La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: “No a Fenice”

La testa del corteo (St)

Ce n’erano un migliaio di persone accorse a Lavello. Tutte, per dire no a Fenice. Tutte per significare, con il proprio corpo, l’estraneità al processo di incenerimento. C’era la Capitanata, soprattutto, molto più che la Lucania. Molto più che la stessa Lavello. C’erano le associazioni di Cerignola, i Comitati. C’erano Legambiente, i Vas e Rifondazione dritti dritti da Foggia. C’erano i seguaci di Gianni Lannes, da Ortanova. C’era la componente di Ordona. Insomma, c’era la provincia di Foggia a far capire che, quell’obbrobrio chiamato inceneritore, di proprietà Edf, non lo si vuole neppure oltre confine regionale.

C’erano un migliaio di persone di ogni età. Accanto al vecchietto ed alla vecchietta, figli e nipoti, carrozzine piene e bimbi in braccio. Nessuna bandiera per dire basta a Fenice. Solo, tanti corpi quanti cuori. Ed una manifestazione radunata dal Comitato “Diritto alla Salute” di Lavello e dall’Organizzazione Lucana Ambientalista. Uomini e donne per le strade del centro del Vulture, ad un tiro di schioppo dall’inceneritore. Di qui, la chiesa del sacro Cuore che fu di don Bisceglia, lampioni a risparmio energetico, biciclette e palloni, trombette e slogan. Di lì, il tanfo di morte, di rifiuti bruciati, il mistero della vita che diventa squallore, l’oltraggio.

Due mondi distinti, quelli di Fenice e di Lavello, fusi soltanto dall’esigenza di lavorare. L’hanno usato come un ricatto goloso, i padroni della spazzatura. Ovvero, se volete la vita, vi tocca scherzare, e pesante, con la morte. L’inganno è durato dieci anni: numeri celati, percolato mortale, camini omicidi, insabbiamenti, connivenze politiche, silenzi. Una cappa che ha portato ad ignorare, qualche mese fa, l’invasione di fumi rossi. “Ma adesso noi ci rifiutiamo di continuare ad essere carne da macello – tuona Nicola Abbiuso, Comitato lavellese”. Già. La popolazione è in strada, in piazza, raggrumata come tanti globuli rossi per cicatrizzare la ferita aperta e sanguinolenta. “Siamo stanchi della strategia del tutto a posto. E’ ora che incomincino a pagare. E, noi, li andremo a scoprire uno per uno”. E’ il redde rationem. La nemesi per chi ha comandato ed ora si trova in posizione di difetto.

La testa del corteo (St)

Intanto, mentre Fenice è chiusa per manutenzione, l’Aia sempre in corso di valutazione ma lungi dall’approvazione definitiva, a ribellarsi all’attività mortifera dell’inceneritore Edf sono le genti delle piane. I cerignolani sono i più rumorosi. Invitano, con slogan martellanti, tutta la popolazione, anche quella inerme, a manifestare. Avanti a tutti, Abbiuso con la sola potenza di un piccolo megafono fa echeggiare i dati oramai noti. Quelli dei rilevamenti sui pozzi. Quelli delle percentuali lucane di smaltimento dei rifiuti. Li ha mandato giù da tempo. Ingoiati come una medicina scaduta. Non aiutano a star meglio. Anzi: “Altro che rifiuti! Ci avete trasformati nel cesso d’Italia”. L’immagine è efficace. Solo, manca lo sciacquone all’Edf, per seppellire, in un colpo solo, tutto il materiale nocivo accumulato in anni di attività. Le culture sono avvelenate. Ed avvelenati sono i polmoni, il sangue, i cervelli di questa parte di Basilicata.

Tra la folla, svetta, come un pendolino, Maurizio Bolognetti. Si muove ovunque, scatta foto, fa interviste e le riceve. Per lui una giornata grandissima. E’ stato il primo a parlare di Fenice. Il primo a denunciare l’inquinamento delle falde, le machiochie complesse della finanza della monnezza. Il suo messaggio è stato sparso nel vento e si è posato su Lavello, Melfi, Potenza, Foggia, Cerignola. “Devono dire ancora molto laggiù a Potenza”, glissa. Non molto distante, con il corteo che sfuma nei comizi di chiusura, liberi, liberissimi, il sindaco di Lavello, Antonio Annale. Rimembra le battaglie degli albori, l’opposizione strenua, l’apertura di Fenice. Poi parla di raccolta differenziata, cerca di incolpare provincia e Regione. Anche se, il compito di innestarla, spetta proprio a lui.

E poi, a sorpresa, il Vescovo della Diocesi Melfi-Rapolla-Venosa, Gianfranco Todisco. Non se lo aspettava nessuno. La sua è una presenza gradita ed imprevista. Un ritorno inatteso. “Voi abitanti di Lavello avete lo stesso diritto alla vita di quelli di una grande città”. Poi, invita alla moderazione, all’azione non violenza. All’azione paziente”. Che non sia facile lo si deduce dalle parole di Abbiuso: “Noi non siamo Santi come Gesù Cristo, Monsignore. La pazienza è finita”. Ride ma si capisce che non ne ha voglia. E chi ne ha, in questa strana atmosfera cupamente felice che odora di polveri sottili e nano particelle.

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