Nikita ed i suoi sogni di (non) anarchia

Nichi Vendola, the governor of the southern Italian region of Puglia

Essere o non essere. Con il teschio in mano, Nichi Vendola, scespirianiamente, si interroga sul suo immediato futuro. Tempo concesso sul palco di Lungomare Nazario Sauro, una settimana o poco meno.

Gli scenari possibili dipendono, in primis, dal futuro di Silvio Berlusconi, dalla fiducia che scaturirà o, verosimilmente, non scaturirà dall’emiciclo. Merchendising o meno delle casacche parlamentari. La crisi di governo infatti, al di là dell’esito del voto del prossimo 14, è acclarata. Ed è acclarata perché il laboratorio Campania, ovvero quella stanza resa asettica che avrebbe dovuto essere la sua vera forza, il vaso in cui impiantare il seme del futuro del suo centrodestra, gli si è ritorto contro.

Nella Terra del Lavoro, la Campania felix di Cosentino e della Carfagna, di Bocchino e di Caldoro, il Popolo delle Libertà si è perso nelle sue beghe locali, adombrato nelle sue clientele, sperso nei suoi mille particolarismi, nelle tentacolari metastasi politiche delle consorterie. Dalle stelle alle stalle nel giro di un soffio. Il dito puntato di Fini è stato l’inizio delle danze, la miccia che s’innesca, la promessa di ritorsione. “Diamo fuoco a questa baracca”. Avvampati nel calore rosso fuoco, sono andati in fumo anni ed anni di cauta costruzione politica, di compromessi e cedimenti ora di una parte del partito, ora dell’altra. Sono finiti nel rogo, Silvio-Giovanna D’Arco con tutte le sue idee.

 

E la storia è cambiata. Quella storia iniziata 29 marzo 1994, ovvero appena nove giorni dopo la morte misteriosa di Ilaria Alpi (il filo non è così sfilacciato, ma tra l’uno e l’altro evento ci sono connessioni forti ed oggettive: l’accordo Urano, lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia, faccendieri e massoni al potere con mansioni fondative di Forza Italia, la P2, Licio Gelli, la tessera 1816, le stragi di stato, il patto mafia – potere, Dell’Utri e le mediazioni, Emilio Fede, Craxi, Mediaset…). Quella storia nata con una dichiarazione d’amore di Silvio-Romeo a Giulietta-Fini nel tempo in cui, quest’ultimo, sfidava (perdendo) la sinistra rutelliana al Comune di Roma. E finita a piatti scagliati l’uno contro l’altro. Di quest’amore, Fini è colpevole quanto Berlusconi. si sono amati follemente e si sono odiati di brutto, si sono divisi e riuniti, si sono sposati, minacciati di divorzio, riappacificati ed ora chissà.

 

In questo gioco delle coppie che scoppiano, tutto il fronte delle opposizioni attende. Il Partito Democratico non fa nulla. Attende e basta. E, per una strana combinazione della sorte (ma nemmeno tanto visto che fare nulla è quello che sa far meglio), ha ingarrato la mossa. Vince senza combattere. Era l’unica possibilità per un non partito di far fuori, politicamente parlando, il più ostico degli avversari: aspettare che la destra fagocitasse se stessa.

In tutto questo, l’epicentro politico è un altro. Ed è Nichi Vendola. Il Governatore rosso, il lider maximo della Puglia e dei pugliesi, la guida spirituale degli asceti della nuova politica, il nuovo che impazza, usa le armi del berlusconismo per berlusconizzare il centrosinistra.

Si interfaccia con le masse, rigetta le mediazioni intermediarie, si spinge al di là delle strategie, scarabocchia le facciate e cerca di stravolgere i tatticismi del politically correct. Bada a non perdere alleati senza rinunciare a catechizzare i suoi. Usa i media ogni volta che i media lo cercano. Teorizza ricette e le prescrive acché il paziente democratico ne faccia corretto uso. Due volte in sei anni ha costretto i caporali post comunisti, i feudatari del Salento, all’endovena di schede elettorali. Due volte ha battuto la sinistra per poi fare i conti (e battere) la destra. Dalla sua parte annovera schiere di giovani ed intellettuali. Dispone di professionisti ed operatori del mondo della cosiddetta società civile. E, paradossi della nuova politica al tempo di Silvio, ha disposti dalla sua parte i più centristi dei piddini.

Non una tentazione progettuale eroticamente attraente, ma un accordo a breve scadenza. E quel nome che fonde, unisce e confonde chi il potere non ce l’ha e, perciò, se lo vuole giocare: le primarie. Un cucù settete politico. Un giorno le vedi, un giorno scompaiono. Alternanza utilitaristica.

Si a quelle di coalizione, si alla scelta dei leader, dei presidenti, dei padri padroni dei partiti. No a quelle per i parlamentari (domenica scorsa, in occasione della prima Assemblea Regionale di SeL le ha bocciate ineludibilmente, con stizzite reazioni di Michele Emiliano – “un immenso passo indietro” – Antonio Decaro – “quando si tratta di restituire ai cittadini la sovranità popolare, fa retromarcia” – e Sergio Blasi – “Noi le facciamo, SeL no”).

Se oggi Berlusconi cadesse e si dovesse andare a votare, forse Vendola sarebbe il candidato mediaticamente più forte. A differenza di Pierlu Bersani, conta seguiti omogenei nella penisola. E, ad eccezione di sporadici casi regionali o addirittura provinciali, le centurie di Sinistra Ecologia e Libertà e gli operai trasversali, stakanovisti ed a cottimo delle Fabbriche che portano il suo nome (caduta di stile, usare il termine Fabbrica se, realmente, si cerca il rinnovamento…), hanno annesso tutti i territori italici. Con ovvie roccaforti nella città levantina e nella regione che l’ha eletto a torre di guardia contro gli assalti nazionali di nuclearisti e monnezzari nordici.

E Nikita il rosso non fa mistero – non l’ha mai fatto – dei suoi sogni di potere. In occasione dell’ultima assemblea regionale di Rifondazione Comunista nel 2008, dato in certa uscita, confessò argentinamente di preferire il governo alla lotta. E, ancora ieri, sentito dalla Bbc in merito alla sua voluttà presidenziale, ha laconicamente risposto: “Assolutamente sì”. Proprio quell’emittente che si lancia in lodi sperticate verso il leader pugliese, conclamandolo come “il nuovo Obama”.

 

Vendola, è chiaro, è sulla strada del suo massimo splendore. La sua scelta nazionale, la trasmigrazione romana, l’ingresso in Parlamento, questa volta, dalla porta principale, significherebbe, tuttavia, l’inizio di una nuova era ma la fine del sistema Puglia. Di quel grande, grandissimo esperimento cui lui stesso ha posto mano scacciando senza mezze misure, i cattivi maestri dalle stanza dei bottoni baresi. Il suo prematuro abbandono farebbe ripiombare la regione nell’identico baratro da cui l’ha fatta venir fuori.

Ci pensi, Vendola. E ci pensino tutti quelli che, al suo seguito, vorrebbero chiudere gli occhi per qualche anno gongolandosi in sogni capitolini.

L’intervista rilasciata da nichi alla bbc è al link http://www.bbc.co.uk/news/world-europe-11938665

l’articolo è editoriale di Stato Quotidiano http://www.statoquotidiano.it/09/12/2010/nikita-ed-il-futuro-romano/38700/

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Bye Bye Silviè… Fli in Capitanata fa proseliti

Silvietto strabuzza, Gianfrà lo addita. Era il 22 aprile

Foggia – SEI mesi. Tanti ne sono trascorsi dalla Direzione nazionale del 22 aprile che sancì di come Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi fossero, chiaramente, due mondi a parte. Due capi, due posizioni. In mezzo, fra loro, un muro dalle pareti lisce, liscissime. Di qui, con il premier, lo sciame dei soliti noti, intervenuti a sostenere non una linea, ma un credo; di lì, con il Presidente della Camera, i “pochi ma buoni”, i coraggiosi ed imprudenti. All’inizio non erano che undici. Quanto i titolari di una squadra di calcio.

Mezzo calendario dopo, sono molti, ma molti di più. La corrente interna è diventata grande, ha camminato, rafforzando le gambe ed imparando la strada. Ne è nato Futuro e Libertà, la cosiddetta “formazione di Fini”. Chissà perché, anche adesso che il destino è segnato, nessuno si permette ad assurgerle alla dignità di partito. E sì che, a differenza del Pdl, lo è sul serio.

Gianfranco non scherza. E non scherzano i suoi marescialli. Il dito puntato contro Berlusconi non fu che il principio. Lì a Roma il pensiero si fece verbo, il verbo si fece carne, la carne si fece partito. Il modo migliore per differenziarsi: rinascere dalle ceneri. Ogni connubio politico è stato la Fenice di un altro antecedente. La Democrazia Cristiana del Partito Popolare, Alleanza Nazionale del Movimento Sociale, Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista del Partito Comunista, Forza Italia, del marcio di ognuno di questi.

Così il PdL che non trova la quadra e che si apre allo sfascio, perde la parte più marcatamente inserita nella disciplina di partito. Quella che non sbaglia le firme. Lo ha detto anche Ernesto galli della Loggia, sul Corriere di una decina di giorni fa: “il Pdl, di plastica o no, comunque non è un vero partito. Nel caso migliore una corte di ciechi e muti scelti inappellabilmente dal capo; nel caso peggiore una corte d’intrattenitori, nani, affaristi, ballerine, di addetti alle più varie intendenze”. Fli, al contrario, può diventarlo.

 LA CAPITANATA – Prendiamo la Capitanata, ad esempio. E prendiamo il suo esponente di punta, Fabrizio Tatarella. Trentatré anni ed una lunga militanza politica già incamerata. Ovvero, le condizioni capaci di assicurare, nel contempo, la garanzia di solidità e la certezza del futuro. Futuro e Libertà riparte da dove si è interrotta An: costruendo sulle certezze. La visita di Fini a Foggia e la prima Direzione provinciale sono la prima pietra miliare di un cammino che nasce per essere lungo. Tutti contenti e tutti entusiasti, i finiani. Che, mentre incassano i sì di amministratori e dirigenti pidiellini, ed attendono gli incerti, badano bene, parole di Tatarella a Stato Quotidiano “a partire dal basso”. Per contrappasso: evitare i cantieri lunghi – la fase di transizione del Pdl ha tutta l’aria di essere ancora in corso – e le tentazioni elitarie. La fotografia, d’altronde, è impietosa per il partito di Berlusconi. Che, seppure faccia leva su preferenze talora oceaniche, è assuefatto a poche personalità, autentiche casseforti elettorali. Manca l’organigramma definitivo, confuso in beghe di potere locali; manca l’indirizzo, sperso in una fumosa cortina, mancano le tessere e l’attività di circolo. Manca, soprattutto, un progetto. Il coordinatore provinciale, Gabriele Mazzone, ha fatto il suo. Ha 83 anni, mezzo secolo esatto più di Tatarella ed è in balia dei potentati interni. Non parla mai e, quando parla, sciorina un politichese d’antan. Al contrario Tatarella racconta e si emoziona finanche per “la ritrovata passione politica”, parla di voler fondare Fli sui giovani e sulla gente.

 FOGGIA, PALAZZO DOGANA – A Foggia, lo stallo sta innervosendo molti militanti. E non solo. L’avvocato cerignolano coordinatore di Fli conferma che “molti consiglieri comunali e provinciali sono perplessi nei confronti del Pdl, ma timorosi a venire con noi”. Ed “attendono l’occasione, il momento buono”. Qualcuno, però, ha giocato d’anticipo. Come Emilio Gaeta, consigliere a Palazzo Dogana. Proprio nella sede di Antonio Pepe e Leo Di Gioia. Rispettivamente, capitano ed aiuto capitano del barcone fallato dell’Amministrazione di centrodestra. Proprio loro che Tatarella bolla come “i più finiani di tutti”, da sempre, hanno scelto l’attendismo. Poltrona sicura e, per ora, va bene così. Restano, ovviamente, i dubbi strategici, oltre a quelli valoriali. Perché Pepe, onorevole vicinissimo da sempre a Gianfranco, adesso non dà segni di vita? Il pericolo della crisi amministrativa è dietro l’angolo, certo. Ma la fase è delicata e tanto vale rimettere tutto in discussione. “Per ora – assicura cauto Tatarella – mi sento di escludere stravolgimenti a Palazzo Dogana”.

 LE MIGRAZIONI – Appunto, per ora. Il motivo è presto detto. C’è l’urgenza di puntellare lo scacchiere militante. Contare circoli ed iscritti, misurarsi con le prime prove interne, testare il grado di fedeltà e inzuppare il frollino Fli nel futuro. Le sedi si stanno spargendo a vista d’occhio. Foggia ne ha addirittura quattro. Due Cerignola e San Severo. Uniformemente, Gargano, Tavoliere e Monti Dauni, sono investiti dall’onda finiana. “Che è onda entusiastica”, certifica Tatarella. Che aggiunge: “Oggi abbiamo aperto le sedi di Lesina e Poggio Imperiale. Tolti Chieuti, Anzano, le Tremiti e quale piccolissimo comune, abbiamo circoli ovunque”. Con il grande apporto di Generazione Giovani.

 Ma per chi tituba, c’è chi si espone. Futuro e Libertà ha spostato dalla sua il primo sindaco, Rino Lamarucciola, sindaco di Pietramontecorvino, molti consiglieri, ed il Presidente del Consiglio Comunale di Orta Nova, Valentino D’Angelo. Ha incassato i sì di Umberto Candela e Roberto Iuliani, ex dirigenti pidiellini, e si appresta “a scuotere dalle fondamenta il sistema di potere interno al Popolo delle Libertà”. L’obiettivo è di creare il ponte giusto per favorire l’esodo di massa. Egira, quella dal partito di Mazzone, di cui Tatarella si dice “certo”: “Sono allo sbando, il berlusconismo è al capolinea”. Eppure, le migrazioni stanno avvenendo anche dal fronte centrista e dal Pd. Militanti delusi, per la maggior parte, ma non solo.

 LE POSTAZIONI E LE STIME – Ci sono. E sono nei grandi centri. Foggia e Cerignola, innanzitutto. Il capoluogo, notoriamente finiano; la città divittoriana, centro d’irradiazione dei Tatarella verso il basso Tavoliere soprattutto. Ma anche San Severo e Lucera. È qui, che potrebbe consumarsi la vera sorpresa e la differenziazione. Nel centro federiciano, la politica è in crisi, centrodestra e centrosinistra sono entrambe allo sbando. Pasquale Dotoli, sindaco PdL, vincitore l’anno scorso a seguito di un vero e proprio plebiscito, è alle prese con difficoltà gestionali sempre maggiori. La maggioranza si frantuma ed il Pd, al contrario, latita silente. In questo contesto, i finiani puntano a fare il colpo grosso, sbancare il tavolo ed immagazzinare una buona fetta di consensi.

Consensi che vengono stimati dallo stesso Tatarella nell’ordine delle due cifre. E con Stato ragiona: “Consideriamo che An – parte da lontano – poteva contare a livello regionale su un buon 12%, che saliva al 15 in Capitanata”. considerando l’imbarazzo e le problematiche iniziali “siamo nell’ordine del 13%”. Avesse ragione lui, sarebbe una rivoluzione.

LEGGILO ANC HE SU http://www.statoquotidiano.it/27/10/2010/siamo-il-popolo-che-ha-ritrovato-la-passione-tatarella-presenta-fli/36529/

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