Appunti italiani

Tina Anselmi è un monumento non consunto della democrazia tricolore. Staffetta (a 19 anni) della Brigata autonoma Cesare Battisti e del comandante regionale del Corpo volontario della libertà del Veneto, democristiana sociale, prima donna Ministro (al Lavoro), mai una voce su di lei, mai un bizzarro evento, mai un condizionamento. Rigore morale ma mai moralista, randellatrice del suo e dell’altrui. Giusta, Tina Anselmi, ancora adesso che, ad 84 anni suonati, la lucidità gli pone innanzi sceneggiati da seconda serata. Unti e bisunti cartocci di prodotti appiccicaticci: la P3, la P4 e chissà quante altre propagande. All’amica di una vita, Anna Vinci, ha affidato i suoi diari. Che in realtà non sono diari. Piuttosto carte, veri e propri appunti, raccolti nel tempo in cui ha occupato la Presidenza della Commissione d’Inchiesta sulla P2 (1981-1984). Stracci di politica, di vita, di affari. Panorami di un’Italia che c’è ancora, immutata, con gli stessi nomi e gli stessi moduli operativi.

Leggere “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi” (prezioso lavoro di recupero timbrato Chiarelettere e firmato dalla Vinci), ovvero le due copertine che racchiudono queste carte, è pratica inquietante. È un’esperienza quanto più prossima possibile alla lettura di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. In definitiva, dal punto di vista meramente storico, il testo non aggiunge nulla di nuovo. Conferma solo (si fa per dire) le sensazioni di penetrante fragilità di uno Stato nelle mani di poteri invisibili ad occhio nudo, piccoli come eserciti di soldatini di piombo ma devastanti come le Armate di Timur lo zoppo. Legioni che ridono delle muraglie, che regalano la normalità a villaggi su cui vigilano con certosino interesse e patriarcale libertà. Conferma, una volta di più, che “basta una sola parola che ci governa ricattata o ricattabile, perché la democrazia sia a rischio”. E che Dio abbia in gloria l’Italia per l’attualità di questa profezia.

Il libro regala uno spaccato di pressioni, condizionamenti, esperimenti d’onnipotenza. L’Anselmi annota la carrellata di nomi che le sfilano di fronte. Nelle loro versioni rintraccia contraddizioni e verità. Coglie, soprattutto, i tic isterici di una giustizia turbata. È come se, pur chiamata ad indagare, fosse già conscia della gattopardesca essenza della sua Commissione. Non un organo inquirente, ma un puntello di una Repubblica allo sbando. A tratti, addirittura una copertura, una legittimazione, un’affermazione di tutto quanto rappresentato dal Venerabile Gelli ed i venerabilini suoi sottoposti. Eppure, con rigorosa dovizia, ricopre una mansione che la porrà dirimpetto allo sfacelo della sua formazione partitica, quella Democrazia Cristiana sempre meno democratica e men che meno conforme agli insegnamenti evangelici.

Nelle carte di Tina Anselmi dimora tutta l’Italia avvenire. Quella del controllo mediatico delle menti, quella delle banche padroni, quelle dell’affaristica privata tramutata in affaristica di Stato. In tal senso, le sue carte si tramutano in epitaffio, un’indicazione miliare per imboccare la complanare e tornare indietro. Lei stessa, diventando donna, persona, esistenza, lo urla: “Fate presto a pubblicare i miei appunti, dopo, anche solo qualche giorno dopo, sarà troppo tardi”. E questa sua ragione ha dovuto fare i conti con gli interessi superiori, con gli ordini dall’alto, con la sozzura di mani che nessuna svolta epocale ha ancora pulito (malgrado le promesse contenute nei titoli roboanti delle inchieste giudiziarie). Tanto che ancora nel 2004, la Presidenza del Consiglio (oggi come allora nelle mani del tesserato P2 numero 1816), dette alle stampe, sotto l’egida dell’allora Ministra alle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, tre volumi intitolati “Italiane”, in uno dei quali (l’ultimo) la Anselmi diventa figura sovversiva, a tratti robespierriana: “La presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla P2, assegnatale nel 1982 – si legge – cambiò il suo destino, quanto il moralismo giacobino, la vergogna del potere, l’istinto punitivo e tuttavia accomodante tra le parti, che furono la contraddittoria filosofia inquirente, dopo di allora, di tutte le commissioni parlamentari, cambiarono il corso del guerreggiato consociativismo italiano”. Quel che sarebbe dovuto essere un ritratto imparziali si tramutò in scarabocchio volontario, un’opera di Delacroix. Quello scritto, si concludeva così: “Era rimasto imprevedibile, e straordinario, che la furbizia contadina della presidente divenisse il controverso modello della futura demonologia politica nazionale, distruttiva e futile. I 120 volumi degli atti della commissione che stroncò Licio Gelli e i suoi amici, gli interminabili fogli della Anselmi’s List infatti cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi”.

E come una strega, sul rogo ce l’hanno messa l’Anselmi. Senza, però, riuscire ad arderla.
Anna Vinci (a cura di), “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”, Chiarelettere 2011
Giudizio: 4 / 5 – Operazione verità

Isole ecologiche, queste sconosciute

(In)Terra... nera (Ph: Roberta Paraggio, St)

Foggia – OCCORRE una mattinata in auto per spaccare tutta Foggia. Nel ventre del capoluogo, si annidano, oggi, trenta isole ecologiche. Teoricamente, una delle strade percorribili per la risoluzione del problema della spazzatura emersa. Ma, al momento, soltanto una grana in più per Amica. La controllata del Comune di Foggia, le cui difficoltà vanno acuendosi con l’evolversi delle vicende giudiziarie, non ha né soldi né mezzi per fronteggiare la sperimentazione delle isole ecologiche interrate. Una sperimentazione nata nel 2006, anno in cui il sindaco di Foggia, Orazio Ciliberti, accompagnato in pompa magna da assessori e dirigenti comunali, diede lo start definitivo al progetto che, a ben leggere, doveva essere il fiore all’occhiello della giunta di centrosinistra. La tecnologia Gemini 3, la più sicura ed ecologica in produzione un lustro fa, avrebbe garantito l’assorbimento del materiale di una città che nel 2006 si attestava ad una differenziazione del 7% appena.

DAL 7 AL 9% – Come sappiamo, in cinque anni è cambiato poco o nulla. Nel 2011, il centro più grande del Tavoliere è fermo al palo. La differenziata, l’anno scorso, si è arenata al 9%, uno dei risultati peggiori in Italia e la cittadinanza è in preda ad un furore da rifiuto che non aiuta alla risoluzione del problema. Manca la preparazione, manca l’educazione, manca soprattutto un piano tale da consentire ad una popolazione di 150 mila anime di conferire nei luoghi, nei modi e nei tempi giusti.

2.5 MILIONI – Per la creazione delle trenta isole ecologiche, Corso Garibaldi, grazie al concorso della Regione Puglia ed alla ricezione di fondi dell’Unione Europea, investì 2.5 milioni di euro. Mica spiccioli. La stessa somma promessa dalla giunta vendoliana, oggi, per far funzionare una corretta raccolta porta a porta (ma i soldi, al momento, non si sono ancora visti). Ovvero, quel sistema che l’isola ecologica si prefiggeva di superare.

“IL SISTEMA PIU’ MODERNO DEL MONDO” – Quel finanziamento a pioggia cadde proprio nel cuore del più arido dei deserti. Le tessere, necessarie per il funzionamento delle macchine, si persero. Prima erano troppo poche, poi divennero troppe, infine si configurarono come introvabili. La comunicazione istituzionale fu carente ed estremamente riduttiva. “Il più moderno sistema di raccolta differenziata dei rifiuti presente a livello mondiale”, come lo definì Amica attraverso il suo portale web e gli opuscoli distribuiti – quelli sì – a migliaia, si impantanò in un fango appiccicaticcio.

La differenziata delle isole ecologiche (R.P, St)

LE PRIME DENUNCE – Non passa infatti neppure un anno che, alla fine di luglio del 2007, la prima protesta scuote il ventre ambientalista. Wwf e Legambiente, di fronte al cattivo funzionamento della distribuzione delle card, insorgono. Prendono carta e penna e redigono una lettera al curaro contro Amica e l’amministrazione: “I cittadini – scrissero – non hanno mai compreso a cosa servissero questi cilindri d’ acciaio apparsi all’ improvviso come funghi nelle vie cittadine. Molti li hanno studiati invano per lungo tempo e qualcuno, avendo intuito che in qualche modo fossero inerenti ai rifiuti, ha cominciato a riempirli di cartacce, cicche o altri simili scarti. Un’ altra triste storia dunque di spreco di denaro pubblico”.

SMEMORY CARD – Già, le card. Nei famigerati depliant illustrativi, l’Assessorato all’ambiente del Comune di Foggia, non solo ne alludeva alla presenza, ma specificava, con chiaro riferimento, la loro imprescindibilità rispetto al funzionamento dell’intero sistema. “Queste unità – si leggeva – verranno utilizzate dal cittadino, per il conferimento dei rifiuti da differenziare, mediante l’ impiego di una personale memory card. Scopo della card è quello di seguire il conferimento di carta, cartone, vetro e plastica di ogni singolo utente attraverso una serie di dati di volta in volta immagazzinati dalla card e di riconoscere all’ utente diligente un premio per conferimenti di questo tipo, inteso come riduzione percentuale (da stabilirsi) della quota annuale sul rispettivi tributi ovvero, in alternativa, al quartiere/circoscrizione più meritevole un benefit spendibile, per esempio, sotto forma di acquisto di beni d’ arredo o di quant’ altro utile per la collettività”. Insomma, una strategia bella e conclusa, con tanto di premialità. Forse, il limite stette in questa utopia priva di fondamento. A sei mesi dalla denuncia di Tonino Soldo ed Enzo Cripezi, che a Foggia sbarca Striscia la Notizia. Gli inviati Fabio e Mingo documentarono tutto e lo proiettarono agli occhi di milioni di Italiani. Di fronte alle telecamere di Canale 5, Elio Aimola, padre padrone di Amica, promise interventi nell’immediato tanto che ai primi di gennaio 2008, alle sei circoscrizioni foggiane (oggi ridotte a tre), vennero ripartire 7500 card. Ancora una volta fu molto fumo e niente arrosto. Pochissimi foggiani scelsero di recarsi nelle sedi delle circoscrizioni. Soprattutto, non tutte le famiglie trovarono la card e si videro ripetutamente respinte. Malgrado ciò, la municipalizzata non ce la fece a gestire il servizio. E nel 2010, nel cuore dell’emergenza rifiuti, si ebbe il primo incendio di isola ecologica. Ad essere incenerito fu il cilindro di Via dell’Arcangelo Michele, in zona Macchia Gialla, non distante dalla chiesa di San Pietro e a pochi metri da un parco strapieno di bambini.

LE ISOLE – E, nel più classico dei giochi al massacro, passata appena l’emergenza urlata della scorsa primavera, Foggia oggi continua a non poter usufruire di questi depositi. Stando alle cifre fornite a Stato Quotidiano dal gabinetto del Sindaco e provenienti da Amica, delle 30 isole, sarebbero non ripristinabili o da ripristinare soltanto sei. Le restanti 24, dunque, in teoria sarebbero usufruibili. Ed invece, niente di più lontano dalla realtà.

L'isola incendiata in Via dell'Arcangelo Michele (R.P, St)

PRIMA CIRCOSCRIZIONE – Annovera sei isole ecologiche interrate, di cui una (in Via Ciano, nei pressi di Via Iconavetere) appartenente all’ex prima e le restanti 5 facenti parte della vecchia sesta circoscrizione urbana del capoluogo due in Via Giuseppe La Torre, una in Viale Giotto, via Petrucci, Piazza Aldo Moro). Ufficialmente, sarebbero funzionanti, non destinate a lavori di manutenzione straordinaria, né manomesse in alcuni modo. E l’impressione, in effetti, è quella. Ovvero, lo stato – per lo meno l’impatto estetico – è tutto sommato discreto. Chiaramente, è ancora troppo poco. Non c’è, per esempio, un criterio preciso che ha permesso l’ubicazione di due distinte isole interrate nella periferica Via Giuseppe La Torre, periferia foggiana di nuova costruzione, costipata fra Via Rovelli e Via Lucera. I due cilindri, abbandonati nel cuore della selvaggia estate foggiana, sono spenti. I led che indicano la capienza non danno segnali di vita. Soltanto, lampeggia sul corpus metallico una luce rossa. Ovvero: rifiuti in smaltimento, attendere. In verità, sono andate in tilt come due flipper sballottati da un giocatore nerboruto. Tanto che, trovandosi a passare, una residente conferma che, alla faccia dei proclami e di due presentazioni ufficiali, non c’è memoria, nel quartiere, del funzionamento di queste “diavolerie”. Cambia panorama, ma non la sostanza. Muovendoci nei limites della circoscrizione numero uno, sono inattive e senza speranza alcuna le isole interrate di Via Ciano, Via Petrucci (estremo lembo di Candelaro) e Viale Giotto. Sono pulite ma senza alcun cenno di attività. Al contrario, c’è sporcizia in Piazza Aldo Moro. Nel più centrale degli spazi di conferimento differenziato, infatti, diverse buste sono ammonticchiate alla base, creando un colpo d’occhio tutt’altro che piacevole. In zona, in una città che torna a ripopolarsi, bambini in bicicletta, tate a spasso con i carrozzini, badanti in accompagnamento e ragazzetti di quartieri alle prime sigarette segrete. Tutti, insomma, ma nessuno che denunci. Al contrario, i pochi cassonetti sono pieni ed emanano cattivo odore.

L'isola ecologica di Piazza Padre Pio (R.P, St)

SECONDA CIRCOSCRIZIONE – Ma se Sparta piange, Atene non ride. La seconda circoscrizione, che assomma i territori che furono, in parte, delle vecchia 2 e della totalità della 3, ha problemi anche peggiori. Otto isole, due (fonte: Amica) da ripristinare, una sommersa dalla spazzatura ed un paio con tanto di cartelli di ammonimento redatti dalle popolazioni imbufalite. Discrete (ma, chiaramente, non funzionanti), quelle di Via Gino Acquaviva, Via Caracciolo (Chiesa di san Giuseppe Artigiano), Via Manerba (zona Macchia Gialla), Via Giustino Fortunato (zona stadio) e Via D’Addedda. Va molto peggio, invece, a quelle più centrali. Concentrate nell’arco di poche centinaia di metri, i tre “atolli della mondezza” di Viale Michelangelo, Piazza de Gasperi e Piazza Padre Pio, sono il risultato di una evidente stratificazione di un’inciviltà del sacchetto selvaggio che ha pochi eguali. Nel primo caso, l’isola ecologica è a pochi passi dalla sede della Biblioteca Provinciale. Da sempre giace in condizioni di abbandono. Ci sono periodi dell’anno, confessano a Stato un paio di residenti, in cui le buste invadono il marciapiede e il perimetro di una fu (ma molto molto fu) aiuola verde attualmente ridotta a zero. Spento il led di segnalazione, nessuna luce lampeggiante, il cattivo odore si avverte senza pietà, in spregio al fatto che dovrebbe trattarsi di materiale inodore. Giusto lì accanto, una fiorera in pietra è divenuta un naturale cestino. Viva la creatività. Selve di lattine di bibite gassate fanno capolino, adagiate su un terriccio multicromatico di buste in plastica e bottiglie in vetro di birra e vino. In Piazza De Gasperi, le buste sono adagiate, in piccola misura, a terra. A scoraggiare gli sporcatori, un tragicomico avvertimento in prima persona. “Chiedo la cortesia a tutti coloro che abitano in zona di non lasciare sacchetti con plastica, vetro e carta a terra nella zona dell’isola ecologica: sporcheremo inutilmente perché non saranno riciclati ma finiranno in ogni caso nella spazzatura indifferenziata. Sforziamoci noi di mantenere pulito questo spazio dal momento che chi lo dovrebbe fare non lo fa”. Scoramento che, invece, non è riuscito ad un secondo foggiano, anch’egli predicante dalle pagine di un A4, in piazza Padre Pio. La spazzatura attanaglia l’isola e sfora nei giardini retrostanti, vola con il soffiare del vento. Bottiglie in vetro, tante, plastica ovunque, anche solido urbano. L’aria è irrespirabile, il tanfo è tanto. “Amica non ha più gli occhi per piangere, la differenziata facciamola noi”, ammonisce il messaggio, strappato in parte senza aver trovato adepti.

TERZA CIRCOSCRIZIONE – La sterminata terza zona urbana (riunisce le ex numero 4 e 5 per intero), periferica, accalorata, abbandonata finanche, è puntellata di isole ecologiche. Sedici in tutto, secondo Amica, solo tre da ripristinare ed una impossibile da recuperare. È quella, già menzionata, di Via dell’Arcangelo Michele. Data alle fiamme un anno fa (era il settembre del 2010), è ancora oggi arsa e fuori servizio. Potrebbe essere considerata il simbolo vivo (morto?) e pulsante del fallimento di una strategia ben pensata ma malissimamente impostata. È un epitaffio alla memoria di tutti i fallimenti della Foggia recente. Da un lato, di una politica incapace di progettare e controllare; dall’altro, di una cittadinanza che, avulsa dal concetto di diritto, non ha trovato appieno il bandolo della matassa del vivere sano e collettivo. Bruciacchiati sono anche il cartello del Comune indicante l’ubicazione dell’isola e tre cassonetti destinati alla raccolta del solido urbano. Spostandosi di poco, la situazione non muta. Come in un gioco matematico di combinazioni di fattori in cui, uno dei due, sarà sempre zero. Ed allora l’area di Via Fares è un deposito di buste e finanche di vestiario e scarpe, sebbene possano essere utili e sebbene, nei pressi, in vista, c’è un cassonetto giallo di quelli della Caritas. Quella di Via Berlinguer (forse la strada più sporca dell’intera città, con la sua mini discarica personalizzata di elettrodomestici e ceramiche da bagno) è ridotta in stato pietoso, con i cilindri che sono stati addirittura forzati. Il led non è funzionante, addirittura dalla centralina sono stati strappati i collegamenti. Spostandosi verso Est, è un continuum di led spenti, lucine impazzite, tilt evidenti. Nessuna isola è stata mai svuotata. In Via Saragat (non distante dallo Zaccheria), accanto all’isola due bottiglie di whiskey ed una siringa. Il cerchio si chiude in Via Martiri di Via Fani, isola numero trenta cui giungiamo. Come un segno del destino, accanto ci sono due uomini. Uno cura il verde, un altro maneggia una scopa. Chiediamo lumi sulle isole. Attorno al bidone vi sono diverse buste che giacciono. Dice che non gli compete, con fare risoluto. Nel frattempo, alle nostre spalle, transita un camion di Amica. Tira dritto. Da queste parti si attende l’emergenza. Poi, eventualmente, si vedrà come fare.

da Stato Quotidiano, 5 settembre 2011

Scempio olimpionico comunale. Reportage dalla piscina abbandonata

La gradinata della piscina (Piero Ferrante, St)

Foggia – A VOLERCI ridere su (ma anche a ben guardare), si potrebbe dire che l’unica caratteristica vagamente olimpionica della piscina in endless progress di Via Galliani sia la lordura. Senza pari. Come il degrado che l’avvolge. Un mostro periferico e dimenticato, nato, negli anni Novanta, per stupire, rimasto invece monco e chiosato alla maniera foggian style, con una lastra di oblio e tanti saluti. A bloccare i lavori fu il ritrovamento di alcune testimonianze archeologiche e l’imposizione dei vincoli da parte della Soprintendenza.

SCUSE – Soffocata fra il boschetto della Villa Comunale ed il teatro Mediterraneo – altro bell’esempio di spreco edilizio di cui parleremo nei prossimi giorni -, la struttura è composta di un vascone all’aperto con annesse tribune ed una serie di locali oggi al limite della riconoscibilità. Ufficialmente, è uno dei mille luoghi “state alla larga” del capoluogo dauno. Connotazione ufficiosa ma di comodo, tanto utile a chi ne ha fatto un dormitorio, quanto alle impalpabili amministrazioni comunali (da Paolo Agostinacchio in poi, giù fino all’attuale Governatura Mongelli).

Il water (Ph: amici della Domenica)

SILENZIO DI TOMBA – Sulla piscina è calato un silenzio di tomba praticamente ancor prima della conclusione dei lavori. Alcuni foggiani credono sia la parte non riuscita del “Mediterraneo”, i più giovani ne ignorano l’esistenza, qualcuno crede addirittura sia stata abbattuta. La verità è che, se l’avesse vista, Paolo Rumiz, giornalista di viaggio de La Repubblica, ne avrebbe fatto l’immagine simbolo della sua inchiesta estiva: “Le case degli spiriti”.

IL RISCHIO DI ENTRARCI – Anche se non ci sono spiriti in Via Galliani. Solo, qualche disperato che ne ha fatto una casa. E, prima ancora, qualcuno che ne ha estirpato la funzionalità, tramutandola in una sorta di cartone vuoto. Il risultato è un luogo desolato e desolante, sventrato, pugnalato al cuore da chi ne avrebbe potuto e dovuto usufruire. Un luogo tutt’altro che inaccessibile, va detto. Basta spingere con il minimo delle forze il portone grigio e giallo che affaccia sulla biglietteria del Teatro all’aperto limitrofo, squallido anche nella cromia, per accedere ad un universo muto. Un silenzio che incute più d’un timore. Attorno, nell’arco di almeno un chilometro, c’è ben poco. Viale Fortore è al di là del Mediterraneo, Via Galliani è poco frequentata ed anche l’ultimo avamposto del parco urbano è al riparo. La solitudine è vera ed inoppugnabile e come ogni solitudine si presenta nel suo abito arso. Quel poco di prato annesso alla struttura è più un’intuizione che un dato di fatto plausibile. Claustrofobico. A pochi passi dal cancello, percorrendo un piccolo sentiero, la struttura in mattoncini marroni che accoglie i locali. Che sia abitata lo si capisce immediatamente. Una bottiglia d’acqua minerale (ce ne sono tante all’interno) che promette giovinezza eterna, fa bella mostra di sé su un misero tavolo. Da una delle vetrate che affacciano al’interno, si scorgono finanche dei letti, con tanto di coperte e lenzuola.

Qualcuno ci dorme... (Amici della domenica)

L’INTERNO – Tutto il divertimento (si fa per dire) sta nell’arrivarci, ai punti d’osservazione. Le piante secche sono spine vegetali, al tatto graffiano la pelle. Sotto il sole a picco il lucertolaio urbano è non dissimile da un deserto. Ci sono sterpaglie arse, fra le sterpaglie roba rubata date alle fiamme, tra la refurtiva, biciclette vecchie almeno una decina d’anni la cui estetica è ferro carbonizzato. Un piccolo sentiero in brecciolino ci accompagna a quello che deve essere uno degli ingressi. Se si tende l’orecchio, l’unica risposta alla sollecitazione dei sensi è un mare di indifferenza. Per accedervi, qualcuno ha pensato bene di farsi strada a forza di mattoni, lasciando in terra molta della vetrata frantumata. Occorre prudenza. La stanza, una decina di metri quadri, è ben tenuta. Le pareti sono pulite, neppure una scritta, la pittura sembra fatta di nuovo. La porta è in legno, cardini senza una grinza, maniglia tutto sommato pulita. Neppure una ragnatela negli angoli del soffitto. Pochi metri, il panorama muta. Gli ambienti restano tutto sommato decorosi. C’è un lungo corridoio su cui s’affacciano tante stanze. Si procede con calma perché la sensazione proietta la mente ai western, alle trappole, ai canyon, le gole, le frecce, le imboscate. Ma i timori da Roncisvalle fuggono con il cammino. Tutti i climatizzatori sono stati letteralmente divelti ed abbandonati a terra. I fili elettrici sono scoperti. La monotonia costruttiva ha fatto sì che si aprano, sul corridoio, stanze tutte identiche. Il tempo, al contrario, ha giocato a renderle uniformi nell’utilizzo: nessuno.

IL BAR – A metà percorso con la prima porta che si apre giunto in faccia al senso di percorrenza, sulla destra, un atrio più vasto. C’è un bancone che è azzardato dire devastato ma non è nemmeno usufruibile. Alle spalle, attrezzatura varia da cucina, forno-frigo-vetrina. Poche decine di metri e, camminando per il corridoio, s’oltrepassa uno stipite. C’è un pannello elettrico nuovo nuovo, sfuggito alla metodica distruzione riservata ai termosifoni-climatizzatori. Non c’è traccia di sporcizia sui muri mentre nell’aria si captano segnali di vita. Le stanze sono deserte, certo. Ma è questa l’ala che, dall’esterno, lascia intravedere le tracce abitate. C’è anche un bagno. L’odore è riprorevole. Uno dei water è intasato e sporco. Il fetore è da mal di stomaco. Probabilmente, nel progetto iniziale, questi sarebbero dovuti essere gli spogliatoi.

Il corridoio. Sulla destra, si aprono le stanze; sulla sinistra, dalle finestre, ci si affaccia sulla piscina (P.F, St)

LA PISCINA – Lungo una delle parti corridoio, quella dove non s’aprono le stanze, i finestroni danno sulla vasca vuota. L’acqua non c’è mai stata, ma d’inverno, dopo le piogge abbondanti, ristagna. Adesso non è che un deposito di erba, alberi e materiale da risulta alto circa tre metri. Le gradinate grigio tufo, vuote, hanno un qualcosa di post moderno. O, peggio, di post bellico.

BOLLENTI SPIRITI – Determina dirigenziale del Comune di Foggia numero 74. Data: 13 maggio 2011. Procedura numero 689. Dirigente: Fernando Biagini. I numeri ed i nomi non sempre dicono tutto. In ogni caso, all’interno di questa determina c’è scritto ben di più di quanto indichi l’oggetto. Infatti, ufficialmente, si tratta della liquidazione dell’onorario di un anonimo professionista,Vincenzo Anselmi. Ma, sotto le righe, se ne deduce ben altro. Ovvero che, grazie al “Progetto di riqualificazione urbana Foggiattiva”, nel 2006 Corso Garibaldi avrebbe ottenuto oltre 700 mila euro dalla Regione Puglia. Fondi, questi (da integrare con un bonus obbligatorio di 73 mila euro, in tutto 773 mila euro, dunque), assumibili dal portafogli munifico, d’invenzione vendoliana, “Bollenti Spiriti” e destinati, appunto, al “recupero funzionale ed alla ristrutturazione di due strutture” (sic!). Ovvero, l’anfiteatro di Parco San Felice (mecenate: Agostinacchio, fra le critiche di un’intera città che resistette a lungo al tentativo di ridimensionare a cemento l’unico polmone verde del capoluogo). E, appunto, la piscina comunale olimpionica di Via Galliani. Per la realizzazione materiale del progetto, il Comune di Foggia crea una fantomatica Unità Operativa-tecnico-amministrativa-gestionale esterna (con determina dirigenziale 584/2008, poi modificata 1535/2008), di cui Anselmi è esperto gestionale.

Di “Foggiattiva” si trova traccia, ancora una volta, nei documenti. A darne riprova, sono le determine dirigenziali, ma questa volta della Regione Puglia. La 057/dir/2007/0050, siglata dal Dirigente delle Politiche giovanili dell’ente barese, è quella che dona il denaro a Foggia. E che, ufficialmente dà il via libero a Foggiattiva. Vale a dire, alla creazione di “un centro d’aggregazione e inclusione giovanile basato sulla realizzazione di un centro servizi diviso per aree tematiche”. Il Comune specifica addirittura le aree: “area di collocazione musicale, redazione giornalistica, magazine cittadino e contact center”. Nulla di tutto questo è stato, in un lustro, realizzato.

Zanotelli prova a scuoterci: “Foggia, rialzati!”

Padre Alex Zanotelli a Palazzo Dogana (St)

Foggia – L’ABBRACCIO di una città, i brividi di Alex Zanotelli. Il padre comboniano torna a Foggia (e, ancora una volta nel Tribunale della Dogana del Palazzo che accoglie la Provincia di Capitanata) tre anni dopo la sua ultima salita da Napoli per discutere di “Bioetica interetnica”. Fenomenologia evanescente, carezzevole discussione, buona per risvegliare l’orgoglio di un uomo potente come Zanotelli. Maglia blu, jeans chiari, gli eterni sandali, crocifisso colorato al collo e sciarpa iridata, il fondatore di Nigrizia ha colto l’occasione per “tirare le orecchie” ad una comunità intorpidita dalla crisi, lentamente afflosciatasi sotto i colpi dell’impotenza. Una comunità, per giunta, spunatata, primva dei suoi vertici istituzionali. Il sindaco Gianni Mongelli si affaccia soltanto alla celebrazione religiosa recitata da Zanotelli in ricordo del “fiore di questa terra”, fiore alquanto dimenticato, Ettore Frisotti. Antonio Pepe e squadra non si fanno vedere. E nelle ultime file si scorgono soltanto i consiglieri di Palzzo di Città Leonardo De Santis e Michele Sisbarra.

L’AMBASCIATA DI PACE – Cade così nel vuoto il rimbrotto dolce di padre Alex. Che ripesca dalla memoria storica del Capoluogo dauno l’esperienza dell’ambasciata di Pace: “Avevate una delle strutture più belle presenti in Italia. Foggia e la sua Ambasciata di Pace significavano tanto per la causa della legalità e del disarmo”. L’ambasciata, plasmata da associazioni e partiti grazie alla sponda istituzionale fornita dall’ex presidente di Palazzo Dogana Antonio Pellegrino (recentemente scomparso a seguito di una lunga ed incurabile malattia), si disperse nel vuoto d’improvviso, nel silenzio generale. Zanotelli implora i ragazzi di riassumere il controllo, di “ridarle vita e forma”, di “fare rete, di unire e non di dividere”. E chiede: “Come si fa a parlare di pace quando a pochi passi si ha un aeroporto come Amendola da cui partono caccia che hanno fatto e fanno strage di civili?”

LE SPESE MILITARI – E parte da qui la bioetica di Zanotelli, dallo stop da imporre alla guerra come strumento di morte, di lesione dei diritti inviolabili dell’uomo ed della collettività, dal rispetto per la vita come “parte viva”. Ammonisce la politica che fa i conti sottraendo alle persone senza mai sottrarre alle cause stesse di un disastro annunciato. Il discorso non può non scivolare sulla riforma approvata dal Parlamento: 43 miliardi per risollevare, in teoria le sorti economiche del Paese. IN effetti, come chiesto dall’Unione Europea, una manovra politica per “rassicurare i mercati”. Zanotelli parte all’assalto: “L’Istituto Sipri (Istituto svedese, il più importante al mondo per quel che riguarda le ricerche scientifiche in materia di conflitti e cooperazione, ndR) ci ricorda che, nel solo anno 2010, l’Italia ha speso, in armi e guerre, 27 miliardi”. Nella voce, l’inflessione di chi sa ma che, in ogni caso, strabuzza gli occhi di fronte a cifre tato alte. “Ma neppure se fossimo invasi dagli ufo!”, scherza con un filo di sarcasmo. E continua: “Aggiungendo ai 27 miliardi i soldi spesi nell’acquisto di aerei e armaneti vari, si andrebbe a coprire senza nessun dubbio la cifra della manovra”. Ed allora, “perchè non intervenire una volta per tutte e tagliare le spese realmente inutili per la gente, quelle militari?”. Applauso e approvazione.

La pleta. Di spalle, padre Alex (St)

BENI COMUNI, ACQUA – “Acqua, terra, fuoco, aria. Dobbiamo ripartire da qui, riprendere questi elementi per riaffermare realmente un’etica della vita”. Sono le ricette contro la fame, contro la mortificazione, contro la sopraffazione. Le detta alzando il dito padre Alex. Le detta con nella mente ancora il grande movimento d’opinione, “realmente popolare”, che ha determinato la vittoria nella tornata referendaria di giugno. E se, appena ieri, il Ministro Sacconi ha rilanciato la sfida del mercato, proponendo un passo indietro sul tema dell’acqua, aprendo la porta ad un ripensamento in tema di pubbliciczzazione degli impianti idrici, il padre comboniando ribatte con la forza dei numeri: “27 milioni di italiani, per la prima volta nella storia, si sono opposti ad un tentativo di sottrazione di beni comuni. Tutto il mondo ci ha seguiti. Anzi, al di fuori dei nostri confini, l’eco è stata ancora più forte, siamo un esempio per tutto il mondo. Nessun partito in parlamento, ricordo al Ministro, ha un bacino elettorale di 27 milioni di voti”. Di più. Per Zanotelli sarebbe, un eventuale ritorno all’idea privatistica, un “calpestare i diritti insiti nella democrazia”. Per questo, invoca una “democrazia di massima intensità”, una “biocrazia cosmica”, un “governo della vita” che parta dalla consapevolezza del patrimonio comune, da principi ecosistemici, solidarietà uomo-natura, uomo-ambiente, difesa dei beni in comune. Guarda i giovani negli occhi, a loro si rivolge, li implora impegnandoli in un monitoraggio continuo: “Come abbiamo potuto permettere ad un parlamento di privatizzare l’acqua? L’acqua è vita, l’acqua è madre. Avete mai privatizzato di privatizzare vostra madre?” E, più in concreto: “A che punto siete con l’attuazione dei principi referendari a Foggia? E’ pubblico l’Acquesdotto Pugliese? Il vostro Presidente dice che ne farà una struttura pubblica, ma a me risulta si tratti di una spa”. Non ci sono sindaci in sala, ma le orecchie di 61 fra uomini, donne e Commissari prefettizi saranno fischiate con potenza sibilante in corrispondenza temporale con il monito del comboniano: “Che i Comuni vigilino, che i comuni sappiano, che i comuni difendano l’acqua”.

BENI COMUNNI, TERRA – “La prima Bibbia che Dio ha scritto è il nostro pianeta, dobbiamo difenderlo con tutte le nostre forze, perché ce lo stanno togliendo”. la sfida di padre Alex è dura ma già lanciata. “Come è possibile parlare di bioetica se non siamo in grado di difendere quel che ci circonda e da cui la nstra stessa vita dipende?”. Disegna i principi cristiani della condivisione, dell’abbondanza, della ricchezza. Che non è patrimonio, che non è capitale. E quasi inneggia alla grandezza dei Cieli quando chiede e si chiede: “Avete un solo fiore? Avete milioni di fiori! Avete un solo seme? Avete milioni di semi! Avete un solo uccello? Avete milioni di uccelli! Dio è stato di un’abbondanza sconvolgente nel regalarci il mondo e pochi potenti provano a togliercela”.

SPAZZATURA – E per sottrarla al controllo dei cittadini usano le armi della propaganda, della prepotenza. Ma, anche, dell’affare, il più lucroso dei quali, di certo, è quello della spazzatura. “Discutere di bioetica significa discutere anche di un progetto di raccolta differenziata”. Un progetto quanto mai concreto che fa il paio con “la separazione secco umido”, con la raccolta differenziata obbligatoria, con il porta a porta. Anche in questo caso l’emergenza Foggia torna alla mente. Ma anche fare i conti “con uno stile di vita ben al di sopra delle nostre possibilità”. 12.5 miliardi di bottiglie di plastica prodotte in Italia nel 2010, 300 miliardi di tonnellate di materiale inerte in una nazione “che ha l’acqua migliore del mondo”.

MIGRAZIONI – E terra, ricorda Zanotelli, significa anche migrazione, cammino, spostamento. Specie in epoca di una “globalizzazione che ci ha obbligati a guardarci tutti in faccia”. Significa continenti, significa Europa, America, Occidente, Asia rampante. Soprattutto, per il comboniano, segnato dall’eseprienza di Korococho, significa Africa. “Africana era la prima coppia di uomini. Dall’Africa discendiamo tutti. L’Africa è il paradiso terrestre descritto nella genesi”. La rivoluzione del sacerdote colorato parte da quie approda alla lotta dichiarata al razzismo insito nelle due leggi approvate in Italia in tema di immigrazione. “Prima la Turco-Napolitano, poi la Bossi-Fini sono atti di razzismo” che colpiscono “gli emarginati, gli ultimi”, alimentando pericolosi circuiti di ritorno alla schiavitù. “I 20 milioni di schiavi prelevati dall’Africa sono stati il gruzzoletto iniziale del capitale”.

CHIESA – Chiude con un pensiero alla sua casa, Zanotelli. Alla Chiesa rivolge un gioioso inno alla vita, a farsi partecipe della sua promozione, della sua valorizzazione totale e completa. Ammette di condividere le posizioni ufficiali in tema di aborto ed eutanasia. Poi, però, specifica che “siamo ancora lontani dall’imperativo per la vita, che è un prima e un dopo, ma anche un durante”.

da Stato Quotidiano, 17 settembre 2011

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