Così Lino ha lasciato il Pd

C'è nessuno????!????

Dopo una lunga e meditata riflessione, ho maturato la scelta di abbandonare il Paritito Democratico. Quel partito che io, con tanti amici e compagni, ho contribuito a rendere realtà, nella sostanza ha tradito ogni aspettativa; quel sogno di realizzare finalmente in Italia un partito che incarnasse lo spirito socialdemocratico europeo è fallito sepolto sotto gli interessi di parte.

In questi anni abbiamo assistito impotenti alle manifeste incongruenze emerse dai numerosi dibattiti interni al PD. Sapevamo fin dall’inizio che omogeneizzare due percorsi culturali e politici profondamente diversi tra loro sarebbe stata un’impresa non da poco, ma abbiamo voluto credere nella capacità degli uomini di superare gli ostacoli ideologici e trovare un punto di incontro su tematiche condivisibili come la solidarietà, il bene comune, l’ambiente, il lavoro. Tematiche queste che avrebbero potuto ospitare la sintesi tra la tradizione culturale socialista e comunista e il grande patrimonio rappresentato dalla cultura sociale cattolica.

Invece, sotto i colpi di una destra sempre più populista e arrogante, si è scelta la strada – sicuramente più semplice – di inseguire i nostri avversari replicandone l’approccio alle problematiche. Ed ecco allora emergere tutte le contraddizioni in seno a un partito che tale non è e forse mai sarà.

Sul lavoro, la laicità dello stato, la sicurezza, l’immigrazione non abbiamo avuto la capacità di maturare una proposta che andasse al di là di meri calcoli elettorali – miseramente falliti – o che fosse accuratamente gestita dall’ultras di turno. Le posizioni dei teodem sulla vita e la bioetica, quelle dei fans industriali sulle prevaricazioni di Pomigliano e Melfi, il moltiplicarsi di nuovi sceriffi di provincia sono gli elementi su cui il Partito Democratico ha fondato la propria sconfitta. L’elettorato di sinistra italiano, che avrebbe anche accettato una nuova politica riformista, ha bocciato questo approccio confuso, determinando, con un astensionismo irrituale per la nostra storia, la vittoria e il dilagare della destra populista e razzista nel nostro Paese.

Da responsabile uomo di partito e sindacato che ho sempre dimostrato di essere, non ho mai abbandonato la mia nave. Sono sempre stato coerente con il mio vissuto e ho sempre cercato di superare le problematiche con fare propositivo e con un attivismo che in tanti mi hanno sempre riconosciuto. Ma credo che ormai siamo arrivati al classico punto di non ritorno e, soprattutto, credo che il PD abbia tradito completamente le aspettative. Per questo motivo, con una particolare mortificazione tipica di chi deve ammettere un fallimento, ho deciso di lasciare. Lascio un partito a metà, dove hanno trovato e trovato posto tante persone per bene che credono ancora nel progetto. Ma ormai questo non è il più il mio posto.

Avendo avuto la possibilità in questi mesi di guardare oltre lo steccato, ho compreso la necessità di alimentare con nuove forze e un nuovo impegno un progetto di aggregazione della sinistra moderata e riformista tanto possibile e quanto valido. Sinistra Ecologia e Libertà rappresenta oggi l’unico movimento capace di far riaffiorare vecchi entusiasmi, di sintetizzare le espressioni di una società che non si è arresa alla deriva autoritaria imposta dal berlusconismo, che ancora crede nella possibilità di cambiare il nostro Paese, che si batte per la difesa dei diritti, dei deboli, del lavoro. Nichi Vendola, al di là di ogni considerazione personale, ha rappresentato in questi anni la vera novità della politica italiana, coniugando l’emotività del lessico caro alla sinistra italiana con la concretezza della realpolitik, senza per questo mai dimenticare l’elemento umano nelle scelte ottemperate. La Puglia è diventata, sotto la guida di Vendola, un laboratorio politico e sociale unico in Italia, che ha saputo esprimere innovazione e nuove forme di espressione politica. Trasferire questo bagaglio di esperienza in uno scenario più ampio come quello nazionale può essere quel segnale di novità capace di risvegliare le coscienze assopite e disilluse di tanti elettori, il cui mancato appoggio ha permesso alla destra e alla Lega di sfondare l’argine democratico e imporre all’Italia un nuovo ordinamento fondato sull’odio e la discriminazione.

Con serenità e fiducia ho quindi deciso di aderire formalmente a Sinistra Ecologia e Libertà, mettendo a disposizione del partito il mio impegno, la mia storia, la mia esperienza. Credo che questo rappresenti per me un percorso naturale, iniziato tanti anni fa con il sindacato, basato sulla difesa dei diritti, della solidarietà e dell’uguaglianza. Valori in cui, nonostante tutto, io continuo a credere.

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Le Primarie del Pd in Capitanata

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Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. Da ieri il più grande soggetto di centrosinistra parte per una nuova avventura. L’ex Ministro ha, quando andiamo in stampa, il 53.3% delle preferenze con il 73% delle schede scrutinate. I votanti sono stati, in Italia, quasi tre milioni. Un milione in meno rispetto ad ottobre 2007. Quando, tuttavia, i seggi chiusero alle 22 e non alle 20 come domenica. Il calo nazionale s’è ripercosso anche sul dato locale. In Puglia, dove due anni fa si mossero in 270 mila, sono stati 173 mila i votanti (qualche migliaio in meno per la scelta dei delegati regionali); mentre in Capitanata, la flessione è stata nell’ordine delle 15 mila persone. Rispetto ai 45 mila del 2007, in fila si sono messi in 29 mila.

Nazionale. 17.865 preferenze accordate a Pierluigi Bersani, 9.624 a Dario Franceschini, 1.298 ad Ignazio Marino. In percentuale siamo su livelli consolidati: 62,07% per l’ex Ministro, 33,42% per il segretario non rieletto, 4.50% per il chirurgo milanese. Il popolo delle primarie di Capitanata, così com’è stato definito sin dalla prima acclamazione di Romano Prodi, conferma il giudizio emesso dagli iscritti solo qualche settimana fa nelle convenzioni dei circoli. Che la provincia di Foggia sia un feudo del dalemismo, lo si legge nella patologia delle cifre. Il candidato piacentino, nuovo segretario eletto del Partito Democratico, ha ottenuto un riscontro superiore soltanto nell’altro possedimento del Presidente del partito. Vale a dire l’area jonico salentina, dove la mozione capeggiata da Pierluigi Bersani, spinta da un lato dal turbo del lider maximo e dall’altro dalla favorevole congiuntura di nome Sergio Blasi, ha fatto man bassa di preferenze: 66.25% il dato finale, inferiore solo rispetto all’exploit riscontrato in provincia di Taranto (72.5%). La Capitanata si tiene al passo di Brindisi (60.66%) e Lecce (57.78%) Il maggior successo, in termini di voti, Bersani l’ha ottenuto nella roccaforte Manfredonia (mentre in percentuale il 97.33% di Monteleone è stato il culmine), con oltre tremila persone che hanno indicato il suo nome per la segreteria nazionale. Il tetto delle mille croci, il neo segretario l’ha sforato anche a San Giovanni Rotondo (2157) dove l’ex sindaco Mangiacotti ha scelto di andare alla conta interna, Foggia (1918, ma con una proporzione abitativa, rispetto al centro di San Pio, di uno a sei) e Cerignola (1165). Nel centro sipontino, Bersani ha fermato l’asticella delle percentuali al 73.58%, segnando un netto calo rispetto ai livelli fatti registrare nella convenzione del circolo. Allorquando l’ex Ministro arrivò ben oltre il 90%. Chiave di lettura del fenomeno è la partecipazione al voto di risultati fatti registrare a San Severo (936) e Torremaggiore (881). Ben diversa, invece, la situazione in alcuni centri come Vieste. Nel circolo del coordinatore della mozione Franceschini in Capitanata, Aldo Ragni, dove la convenzione aveva creato spaccature e polemiche tra le parti in ballo con lo stesso ragni da un lato e Mauro Clemente dall’altro, il dato è stato letteralmente rovesciato. 369 preferenze per la mozione di Bersani, 486 per quella capeggiata dall’ex segretario pd Dario Franceschini. Che, dei 54 comuni totali della provincia, si è affermato appena in diciassette, con picchi a Foggia e Manfredonia (inutili le oltre mille preferenze, perché minoranza). Mentre il dato percentuale più alto, la sua mozione l’ha fatto registrare a Volturino (85%).

Regionale. La notizia dell’elezione di Sergio Blasi arriva nella serata. Sono circa le 18.30 quando, nella sede del partito a Bari, l’ex sindaco di Melpignano, dopo una giornata in tensione, scioglie ogni dubbio: “Il popolo delle primarie ha sancito che sono il segretario del Pd della Puglia”, rendendo inoltre noto di aver ricevuto le telefonate di Guglielmo Minervini (candidato per la mozione Franceschini) e del sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano che si era candidato alla riconferma fuori dalle mozioni nazionali. Per lui vale il ragionamento analogo a quello sostenuto a proposito di Bersani. Forte del ruolo di consigliere provinciale e di un sedimentato dalemismo, Blasi, che pure non ha superato il tetto del 50% (si è arrestato al 49.12%) ha fatto il pieno di preferenze nelle province di Lecce (66.25), Foggia (seconda, con 56.96% – 16161 preferenze), Taranto (56.52%) e Brindisi (52.42%). Preceduti sia il sindaco di Bari Michele Emiliano, che ha ottenuto il 30.70% (in Capitanata titolare di 6344 preferenze, per una percentuale di 22 punti) e l’assessore alla trasparenza della Regione Puglia, Guglielmo Minervini (5869 voti e 20.6% in provincia di Foggia).  Foggia e gran parte della sua provincia, dunque, hanno scelto Blasi che, ovviamente, si è potuto comodamente adagiare sui dati di Manfredonia (2893 voti e oltre 70%), San Giovanni Rotondo (1960 voti e il 62.80%), Cerignola (1057 e 51.24%), San Severo (787 e 52.89%) e, soprattutto, sull’incredibile risultato di Torremaggiore. Nel centro dell’Alto Tavoliere, Blasi ha ottenuto 897 voti su 961 elettori, per una percentuale che supera il 90%.Fa invece molto rumore il dato del capoluogo. A Foggia, data per terra di conquista bersaniana, dove Blasi aveva chiuso, di fatto, la campagna elettorale, il popolo delle primarie ha scelto la protesta. Relegato all’ultimo posto Guglielmo Minervini (meno di 500 voti per lui e nemmeno il 15%), le schede sono convogliate, come voto di protesta, su Michele Emiliano. Le accuse lanciate contro la dirigenza di via Lecce, evidentemente, non sono rimaste parole al vento. Il sindaco di Bari è giunto secondo per appena una cinquantina di voti (1472 per Blasi, 1417 per lui). Va specificato, senza nessun candidato nazionale a trainarlo in questa donchisciottesca battaglia. Ma, al di là del capoluogo, Emiliano non ha fatto registrare vittorie di peso, limitandosi a capeggiare soltanto in piccoli centri come Biccari, Troia, Rocchetta, Zapponeta. Quota mille raggiunta soltanto in un altro caso: Manfredonia; mentre importante anche la stima di San Giovanni Rotondo dove, malgrado la netta vittoria di Blasi, il primo cittadino del capoluogo levantino ha ottenuto un buon 23% e 730 voti. Il grande sconfitto resta, a questo punto, Guglielmo Minervini. L’Assessore sarebbe dovuto essere non l’outsider, ma il principale avversario dell’ex sindaco di Melpignano. Ed invece Minervini ha retto soltanto in poche realtà, prettamente piccoli centri. Buona la prestazione di Vieste (primo con 428 preferenze e una percentuale del 51.07%), discrete quelle di Cerignola (793 preferenze ed un ottimo 35.82%) ed Apricena (449 e 38%, nettamente avanti ad Emiliano). Meno buono, invece, il dato di Foggia, dove Minervini, preceduto da Blasi ed Emiliano, ha riscosso un modesto 14.55%.

(L’Attacco, martedì 27 ottobre 2009, pagina 2)

Published in: on 27 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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