“Paura del silenzio sulla morte di Francesco”. Intervista con Gianni Mongelli, sindaco di Foggia

Fiori e sciarpa rossonera in ricordo di Cannone in Corso Cairoli a Foggia

DI lavoro da fare ce n’è tanto.Gianni Mongelli, per un’intera mattinata, incontra gente. Assessori, consiglieri, cittadini. Malgrado una fastidiosa influenza che lo attanaglia da giorni, il Sindaco va avanti. La scrivania piena zeppa di faldoni e di fascicoli, di carte. C’è da fare. In una città in balia delle polemiche e, nelle ultime ore, nella morsa di un vento gelido che sferza le vie e non aiuta i cagionevoli, Mongelli prova a tirare avanti. La pistola che ha sparato, quella impugnata dal 24enne Paolo Basto emana ancora odore di polvere da sparo. Per lui e per il suo amico, Giovanni Pio Mele, il gip del Tribunale di Foggia, Carlo Protano, ha rigettato la richiesta di scarcerazione.

Sindaco, Foggia città violenta?
No, il discorso mi sembra troppo forte. Personalmente non sono a favore delle generalizzazioni. Ritengo fallace estendere a tutta la cittadinanza un discorso che va limitato ad una parte di essa. Vero è, però, che stiamo andando incontro ad una fase di profonda depressione urbana. Ci sono degli episodi di violenza sempre più frequenti che devono indurre a preoccupazione sia chi amministra sia, tengo in particolare a questo punto, chi vive la città da privato.

Quindi, Foggia città deresponsabilizzata. Per ora…
Guardi, al di là degli aggettivi, quello che mi preoccupa è una fenomenologia che si biforca, concretamente, sottoforma di due rappresentazioni: da un lato, c’è la futilità delle motivazioni sottese a questi episodi. Personalmente, sono molto spaventato da questa cosa. Temo che la violenza prenda il sopravvento in modo troppo semplice, non ci siano forme di resistenza personali che inducano i soggetti ad un attimo di riflessione in più. In secondo luogo, guardando la città da questo onorevole punto di vista in cui mi trovo, noto una recrudescenza dei fenomeni criminosi, l’aumento di furti e rapine, una criminalità che incalza e talora scalza la società veramente civile.

A cosa crede sia legata questa recrudescenza?
Alla mancanza di valori positivi. Non leggo, in questi atti, la speranza, il sogno, la voglia di una normalità basata su quelli che sono gli elementi moralmente ed effettivamente rilevanti. Non c’è rispetto per il prossimo, messo sotto le scarpe. Non c’è il valore della famiglia, del lavoro. Dell’educazione, della cultura. E, in parte, inutile nasconderlo, è anche responsabilità della politica. È anche responabilità di noi governanti.

Perché non riuscite…
Perché non riusciamo a fare i conti con le esigenze delle persone. O, meglio, capiamo dove bisogna intervenire, decodifichiamo i bisogni dei giovani. Purtroppo, però, patiamo un periodo di forte crisi anche delle istituzioni governative. I tagli perpetuati dal Governo centrale e i ritardi di Bari non ci fanno dormire sonni tranquilli. Anzi, ci portano a dover tagliare risorse piuttosto che investirle.
Senta, in quei “sonni poco tranquilli” che lei dorme, quanto influiscono eventi come l’omicidio di Francesco Cannone?

Io ho vissuto questo nuovo omicidio come un dramma che mi ha provato anche a livello fisico. Come uomo innanzitutto, ma anche come amministratore di tutti. Sento molto il peso di quel che è successo. Perché, qui, non è solo una la vita spezzata, ma tre. Tre giovani che, anche se in modi diversi, sono parte di un copione disperato che stronca l’esistenza. Chi resta, chi si è macchiato dell’omicidio e chi si è reso complice, non avrà più una vita semplice, entrerà in un circuito di disperazione che alimenterà una volta di più lo scoramento collettivo.
Sindaco che cosa serve alla città? Insomma come si fa a venire fuori da quella retorica delle classifiche sulla qualità della vita? Su Foggia città morta ed inospitale per gli stessi foggiani?
Servono azioni forti che riconducano ad una prospettiva di futuro. Ecco, Foggia ha bisogno di smettere di guardarsi indietro, di guardare a tutti i suoi morti ammazzati, alle sue attività chiuse, ai progetti falliti. Foggia deve incominciare a guardare avanti a sé, alzare la testa per scrutare di nuovo dove si annidi la speranza del cambiamento. In questo serve che tutti si attivino. A partire dai cittadini, che devono lavorare indipendentemente dalle istituzioni ma con le istituzioni, in un circuito ampio di collaborazione che riesca a sopperire le mancanze dell’uno e dell’altro. È un piano di aiuto e di sostegno reciproco.

E dov’è la speranza di Foggia?
Nei giovani. A patto che non si lascino irretire da un mondo sempre più volgare e sguaiato, che propaga servilismo a piene mani e che pubblicizza modelli violenti. Foggia è piena di giovani motivati, attivi. Da loro passa il riscatto civile. Penso all’associazionismo giovanile, al Forum dei Giovani che all’interno del Comune ha sempre libero accesso per libera interlocuzione. Penso anche agli Amici della domenica, un’altra associazione intergenerazionale che opera nel concreto e che punta alla riqualificazione di tutta la città. Dagli spazi urbani alla mentalità urbana. Una città più bella è una città più giusta. Penso anche, per esempio, ad eventi fortemente significativi come la manifestazione femminile del 13 febbraio. Tutti insieme, possiamo scuotere Foggia.

Non la spaventa, a proposito di soggetti urbani, il silenzio che è scoppiato in città dopo l’omicidio?
Molto (si arresta e sospira). Fa impressione questo silenzio assordante della società civile foggiana proprio mentre, al contrario, bisogna mettere in campo un’azione collettiva. Dobbiamo, tutti non solo il Sindaco, dire basta. E dire basta significa vivere diversamente, al di fuori di questi schemi violenti. Ma significa anche chiedere a gran voce che ci si muova. Chiesa, Comune, Provincia, scuole, famiglie, stampa, associazioni, politica. Nessuno deve tirarsi fuori.

E ci sono queste condizioni? Lei reputa, cioè, che tutti questi soggetti possano interconnettersi tra loro?
A livello istituzionale non ci sono problemi. Si rema nella stessa direzione. Ed anche i giornali, devo dire, stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nell’indirizzo positivo della società e della socialità. Il giornalismo, la comunicazione, sono una missione che reputo fondamentale per il territorio. E, tranne in rarissimi e sporadici casi, per fortuna c’è occasione di dialogo responsabile.

Lei ha parlato di connessione con scuole, parrocchie, associazioni. Avete pensato ad un tavolo di lavoro?
Non c’è bisogno di tavoli a tutti costi. Certo, siamo a lavoro per organizzare incontri e strutturare interventi che vadano in questo senso. Ma quel che vogliamo soprattutto fare è parlare con i giovani nei circuiti dei giovani. Da quelli formali a quelli informali della socializzazione. Vogliamo dire loro quanto sia deleterio fondare lo stare insieme su alcool e droghe, e abbruttente ed avvilente lo stazionare, fermi, sulle proprie posizioni escludendo gli altri dal confronto. Vogliamo far capire loro quanto sia importante il sogno collettivo e quanto, all’inverso, sia brutto scherzare troppo pericolosamente con la vita. Sa, è tragico, per un Sindaco e per un uomo, sapere che un giovane muoia per una malattia. È tragico sapere che un giovane muoia in un incidente stradale. Ma è inaccettabile sapere che un giovane muoia ucciso da altri due giovani. Dobbiamo fare in modo che non accada più.

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