Disobbedienza di genere

(recensione Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011)
Si può combattere il degrado potenziale di un’idea tumorale con la “sola” chemio delle opinioni. L’omofobia è come il nazismo: figlio dlla stessa concezione utilitaristica che esalta la normalità in quanto fenomeno rassicurante. E, dunque, semplice ad assimilarsi; naturale superamento degli ostacoli, assuefazione silenziosa alla (non)ragione dominante, quella che non chiede come e non chiede perché. Semplicemente, opera al fine di ottimizzare i tempi, appiattire i tempi, mortificare i tempi. Scacciare in malo modo gli inceppamenti veri o presunti della catena di montaggio. Sostituirli con olio lubrificante. “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, opera prima del foggiano Gianfranco Meneo (Palomar, 2011) è esattamente l’impedimento della realizzazione del progetto assimilatorio. Piuttosto, il trionfo della differenza, la sua esplosione gioiosa. Nel libro, Meneo accorpa esperienze differenti. Mescola insieme le carte dell’omosessualità e quelle della transessualità, generando nell’inconscio e nel conscio del lettore una cosmogonia di diversità (che è bellezza, ricchezza, emotività).

Nella modulazione linguistica secca ma tagliente, nelle argomentazioni documentate dai fatti, la realtà più forte di sentenze e tribunali, si staglia la storia di un corto circuito. Meneo non favoleggia di storie possibili, ma si fa cronista di vissuti e di emozioni realmente accadute. Con la precisione dello scriba e la criticità di pensiero del censore (ma senza moralismi), l’autore sviscera opinioni e citazioni. Compone un libro che non è un libro, ma si conforma come un viaggio. Quello fisico e materiale, che, circolarmente, parte dalla stazione di Foggia, atavico ruolo del battuage omosex e transex dauno, e ritorna a Foggia. Ma anche quello interiore, il tormento di un passaggio a Nord ovest del convenzionale. Valica le barriere ed i confini dell’amore normale.

Nel corso del viaggio, affacciandosi al finestrino dei capitoli, scorrono paesaggi e stazioni. La prima, Luana Ricci, transgender e musicista leccese. Che di viaggi personali ne ha compiuti due. Il primo, da Marco a Luana. Il secondo, da Luana a Marco. La seconda, Nichi Vendola. La terza, la quarta, la quinta, i decine di non-lo-so celati e bistrattati, vittime che si sentono colpevoli di chissà quali malefatte. Compaiono i dilemmi di ogni uomo posto di fronte alla consapevolezza della diversità. E, nel contempo, campeggiano i grandi esempi culturalmente superiori della letteratura e della saggistica mondiale. Meneo cita con spontanea consapevolezza lo strutturalismo di Judith Butler e lo studio dell’io di Sigmund Freud, la scrittura rivoluzionaria e scandalosa di Clarice Lispector e l’analisi sull’urbe di Georg Simmel. Incolla ed avvicenda complessità libraria, essenzialità giornalistica, immediatezza del web.

“Transgender” agisce laicamente sul moraleggiare censorio per indurre alla riflessione, non alla coartazione. In un lavoro lento, di ripensamento, che la cultura deve incentivare.
Gianfranco Meneo, “Transgender. Le sessualità disobbedienti”, Palomar 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Diversamente schierato

LINK: Macondo, Stato Quotidiano, 18 giugno 2011

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