L’incredibile storia di Enzo Baiamonte e della combriccola allegra palermitana

Uno dei gialli più stimolanti degli ultimi anni. “Il libro di legno” (Gian Mauro Costa, Sellerio) è una scoperta riuscita. Un antefatto classico: la scomparsa improvvisa di un noto professore della media borghesia palermitana; una vicenda intrigante: cinque libri di legno a mo’ di promemoria lasciati dal defunto nella sua libreria stracolma; una figlia apparentemente premurosa di recuperare il patrimonio dileguato; un detective più per caso che per mestiere, più per gioco che per soldi: Enzo Baiamonte. Sullo sfondo, Palermo. La città delle contraddizioni, ossimorica per storia e per natura. Palermo dei bimbi scalzi e delle eco arabe, Palermo della movida modaiola e della musica a tutto volume, Palermo dei segreti celati dai cancelli, ville come bunker protettivi e cani da guardia eretti a custodi.

“Il libro di legno”, secondo romanzo dell’autore siciliano, giornalista de “L’Ora”, è un dipanarsi lento nelle viscere di una scatola stantia. Un labirinto in cui, mano nella mano, viaggiano in contemporanea lettore e protagonista. Una storia in cui lo stesso goffo Baiamonte, incapace alla lettura del mondo, si perde. Confuso, a tratti, come un mare in tempesta, ingarbugliato come una matassa tra gli artigli di un gatto. Il caso affidato ad Enzo dalla figlia del professore estinto, la conturbante Cristina Mirabella, svela di volta in volta nuove strade, che compaiono all’improvviso dai fumi delle nebbie. Nuove piste, nuovi problemi, nuove soluzioni. Nuove domande apparentemente senza risposta. Passioni e soldi, società e mafia cascano sul detective spaesato, vittima del suo stesso gioco.

Man mano che, tra dubbi e paure, misteri e ripensamenti, Baiamonte esce da quelle nebbie per identificare la strada giusta, man mano che si appropinqua al vero, scopre nuove parti di chi lo circonda ed anche di sé stesso. Come se, insieme con la trama, incedesse anche la sua vita. Enzo matura nuove emozioni, nuove ragioni, nuovi sentimenti, nuove possibilità. Monitorando vite non sue, le abitudine goderecce, quasi orgiastiche, della Palermo da bere, impeccabile soltanto in superficie, il detective netta la sua esperienza, giustifica, di passo in passo, le scelta di una vita sì grama, anche solitaria, ma per lo meno linda. E, come in un sovvertimento dei ruoli sociali, scoprirà che, nel bene, si annida il marcio. Il bimbone cresciuto, il bambocione quarantenne un po’ sfigato e triste, diventa alla fine un saggio Montalbano. Meno spregiudicato e cinico, più intimista, problematico ed umano. Ora, ingolositi, da Costa, pretendiamo il seguito.

Pubblicato su: MACONDO – CITTA’ DEI LIBRI, rubrica culturale di STATO QUOTIDIANO   http://www.statoquotidiano.it/02/10/2010/macondo-la-citta-dei-libri-2/35237/

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