L’ultimo partigiano di Foggia è andato. Te lo ricordi, foggiano?

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Foggiano,

Te lo ricordi il suono di quel bastone lento che andava via per le strade di Foggia, e quell’uomo sottile come un fuscello ma forte come un tronco che vi si appoggiava?

Te la ricordi, la sua voce sempre chiara, che amava perdersi nei rivoli del tempo, tra opinioni, una canzone partigiana, qualche memoria sbiadita e l’ansia di un futuro da non lasciarsi rubare?

Te li ricordi quei comizi del primo maggio, le celebrazioni ufficiali del 25 aprile a piazza Italia, la lapide di Nicola Stame che lui ha voluto e che esorcizza l’influsso di quegli enormi fasci messi lì dal camerata Agostinacchio?

Te lo ricordi quel cappello che non toglieva via nemmeno nella canicola dell’estate foggiana, 40 gradi e lui sempre lì lo teneva, in testa, schiacciato e fiero come un pensiero? E i suoi occhiali da sole, te li ricordi? E ricordi la sua giacca che, a vederla, ricordava “il cappotto cammello” di De André?

Te lo ricordi quel fazzoletto tricolore che con gli anni andava sbiadendosi e che lui diceva essere sempre lo stesso, anno dopo anno, lustro dopo lustro, decennio dopo decennio?

Te li ricordi i suoi ricordi? La guerra in Africa, il Partito Comunista, le rivolte finite male, Bella Ciao cantata a mezza voce e con qualche refuso, come l’inno dei lavoratori.

Te la ricordi la sua dignità, e te lo ricordi l’ardore che ci metteva nella lunga strada per far intitolare a Nicola Stame il teatro del fuoco? E la sua ostinazione nel presentarsi fuori dal Palazzo della Provincia tutte le mattine, mattina su mattina, barcamenandosi silenzioso in un’anticamera tenace, te la ricordi?

Te li ricordi quei fogli che portava sempre con se e di cui non si stancava mai? Erano il capitolo finale della sua biografia non scritta, il riassunto della sua ultima battaglia, una voce lasciata sulla carta, per scuotere via dalla veste di Foggia quella patina storica di “città fascista” a cui lui, Mario, non si era mai arreso.

No,

forse non te lo ricordi, Mario Napolitano. Forse neppure sapevi esistesse. Eppure lui è sempre stato lì. Pronto ad invaderti le ore con il suo carico di convinzioni inscalfibili, vecchi racconti e sentimenti puri. E non voleva soltanto renderti parte del suo mondo. No, lui voleva proprio convincerti. Farti cambiare idea. E adesso, porca miseria, se n’è partito senza nemmeno avvertire, senza dare un cenno. In silenzio. Lui, per cui la riscossa era un modo di vivere e non l’occasione per trovare una morte da annali, se n’è andato nel momento più buio per la città, scossa tra bombe (non quelle che Mario ricordava con dolore, quelle degli americani), povertà, indifferenza, odio di parte e resa sociale.

E’ tutto così assurdamente triste, oltre ad essere un contrappasso immeritato per chi ha sempre avuto fiducia (a prescindere) nei suoi concittadini.

Per quel che vale, proviamo a ricordarlo adesso, come lui avrebbe voluto. Apriamo le porte al vento della dignità, facciamolo entrare nelle case e scorrere nelle strade, lasciamo scorrere la libertà e l’orgoglio, portiamo nelle scuole quegli esempi incontrovertibili di pulizia etica e storica: rispolveriamo e tiriamo fuori la storia di Nicola Stame, i massacri delle Fosse Ardeatine, le lotte antifasciste e quelle per il diritto al pane e al lavoro.

Facciamolo nel suo nome, ma per dare un senso alla cittadinanza di tutti noi. E sentiremo un bastone che batte. Come un applauso, come un tuono di felicità.

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