impone il rilascio di un’autorizzazione per tutte le attività industriali e agricole che presentano un notevole impatto inquinante. Fenice opera da anni in assenza di una “Autorizzazione Integrata Ambientale”. Altro che psicologia e emozionalità, qui parliamo di stato di diritto e legalità, di Costituzione(violata) e del diritto alla conoscenza negato. Ma come avrebbero potuto dare l’autorizzazione a quelli della Fenice, se adesso troviamo conferma a ciò che era più di un sospetto: inquinano non da 4 anni, ma da dieci e probabilmente da un minuto dopo l’inizio delle loro attività. Il silenzio omertoso e complice di enti di controllo e istituzioni è durato non un anno e mezzo, ma dieci anni!!!

E continuano a bruciare Rsu e rifiuti speciali e pericolosi, tanti. Ma che importa, tanto a Melfi c’è un procuratore che nel settembre del 2009 ebbe a dichiarare che non aveva sequestrato l’inceneritore perché persona responsabile. Da due anni e mezzo si protraggono indagini, prima a Melfi, poi a Potenza, che al momento hanno portato al nulla. Disastro ambientale, disastro colposo, omissione di atti d’ufficio, violazione del D.LGS 152/2006 e del D.LGS 4/2008, avvelenamento colposo, avvelenamento di sostanze alimentari, violazione di convenzioni internazionali e dell’art. 32 del dettato costituzionale, potrebbero essere queste le ipotesi di reato che una qualche procura potrebbe ipotizzare, formulare, contestare, ma ahimé, al momento nulla di tutto questo è avvenuto e, come al solito, qualcuno ha addirittura provato ad agitare la clava dell’allarmismo e del procurato allarme. Colpirne uno, verrebbe da dire perquisirne uno, per educarne cento.

Leggo i dati dal 2002 al 2007 e mi stropiccio gli occhi. I veleni finiti nella falda, almeno quelli che hanno controllato(chissà come), si chiamano Cromo, Mercurio, Piombo, Nichel, Cadmio e poi l’arsenico, che appare e scompare pochi mesi fa, i Voc, la trielina.

Stanno operando quelli di Fenice con un’ autorizzazione “provvisoria”, rilasciata dalla Provincia di Potenza nelle “more” del rilascio dell’AIA da parte della Regione. Viene da sorridere, ma c’è da piangere. Il gioco delle tre carte, dove nessuno vuole assumersi responsabilità. IDV, ricordi che ha una nutrita pattuglia in Consiglio regionale che certo non ha certo brillato su questa vicenda. Quanti sono quelli che sapevano e hanno taciuto? Non credo che le responsabilità possano essere circoscritte solo a Sigillito(ex direttore Arpab) e Bove(funzionario Arpab).

Nel giugno del 2009, il direttore dell’Arpab rispose alla richiesta radicale, finalizzata ad ottenere l’accesso agli atti, con un no motivato dall’inchiesta aperta dalla procura di Melfi. Sigillito disse che c’era il segreto istruttorio. Rispondemmo che i dati ambientali non possono essere sottoposti a nessun segreto. Dopo mesi di pressioni, ad ottobre del 2009, l’Arpa quei dati li tirò finalmente fuori. Da settimane, non chiedetemi come, noi quei dati li avevamo già. Dissero che era venuto meno il segreto. Un mese prima un funzionario dell’agenzia aveva dichiarato: “Sapevamo dell’inquinamento, ma non era nostro compito denunciarlo”. Pubblicarono i dati, ma solo a partire dal dicembre 2007. Gli altri, quelli che leggiamo oggi, dissero che non c’erano.

A novembre 2009, il direttore Sigillito, audito presso la III Commissione regionale, dichiarò: “In data 16 ottobre sono venuto a conoscenza del fatto che l’Arpab non ha effettuato analisi sulle acque di monitoraggio di Fenice dal 2002, cioè da quando ha avuto l’incarico da parte della Giunta regionale.”

Tutto finito? Macchè, in questa storia un po’ kafkiana e un po’ surreale, i colpi di scena non finiscono mai. Sono gli effetti speciali prodotti dalla costola lucana de “La Peste italiana”. A giugno 2011, il solito funzionario Arpab, il solito Bove, dichiara in un’intervista rilasciata a “Stato Quotidiano” che i dati ci sono, ma che non può prendersi la responsabilità di azioni di cui non conosce le ripercussioni. Bove afferma: “Se mi danno l’autorizzazione a diffonderle, le diffondo”. Eppure, la foglia di fico del segreto istruttorio era caduta due anni prima. Eppure, avevano detto che non c’erano. Domande: Quali ripercussioni? Può un funzionario pubblico arrogarsi il diritto di negare dati ambientali? Di fronte a tutto questo, leggere frasi del tipo “la Regione detta le regole” è davvero ridicolo. Qui le regole sono diventate carta straccia e di certo se qualcuno ha dettato qualcosa non credo si tratti di coloro che avrebbero dovuto governare e tutelare questo territorio. Sul mio spazio Facebook, Giuseppe Festa ha scritto: “E ora all’attacco”. Si caro Giuseppe, all’attacco per chiedere legalità, giustizia, rispetto dello Stato di diritto e del dettato costituzionale, delle leggi della Repubblica e delle convenzioni internazionali. Tutti i ministri interrogati, ad iniziare dalla signora Prestigiacomo, su questa vicenda non hanno mai inteso rispondere. Non una risposta alle interrogazioni presentate da Elisabetta Zamparutti e dal gruppo radicale alla Camera. Muti anche loro. Muti come i pesci del Pertusillo, che, si sa, si sono suicidati. E muta pure la Commissione ambiente, che vanta tra le sue fila l’on. Salvatore Margiotta.
Lo confesso, a questo punto mi aspetto dalle istituzioni lucane e in primis dal governatore Vito De Filippo uno scatto di reni. La “ricreazione” è finita e deve finalmente prevalere il senso dello Stato, della difesa della Res pubblica.

Ai sindaci del Vulture, invece, voglio ricordare che un qualche margine è loro concesso dagli articoli 50 e 54 del D.LGS 267/2000. Abbiamo davvero bisogno che qualcuno torni a governare il nostro territorio. Abbiamo bisogno che qualcuno si decida a far rispettare le regole. Ora, subito, è necessario anteporre la tutela della salute pubblica e dell’ambiente ad interessi altri. Perché non è stata una pagina edificante quella scritta fino ad oggi e si è scherzato fin troppo sulla salute dei cittadini lucani. Fare il “profeta di sventure” può essere sgradevole, ma, ahimè, ogni giorno andiamo sempre più convincendoci che quanto affermato da Marco Pannella è assolutamente vero: “La strage di legalità ha sempre per corollario, nella storia, la strage di popoli”.
Per dirla con Lucia, la politica, quella buona, quella che si interessa della polis era in piazza a Melfi, davanti ai cancelli di Fenice. La politica partitocratica ne segua l’esempio. Se nulla cambierà, non resterà che appellarsi al Presidente della Repubblica in quanto garante del dettato costituzionale e a quella Europa, che anche in materia di tutela dell’ambiente e della salute, così come sull’amministrazione della giustizia, ci ha ripetutamente condannati.

A chi ci accusa di spargere “veleno sociale”, rispondiamo che l’unico veleno è quello di un regime che fa del potere un fine anziché un mezzo. La Edf deve pagare i danni prodotti, ad iniziare da quello di immagine. L’inceneritore va immediatamente chiuso. Con il Comitato Diritto alla salute dico: “Mo Avast” e confido nella capacità del governatore De Filippo di saper ascoltare le istanze delle popolazioni del Vulture.


FOCUS – ECCO LE CARTE!

FOCUS 2 – L’INCHIESTA FENICE ATTRAVERSO GLI ARTICOLI DI STATO QUOTIDIANO
1. Fenice, un caso di (a)normale inquinamento (Stato Quotidiano, 16 maggio 2011)
2. Fenice, la verità di Bolognetti: “Ci uccidono in silenzio” (Stato Quotidiano, 27 maggio 2011)
3. Fenice, contro l’inceneritore si muove anche la Capitanata (Stato Quotidiano, 31 maggio 2011)

4. Melfi, i panni sporchi di Arpab: “Giusto che Fenice chieda di bruciare di più” (Stato Quotidiano, 9 giugno 2011)
5. Fenice la rabbia del Comitato di Lavello: “Una presa in giro” (Stato Quotidiano, 14 giugno 2011)
6. Fenice avvelena ancora. A maggio riscontrato Arsenico (Stato Quotidiano, 20 giugno 2011)

7. Fenice, Comitato di Capitanata: “Clamoroso silenzio delle istituzioni” (Stato Quotidiano, 21 giugno 2011)
8. Bolognetti in tackle su Arpab: “Qualcuno blocchi Fenice”
9. L’intervista al Coordinatore Arpa di Potenza, Bruno Bove (28 giugno 2011)
10. Bolognetti contro Bove: “Se ci sono i dati, allora li tiri fuori” (4 luglio 2011)
11. La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice” (9 luglio 2011)

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