Bye Bye Silviè… Fli in Capitanata fa proseliti

Silvietto strabuzza, Gianfrà lo addita. Era il 22 aprile

Foggia – SEI mesi. Tanti ne sono trascorsi dalla Direzione nazionale del 22 aprile che sancì di come Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi fossero, chiaramente, due mondi a parte. Due capi, due posizioni. In mezzo, fra loro, un muro dalle pareti lisce, liscissime. Di qui, con il premier, lo sciame dei soliti noti, intervenuti a sostenere non una linea, ma un credo; di lì, con il Presidente della Camera, i “pochi ma buoni”, i coraggiosi ed imprudenti. All’inizio non erano che undici. Quanto i titolari di una squadra di calcio.

Mezzo calendario dopo, sono molti, ma molti di più. La corrente interna è diventata grande, ha camminato, rafforzando le gambe ed imparando la strada. Ne è nato Futuro e Libertà, la cosiddetta “formazione di Fini”. Chissà perché, anche adesso che il destino è segnato, nessuno si permette ad assurgerle alla dignità di partito. E sì che, a differenza del Pdl, lo è sul serio.

Gianfranco non scherza. E non scherzano i suoi marescialli. Il dito puntato contro Berlusconi non fu che il principio. Lì a Roma il pensiero si fece verbo, il verbo si fece carne, la carne si fece partito. Il modo migliore per differenziarsi: rinascere dalle ceneri. Ogni connubio politico è stato la Fenice di un altro antecedente. La Democrazia Cristiana del Partito Popolare, Alleanza Nazionale del Movimento Sociale, Democratici di Sinistra e Rifondazione Comunista del Partito Comunista, Forza Italia, del marcio di ognuno di questi.

Così il PdL che non trova la quadra e che si apre allo sfascio, perde la parte più marcatamente inserita nella disciplina di partito. Quella che non sbaglia le firme. Lo ha detto anche Ernesto galli della Loggia, sul Corriere di una decina di giorni fa: “il Pdl, di plastica o no, comunque non è un vero partito. Nel caso migliore una corte di ciechi e muti scelti inappellabilmente dal capo; nel caso peggiore una corte d’intrattenitori, nani, affaristi, ballerine, di addetti alle più varie intendenze”. Fli, al contrario, può diventarlo.

 LA CAPITANATA – Prendiamo la Capitanata, ad esempio. E prendiamo il suo esponente di punta, Fabrizio Tatarella. Trentatré anni ed una lunga militanza politica già incamerata. Ovvero, le condizioni capaci di assicurare, nel contempo, la garanzia di solidità e la certezza del futuro. Futuro e Libertà riparte da dove si è interrotta An: costruendo sulle certezze. La visita di Fini a Foggia e la prima Direzione provinciale sono la prima pietra miliare di un cammino che nasce per essere lungo. Tutti contenti e tutti entusiasti, i finiani. Che, mentre incassano i sì di amministratori e dirigenti pidiellini, ed attendono gli incerti, badano bene, parole di Tatarella a Stato Quotidiano “a partire dal basso”. Per contrappasso: evitare i cantieri lunghi – la fase di transizione del Pdl ha tutta l’aria di essere ancora in corso – e le tentazioni elitarie. La fotografia, d’altronde, è impietosa per il partito di Berlusconi. Che, seppure faccia leva su preferenze talora oceaniche, è assuefatto a poche personalità, autentiche casseforti elettorali. Manca l’organigramma definitivo, confuso in beghe di potere locali; manca l’indirizzo, sperso in una fumosa cortina, mancano le tessere e l’attività di circolo. Manca, soprattutto, un progetto. Il coordinatore provinciale, Gabriele Mazzone, ha fatto il suo. Ha 83 anni, mezzo secolo esatto più di Tatarella ed è in balia dei potentati interni. Non parla mai e, quando parla, sciorina un politichese d’antan. Al contrario Tatarella racconta e si emoziona finanche per “la ritrovata passione politica”, parla di voler fondare Fli sui giovani e sulla gente.

 FOGGIA, PALAZZO DOGANA – A Foggia, lo stallo sta innervosendo molti militanti. E non solo. L’avvocato cerignolano coordinatore di Fli conferma che “molti consiglieri comunali e provinciali sono perplessi nei confronti del Pdl, ma timorosi a venire con noi”. Ed “attendono l’occasione, il momento buono”. Qualcuno, però, ha giocato d’anticipo. Come Emilio Gaeta, consigliere a Palazzo Dogana. Proprio nella sede di Antonio Pepe e Leo Di Gioia. Rispettivamente, capitano ed aiuto capitano del barcone fallato dell’Amministrazione di centrodestra. Proprio loro che Tatarella bolla come “i più finiani di tutti”, da sempre, hanno scelto l’attendismo. Poltrona sicura e, per ora, va bene così. Restano, ovviamente, i dubbi strategici, oltre a quelli valoriali. Perché Pepe, onorevole vicinissimo da sempre a Gianfranco, adesso non dà segni di vita? Il pericolo della crisi amministrativa è dietro l’angolo, certo. Ma la fase è delicata e tanto vale rimettere tutto in discussione. “Per ora – assicura cauto Tatarella – mi sento di escludere stravolgimenti a Palazzo Dogana”.

 LE MIGRAZIONI – Appunto, per ora. Il motivo è presto detto. C’è l’urgenza di puntellare lo scacchiere militante. Contare circoli ed iscritti, misurarsi con le prime prove interne, testare il grado di fedeltà e inzuppare il frollino Fli nel futuro. Le sedi si stanno spargendo a vista d’occhio. Foggia ne ha addirittura quattro. Due Cerignola e San Severo. Uniformemente, Gargano, Tavoliere e Monti Dauni, sono investiti dall’onda finiana. “Che è onda entusiastica”, certifica Tatarella. Che aggiunge: “Oggi abbiamo aperto le sedi di Lesina e Poggio Imperiale. Tolti Chieuti, Anzano, le Tremiti e quale piccolissimo comune, abbiamo circoli ovunque”. Con il grande apporto di Generazione Giovani.

 Ma per chi tituba, c’è chi si espone. Futuro e Libertà ha spostato dalla sua il primo sindaco, Rino Lamarucciola, sindaco di Pietramontecorvino, molti consiglieri, ed il Presidente del Consiglio Comunale di Orta Nova, Valentino D’Angelo. Ha incassato i sì di Umberto Candela e Roberto Iuliani, ex dirigenti pidiellini, e si appresta “a scuotere dalle fondamenta il sistema di potere interno al Popolo delle Libertà”. L’obiettivo è di creare il ponte giusto per favorire l’esodo di massa. Egira, quella dal partito di Mazzone, di cui Tatarella si dice “certo”: “Sono allo sbando, il berlusconismo è al capolinea”. Eppure, le migrazioni stanno avvenendo anche dal fronte centrista e dal Pd. Militanti delusi, per la maggior parte, ma non solo.

 LE POSTAZIONI E LE STIME – Ci sono. E sono nei grandi centri. Foggia e Cerignola, innanzitutto. Il capoluogo, notoriamente finiano; la città divittoriana, centro d’irradiazione dei Tatarella verso il basso Tavoliere soprattutto. Ma anche San Severo e Lucera. È qui, che potrebbe consumarsi la vera sorpresa e la differenziazione. Nel centro federiciano, la politica è in crisi, centrodestra e centrosinistra sono entrambe allo sbando. Pasquale Dotoli, sindaco PdL, vincitore l’anno scorso a seguito di un vero e proprio plebiscito, è alle prese con difficoltà gestionali sempre maggiori. La maggioranza si frantuma ed il Pd, al contrario, latita silente. In questo contesto, i finiani puntano a fare il colpo grosso, sbancare il tavolo ed immagazzinare una buona fetta di consensi.

Consensi che vengono stimati dallo stesso Tatarella nell’ordine delle due cifre. E con Stato ragiona: “Consideriamo che An – parte da lontano – poteva contare a livello regionale su un buon 12%, che saliva al 15 in Capitanata”. considerando l’imbarazzo e le problematiche iniziali “siamo nell’ordine del 13%”. Avesse ragione lui, sarebbe una rivoluzione.

LEGGILO ANC HE SU http://www.statoquotidiano.it/27/10/2010/siamo-il-popolo-che-ha-ritrovato-la-passione-tatarella-presenta-fli/36529/

Meno male che Silvio c’è. Ovvero storia di giornali e slot machine

Per gettare nel tritacarne il suo più acerrimo nemico che, ironia della sorte, è stato anche il suo più acerrimo amico – vale a dire l’eterno delfino, Camerata Gianfranco Fini – Silvietto l’ha fatta proprio grossa. Ha fatto creare ad hoc, con la complicità del governo amico di Santa Lucia, una sperduta isola tropicale affondata nel mezzo dell’Oceano Pacifico, un documento in cui, di fatto, veniva dimostrato che la casa in questione appartiene all’altro Gianfranco. Tulliani, per la precisione, fratello della compagna del ras bolognese. Roba da sganasciarsi dalle risate. Anche nel rompersi i maroni l’un con l’altro, a sinistra siamo dei dilettanti in confronto alla guerriglia delle carte bollate internazionali. Già, perchè mica è tutto. Per far ciò, il satrapo di Arcore si è attorniato dei suoi ciambellani obbedienti. Approfittando della sua posizione politica, ha fatto leva su Guardia di Finanza e Servizi Segreti; mentre, vestendo i panni (stretti per tutti quanti di statura normale) di editore, ha mandato emissari gentili di Panorama e Il Giornale. Subito supportato da Libero. ma è qui che nasce il capolavoro silviotico. Per esser sicuro della riuscita dell’impresa su Santa Lucia (provate a pronunciarne il nome senza sbagliare, avanti!), ha fatto ricorso alla spalla forte di un suo stesso parlamentare, l’ex an Amedeo Laboccetta. Un personaggio strano ed inquietante. Insieme, membro della commissione antimafia e sordido processato, indagato a napoli per turbativa d’asta ed associazione a delinquere, acceso sostenitore dell’epurazione anti – Fini la cui componente ha definito “stalinista” (termine su cui ci sarebbe molto ma molto da eccepire). Come sia o come non sia, quest’omuncolo è entrato nel proscenio berlusconiano grazie all’amicizia che lo lega con Francesco Corallo, conoscitore e Deus ex machina delle cose caraibiche.

Amedeo Laboccetta

Per raccontare la storia di Corallo, prendo in prestito le parole di Giuseppe D’Avanzo: “Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola (4 ergastoli), Francesco Corallo è nei Caraibi l’imperatore di Saint Maarten, dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l’Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali”. Una cosa grossa, insomma. Mica fuffa. Come siano finiti nelle mani del figlio di un plurinquisito residente ai caraibi (e quindi una buona gamma di segreti da celare e soldi da riciclare) gli affari delle slot machine di Stato, è spiegabile soltanto con la buon vecchia filosofia dello stalliere a casa Berlusconi. Vale a dire, un eroismo di facciata frutto della sfida allo Stato.

Appresso. Una volta ottenute le informazioni, i missi berluschini le girano in Italia al peggior scribacchino del web, Roberto D’Agostino, fautore e responsabile di quell’obbrobrio chiamato “dagospia”. E’ la mossa che deve mettere a riparo i giornali del premier per l’attacco forte. L’avanguardia. Il Giornale e Libero pubblicano la notizia riprendendola da Dagospia. Che, a sua volta, dichiara di averla, chissà come, pescata in qualche recondito angolo della rete, in un giornale di Santa Lucia (?!?). Il cane si è morso la coda. nessun colpevole, insomma. Delitto perfetto.

Peccato che il cav non abbia fatto i conti, in questo gioco, con la realtà. Le carte sono palesemente false. Tempo un giorno e il muro di gomma erto dall’oscillante governo caraibico viene a cadere. A “Il Fatto quotidiano”, fa spallucce come una marachella e solenizza: “Non siamo stati noi”. Tutto un gioco: c’amo provato, no? Non siamo in democrazia, in fondo?

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