I risultati delle primarie in Capitanata

COMUNI VOTANTI BOCCIA VENDOLA
VOTI % VOTI %
Accadia 216 89 41,20% 127 58,80% v
Alberona 31 9 29,03% 22 70,97% v
Anzano 198 45 22,73% 153 77,27% v
Apricena 1395 709 51,41% 670 48,59% b
Ascoli S. 312 196 63,02% 115 36,98% b
Biccari 216 122 56,48% 94 43,52% b
Bovino 162 45 27,78% 117 72,22% v
Cagnano 506 200 39,53% 306 60,47% v
Candela 201 129 64,50% 71 35,50% b
Carapelle 231 77 33,33% 154 66,67% v
Carlantino 121 6 5,04% 113 94,96% v
Carpino 465 303 65,44% 160 34,56% b
Casalnuovo 110 71 65,14% 38 34,86% b
Casalvecchio 291 181 62,20% 110 37,80% b
Castelluccio S. 101 39 38,61% 62 61,39% v
Castelluccio V. 94 41 43,62% 53 56,38% v
Celenza 108 64 59,26% 44 40,74% b
Cerignola 1512 510 33,84% 997 66,16% v
Chieuti 103 26 25,24% 77 74,76% v
Deliceto 296 157 53,58% 136 46,42% b
Foggia 4573 1522 33,17% 3067 66,83% v
Ischitella 360 174 48,60% 184 51,40% v
Isole Tremiti 73 4 5,48% 69 94,52% v
Lesina 195 58 29,74% 137 70,26% v
Lucera 1096 182 16,64% 912 83,36% v
Manfredonia 3165 2104 65,98% 1085 34,02% b
Mattinata 574 299 52,09% 275 47,91% b
Monte S. A. 755 265 35,38% 484 64,62% v
Monteleone 214 7 3,27% 207 96,73% v
Ordona 172 38 22,09% 134 77,91% v
Orsara 657 249 38,19% 403 61,81% v
Ortanova 669 376 56,46% 290 43,54% b
Peschici 141 29 20,71% 111 79,29% v
Pietra 134 49 36,57% 85 63,43% v
Poggio 215 202 93,95% 13 6,05% b
Rignano G. 250 88 35,48% 160 64,52% v
Rocchetta 117 30 25,64% 87 74,36% v
Rodi 360 66 18,33% 294 81,67% v
Roseto V. 94 8 8,51% 86 91,49% v
S. Giovanni R. 2000 915 45,89% 1079 54,11% v
S. Marco in L. 848 329 39,07% 513 60,93% v
Sannicandro 820 388 48,08% 419 51,92% v
S. Paolo C. 429 209 48,72% 220 51,28% v
S. Severo 1785 759 43,00% 1006 57,00% v
Sant’Agata 74 53 71,62% 21 28,38% b
Serracapriola 184 114 61,96% 70 38,04% b
Stornara 368 177 48,10% 191 51,90% v
Stornarella 356 134 39,41% 206 60,59% v
Torremaggiore 997 587 59,47% 400 40,53% b
Troia 352 107 30,48% 244 69,52% v
Vico 435 166 38,16% 269 61,84% v
Vieste 917 430 47,36% 478 52,64% v
Volturino 191 108 56,54% 83 43,46% b
Zapponeta 247 183 74,39% 63 25,61% b
TOTALE 30486 13428 44,18% 16964 55,82%
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Published in: on 26 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Con le primarie (e con Vendola) Foggia ha vinto

Ieri Foggia ha vinto. Ed ha vinto perchè si è alzata dal suo smunto e trascinato atteggiamento passivo di chi resta alla finestra della storia. Ieri Foggia ha vinto perché si è andata a conquistare il suo futuro. Quattromila e cinquecento sono stati i cittadini del capoluogo che si sono scoperti effettivamente cittadini del capoluogo. Ieri Foggia ha vinto e con Foggia hanno vinto gli oltre 30 mila elettori di Capitanata, i 192 cuori pulsanti dell’intera Puglia.

Ieri Foggia ha vinto perché è diventata nervo passionale di questo processo di rivoluzione che risponde al nome di Nichi Vendola. Ieri Foggia ha vinto perché, preferendo Nichi al grigio Boccia, ha sotterrato impietosamente nel “tavuto” della storia e dell’inconsistenza, tutte le voci ignoranti di chi ha definito frettolosamente questi cinque anni vendoliani come un eterno favore fatto a Bari. Come un mutuo sulla Puglia, un leasing che avrebbe, al termine, consentito al capoluogo levantino di comprare, senza ricevuta, l’intera regione. Non è stato così e la Puglia l’ha capito. E Foggia l’ha capito. Le risposte migliori della Puglia migliore al modo peggiore di fare la politica più abietta sono arrivate puntuali. In tanti, due volte il numero di cinque anni fa (stessi contendenti, stesso vincitore, ma con 79.296 votanti allora), hanno rivendicato il loro diritto di addrizzare quel punto interrogativo che il Pd romano voleva mettere su un’esperienza che tutta Italia ci invidia e che tutto il mondo conosce, trasformandolo in un secondo, esclamativo. La Puglia, e con essa Foggia, ha vinto perché ha finalmente messo in campo la sua rivendicazione di scelta. Scegliere è già un risultato. Scegliere con coscienza è un risultato doppio. Scegliere nel giusto e senza farsi abbindolare dal lustrino del grande partito è invece la vera vittoria. E se in Capitanata il risultato è stato il meno lusinghiero dell’intera Regione (17.013 Vendola, pari al 56% contro i 13.413 di Boccia e 44% contro ad esempio, l’81% di Bari ed il 70% di Taranto), i foggiani hanno tributato percentuali da Bulgaria a Nichi (dei 4567 di cui sopra, 3069 sono state le schede Vendoliane, per una percentuale pari al 67%.).  Stanno, insomma, le cose, proprio come le presenta Michele Emiliano: “la lezione” è “per tutto il partito” e non solo per Francesco Boccia, anonimo capro espiatorio. È una lezione inflitta a quei grigi funzionari, scipite copie automatizzate della politica delle idee di cui vanno troppo spudoratamente blaterando, che ieri, da mane a sera, hanno presidiato ogni circoscrizione in maniera costante. Nel loro modo di interfacciarsi con la gente si coglie l’imbarazzo di un Pd che non sa più parlare e fare breccia. Sempre che sia mai stato capace di innescare una seppur minuscola scintilla di passione. Li vedevi eretti, fissi come lance infilzate nell’asfalto, intabarrati in un mattino di fine gennaio, a reclamare visibilità. A mettere in vendita un nome da sbarrare. Di contro il loro suq, la Puglia migliore e Foggia migliore. Quella che rigettava le loro sortite di avvicinamento, quella che non aveva bisogno di essere indirizzata, spedita com’era nel votare. La città gioiosa che non ha paura, che non soffre di manie di grandezza pur essendone in diritto. Foggia, Barletta – Andria – Trani, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce sono state in vetrina per tutta la giornata. Lo stivale ci ha ammirati con un tocco d’invidia. “I pugliesi sono gente fortunata”, ci omaggiava Matteo Bertocci su Il Manifesto di domenica. Si, vedendo le code ai seggi con meno di dieci gradi di temperatura, c’è da dargli ragione. Siamo gente fortunata che si è saputa guadagnare a morsi il diritto di contare. Uomini e donne coscienti, però, artefici del nostro destino. Quei volti sorridenti in fila, mamme, padri con bambini. E bambine: come quella rosa vestita con due fari azzurri al posto degli occhi che stringeva la mano del papà alle nove di mattina nel quartiere Cep. Anche lei disciplinata, anche lei contenta. E poi i giovani di ogni età ed estrazione sociale. Giovani impegnati e non solo: ognuno fotogramma di un futuro che non si arresta qui. O che, per lo meno, tenta di fare in modo che il sogno non si spezzi nel ritorno alla coscienza. Gli spumanti che abbiamo stappato ieri sera, pertanto, non sono soltanto l’affermazione di una vittoria numerica. Bensì la definizione di una strada che non conosce deviazioni. Ogni urlo, ogni abbraccio, ogni brindisi contiene la speranza, sono sintomi vivi e calorosi di una generazione che non ci sta alla rassegnazione. Magari abbiamo le valige pronte, è vero. Ma il nostro orgoglio resterà sempre qui. Nel mare del Salento, nelle colline della Murgia, nelle cattedrali che si affacciano verso i Balcani e la Turchia, inebriandosi di Oriente, nelle campagne di Capitanata, ed anche nelle fabbriche di Bari e Taranto. E in quel presidente anomalo, diverso, sovversivo.

Da leggere ascoltando: Ivano Fossati, La canzone popolare

Udc= Mafia… Pd= Udc… Pd= mafia?

Ricapitoliamo. A un giorno dalle primarie che decideranno le sorti del centrosinistra pugliese, la politica sta vivendo (o dovrebbe farlo) un nuovo moto sussultorio. Una scossa tellurica che rischierebbe, in un qualsiasi stato democratico nel senso più genuino del termine (dove le opportunità di contare non sono parimenti collocate allo start, ma lasciano in tribuna tutti quanti puntano sul baro come arguzia metologico – sportiva) di fare sfaceli, di detonare nelle mani dei suoi principali artefici. Ma l’Italia è una nazione a forte consumo di doping. Pertanto, anche politicamente, l’arte dell’arrangiarsi (espressione che non conosce eguali nel resto del mondo) è figlia dell’opportunità dell’immediato.

Come dire: il fine giustifica i mezzi

Come dire: è la forza che fa la differenza

Come dire: la sostanza ha più peso della forma.

Già. Sarà per questo che la condanna di Totò Cuffaro – ex governatore della Sicilia in quota Udc, ora senatore scudocrociato – a sette anni per favoreggiamento alla mafia (e non c’è l’attributo “esterno” tanto vituperato dai lacchè del padrone di casa arcorese) non suscita clamore più dello stretto indispensabile e necessario. Appare anzi normale amministrazione in un contesto alterato e deviato in cui la stella lucente dell’onestà è appuntata sul petto di gente come Vittorio Mangano e Giulio Andreotti. Eroe uno, statista e padre fondatore della Repubblica l’altro. Uno step momentaneo in attesa dell’assoluzione generale, del “tana libera tutti” che porrà fine all’intero costrutto eversivo di quella banda del buco chiamata “cittadini onesti”.

All’interno di questo contesto si schiude però uno scenario dalle multi sfaccettature non di secondo piano. E questo scenario ha i colori dell’orizzonte di Lungomare Nazario sauro di Bari, sede della Presidenza della Regione Puglia. Domani si vota. Boccia e Vendola. Vendola e Boccia.

Come dire: Ci riprovo, Francesco Boccia

Come dire: Approfondisco, Francesco Boccia

Come dire: Che sia la volta buona, Francesco Boccia.

Se Boccia dovesse benauguratamente perdere, sarebbe out. Fuori dalla vita politica. Magari relegato in qualche ufficio romano del Pd come Quasimodo, il deforme gobbo parigino della cattedrale di Notre Dame.

Perdere una volta contro Nichi Vendola ci può stare. Nel 2005 la primavera poteva contare su molte rondini. Ma perdere ancora, perseverare nell’ammettere pubblicamente i propri limiti sarebbe un incendio, un suicidio. Karakiri politico. Boccia lo merita. E lo merita Massimo D’Alema, regista di questo film orribile e senza trama alcuna. E lo merita l’immoto Bersani, incapace di muoversi ad indignazione, di prendersi un partito che, nel concreto, dovrebbe essere suo.

Ubi maior, minor cessat è la voce itinerante di bocca piddina in bocca piddina. E se Vendola resta un compagno, le necessità immediate, il “maior”, sono nell’accordo con l’Udc. Quell’Udc che, a sua volta, vuole fare le scarpe a Vendola per la questione sanità che, a dire di Casini, non è stata gestita con i controcazzi (ufficialmente, poi c’è molto altro, come la conquista dell’acquesdotto pugliese,m che fa gola a Caltagirone, che di Pierferdy è il suocero…).

Ma le carte si sono scoperte. Nichi è uscito immune dalle faccende legate alla sanità, Cuffaro no. Ora il Pd scelga con chi stare. E tenga a mente, sperando vivamente che arrechi disturbo durante i sonni, una sola parola: M A F I A.

Da leggere ascoltando: “Quarant’anni”, Modena City Ramblers

Published in: on 24 gennaio 2010 at 22.29  Lascia un commento  
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Tutto l’imbarazzo di Pepe…

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Il notaio è imbarazzato. Per Antonio Pepe sono giorni complicati, stracolmi di veloci evoluzioni ed altrettante repentine involuzioni. Sale e scende il suo borsino di Presidente della Provincia a seconda dell’andamento e della quotazione di questo o quell’Assessore nella corsa per le Regionali dell’anno venturo. Perché è proprio a partire da questa base che si apriranno, nell’immediato, gli scenari più importanti per il centrodestra. Panorami che tengono insieme, in un unico sguardo, la casa (il Pdl), la Capitanata (quindi le sorti dell’amministrazione Pepe) e la Puglia (candidatura nelle liste in corsa per le elezioni di marzo). Fatti fissi gli equilibri, che rimangono sempre quelli, con la gara a rincorrersi e superarsi fra il senatore Carmelo Morra, il tandem forzista Lucio Tarquinio – Tonio Leone, il consigliere regionale uscente Roberto Ruocco e l’europarlamentare Salvatore Tatarella, motivo di accigliamento per il Presidente Pepe è il ruolo che, in queste Regionali 2010 avrà Leo Di Gioia. Il giovane Assessore, braccio destro del notaio, è considerato da più parti il vero padrone di casa a Piazza Venti Settembre. Pepe, sempre molto impegnato, gli ha delegato, sin dall’inizio della legislatura, tutti i poteri. Una situazione tutt’altro che comoda per l’ex consigliere comunale aennino. In virtù di questa sua posizione, Di Gioia è costretto a muoversi con un perenne passo felpato. Col rischio, sempre vivo, di pestare i piedi del Presidente. Impossibilitato a candidarsi a giugno nelle elezioni per il Consiglio Comunale, rischia di dover ritrarsi anche in questa nuova tornata pugliese. Pepe, dal canto suo, senza Leo non compirebbe un solo passo e porrebbe in discussione l’impostazione globale di una giunta già di per sé litigiosa da mesi, dove le divisioni sono all’ordine del giorno e dove l’Udc è sempre più incerto sul da farsi (la vittoria della mozione Bersani al congresso del Pd potrebbe anche essere la spallata finale al gigante post democristiano). Come dire, Di Gioia a Bari esautorerebbe il Presidente da ogni vincolo. Il che pone Pepe nel bel mezzo di una crisi personale prima ancora che politica. Il notaio non ha mai gradito l’investitura a Presidente di Palazzo Dogana. Che, sommato con il seggio in Parlamento, gli conferisce autorità, ma sottrae tempo al professionista. Gli accordi, ora più che mai, sono chiari. Ed il Presidente ha già in mano la decisione. Terminate le scadenze, tirerà i remi in barca, consegnando tutto a un sempre più istituzionale Di Gioia. Ciò che lo blocca e che, di fatto, mantiene viva la fiammella della sua amministrazione è, oltre al ruolo del suo delfino, anche il tacito patto di non belligeranza stipulato con Tonio Leone e Carmela Morra. I due, che esprimono un buon numero di propri assessori, non hanno, a differenza degli inquieti Santaniello e Tarquinio, nessuninteresse a mettere a rischio gli equilibri di Palazzo Dogana. Fatto sta che Leo scalpita. Il suo nome venne a galla, e con una certa insistenza, nella corsa alla sindacatura di Foggia (arrestato proprio da Pepe). Il che, probabilmente, avrebbe determinato la vittoria del centrodestra al primo turno. Sebbene in molti alludano al fatto che lui, tra le altre cose al di fuori dalle spartizioni e svincolato quasi del tutto da cordoni ombelicali che obbligano i politici locali ai rispettivi riferimenti nazionali, non abbia abbastanza voti neppure per garantirsi il seggio a Via Capruzzi. Leo incassa e va avanti. Già da tempo è impegnato nella campagna elettorale, forse certo che questa possa essere la volta buona. Per questo starebbe intavolando tutta una serie di incontri con i cittadini, con i settori produttivi, con esponenti del mondo dell’associazionismo. Altra situazione, questa, che tormenta il Presidente. Nella corsa alle Regionali è infatti lanciato anche Pico Pico De Leonardis, imparentato con lui. Un vincolo di sangue che difficilmente potrà essere eluso. E, nello stesso tempo, un motivo in più per tenersi stretto Di Gioia. La cui permanenza, paradossalmente, farebbe comodo anche agli eterni scontenti che si sentono poco rappresentati in giunta. pepe, si diceva, senza il fedele Leo non avrebbe alcuna ragione a tirare avanti. Anche se la sua candidatura sarebbe il segno di un allargamento degli equilibri interni al Pdl e costituirebbe la frattura dei vecchi sistemi di potentato (anche considerando quanto sgomitano altri homines novi del centrodestra di Capitanata, a partire dal gruppo lucerino appoggiato da Carmelo Morra). Il meccanismo, più volte evocato in estemporanee uscite di esponenti più o meno autorevoli del Pdl, potrebbe essere favorito anche dal turn over che il pdl sarebbe in procinto di attuare per puntare al ringiovanimento della rosa dei suoi competitors. In uscita ci sarà di certo Enrico Santaniello, che proprio in un’intervista rilasciata a l’Attacco, ha confermato la decisione di non voler sedere più in via Capruzzi. Rimane l’incognita Tarquinio. Dovesse passare, all’interno della formazione berlusconiana, l’azione di rinnovamento decisa all’interno della stanza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, allora le carte sul tavolo andrebbero a rimescolarsi. Ed il primo a rientrare nel giro dei giocatori potrebbe essere proprio Leo Di Gioia. Con tutti gli inevitabili grattacapi, ancora una volta, per Pepe.

(L’attacco, 18 ottobre 2009)

Published in: on 28 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

Le Primarie del Pd in Capitanata

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Pierluigi Bersani è il nuovo segretario del Partito Democratico. Da ieri il più grande soggetto di centrosinistra parte per una nuova avventura. L’ex Ministro ha, quando andiamo in stampa, il 53.3% delle preferenze con il 73% delle schede scrutinate. I votanti sono stati, in Italia, quasi tre milioni. Un milione in meno rispetto ad ottobre 2007. Quando, tuttavia, i seggi chiusero alle 22 e non alle 20 come domenica. Il calo nazionale s’è ripercosso anche sul dato locale. In Puglia, dove due anni fa si mossero in 270 mila, sono stati 173 mila i votanti (qualche migliaio in meno per la scelta dei delegati regionali); mentre in Capitanata, la flessione è stata nell’ordine delle 15 mila persone. Rispetto ai 45 mila del 2007, in fila si sono messi in 29 mila.

Nazionale. 17.865 preferenze accordate a Pierluigi Bersani, 9.624 a Dario Franceschini, 1.298 ad Ignazio Marino. In percentuale siamo su livelli consolidati: 62,07% per l’ex Ministro, 33,42% per il segretario non rieletto, 4.50% per il chirurgo milanese. Il popolo delle primarie di Capitanata, così com’è stato definito sin dalla prima acclamazione di Romano Prodi, conferma il giudizio emesso dagli iscritti solo qualche settimana fa nelle convenzioni dei circoli. Che la provincia di Foggia sia un feudo del dalemismo, lo si legge nella patologia delle cifre. Il candidato piacentino, nuovo segretario eletto del Partito Democratico, ha ottenuto un riscontro superiore soltanto nell’altro possedimento del Presidente del partito. Vale a dire l’area jonico salentina, dove la mozione capeggiata da Pierluigi Bersani, spinta da un lato dal turbo del lider maximo e dall’altro dalla favorevole congiuntura di nome Sergio Blasi, ha fatto man bassa di preferenze: 66.25% il dato finale, inferiore solo rispetto all’exploit riscontrato in provincia di Taranto (72.5%). La Capitanata si tiene al passo di Brindisi (60.66%) e Lecce (57.78%) Il maggior successo, in termini di voti, Bersani l’ha ottenuto nella roccaforte Manfredonia (mentre in percentuale il 97.33% di Monteleone è stato il culmine), con oltre tremila persone che hanno indicato il suo nome per la segreteria nazionale. Il tetto delle mille croci, il neo segretario l’ha sforato anche a San Giovanni Rotondo (2157) dove l’ex sindaco Mangiacotti ha scelto di andare alla conta interna, Foggia (1918, ma con una proporzione abitativa, rispetto al centro di San Pio, di uno a sei) e Cerignola (1165). Nel centro sipontino, Bersani ha fermato l’asticella delle percentuali al 73.58%, segnando un netto calo rispetto ai livelli fatti registrare nella convenzione del circolo. Allorquando l’ex Ministro arrivò ben oltre il 90%. Chiave di lettura del fenomeno è la partecipazione al voto di risultati fatti registrare a San Severo (936) e Torremaggiore (881). Ben diversa, invece, la situazione in alcuni centri come Vieste. Nel circolo del coordinatore della mozione Franceschini in Capitanata, Aldo Ragni, dove la convenzione aveva creato spaccature e polemiche tra le parti in ballo con lo stesso ragni da un lato e Mauro Clemente dall’altro, il dato è stato letteralmente rovesciato. 369 preferenze per la mozione di Bersani, 486 per quella capeggiata dall’ex segretario pd Dario Franceschini. Che, dei 54 comuni totali della provincia, si è affermato appena in diciassette, con picchi a Foggia e Manfredonia (inutili le oltre mille preferenze, perché minoranza). Mentre il dato percentuale più alto, la sua mozione l’ha fatto registrare a Volturino (85%).

Regionale. La notizia dell’elezione di Sergio Blasi arriva nella serata. Sono circa le 18.30 quando, nella sede del partito a Bari, l’ex sindaco di Melpignano, dopo una giornata in tensione, scioglie ogni dubbio: “Il popolo delle primarie ha sancito che sono il segretario del Pd della Puglia”, rendendo inoltre noto di aver ricevuto le telefonate di Guglielmo Minervini (candidato per la mozione Franceschini) e del sindaco di Bari e segretario uscente Michele Emiliano che si era candidato alla riconferma fuori dalle mozioni nazionali. Per lui vale il ragionamento analogo a quello sostenuto a proposito di Bersani. Forte del ruolo di consigliere provinciale e di un sedimentato dalemismo, Blasi, che pure non ha superato il tetto del 50% (si è arrestato al 49.12%) ha fatto il pieno di preferenze nelle province di Lecce (66.25), Foggia (seconda, con 56.96% – 16161 preferenze), Taranto (56.52%) e Brindisi (52.42%). Preceduti sia il sindaco di Bari Michele Emiliano, che ha ottenuto il 30.70% (in Capitanata titolare di 6344 preferenze, per una percentuale di 22 punti) e l’assessore alla trasparenza della Regione Puglia, Guglielmo Minervini (5869 voti e 20.6% in provincia di Foggia).  Foggia e gran parte della sua provincia, dunque, hanno scelto Blasi che, ovviamente, si è potuto comodamente adagiare sui dati di Manfredonia (2893 voti e oltre 70%), San Giovanni Rotondo (1960 voti e il 62.80%), Cerignola (1057 e 51.24%), San Severo (787 e 52.89%) e, soprattutto, sull’incredibile risultato di Torremaggiore. Nel centro dell’Alto Tavoliere, Blasi ha ottenuto 897 voti su 961 elettori, per una percentuale che supera il 90%.Fa invece molto rumore il dato del capoluogo. A Foggia, data per terra di conquista bersaniana, dove Blasi aveva chiuso, di fatto, la campagna elettorale, il popolo delle primarie ha scelto la protesta. Relegato all’ultimo posto Guglielmo Minervini (meno di 500 voti per lui e nemmeno il 15%), le schede sono convogliate, come voto di protesta, su Michele Emiliano. Le accuse lanciate contro la dirigenza di via Lecce, evidentemente, non sono rimaste parole al vento. Il sindaco di Bari è giunto secondo per appena una cinquantina di voti (1472 per Blasi, 1417 per lui). Va specificato, senza nessun candidato nazionale a trainarlo in questa donchisciottesca battaglia. Ma, al di là del capoluogo, Emiliano non ha fatto registrare vittorie di peso, limitandosi a capeggiare soltanto in piccoli centri come Biccari, Troia, Rocchetta, Zapponeta. Quota mille raggiunta soltanto in un altro caso: Manfredonia; mentre importante anche la stima di San Giovanni Rotondo dove, malgrado la netta vittoria di Blasi, il primo cittadino del capoluogo levantino ha ottenuto un buon 23% e 730 voti. Il grande sconfitto resta, a questo punto, Guglielmo Minervini. L’Assessore sarebbe dovuto essere non l’outsider, ma il principale avversario dell’ex sindaco di Melpignano. Ed invece Minervini ha retto soltanto in poche realtà, prettamente piccoli centri. Buona la prestazione di Vieste (primo con 428 preferenze e una percentuale del 51.07%), discrete quelle di Cerignola (793 preferenze ed un ottimo 35.82%) ed Apricena (449 e 38%, nettamente avanti ad Emiliano). Meno buono, invece, il dato di Foggia, dove Minervini, preceduto da Blasi ed Emiliano, ha riscosso un modesto 14.55%.

(L’Attacco, martedì 27 ottobre 2009, pagina 2)

Published in: on 27 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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La (seconda) discesa di king Michele

Emiliano, Ciccarelli, Caruso, Ferrante, D'Errico

Come sempre aggressivo. Michele Emiliano, ieri mattina in conferenza stampa nella sede provinciale del Partito Democratico in Via Lecce, torna a Foggia dopo la bomba piazzata nel bel mezzo del patito di Capitanata prima delle convenzioni di circolo. Questa volta con meno rumore, con meno clamore, segno di una tensione che s’allenta gradualmente. L’occasione è la presentazione di “Semplicemente pugliesi”, lista collegata con la sua candidatura alla segreteria regionale. Il sindaco di Bari, accompagnato dal suo staff, ha dispensato le accuse, ripartendole (quasi equamente) fra centrodestra e bersaniani.

Già, perché un Emiliano in evidente assetto da Regionali, bastona, e non certo teneramente, il suo collega e candidato pdl alla presidenza di via Capruzzi Stefano Dambruoso. Prima lo accusa di essere una scelta forzata per il territorio, un nome calato dall’alto, da Roma. Per poi entrare nella sfera personale: “È un magistrato come me, ma non lo stimo”.

Risponde a tutto big Michele. Cammina rilassato, ride di gusto delle battute e ne fa a sua volta. Prima che prenda la parola, lascia parlare Gaetano Prencipe (“per Michele abbiamo raddoppiato il nostro impegno”), Claudio Sottile (“Semplicemente Democratici è una lista che abbiamo tarato su Foggia, ritenendo il capoluogo fondamentale per le strategie politiche del pd che verrà”) ed il sindaco di San Giovanni Gennaro Giuliani (“Michele è il passo in più per impedire a questo partito di ripiegarsi su sé stesso fino ad implodere”).

Emiliano riannoda il filo da dove l’aveva troncato, cioè dall’attacco frontale ai seguaci di Pierluigi Bersani in Capitanata: “Anche a Foggia il controllo del partito è, per loro, la cosa più importante”. Un fine che, puntualizza, “induce spesso a perdere di vista l’obiettivo comune”. Cioè, “la vittoria elettorale”. Il sindaco si serve un auto assist per concludere a rete. Non manca di sottolineare la “ridicola sconfitta” delle Provinciali 2008. da via Lecce, al contrario di quanto fatto da piazza mercato, non cita mai direttamente Paolo Campo e Michele Bordo. Ma le allusioni sono chiare. Oltre che insistenti. Emiliano riapre anche una vecchia ferita, quella della composizione della giunta di Foggia. Lo fa forte della presenza, in lista, di quattro consiglieri comunali (oltre a Sottile, capolista, ci sono Peppino D’Urso, Paolo Terenzio e Francesco Paolo De Vito). E rinvia a giudizio lo stesso Mongelli: “Non ci si illuda della vittoria qui a Foggia – parte – Oltre al fatto che il pd è debole, va ricordato che è stato portato avanti da pochi consiglieri il cui peso non è stato tenuto in considerazione nella composizione dell’esecutivo”. Nel momento in cui i candidati cercano di abbassare i toni, il sindaco levantino si tira fuori e continua per la sua strada. Perché è pur vero che “il Partito Democratico resta”, ma intanto c’è un congresso da affrontare e vincere. Pur senza “fare in modo che le divisioni tra di noi siano più marcate di quelle che dobbiamo segnare con la destra”. Emiliano gioca con le parole. Così si scaglia, ancora una volta, contro “i professionisti della politica”. Contro quei burocrati di partito “che entrano quando sono dei bambini e hanno la pretesa di rimanere al timone fino alla pensione senza fare altro nella vita”. Vien fuori il magistrato Emiliano. “Queste persone – stiletta – avranno una vita noiosa al di fuori del partito”.

Poi è la volta della “socialdemocrazia”. Il sindaco si scruta attorno ed indica le immagini ritraesti Peppeino Di Vittorio, Palmiro Togliatti e Sandro Pertini. “Se dovessimo pensare ancora con canoni di sessant’anni fa – attacca – andremmo contro il loro steso pensiero. Erano innovatori, mica sono tornati indietro a Giolitti o a Crispi piuttosto che a Carlo Alberto”. Le dita roteano e si spostano da una foto all’altra. “Se, alla fine del congresso – chiosa – il pd dovesse dirsi un partito socialdemocratico sarà la fine: perché non sarà capace di dialogare con la gente”.

(articolo pubblicato su l’Attacco del 20 ottobre 2009)

Published in: on 20 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

Minervini il rabdomante. “Meglio i principi attivi delle cene elettorali”

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“Io immagino un Partito Democratico che sia un po’ come l’Attacco”. Guglielmo Minervini, Assessore alla trasparenza della Regione Puglia, candidato alla segreteria regionale, entra nella metafora giornalistica per illustrare la sua idea di partito. Raggiunge la redazione del nostro quotidiano verso le 11, dopo aver presentato, presso l’Aula Magna della facoltà di Economia, il progetto “Ni, mondlokaj civitanoj”, traduzione esperanto di “Noi cittadini globali – locali”, un meeting pensato dalla Regione Puglia per mettere in correlazione, tra di loro, le giovani generazioni dei paesi del bacino mediterraneo e di tutto il mondo. Il che rientra alla perfezione nella visione politica che Minervini intende riportare nel Pd.

Partiamo da questo punto, dalle energie vitali che lei intende potenziare. Se la sente, Assessore Minervini, di fare una mappatura del territorio sotto questo punto di vista? Dove ha individuato, nel territorio pugliese, i mondi più vitali?

Noi abbiamo in tutti gli ambiti delle potenti energie di cambiamento. La Puglia, in questo senso, è un pezzo anomalo di Sud. Non è una regione devitalizzata come la Calabria e nemmeno una regione fortemente corrotta come la Campania. È una regione in cui i margini per vivere un cambiamento nel tessuto della società ci sono tutti. Sul territorio operano tutta una serie di esperienze interessanti che azzarderei a definire trasversali rispetto a competenze. Per esempio, in questi anni ho frequentato molto il reticolo di cittadinanza attiva che rappresenta un pezzo sano della società pugliese. Così come c’è un economia del cambiamento e dell’innovazione molto più ricca di quella che percepiamo, in quanto quella che percepiamo è filtrata, in maniera egemonica, dalla cosiddetta bad economy, che è l’economia di tipo tradizionale. Un’economia che non si arrende alla sua fine.

Quando dice bad economy si riferisce, sostanzialmente, all’economia trainante del mattone o a quella della sanità?

Sostanzialmente si. Uso il termine bad economy per definire quel pezzo dell’economia che si muove a ridosso della politica, legata alla politica e ai trasferimenti di risorse. È un’economia anomala che non si misura, in effetti, con il mercato. È mercato per così dire. Ai margini di questa economia che svolge una funzione egemonica, fa cultura, crea ed è un modello, sono sorte in questi anni tutta una serie di esperienza interessanti, dall’economia della conoscenza alla green economy che non creano ancora cultura, ma stanno facendo passi da gigante. Sono la risposta più avanzata al contributo che la Puglia può dare al superamento di questa crisi. Così come un altro soggetto che ritengo fondamentale nel cambiamento sono i giovani. In questi miei quattro anni e mezzo alla Regione ho mostrato che lì ci sono i presupposti culturali per il cambiamento. È una generazione che si porta dietro un’assenza di memoria. Il che renda più agile e dinamico lo sguardo alle sfide del nostro territorio. Uno sguardo rivolto unicamente al futuro, svincolato ed emancipato rispetto al passato. Quello che è mancato in questi anni è la costruzione di un luogo politico in cui questa Puglia del cambiamento potesse sentirsi accolta. Purtroppo, ancora oggi, abbiamo una politica ancora troppo attenta a quell’altra idea di economia.

Che consapevolezza hanno, del loro ruolo, nuova economia, giovani e reticolo associativo in cui lei legge la speranza?

Purtroppo manca la consapevolezza dalla missione da svolgere. Questi tre soggetti sono riconosciuti socialmente. Ma la Puglia parte da tre se il taglio trasversale incide non solo sulle attività ma anche sul territorio. Secondo me i soggetti enzimi del cambiamento li trovi nei gruppi ed anche negli ordini professionali, così come nelle comunità locali. Quello che manca è la capacità di mettere insieme questi elementi in una visione dio futuro condivisa. E questo è il compito della politica.

È anche questa la battaglia dentro il Partito Democratico?

Assolutamente si. Io penso che in Puglia il luogo politico del cambiamento o è il pd o non c’è da altrove. È il bisogno inespresso che il pd ha il dovere di occupare. Ma per farlo deve rompere una serie di legami che lo ancorano ai mondi della conservazione.

Questo è quello che diceva ieri (due giorni fa per chi legge, ndr) in un’intervista rilasciata a Repubblica quando parla del pd come “partito dei faccendieri”?

Certamente. Ma quando dico faccendieri, non mi interessa il rilievo penale. Mi interessa il rilievo politico. Io sono più incuriosito dalla scoperta di un principio attivo che mette in campo, che so, interessanti proposte sul terreno dell’eolico, come il caso di due ingegneri che stanno tentando di capire se si può ideare una pala eolica orizzontale, piuttosto che dal faccendiere che viene a sedurmi con una cena piuttosto gradevole. Ecco, allora il punto è su chi ti poni come interlocutore politico.

Lei non dice questo, in qualche modo, con il suo discorso: cioè che il Meridione, e la Puglia in particolare deve partire dall’individualità, dal nome e cognome, dalla persona capace, dal professionista virtuoso, che c’è una scorciatoia dettata dalle biografie personali?

Io penso che il cuore del nostro discorso siano le persone. Il problema è che noi non siamo più in grado di parlare alle persone e con le persone. Le persone sono la risorsa fondamentale del territorio e del cambiamento. Se non ricostruiamo la politica come la ricostruzione delle relazioni tra le persone, come modo per ringalluzzire il senso di comunità, allora il meridione rimane imbrigliato. Il problema è che non abbiamo mai immaginato il Mezzogiorno come un gigantesco investimento sulle persone. Sotto questo punto di vista, il progetto regionale Bollenti Spiriti è stato l’indicazione della strada maestra lungo cui spingersi. In questo modo hai dato fiducia alle energie dei ragazzi, fatto in modo che le tirassero fuori e si è innescato il cambiamento. È la dimostrazione di come una generazione intera, e non il singolo giovane, può divenire un soggetto sociale.

Tuttavia ci sembra di riscontrare una diffusa crisi di fiducia. La nostra sensazione è che se ne possa venire fuori ripartendo dalla credibilità e affidabilità delle storie personali. Insomma, ci sembra di capire che il Mezzogiorno possa ripartire (se si riparte) da qui, da biografie agili e spesse al contempo. Che ne pensa?

Questa idea che si riparta dalle persone che mettono in gioco la propria credibilità non è estranea alla crisi della politica. Anche lo spazio della politica si sta affollando di persone che fanno della circolazione delle idee il proprio profilo d’interesse. E la politica recupera credibilità nel momento in cui la suo interno inizia a crescere il numero di persone che rispondono a quel bisogno sociale diffusissimo di coerenza. Le persone, infatti, non ci chiedono di essere brillanti su tutto, ma di essere coerenti: che quello che dici fuori corrisponda a quello che fai quando sei in una postazione di gestione.

Sa dare un volto, in Puglia, alla Puglia che funziona, al di là dei ragazzi di Principi Attivi?

Qualche giorno, per esempio, a Polignano, mentre ero con Ermete Realacci, si sono presentati due giovani imprenditori agricoli (si interrompe: Occhio a quello che sta facendo in questo momento la Coldiretti, sta tentando di far venir fuori processi interessanti) che si sono posti la questione di come ridurre l’impatto ambientale dei tendoni delle loro vigne. Mettendo insieme qualche amico chimico hanno creato dei cellophane totalmente biodegradabili per la copertura dei tendoni. In quella stessa zona sono partiti anche i primi esperimenti per piazzare sui tendoni i pannelli fotovoltaici. Si stanno studiando soluzioni per ampliare il riscaldamento dei pannelli. Insomma, quando si parla di cambiamento, quando si parla di futuro, si parla di questo.

Questo è il futuro, poi c’è il passato. Parlavamo prima della sua intervista e dei “faccendieri”. Ci aiuta a capire dove, come si annida il partito dei faccendieri del Pd e quali sono le logiche? Anche Emiliano, da noi intervistato durante la sua visita a Foggia, ha denunciato chiaramente questo grumo interessi, tentando di recuperare alla politica quel ruolo di ascolto e di mediazione, mentre oggi appare la sensazione di questo impasto inestricabile tra ragioni della politica e quello dell’impresa…

(interviene) di un certo tipo di impresa che ha bisogno della politica per agire sul mercato. L’immagine che considero emblematica di questo evo politico che stiamo vivendo è proprio quella di Giampaolo Tarantini. Credo che sia un’immagine destinata a svolgere questo ruolo di simbolo in quanto lì dentro c’è questo impasto inestricabile. Lì dentro sono ammucchiati tutti gli attori che in un contesto sano sarebbero chiamati a svolgere ruoli distinti in una relazione dialettica. Lì, invece, hai il potere politico, un pezzo di gestione del potere sanitario – e già tra questi due attori occorre mantenere una dialettica chiara che permette di distinguere i due ruoli – e l’economia parassitaria. Generare questa commistione di ruoli, assumendo come interlocutori privilegiati quegli imprenditori di questo sistema, è la premessa per la degenerazione. Io dico così: in cene come quelle si firmano le cambiali. Poi non mi interessa chi, quando, con rilevanza penale o non con rilevanza penale, onora quelle cambiali, ma lì c’è la radice di un problema molto serio con cui noi dobbiamo fare i conti ma con il quale non abbiamo intenzione di fare i conti. Su questo vogliamo dire parole chiare? Visto che ci accingiamo anche a giocarci una campagna elettorale in cui la questione morale avrà un ruolo rilevante?

Ma Tedesco non è stato proprio questo paradigma, una reductio ad unum?

Sulla sanità c’è stato un peccato originale politico a monte. Noi abbiamo usato coraggio dappertutto, ma nella sanità abbiamo scelto la prudenza, la continuità. Tutto deriva da questa scelta. Dalla nomina dell’assessore fino ad una serie di decisioni anche interne al sistema sanitario. Io penso che gli eventi ci debbano indurre ad una sana ammissione dell’allora compiuto. Per quel che mi riguarda credo che quella scelta sia stata un errore.

Insomma, Tedesco era insieme politica, impresa, finanza politica… Era tutto dentro. In questo senso noi abbiamo un esempio anche in Capitanata. Noi abbiamo più volte raccontato di un’operazione del segretario provinciale del pd, Paolo Campo. Il sindaco di Manfredonia, detto brutalmente, sta creando una banca, con pezzi di ceto imprenditoriale di Manfredonia e le lobby del mattone foggiane. La sensazione è che sia tutto dentro… E cioè che Campo sia il partito, la politica, le imprese, la finanza…

Quando finisce la dialettica dei ruoli finisce anche la vitalità della democrazia. Questo tipo di commistioni creano l’assopimento delle energie. Servendosi di queste dinamiche, il potere depriva gli altri della capacità d’azione. Sono meccanismi di spoliazione del territorio. La ricchezza e la democrazia crescono nel momento in cui ciascuno fa la sua parte. Questa situazione che mi viene descritta è la palese dimostrazione del fatto che non siamo ancora capaci di individuare il tema. Stiamo eludendo la sfida che la questione morale ci pone di fronte. Ed è un tema, lo ripeto, squisitamente politico. La domanda, quindi, è questa: qual è il ruolo che ti assegni all’interno del cambiamento sul territorio? È un ruolo che ha un profilo chiaro, certo, netto o un controllo ipertrofico sull’intera società? In coloro che vivono questa dimensione ipertrofica della politica, c’è una lettura, una visione arcaica della società. In mente hanno un’idea vecchia, di una società povera, priva di energie, di una società così spoglia che si può pensare di sottoporla ad un controllo assoluto. Io credo, e questo è uno snodo cruciale della mia battaglia congressuale, che siamo di fronte ad una Puglia vitale, dinamica, ricca di energia. Insomma, adesso, siamo di fronte ad un bivio: ci sono due visioni del partito, due visioni della politica.

Senta, tornando al pd. Girando per la Capitanata ha riscontrato delle esperienze positive?

Qui da voi c’è un pezzo di ambientalismo del Gargano che sta conducendo una battaglia nobile ed innovativa. Dovessi citare un esempio di bella amministrazione che lavora alacremente, direi Sannicandro Garganico, con Costantino Squeo. E per me anche Aldo Ragni è stata una scoperta in positivo. Anche in Capitanata, insomma, ci sono forze positive che stanno vivendo questa nostra vicenda congressuale per creare rete.

Quindi il congresso più come opportunità di articolazione politica che come selezione delle classi dirigenti?

Entrambe le cose. Nel momento in cui costruisci questo discorso politico, selezioni quelli che ci stanno, che si sintonizzano. È un cammino grazie al quale stiamo già iniziando la ricostruzione.

Parlava prima di questione morale. Il centrodestra che domani (oggi per chi legge, ndr) dovrebbe presentare ufficialmente come suo candidato presidente per la corsa alla Regione Stefano Dambruoso, non vi ha spiazzato?

Assolutamente si. Dal punto di vista politico è una scelta molto intelligente. Per questo arrivare claudicanti o, peggio ancora, fare gli struzzi sulla questione morale, significa mettersi nelle condizioni di gestire una campagna elettorale tutta in salita. Abbiamo il dovere di guardare in faccia il problema, riconoscere l’errore e dimostrare che nel pd c’è la lucidità per superarlo. Nel partito come nella coalizione. Ma se da parte di Vendola questo segnale è arrivato, il partito non sembra aver voglia di darne uno a sua volta. È questo è il modo peggiore di gettarci alle spalle una brutta pagina per ricominciare in modo nuovo.

Che futuro vede per Nichi Vendola? Enrico Santaniello, ieri, lo considerava ancora fortissimo…

Vendola sarà il Presidente della Regione 2010 – 2015.

E politicamente? In quale processo lo inquadra?

Più il pd realizza sé stesso, più il pd incarna il senso di quella sfida, di quella scommessa, di quella speranza che ha suscitato agli esordi, più si riducono le distanze che lo separano dal presidente e da tanti che, come Vendola, in fondo sono alla ricerca di un grimaldello con il quale aprire un orizzonte nuovo.

Published in: on 8 ottobre 2009 at 22.29  Lascia un commento  

Scorie radiattive non normalizzate

vauro030909Alla fine ce l’ha fatta. Malgrado l’opposizione (scandalo!) dei mezzi d’informazione, la mobilitazione di intellettuali e popolo di internet, l’insurrezione della stampa, Silvio Berlusconi ha deciso di andare avanti. Annullato “Ballarò”, trasmissione standardizzata, ammorbata da un dibattito sguaiato ma comunuqe libero, la Rai a monopolio papy, manderà in onda Porta a Porta del giannizzero berlusconiano Bruno Vespa. Un’intollerabile violazione del diritto d’informazione, l’ennesimo paradosso di uno Stato che si professa libero solo in quanto ancora coinvolto nell’imbarazzante rito, ormai annuale, del deporre la scheda nell’urna. Uno Stato farsa in cui il Capo del governo democratico è abbondantemente fuoriuscito dal seminato democratico, invadendo gli spazi pubblici e quelli privati. Riempiendo di spazzatura le televisioni private e pubbliche. Invadendo con prodotti e negozi i vissuti quotidiani- Sistematici messaggi che fungono da lavaggi del cervello. Ecco perché il berlusconismo non solo sopravviverà al suo illustre fondatore, ma ne sarà l’eternificazione. L’epitaffio immortale di un leader imbattibile. E, nel contempo, di una generazione arrendevole che nulla ha fatto per ribellarsi al suo latifondista.
Già, perchè se Silvio ed i Silvini permangono in sella ai loro posti di prestigio, è anche perché l’opinione pubblica s’arrende al nulla, proclamandosi sterile dinanzi al potere, inconcia e dimentica dei propri stessi numeri, della forza delle proprie opinioni. L’auspicio è che si tratti solo di un momento di silenzio, di un parziale appannamento delle coscienze civili, delle criticità mentali. L’augurio per l’Italia è che, nel Paese, ci siano ancora scorie radiattive sfuggite alla normalizzazione. Non più, come ha avuto a dire dalle colonne de “La Repubblica” Curzio Maltese, “per convinzione politica, ma per buon senso, decenza e amor di patria”.

Published in: on 16 settembre 2009 at 22.29  Lascia un commento  
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